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Lasciare Hollywood per Phnom Penh

Si chiama Scott Neeson: prima era il presidente della 20th Century Fox. Adesso fa volontariato a tempo pieno in Cambogia

Difficile immaginare un cambio di rotta più radicale: da presidente di una delle maggiori case cinematografiche alle pattumiere di Phnom Penh, capitale della Cambogia. Dalla vita del jet set a un quasi anonimato, in nome dell’umanità e della filantropia verso dei bambini indigenti che, per molti miliardari di Hollywood, neppure esistono. È la storia di Scott Neeson, 51 anni, una vita passata nel mondo dell'industria cinematografica. Da presidente della 20th Century Fox ha curato la distribuzione di film come Titanic, Braveheart e X-Men, tanto per citare qualcuna delle oltre 100 pellicole da lui prodotte.

Almeno in apparenza, non gli mancava niente. Successo, soldi a fiumi, forte esposizione mediatica. Notevole potere, anche: Hollywood agisce sulle menti di milioni di spettatori imponendo modelli di vita, atteggiamenti e ideologie. Il famoso “american way of life” deve molto alla propaganda assicurata dal cinema americano. Nel 2004 Neeson ottiene un incarico alla Sony, ma pochi mesi dopo decide di rinunciare alla carriera. Vende barche, auto e quant'altro, e se ne va a vivere in Cambogia. Sembra un colpo di testa. Invece è l’epilogo di un ripensamento progressivo. Prima della svolta, che lascia di stucco i colleghi, Scott aveva già avuto modo, in numerosi viaggi, di toccare con mano la drammatica situazione del paese asiatico e di rendersi conto che il mondo reale è ben diverso da quello che si osserva dai doppi vetri delle proprie ville. 

Quello che vede a Phonm Pehn lo convince ad agire: «Dovevo fare qualcosa». E qualcosa lo fa. Qualcosa di concreto che non ha nulla a che vedere con le donazioni di molti volti noti dello spettacolo che, spesso, sono solo un modo per tacitare la propria coscienza e per farsi un altro po’ di pubblicità. Neeson fonda il Cambodian Children's Food (CCF), un centro di assistenza che accoglie bambini orfani. Con il passare degli anni l'organizzazione umanitaria si rafforza e si estende il suo raggio d'azione; vengono garantite lezioni di inglese, khmer e matematica. Di recente è stata aperta persino una scuola per cuochi. In un'intervista, che si può leggere su www.concierge.com, Scott sostiene di sentirsi soddisfatto della sua scelta, e afferma che se gli fosse data la possibilità di tornare indietro di qualche anno non cambierebbe nulla di quel che ha fatto. Al giornalista del Sunday Times che, stupito, cerca di capire come abbia potuto abbandonare gli agi e il lusso di cui ha goduto per anni risponde: «Dopo undici anni di quella vita mi sentivo spento», e chiosa definendo inutile tutto quel che aveva. 

Molti si stupiranno, a sentirsi dire che non è esaltante vivere una vita che i più invidiano. Ma è uno stupore che può sussistere solo finché non si comprende il meccanismo perverso che regola il successo e il contesto in cui si muovono i cosiddetti vip. Il clamore dei media, i rutilanti elogi dei giornali e il fiume di dollari che gravitano attorno alle star o ai top manager di turno altro non sono che tributi a un'immagine fittizia. Che deve enfatizzare il fascino del potere e del denaro. Nella sfibrante corsa al successo ciò che conta è solo l'esteriorità, non l'essenza vera dell'individuo. A sostenere l'immagine, il nulla. Non attecchisce, in società come quella statunitense e più in generale nelle società industrializzate, l'idea che, al fondo, debba esserci l'uomo. L'uomo con i suoi valori, con una sua morale che tra paillettes e applausi comandati non trova posto. Lo Scott Neeson di oggi è finalmente soddisfatto, e non potrebbe non esserlo: uscendo dal raffinato girotondo di futilità e aiutando i derelitti ha ritrovato la sua umanità profonda. 

Anche in questa storia, però, si cela un rischio. L'ex presidente della 20th Century Fox ha dato un taglio netto al suo passato e sembra dimostrare una piena coerenza, dietro cui non si intravede la ricerca di un altro tipo di visibilità o di affermazione egoistica. Tuttavia, non deve passare l'idea che il rimedio alle diseguaglianze sociali e alla povertà debba venire soltanto dai gesti, encomiabili quanto vogliamo, di singoli individui. Inoltre, l'emulazione dell'impegno di Neeson è auspicabile solo a condizione che non si tratti di una copia esteriore. E quindi superficiale. O persino insincera. Fare una scelta come quella del fondatore del CCF implica la rinuncia definitiva a una serie di cose che – è lui stesso a dirlo – non sono affatto essenziali, ma sono presentate come tali dalla macchina pubblicitaria e consumistica. Non è la logica di Telethon. Non è un rito collettivo di purificazione una tantum, sotto le luci di scena dei media.  

 

Marco Giorgerini

 

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