Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Karzai/Taliban, cercando la exit strategy

Afghanistan. Per il Washington Post trattative tra governo e insorti

 

Non c'è niente da fare: dal pantano Afghanistan non se ne esce senza scendere a patti. Ieri il Washington Post ha rivelato che si sono avviati colloqui segreti di pace tra Karzai e i Taliban. Tra l'inizio dell'operazione Enduring Freedom e l'articolo del giornale americano ci sono nel mezzo otto anni, un numero imprecisato di morti e un numero ancora superiore di rifiuti, da entrambe le parti, ad ogni possibile negoziato.

Da qualche tempo, però, la prospettiva di poter controllare il paese vincendo le sacche di resistenza locale ed evitando così compromessi si è fatta sempre più labile. Anche perché la situazione si è rovesciata: alcune “enclaves” angloamericane riescono in qualche modo a sopravvivere in un paese governato nei fatti dai Taliban. Stando al Washington Post, dunque, l'accordo finale dovrebbe essere questo: fuoriuscita dei contingenti di guerra (che qualcuno, sprezzante del ridicolo, si ostina a definire “di pace”) dall'Afghanistan, e costruzione di un governo di unità nazionale che includa i Taliban. 

Può stupire che l'intransigente Shura di Quetta, guidata dal Mullah Omar, si improvvisi forza diplomatica e patteggiatrice. Stupisce però molto meno se consideriamo le pesanti perdite subite nelle province di Helmand e Kandahar dai resistenti e, soprattutto, l'influenza crescente che sta ottenendo il gruppo “Network Haqqani”. Finora è sempre stata la Shura di Quetta, infatti, a conglomerare tutti i movimenti jihadisti e Taliban. Adesso però la sua posizione non è più così stabile, e rischia di essere scavalcata da frange più radicali e oltranziste che, in prospettiva, potrebbero ottenere l'appoggio degli afghani più restii a scendere a patti. “Network Haqqani” può anche contare su un forte radicamento in Pakistan, paese non estraneo alle trattative di questi giorni. I negoziati sono infatti mediati dai vertici pachistani.

L'ammorbidirsi delle posizioni degli uomini del Mullah Omar, al fine di pervenire alla liberazione del paese, è un'evoluzione naturale, una volta contestualizzata. E altrettanto naturale, ma decisamente più grottesco, è che Karzai rinneghi tutto ciò che ha sostenuto finora. Consapevole dell'incombente epilogo delle trattative più o meno segrete, cerca di smarcarsi e di togliersi di dosso l'etichetta di “fantoccio degli americani” che molti, anche in Occidente, gli hanno attribuito. Una volta ritirati i protettori statunitensi, non è immaginabile una sua serena legittimazione da parte dei cittadini, Taliban e non. E infatti, a prendere le distanze dal suo stesso passato, fioccano già da un po' affermazioni come questa: «quando gli stranieri avranno raggiunto i loro obiettivi, sicuramente se ne andranno». Quanto agli Usa, che riflettano su una exit strategy che sia la più onorevole – o la meno disonorevole – possibile è assolutamente inevitabile: il lento ma inesorabile stillicidio di vittime tra i loro soldati, sia pure aumentati di numero dal democratico e “progressista” Obama, non può proseguire all’infinito. 

A complicare le cose, intanto, si aggiunge il costante sfaldarsi dei delicatissimi equilibri tra quelle nazioni che, per dirla con l'economista Napoleoni, hanno il nome che finisce in -stan. Gli scontri che negli ultimi mesi hanno avuto luogo in Tagikistan mostrano la rapidità dell'espansione e il rafforzamento dei jihadisti, che spesso si rifugiano in Afghanistan dopo essersi scontrati con le forze di sicurezza. Dal 2008 i convogli di approvvigionamento Usa, per evitare di essere colpiti dai Taliban, attraversano il Tagikistan. E sono colpiti dai miliziani tagichi.

Ci si potrebbe chiedere se questa intesa sia davvero auspicabile, ma sarebbe probabilmente una domanda mal posta. Più che auspicabile essa appare, e non da ora, come l'unica strada percorribile. Una volta imboccata, comunque, per l'Afghanistan non si profilano giorni felici. Lo scenario più probabile è quello di una guerra civile. Al posto della tanto sbandierata democrazia da imporre – anche se imporre non è poi tanto democratico – sbuca fuori lo spettro di una guerra fratricida. Promesse mantenute, non c'è che dire.

 

Marco Giorgerini

A scuola (di consumatore)

Secondo i quotidiani del 07/10/2010