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Il silenzio di Obama sul Kashmir

Il presidente Usa tace sulla violazione dei diritti umani da parte del governo di Nuova Dehli. Per non ostacolare gli accordi economici con l’India

Ha espresso solo un giudizio: «Il Kashmir non può essere considerato parte integrante dell’India», ha detto durante una conferenza la scrittrice e attivista per i diritti umani Arundhaty Roy. Per tutta risposta, il “democratico” governo indiano decide di aprire un procedimento giudiziario per sedizione, e la «traditrice» e «terrorista», Roy s’è vista la sua stessa casa assediata dai militanti del BjP, il partito nazionalista hindu, contrario all’autonomia del Kashmir. 

«Nei giornali c’è chi mi accusa di fare “discorsi d’odio”, di voler mandare a pezzi l’India. Quello che dico, invece, nasce dall’amore e dall’orgoglio. Nasce dal fatto che non voglio che le persone siano uccise, stuprate, imprigionate, che vengano loro strappate le unghie per costringerli a dire che sono indiani. Viene dal fatto che voglio vivere in una società che si sforza di essere giusta. Pietà per la nazione che deve mettere a tacere gli scrittori che dicono quello che pensano. Pietà per la nazione che ha bisogno di mettere in prigione chi chiede giustizia, mentre gli assassini comuni, gli assassini di massa, i truffatori delle corporazioni, i saccheggiatori, gli stupratori e tutti quelli che depredano i più poveri dei poveri viaggiano liberi»

La Roy, così come i kashmiri che chiedono l’indipendenza, si aspettavano che Obama, durante la sua visita a New Delhi di lunedì scorso, cercasse di risolvere la questione. Lo aveva promesso nel 2008, quando era in corsa per la Casa Bianca e dispensava promesse qua e là. Per l’ennesima volta, il presidente tradisce la parola data. «La soluzione della crisi in Kashmir riguarda solo India e Pakistan, che hanno interesse alla stabilità nella regione», ha dichiarato. E mentre “bacchetta” il premier Manmohan Singh, ricordandogli che non può più ignorare le violazioni dei diritti umani nella vicina Birmania, chiude gli occhi proprio su quelle commesse dalla stessa India. 

Il Kashmir, infatti, è un territorio conteso tra New Delhi ed il Pakistan, paesi rivali da sempre ed entrambi dotati di armi nucleari. Una risoluzione dell’Onu, la numero 47, adottata dal Consiglio nel ’48, stabilisce che sia il governo pakistano che quello indiano devono ritirare le proprie truppe dalla regione, ad eccezione, per l’India, di quelle necessarie per il supporto al potere civile e per il mantenimento della sicurezza. 

In più, attraverso un referendum, i kashmiri avrebbero dovuto decidere a quale dei due paesi aderire. Niente di tutto ciò è stato fatto. 

Da allora il Kashmir, composto da musulmani, cristiani, buddisti, sikh, che per secoli hanno convissuto all’insegna della reciproca tolleranza, tanto da essere definiti da Gandhi «un raggio di speranza nell’oscurità», lottano fra loro. E contro il governo indiano che ha assediato il territorio a tal punto da essere uno dei più militarizzati al mondo. Si parla di oltre settecentomila soldati. 

Quella dei kashmiri è una ribellione relativamente pacifica. Scendono in piazza armati di pietre, e i militari rispondo all’attacco con le pallottole, che hanno causato oltre settantamila morti, e circa cento negli ultimi mesi. Le torture sono all’ordine del giorno. «Un ragazzino mi ha raccontato che quando tre suoi amici sono stati arrestati per avere lanciato pietre, la polizia ha strappato loro le unghie: tutte le unghie di entrambe le mani», dice la “terrorista” Roy. 

Ma queste sono solo sciocchezze, o farneticazioni, se confrontate con gli affari che l’India sta per concludere con gli Usa. Nei prossimi anni, avverte Obama, New Delhi potrebbe diventare un membro permanente all’interno del Consiglio di Sicurezza Onu e nel frattempo, diversi colossi americani specializzati in armamenti, come la Boeing e la Lockheed Martin, sono attratti dal mercato asiatico in forte espansione. Secondo il quotidiano Herald Tribune «ogni anno l’India aumenta la spesa militare del 7-8% e nei prossimi anni potrebbe arrivare a spendere, per l’acquisto di armi, fino a 80 miliardi di dollari». Un bocconcino allettante per gli Usa, che ne sottraggono una parte cospicua alla Russia, la tradizionale rifornitrice di equipaggiamenti militari. 

La mossa, però, potrebbe rivelarsi pericolosa, o quantomeno destabilizzante per i rapporti che gli Stati Uniti hanno con il Pakistan. «Ci aspettiamo che l’America usi la sua influenza per spingere l’India nella direzione dell’avvio di un dialogo pacifico sulla questione del Kashmir», aveva affermato l’ex ambasciatore pakistano negli Usa, Tariq Fatemi. «Un tentativo di dare influenza all’India sarà inaccettabile per il Pakistan», dichiara un altro ex ambasciatore pakistano. Obama ha ignorato entrambe le richieste.

 

Pamela Chiodi

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