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Terre rare. La Cina punta i piedi

Pechino decide di diminuire le esportazioni. Usa ed Europa insorgono e sollecitano l’intervento del Wto in nome del libero commercio internazionale

Diciassette elementi chimici hanno acquisito un’importanza cruciale per lo sviluppo della tecnologia avanzata. Dalla produzione più futile di cellulari, computer, televisori e batterie, a quella più sofisticata di radar, missili e leghe spaziali, le cosiddette “terre rare” sono diventate una risorsa essenziale, visto che non possono essere sostituite da altri materiali. Se venissero meno, settori strategici come le industrie high-tech, quelle aerospaziali e soprattutto l’intero apparato della moderna difesa militare, non avrebbero modo di progredire e, nella migliore delle ipotesi, rischierebbero di bloccarsi. 

La Cina copre il 97% del fabbisogno mondiale di questi minerali. Il problema, secondo Pechino, è che l’attuale sfruttamento intensivo di queste risorse non è stato ancora regolamentato, e che l’estrazione è dannosa per l’ambiente. Perciò, il governo cinese starebbe cercando un modo sostenibile per sfruttarle, in modo da evitare che queste risorse così preziose possano esaurirsi troppo in fretta e comprometterne il commercio, ovverosia il ricco business nelle mani del gigante asiatico. Da qui la decisione di limitarne le esportazioni, determinando un rilevante aumento dei prezzi, e l’immediato allarme delle potenze occidentali. Anche se il Ministero del Commercio cinese fa sapere che la Cina «continuerà a fornire terre rare al mondo», gli Stati Uniti e l’Europa hanno deciso di presentare il caso alla corte del Wto in quanto ritengono che «le restrizioni alle esportazioni di importanti materie prime sono in palese violazione del commercio internazionale». 

Gli Stati Uniti hanno chiesto varie consultazioni con la Cina su questo tema». Secondo il rappresentante del Commercio Usa, Ron Kirk, «le misure della Cina sembrano essere parte di una politica industriale preoccupante, volta a fornire sostanziali vantaggi competitivi per le industrie cinesi». Fino a qualche tempo fa, ad usufruire degli stessi privilegi erano sia gli Stati Uniti che l’Europa, i quali importavano grandi quantitativi di minerali dalla Cina, avvalendosi proprio dei prezzi particolarmente vantaggiosi. Cos’è cambiato da allora? Che le “terre rare” sono utilizzate anche per la produzione di turbine eoliche e Pechino vuole specializzarsi proprio nello sviluppo delle energie rinnovabili. La Cina, quindi, difende a spada tratta le restrizioni che ha deciso di adottare, con il pretesto che l’eccessiva estrazione possa provocare rilevanti danni ambientali. Quanto alla denuncia al Wto, viene liquidata come «ridicola e inaccettabile», soprattutto alla luce del fatto che «ogni paese ha il diritto di conservare per il futuro una parte delle proprie riserve strategiche, indispensabili per il futuro di una nazione». 

Se gli Stati Uniti e L’Europa continuano ad accusare la Repubblica Popolare, quest’ultima, come ha affermato un ricercatore del Ministero del Commercio cinese, avrà tutto il diritto di fare altrettanto «presentando una denuncia sul sistema di riserve di risorse strategiche degli Stati Uniti, in particolare del petrolio». Ma l’effetto domino pare comunque iniziato. Mentre la compagnia americana Molycorp, dopo essere stata chiusa nel 2002 per problemi ambientali e perché non era competitiva, riapre giovandosi dell’aumento delle sue azioni, determinato proprio dalla restrizione dell’export cinese, Usa ed Europa si rivolgono ancora una volta al Wto, sollecitando che ci si riunisca per discutere e risolvere il problema. Ma il responso non arriverà prima del 2011 e, considerate le premesse, non c’è da aspettarsi nulla di buono. 

Uno studio dello stesso Wto ha esaminato le «restrizioni alle esportazioni di materie prime strategiche ed il loro impatto sul commercio e sulla fornitura globale». Secondo questa indagine, «le restrizioni all’esportazione possono essere applicate per le seguenti ragioni: la protezione dell’ambiente, la conservazione delle risorse naturali, la protezione delle industrie a valle». Tuttavia, «per essere efficaci nel raggiungimento di obiettivi come la conservazione delle risorse naturali e la protezione dell’ambiente, le restrizioni alle esportazioni dovrebbero incidere sui livelli di produzione». Cosa che la Cina non sembra essere intenzionata a fare. Non diminuirà la quantità di “terre rare estratte”, come è stato più volte ribadito da diversi funzionari di Pechino. Piuttosto ne aumenterà l’utilizzo ed il consumo interno. Per sviluppare sia il settore hi-tech, sia quello delle energie rinnovabili. Sia, e forse soprattutto, la sua difesa militare.

 

Pamela Chiodi

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