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La Gran Bretagna nel club della crisi

In sordina, almeno per i media di massa, anche il paese britannico inizia i forti tagli


Diversi mesi addietro, in una delle periodiche analisi della situazione mondiale relativa all'economia e alla crisi, nel silenzio quasi assordante degli altri media puntammo l'attenzione, tra le altre cose, su uno dei possibili (e probabili) scenari ai quali andava incontro la Gran Bretagna. E avvertimmo in merito a un autunno molto delicato, con pesanti ripercussioni sulla Sterlina e, ovviamente, sulla società civile di quei luoghi.

Cosa che si sta puntualmente verificando.

Beninteso, nessuna capacità particolarmente acuta nel fare una analisi del genere, semplicemente la voglia di leggere i dati per quelli che erano (e sono). Il motivo è comune a molti paesi europei (e anche altrove): c'è bisogno di ridurre il disavanzo pubblico. Di qui l'esigenza, come ti sbagli, di un piano molto drastico di riduzione della spesa. I dettagli si sapranno il 20 ottobre, ma qualche notizia inizia a trapelare. 

Uno dei punti più importanti riguarda il taglio dei contributi ai nuclei familiari, e il governo è pronto a introdurre un tetto (si parla di 500 sterline alla settimana) a tali sussidi fino a ora concessi alle famiglie colpite dalla disoccupazione (già pesante). E stiamo parlando di circa 50 mila famiglie in tutto il Paese. Nello specifico - ed è qui che si capisce la cosa - sarà impedito l'accumulo dei vari sussidi attualmente erogati, come la riduzione della retta per la mensa scolastica dei figli, gli abbonamenti per i trasporti pubblici o l'assegnazione delle case popolari. E ancora: oltre 1.2 milioni di contribuenti, con fascia superiore alle 44 mila sterline all'anno, non riceveranno più il contributo per la nascita dei propri figli. Ed è solo l'inizio.

È utile accendere la luce su quanto avviene perché, lì come altrove, come si vede e come era facile immaginare, alla fine il sacrificio più grande per trovare soluzioni (comunque inutili, come sappiamo) al fine di ridurre i debiti dei vari paesi, vanno sempre a finire sulle spalle dei cittadini. 

Il caso Grecia, come scrivemmo, era insomma il primo di una lunga serie che si sarebbe verificata sia in Europa sia altrove. I casi di declassamento per lo stesso motivo di Portogallo e Spagna sono lì a dimostrarlo. E presto verrà la volta dell'Italia, malgrado lo strenuo - e un po' ingenuo - tentativo di Tremonti di far rientrare nei calcoli generali della Unione Europea non solo i debiti pubblici dei paesi ma anche quelli privati. È vero che gli italiani, a titolo privato, sono meno indebitati dei cittadini di altri paesi (gli statunitensi hanno la palma d'oro, in proposito), ma ciò significa utilizzare come risorsa una virtù privata per sostenere delle debolezze statali, che è un giochino che con capacità economiche e finanziarie, a livello di governo, ha poco a che fare, converrete. Si tratta più che altro di un escamotage.

Ricordiamo tutti, spero, quando il nostro geniale Berlusconi, anni addietro, provò a far passare l'ipotesi di una legge in grado di permettere ai cittadini italiani di impegnarsi la casa per poter accedere a prestiti. Da spendere in merce e consumo, ovviamente. Così come le pubblicità, partorite dagli stessi ambienti, in cui chi acquistava veniva ringraziato da altri cittadini, perché "stava aiutando l'economia" (naturalmente, chi non poteva materialmente comperare, si sentiva non solo "povero" ma anche disagiato e denigrato, visto che non aiutava l'economia).

Di questo si tratta, tornando all'origine: molto più che aiutare i cittadini, l'economia è aiutata - non si capisce perché - proprio da chi dovrebbe essere aiutato. Paghiamo e pagheremo direttamente (vedi Grecia, Gran Bretagna e tutti gli altri) per ciò che l'economia e la finanziarizzazione hanno distrutto. Con una eterogenesi dei fini che è alla base di questa crisi.

Verrebbe voglia di tirare fuori un bazooka ogni volta in cui si sente un politico e un economista giurare sulla ripresa dei consumi, lo sviluppo e la crescita, per uscire dalla crisi (che è causata proprio, tra le altre cose, da consumo, sviluppo, e crescita).

 

Valerio Lo Monaco

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