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La nuova generazione di Al Qaeda

Al posto di Osama Bin Laden e del suo vice Al-Zawahiri emergono altri leader. Che puntano moltissimo sui mezzi di comunicazione, a cominciare da internet

Un’interessante inchiesta di Repubblica delinea il nuovo panorama di Al Qaeda. Che, ben lontana dall’essere stata scardinata e dispersa dai conflitti scatenati in Medio Oriente dagli USA dopo i fatti dell’11 settembre 2001, starebbe conoscendo un periodo di riorganizzazione, tanto ai vertici quanto nel radicamento territoriale di base. Che fine abbiano fatto Osama Bin Laden e il suo vice Al-Zawahiri nessuno lo sa. Entrambi sono lo spauracchio dell’occidente: dagli anni ’90 sono i protagonisti delle sentenze jihadiste contro “ebrei e crociati”, e le loro attività terroristiche, quelle vere e quelle presunte, sono la giustificazione corrente alle invasioni Usa in Afghanistan e Iraq, dove i due parrebbero nascondersi e gestire il proprio quartier generale. Per lo meno, questa è la versione statunitense, utilizzata infatti come casus belli per scatenare la guerra contro “l’Impero del male” dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Oggi il panorama sembra però cambiato. Le figure dei due leader storici sbiadiscono in qualcosa di mitologico e controverso, e nel frattempo una nuova generazione di jihadisti emerge al loro posto. Persone di 30/40 anni, con una formazione ed esperienze diverse. Quello che sembra aver preso in mano le redini di Al Qaeda è Anwar Al-Awlaki, 39 anni, di nazionalità americana e genitori yemeniti. Sviluppa il suo estremismo a partire dal movimento wahabita, di cui fa parte, e dopo l’11 settembre si sposta dagli USA a Londra, e infine in Yemen. Lì il suo primo referente è Nasir Al-Wahishi, 34 anni, ex segretario di Osama Bin Laden, riparato nel sud dell’Arabia all’arrivo degli americani, e lì divenuto leader della cellula locale. Lo affiancano alcuni vecchi compagni di battaglia, tra cui un reduce da Guantanamo, Said Al-Sihri (37 anni), e Qassim Al-Raimi (31 anni), architetto dell'ultimo complotto, quello del toner esplosivo destinato a incendiare i cieli di Chicago. La linea rossa che congiunge la nuova lotta jihadista connette poi un ultimo referente a copertura dell’area del Maghreb: Abdelmalek Droukdel, 40 anni, algerino, una spina nel fianco del governo locale e incubo della Francia.

Questa nuova generazione porta con sé una diversa consapevolezza, un concetto di jihad che non rifiuta i mezzi di comunicazione più sofisticati. Le traduzioni in inglese di testi e prediche fondamentaliste circolano su Facebook e YouTube, o su CD reperibili nei mercati mediorientali, nordafricani e nel Corno d’Africa. I toni restano sanguinari e rabbiosi. Così Qassim lo scorso gennaio si rivolgeva agli USA, in una sua predica: «Ci avete attaccati nelle nostre case. Aspettatevi dunque di essere attaccati nelle vostre. Vi sorprenderemo alle spalle, arriveremo da destra e da sinistra, apriremo la terra sotto i vostri piedi».

Le loro predicazioni hanno già ispirato alcuni dei più recenti attacchi terroristici in occidente, e da questo nuovo gruppo, che ha saldato sul fronte fondamentalista un’area che va dall’Afghanistan al nord-Africa, passando per l’Arabia e la Somalia, provengono le nuove minacce rilevate dai servizi di intelligence. La politica d’attacco rimane quella di alto profilo, ma la nuova leadership non disdegna i “soft targets”. E mentre a livello teorico sembra essere tramontato il sogno di un califfato islamico, emerge l’esigenza di combattere gli infedeli, certo, ma anche di “reislamizzare” i musulmani d’occidente.

Se sembra chiaramente tramontata l’era dei “padri fondatori”, e pare ormai avvenuto un passaggio di consegne, ancora non è chiara la reale dimensione del fenomeno jihadista legato ad Al Qaeda, soprattutto rispetto all’ampia galassia islamica internazionale. Che si tratti di gruppi minoritari, per quanto agguerriti e pericolosi, è fuor di dubbio. Che siano loro ad aver orchestrato i più eclatanti attentati dell’ultimo decennio non è così scontato. Al netto delle teorie cospirazioniste sull’11 settembre, è da registrare la posizione, espressa qualche giorno fa a Press TV, del noto studioso americano Noam Chomsky, secondo cui l’invasione dell’Afghanistan non solo era illegale, ma addirittura criminale. E questo perché è avvenuta dichiaratamente per stanare ed eliminare Al Qaeda, ritenuta colpevole degli attentati al World Trade Center. Un’accusa mai provata, nonostante le richieste. Anzi, fa notare Chomsky, la stessa FBI, sei mesi dopo l’invasione dell’Afghanistan, ha dichiarato alla stampa di aver effettuato la maggiore indagine internazionale della storia, e che gli eventi dell’11 settembre risultavano ideati in Afghanistan, ma messi a punto in Germania e negli Emirati Arabi. 

Di fatto, nessuna evidenza è mai stata trovata sul coinvolgimento di Al Qaeda. Niente che potesse giustificare quanto è stato fatto in seguito, dai bombardamenti alle torture di Guantanamo.

 

Davide Stasi

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