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Secondo i quotidiani del 11/11/2010

Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura “L’offerta di bossi a Fini. Di spalla editoriale di Angelo Panebianco dal titolo “Cristiani invisibili”. In rilievo “E la Moratti ‘ricuce’ gli strappi di Roma” e “Manovra ridotta: salta il bonus energetico”. Al centro pagina “La battaglia d’Inghilterra degli studenti. Scontri a Londra per l’aumento delle imposte universitarie”. Accanto: “Il governo, 300 milioni e sospensione dei mutui per l’alluvione in Veneto”. Inbasso La pm di Ruby accusa: non autorizzai l’affido”. 

LA REPUBBLICA – In apertura: “Letta, il governo non durerà”. Di spalla: Draghi, subito nuove regole per la finanza”. In basso articolo di Jacques Attali “Il decalogo per salvare l’Italia”. Al centro pagina: “Ruby, il pm dei minorenni smentisce Procura e Maroni”. Più in basso: “Anche il Sud sott’acqua, per il Veneto arrivano 300 milioni”. In evidenza: “Londra, studenti in rivolta, assaltata la sede dei Tory”. 

LA STAMPA – In apertura: “L’ultimo rilancio di Bossi”. Di spalla editoriale di Michele Ainis dal titolo: “L’incubo della politica in stallo”. In evidenza: “Il caso Ruby, Pm dei minori contro Maroni” e “Finanziaria, Tremonti si ferma a 5,5 miliardi. Via libera anche da finiani e Udc”. Al centro pagina: “Londra, esplode la rivolta degli studenti”. In risalto anche “Il G20 a Seul, Obama respinge le critiche, la Cina rivaluta lo yuan”. E ancora: “La famiglia ai raggi X: gli uomini hanno un’ora di tempo libero in più”. 

IL MESSAGGERO – In apertura: “Letta: governo, prospettive strette”. Di spalla editoriale di Mario Ajello, “Basta svilire l’unità del Paese”. Al centro pagina: “Roma, la rimonta continua. Lazio, un’amara caduta”. Accanto: “Assenteisti alla Camera, chiesto il giudizio per diciassette dipendenti” e “Ruby, il pm dei minori contro Maroni e Procura: mai autorizzato l’affido”. In basso, sul delitto di Avetrana, “Sabrina e l’omicidio al maschile”.

IL GIORNALE – In apertura “Governo, si sfascia tutto”. Di spalla lettera aperta di Marcello Veneziani al capo dello Stato Giorgio Napolitano: “Caro presidente, adesso fermi il clima d’odio”. Al centro pagina: “Dal Fatto a Raitre, viaggio nelle vere fabbriche del fango”, “Crolli senza padre se al potere c’è il centrosinistra” e “E i giornali inventano la rivolta degli alluvionati”. In basso “Vogliono sfrattare i mariti dalla sala parto”. 

IL SOLE 24 ORE – In apertura “borse in allarme sull’Europa. Di spalla editoriale di Carlo Bastasin “Un Atlantico in piena tempesta”. Al centro pagina: “Guerriglia a Londra, gli studenti contro Cameron per l’aumento delle tasse universitarie”. In basso: “In finanziaria 5,5 miliardi per rilanciare lo sviluppo”. 

ITALIA OGGI – In apertura: “La manovra taglia il 55 per cento”. Al centro pagina: “Rifiuti tracciabili a 360 gradi”. In evidenza: “La gente crede sempre meno nelle lotterie. Per pagare i premi lo stato usa le riserve”. IL TEMPO – In apertura: “Biscottone per Silvio”. Al centro pagina: “Pier e Gianfry, scene di sbugoverno”. In evidenza: “Sicuri i titoli italiani. I bot non ballano il bunga Bunga”. In basso: “La Roma prende quota e la Lazio tocca terra”. 

L’UNITA’ – In apertura: “Sfiducia”. In evidenza: “Perla Genovesi e le 13 telefonate con la Russa” e “Sono i migranti ad aiutare il Veneto a spalare il fango”. 

IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “Da Arcore ai narcos”. Di spalla editoriale di Furio Colombo dal titolo: “La vita breve”. In evidenza: “La pm contro Maroni, mai data in affido Ruby”. Al centro pagina: “Napolitano vede nero, il governo appeso a Massidda”. In rilievo lettera di Marco Travaglio a Benigni: “Caro Roberto, datti una spettinata”. (red)

 

2. Governo, l’offerta di Bossi a Fini

Roma - Oggi l'incontro tra Fini e Bossi. L’offerta della Lega: "accordo politico di legislatura" con un governo Berlusconi bis dopo una "crisi pilotata", riforma della legge elettorale, federalismo fiscale, Senato federale. Ma Fini: il premier si dimetta, altrimenti via dal governo i ministri di Futuro e libertà. Napolitano: chi guiderà il Paese sia concreto. Una “visita istituzionale” la definiscono i dirigenti del Carroccio – si legge sul Corriere della Sera -, sebbene sia al capo del Fli che si rivolgeranno per proporre un ‘accordo politico di legislatura’ e per verificare se sia possibile arrivare a un Berlusconi bis attraverso una ‘crisi pilotata’. Ognuno deve far la propria parte nella commedia. Anche il premier — partito alla volta di Seul per il G20 — ha lasciato aperto uno spiraglio al «lodo Fini», come si fa quando non si dà credito a una trattativa assai complicata. I tre magi del Carroccio — nel solco del discorso pronunciato da Fini a Perugia — porteranno in dote al leader dei futuristi la proposta di una riforma della legge elettorale, legata però all’approvazione del federalismo fiscale e alla nascita del Senato federale. Bossi è consapevole che il presidente della Camera ha stretto un asse con Casini, e per venire incontro al suo interlocutore sosterrà che “non c’è alcuna preclusione” verso i centristi, “a patto che l’Udc voti a favore della riforma costituzionale federalista”, in modo da scongiurare il referendum confermativo. In quel caso il Senatur sarebbe favorevole all’ingresso di Casini al governo “ma in un secondo momento”. 

Sarà pur vero che la Lega (come il Pdl) è attraversata da un fiume carsico che sta segnando un solco generazionale, e che nella Lega (come nel Pdl) c’è chi è interessato a non rompere con Fini. Epperò al momento nella Lega (più che nel Pdl) tutti si muovono seguendo i dettami del capo. Con la sua mossa Bossi garantisce al Carroccio centralità politica e si propone come il salvatore della legislatura, offrendo al presidente della Camera la “discontinuità” che aveva chiesto, e garantendo al Cavaliere la “continuità” a palazzo Chigi che non smette di chiedere. Fini sarà preparato alla proposta — ne era già stato messo a parte da Maroni — e accetterà di stare al gioco, sebbene ieri abbia manifestato il proprio reale intendimento a Casini e Rutelli, con i quali ha parlato per oltre un’ora: “È tutta tattica”, ha commentato il presidente della Camera, dopo che Rutelli aveva liquidato l’offerta della Lega con un “fuffa”, suscitando l’ilarità di Casini. Il rito, però, impone un copione che va rispettato. Perciò Fini è pronto a definire “positiva” l’apertura della Lega sulla legge elettorale e «un passo avanti da tenere in considerazione» il ritorno dell’Udc nell’alveo dell’alleanza: “Ma...”. Ma per tenere aperto il gioco, dirà che la proposta “non è sufficiente”: “Intanto, di quale legge elettorale si parla?”. Poi partirà con un pesantissimo rilancio. Prima metterà in mora la linea “assolutista” di Tremonti: “Voglio sapere quale sarà il programma sull’economia, perché non possiamo andare avanti in questo modo”. Poi avviserà Berlusconi che non farà sconti sulla giustizia: “Voglio sapere che ne sarà del processo breve e del lodo Alfano”. Nulla a confronto delle condizioni che intende porre al premier sull’iter della crisi di governo, “perché sia chiaro — spiegherà Fini — che per quanto pilotata dovrà essere una crisi vera. Silvio non può pensare di ricevere il reincarico il giorno dopo. Si dovrà passare per vere consultazioni”. A Casini e Rutelli ha anticipato il suo discorso, “e qualora fosse vera l’offerta della Lega, voglio vedere se Berlusconi si dimetterebbe”. “Non lo farà mai”, hanno scommesso insieme. Ed è stato allora che Fini ha raccontato ai suoi nuovi alleati l’offerta appena ricevuta: “Mi è stato chiesto se avrei preso in considerazione l’ipotesi di due ministeri con portafoglio. Ho risposto che qualcuno non ha capito nulla e vive ancora sulla luna”. 

Il rito andrà pure rispettato, ma la strategia che Fini ha concordato con Casini e Rutelli prevede “il superamento del berlusconismo” e passa per una serie di mosse già stabilite. La prima è il ritiro della delegazione del Fli dal governo “dopo il rientro del premier dal G20 di Seul”, all’inizio della prossima settimana. La seconda è il voto a favore della legge di Stabilità, perché — come spiega Rutelli — “è un dovere morale raccogliere l’invito del capo dello Stato. E una nascente Kadima italiana deve mostrarsi come un’area politica di responsabilità”. Con l’approvazione della Finanziaria, il rito si sarà definitivamente consumato, “e a quel punto — anticipa Casini — o Berlusconi si dimetterà o verrà dimesso”. Perché “la proposta della Lega sarà pure interessante”, perché “viene riconosciuto il problema della legge elettorale”, tuttavia “l’iniziativa è destinata a fallire”. L’alleanza tra il leader dei centristi e il capo dei futuristi appare solida, sembrano rimosse le storie tese del passato, le aspre polemiche che seguirono l’ingresso di Fini nel Pdl, una scelta vissuta a quei tempi da Casini come una “ferita personale prima ancora che politica”. Oggi l’obiettivo comune è detronizzare il Cavaliere, ed è pressoché certo che riescano a imporgli la crisi. Ma è difficile che arrivino a sostenere un suo reincarico, sebbene il capo dei centristi debba fare i conti con le forti pressioni che gli giungono dal mondo della Chiesa. 

La crisi viene data per scontata ormai da tutti, tra il serio e il faceto ieri l’ha ammesso anche Gianni Letta. Cosa potrà accadere dopo non si sa. Nella Lega si disegnano tre scenari: che Berlusconi tenti di costruire una nuova maggioranza in Parlamento, ipotesi malvista dal leader del Carroccio; che si vada alla "crisi pilotata", ipotesi remota; e infine che si vada a una «crisi al buio». Un autorevolissimo dirigente leghista teme che a quel punto si possa scivolare verso un governo senza Berlusconi, che «Silvio faccia la fine di Craxi». Così dicendo, dà corpo ai sospetti che il Cavaliere possa essere abbandonato al suo destino dagli alleati. Ma è Bossi che detta la linea, e non ci sono segni di rottura nel suo rapporto con il premier. Insieme possono ancora arrivare alle elezioni. (red)

 

3. Governo, Letta: Prospettive ristrette. Poi si corregge

Roma - “Colpo di scena: da ieri parla per esprimere il suo pessimismo sul futuro dell’attuale governo persino Gianni Letta, finora il più silenzioso e tenace pontiere di Berlusconi. “Questo governo che rappresento pro tempore - ha detto infatti Letta a un convegno dedicato all’Europa tra dieci anni, con trasparente ironia - ha prospettive molto più brevi del 2020, e in queste ultime ore sembrano restringersi non ad anni, ma a periodi e misure di tempo più contenuti”. Una battuta, dirà poi. Ma l’intera politica italiana ha drizzato le orecchie . si legge su La Stampa -. Se persino Letta molla, allora davvero tutto è finito. D’altra parte non è un mistero che l’uomo sia al centro di una fitta trama di contatti da giorni. Ha sentito Fini più volte, ha salutato Berlusconi in partenza per la Corea, insieme hanno ragionato sui possibili esiti di una crisi pilotata, magari l’ipotesi di un governo con l’Udc come chiede il presidente della Camera, poi è andato al convegno sulle telecomunicazioni e ha esternato. “Le prospettive di vita del governo sembrano essere brevi”. Molti ministri stessi sono rimasti di stucco. “Letta - ha subito commentato Paolo Romani - è un punto di riferimento ed è sempre informatissimo su tutto, dopodiché penso che una battuta gli si possa consentire...”.

L’incognita del Quirinale. Anche il Presidente della Repubblica è tornato a manifestare la sua preoccupazione per il futuro, definendo questi giorni “una fase di grande incertezza” che presenta “molte incognite”. “Chiunque sarà chiamato a governare ancora, o a governare nuovamente, dovrà affrontare le problematiche concrete del Paese”. Incontrando i sindaci italiani ha esortato ad attuare il federalismo fiscale (“Un dovere”), ma “col massimo equilibrio e con tutti gli aspetti che possano garantire l’efficienza, la solidarietà e l’Unità del nostro Paese”. Lo strappo di Granata. Uno che nel Fli da tempo spinge per la rottura definitiva con il Pdl è Fabio Granata. Ieri non stava nella pelle. “Domani (oggi per il lettore, ndr), probabilmente subito dopo l’incontro tra Fini e Bossi, se non succede nulla di nuovo, e non succederà nulla di nuovo, ritireremo la delegazione al governo”, annuncia esultante. Forse non andrà proprio così, ma poco ci manca.

Fini farà la sua mossa “nei prossimi giorni”. Così spiegano autorevoli fonti vicine al presidente della Camera, al centro di un tourbillon di incontri: al mattino si sente con Maroni, alle 15 vede Raffaele Lombardo, il Governatore della Sicilia, Lombardo e Casini a loro volta s’incontrano un’ora dopo, quindi sono Casini e Rutelli a raggiungere Fini nel suo studio per una riunione-fiume. Prove tecniche di rassemblement. In casa Udc, intanto, si dà per scontato che Letta abbia capito che ormai si va alla crisi, che anche Berlusconi s’è rassegnato, «ma la crisi non può essere pilotata, tantomeno da lui». E oggi ci sarà l’atteso incontro con Umberto Bossi. Il gran piglio di Bondi. Il ministro dei Beni culturali è nell’occhio del ciclone. L’opposizione ne chiede le dimissioni e anche il Fli fa sapere che un “passo indietro” sarebbe gradito. Ma il ministro si rivela un gladiatore: “Per Pompei ho fatto un grande lavoro”. Le firme del Pd. Il partito di Pier Luigi Bersani ha cominciato la raccolta di firme per la mozione di sfiducia all’esecutivo. “Poi vedremo tempi e modi dell’iniziativa”, dice il segretario. “Il nostro obiettivo - spiega - è di rendere evidente e formale la crisi”. Di Pietro è soddisfatto: “Finalmente, è l’unica cosa da fare”. (red)

 

4. Governo, Berlusconi insiste: Dimissioni? Non se ne parla

Roma - “Più di un ministro - e lo stesso Gianni Letta - hanno consigliato al premier di accettare l’idea di dimettersi, ottenere un reincarico dal capo dello Stato e pilotare la crisi di governo verso un Berlusconi-bis allargato all’Udc – si legge sul quotidiano La Stampa -. Questo per evitare che si arrivi ad un voto di sfiducia, perché in quel caso avrebbe il coltello alla gola. Con il rischio che Fini e Casini, insieme al Pd, riescano a formare un esecutivo tecnico o di transizione, anche con il sostegno di quei senatori del Pdl che non vogliono andare a casa. E magari può succedere che lo stesso Bossi, per salvare il federalismo, non sia più disponibile a rimanere l’unico alleato nella cittadella assediata. “Se non sei d’accordo con questa ipotesi - gli hanno detto questi ministri - nessuno di noi ti tradirà e mai si renderà disponibile per un altro governo”. Insomma, Tremonti - nè altre figure istituzionali come il governatore di Bankintalia Draghi - non troverà dentro il Pdl una sponda. Ma il Cavaliere non sente ragioni, non si dimette e tira dritto. E’ arciconvinto che Fini non abbia interesse a fare un accordo, che non possa più tornare indietro dopo il discorso di Perugia. “Vuole farmi dimettere per poi farmi fuori definitivamente e io non avrò più l’autorevolezza e la forza di chiedere le elezioni. Poi Fini sa benissimo che Bossi non ha un mandato a parlare a mio nome e quindi l’incontro non porterà a nulla”. Allora, ha spiegato ieri prima di partire per Seul dove parteciperà al G20, quale percorso ha in testa. 

Verrà messa la fiducia sulla legge di stabilità sia alla Camera sia al Senato. Poi verranno sostituiti i ministri e i sottosegretari del Fli che si dimetteranno nei prossimi giorni. Saranno riempite quelle caselle lasciate vuote da Romani, diventato ministro dello Sviluppo economico, dal finiano Viespoli che ha scelto fare il capogruppo Fli al Senato, e di Cosentino che si è dimesso dopo la nota vicenda dell’inchiesta giudiziaria. Insomma un rimpasto e nuove poltrone da elargire ai quei senatori incerti, in odore di passare con il nemico. A quel punto Berlusconi andrà proprio a Palazzo Madama a chiedere la fiducia, che in questo ramo del Parlamento dovrebbe ottenere. Mentre alla Camera la maggioranza di centrodestra non ci sarà più. A quel punto si aprirà la crisi e Berlusconi potrà chiedere a Napolitano di sciogliere le Camere perché non è possibile formare un nuovo governo. E’ tutto così semplice e lineare? Ieri le parole del capo dello Stato, soprattutto quando ha detto che “chiunque sarà chiamato a governare, ancora o nuovamente, dovrà fare i conti con i problemi concreti”, hanno messo in allarme lo stato maggiore del Pdl. Sono state interpretate come la disponibilità del presidente della Repubblica a valutare la possibilità di fare un altro governo. Come se al Colle si sapesse che ci sono manovre e numeri ben precisi, anche al Senato, per archiviare Berlusconi. E questo farebbe crollare il percorso indicato dal premier prima di partire per Seul. Tuttavia il Cavaliere non cede, non si dimette. “Del resto - spiega Osvaldo Napoli - quali garanzie ha da Fini se molla? E’ chiaro che si insiste sulle sue dimissioni perché c’è sotto qualcosa. Non c’è motivo di fare un Berlusconi-bis quando si può rilanciare il governo con un patto di legislatura, un rimpasto e l’allargamento all’Udc, se Casini ci sta”. 

E’ il ragionamento che il premier ha fatto ieri mattina a Palazzo Grazioli. “A Fini ho offerto il patto di legislatura e ho riconosciuto Futuro e Libertà. E’ quello che chiedeva lui, ma poi a Perugia ha detto che non gli sta più bene. Come posso fidarmi di uno che alza sempre l’asticella? Ha aperto una crisi extraparlamentare e io devo andare in Parlamento a dimettermi? E’ chiaro che si tratta di una richiesta irricevibile. Questo è quello che al posto di Bossi io direi a Fini”. Per Berlusconi sarebbe “assurdo sottoporsi a una richiesta ultimativa da parte del partito più piccolo della maggioranza che non dice voglio un ministro in più, ma voglio allargare ad un altro partito”. Insomma, ha aggiunto il premier, “se cedessi chiunque potrebbe farmi qualsiasi tipo di ricatto. A questo punto è più facile dire agli elettori “andiamo a votare”. Sono sicuro che Bossi non ci tradirà”. A quel punto il Cavaliere si giocherebbe il tutto per tutto, e se venisse fuori un governo tecnico contro chi ha vinto nel 2008 le elezioni verrebbe scatenata la piazza: “Mi farò una bella campagna elettorale dall’opposizione mentre l’Armata Brancaleone dei traditori si arrabatterà a trovare un accordo”. Ecco perché Gianni Letta, dopo aver visto in gran segreto Fini, ha detto che le “prospettive sembrano restringersi”. (red)

 

5. Berlusconi tentato dal bis ma teme il trappolone di Fini

Roma - “Maledetta Corea. Questa doveva essere una giornata di passaggio, senza grandi scossoni, invece gli avversari di Berlusconi hanno approfittato del viaggio all’estero del premier per organizzare uno scacco al re. Obiettivo: convincere il Cavaliere ad accettare una crisi pilotata – si legge su Il giornale -. Tutto è cominciato la mattina con una serie di manovre, incontri, minacce, trattative sottobanco più o meno diplomatiche. Bersani chiede a Fini il via libera per la sfiducia al governo. Non si aspetta un sì e invece l’ex alleato di Berlusconi dice: vai pure. Comincia la raccolta di firme. I finiani intanto fanno sapere che se il premier non fa un passo indietro e va al Quirinale ritireranno i quattro ministri. Non è la crisi, ma un attacco concordato. Granata scopre le carte e dichiara che, pur di abbattere Silvio, il suo partito è pronto a allearsi perfino con Vendola. Poi fa marcia indietro. Ma ha detto la verità. È per questo che Berlusconi non si fida. Anche nel suo partito c’è chi spinge per una crisi pilotata e un Berlusconi bis con Casini e finiani. Facile a dirsi. Ma se poi il premier sale sul Colle e al ritorno scopre che lo hanno ingannato? Che questa è una manovra di Fini solo per farlo fuori? Il sospetto c’è. Il Cavaliere chiede garanzie. Le chiede a Napolitano. Ma la risposta non è quella sperata. 

Il presidente osserva, fa il neutrale, si spende a favore della stabilità, ma non lancia segnali per un reincarico. Anzi. Dice che lui è pronto a certificare quello che le forze politiche gli mettono sul piatto. Se è un Berlusconi bis bene, se è un’altra cosa va bene lo stesso. Le elezioni invece restano l’ultima ratio. Il messaggio al Cavaliere è chiaro: cavatela da solo. "Chiunque sarà chiamato a governare ancora o nuovamente dovrà affrontare le problematiche concrete del Paese". Questo dice il Colle, e quel chiunque è un macigno. Berlusconi in Corea non sa di chi fidarsi. Teme che come nel ’94 gli apparecchino un ribaltone. L’istinto è giocarsi tutto con nuove elezioni. Ma gliele daranno? I suoi uomini, quelli che sono con lui da quindici anni, alcuni ministri, lo invitano a rimescolare le carte e allargare la maggioranza. Significa dare soddisfazione a Fini. Non la merita. È lui che ha buttato a mare un governo blindato e ora fa il salvatore della patria. Neppure in Parlamento, ma da Bastia Umbra e giocando tre parti in commedia: presidente della Camera, tutore della maggioranza e campione di tutti gli antiberlusconiani. È un po’ troppo. Incontri. Letta incontra Fini. Fini incontra Casini. Tutti incontrano tutti. Le ore corrono. E perfino Gianni Letta, con una mezza battuta, sostiene che i tempi del governo sono stretti. 

La palla passa alla Lega. Si aspetta l’incontro tra Bossi e Fini. L’appuntamento è oggi. Il Senatùr prova la mediazione, almeno per portare a casa il federalismo. Non è che si fidi proprio tanto di Fini, sa che gli tocca imbarcare nel governo i post democristiani di Casini (ancora più indigesti), ma spera nel miracolo. Solo che Fini in realtà mette sul piatto, con una scusa o con un’altra, non un Berlusconi bis, ma un Tremonti uno. È questa la sorpresa. Berlusconi prova il bis, non ci riesce e entra in campo la riserva. E qui si gioca tutta la partita. Bossi dovrebbe fargli una pernacchia. Berlusconi in Corea pensa all’ultima mossa. Serve un colpo d’ala. Andare al Colle o giocarsi tutto alle elezioni? In tutti e due casi ci vuole fortuna”. (red)

 

6. Richiamo di Napolitano, chi governerà sia concreto

Roma - “Quando arriva in Veneto è già quasi sera e sa perfettamente che a Roma si sta chiudendo un’altra giornata convulsa, per il governo, la cui sopravvivenza è ormai appesa a un filo. Così, nel momento di prendere la parola all’assemblea dell’Anci, convocata a Padova, il presidente della Repubblica va dritto al cuore della questione oggi più acuta, per lui – si legge sul Corriere della Sera -. In primo luogo fotografa questo tormentato passaggio politico, senza edulcorarlo: “Siamo in un momento di grandissima turbolenza, in una situazione di grandissima incertezza politica... c’è una grande tensione e ci sono molte contrapposizioni e incognite”. Poi, con una proiezione sul futuro prossimo, incalza: “Chiunque sarà chiamato a governare, ancora o nuovamente, dovrà fare i conti con i problemi concreti”. L’assemblea Anci Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ieri mentre saluta alcuni dei sindaci presenti Insomma, davanti alle emergenze che si sono acutizzate in questi ultimi tempi confusi, il Paese non può attendere. Dovunque sfoci la crisi, dalle cui possibili evoluzioni il capo dello Stato si tiene rigorosamente fuori per preservare la propria neutralità. L’Italia deve cioè reagire sia che Berlusconi riesca a resistere a Palazzo Chigi (così si spiega il “chiunque governi ancora”). Sia che cada e nasca subito al suo posto un diverso esecutivo («chiunque governi nuovamente»), tecnico o di transizione o pienamente politico o di qualunque altra possibile fisionomia. Sia che questo ipotetico e differente governo esca da una chiamata alle urne che decreti la fine della legislatura. In nessun caso, quindi, lo scontro che è in pieno svolgimento può giustificare l’inerzia. 

E, nella sua chiamata alla responsabilità, Napolitano aggiunge: “Tutte le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, devono dimostrare capacità propositiva di fronte ai problemi concreti del Paese”. Questo serve, per il presidente. Il quale sviluppa il proprio richiamo a trovare uno spirito bipartisan dopo aver elogiato una capacità consolidata e riconosciuta dell’associazione che riunisce gli ottomila sindaci italiani. Quella di lavorare insieme, su soluzioni e proposte condivise, evitando “l’autosufficienza e gli arroccamenti di parte”. Un metodo che, oggi come non mai, andrebbe a suo avviso applicato su scala nazionale, nello sforzo di “individuare i problemi da affrontare per il futuro del Paese”. Un metodo che, dice ancora con un esempio preciso, vede rispecchiato nei “lavori in corso da settimane e in cui sono impegnate le parti sociali, che stanno appunto producendo proposte da portare avanti”. 

Un metodo che, infine, andrebbe utilizzato in particolare nel dividere le risorse pubbliche, studiando “quali sono le risorse da tagliare, altrimenti... è solo un rimpallo di responsabilità, davanti a scelte ineludibili, che devono essere presenti a tutte le forze politiche”. Appunto, “di maggioranza e di opposizione”. Scelte come quelle per perfezionare gli adempimenti della legge sul federalismo fiscale, che “è un dovere attuare con il massimo equilibrio, senza compromettere efficienza, solidarietà e unità del Paese”. (red)

 

7. Pompei, Bondi sotto assedio alla Camera: “Non ho colpe”

Roma - “Quando comincia a parlare alla Camera Sandro Bondi, ministro dei Beni culturali, non fa che ripetere il ritornello degli ultimi giorni: “Se avessi delle responsabilità nel crollo di Pompei mi dimetterei. Anzi mi sarei già dimesso. Ed invece chiedere le mie dimissioni non sarebbe politicamente e moralmente giusto, non lo merito”. Sono le undici del mattino e la giornata a Montecitorio è appena all’inizio – si legge sul Corriere della Sera -. Finirà proprio con una richiesta esplicita di dimissioni del ministro Bondi. Ad esplicitarla il Pd, per bocca del segretario Pier Luigi Bersani: «Il crollo di Pompei ha fatto il giro del mondo e noi siamo certi che ci sono precise responsabilità del ministro». Il rischio è che questa mozione, alla fine, diventi la leva che davvero può scardinare il governo. Attorno a questa, infatti, si sta consolidando una maggioranza trasversale, anche se bisogna ancora calendarizzare la discussione e i tempi potrebbero allungarsi. In mattinata in Aula, subito dopo il discorso di Bondi, tutto era cominciato con l’ex ministro del Pd Walter Veltroni, il primo a parlare di dimissioni: “Non soltanto per Pompei, ma per lo stato in cui versa l’intera cultura italiana”. 

Fabio Granata, di Futuro e libertà, aveva poi fatto un discorso anche più duro contro Bondi (che è anche uno dei tre coordinatori del Pdl) rispetto a quello di Veltroni. Ma poi Granata più che chiedere le dimissioni in maniera esplicita aveva preferito un giro di parole: «Oggi abbiamo ricordato il ministro Lattanzio, colui che si dimise per la fuga di Kappler. Veda lei che deve fare, ministro: noi le chiediamo di assumersi le sue responsabilità fino in fondo». L’Udc in Aula non aveva invece dovuto faticare con le parole: “Sulle responsabilità del ministro Bondi ci accodiamo a quanto chiesto da Futuro e libertà”, ha detto Renzo Lusetti, anche lui con un discorso particolarmente critico verso il ministro dei Beni culturali. Dimissioni a tutto tondo sono state invocate dall’Italia dei Valori “perché Sandro Bondi in questi anni ha fatto finta di fare il ministro dei Beni culturali e anche in questa occasione sta mostrando la sua totale inadeguatezza”, ha decretato Massimo Donadi, capogruppo alla Camera. 

Ed è stato poi Dario Franceschini, capogruppo del Pd alla Camera, a raccogliere gli umori dell’Aula: “Il ministro Bondi tragga le conseguenze: la maggioranza del Parlamento vuole le sue dimissioni. Altrimenti toccherà a noi agire”. Bondi non ne vuole sapere niente e sul dibattito arriva la benedizione di monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della Cultura: “Il crollo di Pompei ci deve far vergognare, simbolo delle temperie del nostro tempo”. (red)

 

8. Pompei, crolli senza padre se governa il centrosinistra

Roma - "Certo, si sarebbe potuto fare di più e prima. Per esempio, seguire la geniale idea del sindaco di Pompei, l’ex piddino (da poco Udc) Claudio D’Alessio, che il 31 ottobre scorso, una setti¬mana prima dell’incidente, aveva proposto questa felice intuizione per la tutela dell’area archeologica: far scorrazzare i cavalli da corsa nelle rovine (“Sogno una gara ippica tra gli scavi”). Quisquilie passate inosservate – si legge su il Giornale -, perché quel che conta è impallinare il governo, farlo cadere con una mozione qualsiasi, ora che la crisi è dietro l’angolo. Quella sulle dimissioni di Bondi, ad esempio, l’unico e supremo colpevole del crollo a Pompei. A Ballarò il ministro è stato lin¬ciato, trattato come un incapace, sbeffeggiato. “Di chi è la colpa, se non del responsabile dei Beni culturali, eh?”, gli hanno chiesto, parandosi dietro la difesa del patrimonio culturale, nota passione degli archeologi Di Pietro e Urso. Bondi, praticamente circondato, ha reagito debolmente, ricordando che “crolli ce ne sono stati molti in passato, senza che nessuno chiedesse le dimissioni del ministro”. Ma l’arena dei talk show è molto più dura di quella dei gladiatori pompeiani, e quindi l’effetto è stato nullo. Peccato, perché il povero Bondi avrebbe anche ragione. Basta una ricerca negli archivi del suo ministero ed esce un elenco che dimostra un fatto evidente: la tutela del patrimonio artistico interessa alla politica solo quando serve a dare la colpa all’avversario, specie se è un governo di centrodestra, spe¬cie se capita in un frangente di crisi, specie se al ministero preposto c’è Bondi. Nell’aprile 2001, stante la veltroniana Giovanna Melandri ministro dei Beni culturali, vennero giù venti metri di Mura Aureliane all’altezza della Porta Ardeatina. “Roma si è svegliata senza un pezzo della sua storia”, scrisse il Messaggero.

Intervennero prontamente i pompieri, anche quelli cartacei filogovernativi di Repubblica , che diede mezza pagina alla scandalosa prova di incuria ma spense subito ogni possibile addebito alla ministra diessina: “Crollo Mura Aureliane. Colpa di una infiltrazione”, cioè colpa di nessuno. E poi sotto “Una commissione studierà le cause del crollo”, come dire: aumma aumma, non ne parliamo più. Neppure l’ombra di una richiesta di dimissioni, anzi, la Melandri non fu nemmeno nominata. Stessa cosa nel 2007, ancora governo ulivista (Rutelli ministro della Cultura, Veltroni sindaco di Roma), ancora Mura Aureliane. Crolla un capitello, vroom , nessuno fiata. Stesso mutismo qualche mese dopo, novembre 2007, quando crollarono altri 10 metri di Mura Aureliane (“Lo stesso tratto di parete era stato transennato il mese scorso su consiglio dei Vigili del fuoco", scrisse il Messaggero , testimoniando l’incuria). Mozioni contro Rutelli? Nemmeno mezza. Anche su Pompei c’è qualche dato da ricordare.

Le pareti delle domus non crollano da sole appena sanno che Bondi si è insediato al ministero, ma tendono a farlo sempre, causa totale disinteresse delle amministrazioni, soprattutto locali. Il direttore degli Scavi di Pompei Antonio D’Ambrosio ha fornito un elenco dei crolli che fa impressione. Ogni anno ha la sua croce, se non di più. Nel 2003 si stacca parte del soffitto del Thermopolium, crolla un pezzo di muro dell’Insula Occidentale, si infiltra dell’acqua che danneggia la Casa della Regina Margherita e l’ingresso dei Teatri, crolla un intonaco della Casa degli scienziati. Nel 2004, altro crollo all’Insula Occidentale e parziale crollo di muratura in altra parte del sito; 2006, viene giù parte di un muro del Vicolo delle Nozze d’argento. Nel 2008 ancora un altro cedimento, nel 2009 altri due. Mai nessuna polemica o richiesta di dimissioni. Neppure nel febbraio 2010, cioè epoca Bondi, quando crolla parte della Domus degli Augustali a Pompei, o a marzo, quando cede il soffitto della Domus Aurea a Roma.

Ma non c’era crisi di maggioranza, e allora perché interessarsi del patrimonio storico- artistico? Ma Bondi non dà i soldi, e anzi taglia, si dice, dimenticando che è il Tesoro a gestire le risorse. Non solo, il Sole24Ore racconta che il Sud ha usato solo il 5 per cento dei 5,9 miliardi dei fondi Ue per i beni culturali. “È il risultato di veti e interessi contrapposti tra lobby stratificate a livello locale”, scrive il Sole , che aggiunge: “Bondi fa bene a evidenziare un problema di capacità gestionale delle risorse”. Però, se lo dicesse dopo essersi dimesso sarebbe ancora meglio. Perché più, molto più del crollo di Pompei, interessa il crollo di Berlusconi. (red)

 

9. Il Pd lancia la sfiducia e marca i “congiurati”

Roma - “Abbiamo presentato la mozione di sfiducia su Bondi, ora stiamo raccogliendo le firme per quella al governo”. Alle 18 – si legge sul La Stampa -, quando nei Palazzi romani infuria il toto-governo, Pierluigi Bersani decide di rompere gli indugi e di lanciare il segnale che il Pd cavalca l’accelerazione impressa alla crisi dalle parole di Gianni Letta. E’ il culmine di una giornata vissuta sul filo del rasoio, in una fiera di sospetti che attraversano tutto il partito su Fini e Casini, forse tentati di giocare una partita in proprio per il “dopo” in tandem con la Lega. Dunque il Pd fa sapere di «avviare la raccolta di firme» per una mozione contro Berlusconi - già depositata da Di Pietro - come atto dovuto e ben sapendo che non sarà quella a decidere le sorti del governo. Nel conclave notturno a porte chiuse con i big, lo stesso Bersani svolge un ragionamento all’insegna della cautela per far capire che bisogna aspettare prima chiedere di votare una mozione del genere che Fini dia sufficienti garanzie. E quindi per depositarla in Parlamento ci sarà tempo, ma è il caso di battere subito un colpo. E proprio per marcare stretti i due delfini di centro-destra, alle undici di mattina l’aula di Montecitorio, vista dall’alto delle tribune mentre Sandro Bondi pronuncia la sua arringa di difesa, consegna una plastica fotografia del febbrile lavorio dei “congiurati”, che operano indisturbati nel vuoto pneumatico dei banchi di Pdl e Lega: gli scranni dei finiani sono pieni, Bocchino digita sms a ripetizione, Granata evoca le dimissioni di Lattanzio "quando scappò Kappler", per chiedere poi al ministro «un gesto di responsabilità»; sui banchi dell’Udc c’è lo stato maggiore al completo, Casini chiama al telefono Fini che presiede la seduta e scrive di suo pugno le ultime parole dell’intervento di Lusetti, "non possiamo non associarci alle richieste della maggioranza". 

E a controllare le mosse dei primi attori, sui banchi del Pd ci sono tutti quelli che contano, eccetto D’Alema: Bersani, Letta, Veltroni che parla a nome di tutti, Bindi e Franceschini. E la mossa finale del capogruppo Pd, l’annuncio di una mozione di sfiducia a Bondi, è non a caso concordata preventivamente con Fini e Casini che assicurano di votarla se tra dieci giorni, quando potrebbe essere messa in calendario, sarà ancora necessario. “Per come lo conosco - dice Casini a Bersani - Bondi si dimetterà da solo perché ha capito che altrimenti lo facciamo dimettere noi, quindi il problema di votare la mozione non si porrà”. Ma a scanso di equivoci, prima di annunciarla Franceschini ha voluto sentire Fini di persona, perché “non sono scemo, è chiaro che se ho chiesto le dimissioni so che loro le voteranno”. Ecco, quello che Enrico Letta considera “un affidavit abbastanza sicuro” sulla mozione Bondi che “può trasformarsi nel detonatore finale”, potrebbe anche essere trasferito sulla mozione contro il governo se questa tornasse utile, non si sa mai, al presidente della Camera nei prossimi giorni. In ogni caso, ci pensa D’Alema a ricordare "il richiamo del Capo dello Stato" e quindi se è vero che “la crisi deve essere portata in Parlamento, un chiarimento si impone solo all’indomani del varo della legge di stabilità”. 

E in mezzo a boatos di ogni genere su quali possano essere i candidati di un governo di transizione, nella plancia di comando del Pd c’è pure chi evoca un’ipotesi azzardata del tipo “e chi ci dice che non possa essere lo stesso Fini?”. Ipotesi poco verosimile certo, di sicuro temuta più che accarezzata, ma che da sola spiega quanto sia serrato il corteggiamento al presidente della Camera e quanto sia forte l’incubo di “lavorare per il re di Prussia» restando poi a bocca asciutta. Così come un altro segnale della volontà dei vertici Democrats di non mollare l’asse col “terzo polo” è il caso Sicilia, sollevato da Veltroni e da altri big che chiedono di staccare subito la spina alla giunta Lombardo. All’ex leader che invoca un sussulto di dignità, «perché non si può dare l’idea di essere disperati fino a questo punto”, Bersani risponde accettando la blindatura chiesta da Lombardo a Fini e Casini. E tutto questo dopo un vortice di riunioni di dirigenti siciliani piombati alla Camera per parlare con i loro capi-corrente e con i consiglieri regionali che combattono ventre a terra nell’isola per non tornare alle urne. (red)

 

10. Caso Ruby, scontro sulla notte dei misteri

Roma - “Si deve sapere che io non ho mai dato alcuna autorizzazione di affido della minorenne”. Rischia di essere il classico granello di sabbia in un ingranaggio giudiziario elicato: quello dell’inchiesta sulla prostituzione nelle ville del Premier – si legge su La Stampa -. Ma ieri il pm dei minori Anna Maria Fiorillo, ovvero il magistrato cui si rivolse la Questura di Milano per l’affido di Ruby-Karima, ha deciso che non ci sta. E a costo di andare contro il Procuratore della Repubblica Edmondo Bruti Liberati e il Ministro degli Interni Roberto Maroni, che invece hanno parlato di «procedure corrette», e di “caso ormai chiuso”, ha chiesto al Csm di essere tutelata. Una “tutela” che non si capisce bene come potrebbe essere esercitata visto che si sta parlando di un’indagine ancora aperta e nella quale il Consiglio Superiore della Magistratura, che oggi stesso convocherà sul caso il comitato di presidenza, dovrà valutare attentamente come intervenire. Anche perché, se il pm Fiorillo si presentasse come "parte lesa", potrebbe esserci il rischio in futuro di un trasferimento dell’inchiesta a Brescia, che diverrebbe competente per territorio. Sembra di capire insomma che il magistrato non voglia rimanere con il cerino in mano perché, sostiene, la sera tra il 27 e il 28 maggio, quando dalla Questura le telefonarono sul cellulare di servizio per chiederle se l’allora minorenne Ruby-Karima poteva essere affidata all’igienista dentale del premier e indicata quella notte dal Cavaliere come «l’incaricata della Presidenza del Consiglio» per occuparsi della giovane escort, lei come pm di turno non diede alcuna autorizzazione. 

Ma anzi, avrebbe detto che andava affidata a una comunità. E fa niente se i primi risultati dell’inchiesta, i cui approfondimenti sono stati condotti dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini in persona basandosi anche su una relazione inviata dal capo della Procura dei Minori, hanno concluso che la procedura identificativa di Ruby e il suo affidamento, almeno a livello di agenti e funzionari di turno, venne seguita correttamente, compreso il piano dei rapporti con il magistrato. Il pm Fiorillo si ostina a sostenere che le cose non andarono così anche se quella sera, a dirla tutta, i contatti tra Questura e pm avvennero solo telefonicamente e lo stesso magistrato ha dichiarato di non ricordarsi esattamente il contenuto di quelle telefonate. Evidentemente però ne ha ben presente il senso se ieri si è presentata davanti alle telecamere, che si trovavano al tribunale dei minori per altri motivi, e ha annunciato, che si sarebbe rivolta al Csm: “In quanto le parole del ministro Maroni, che sembrano in accordo con quelle del procuratore Bruti Liberati, non corrispondo a quella che è la mia diretta e personale conoscenza del caso”. 

E poi, ancora più dura: “Non dico più niente, parlerò eventualmente quando il Csm sarà intervenuto. Ma penso sia importante il rispetto delle istituzioni e della legalità, cose a cui ho dedicato la mia vita e credo profondamente. Proprio per questo rispetto, quando le vedo calpestate parlo, perché altrimenti non potrei più guardarmi allo specchio”. A irritare il pm sono state in particolare le parole del ministro Maroni alla Camera e al Senato nella sua relazione sui fatti alla Questura di Milano il 27 e il 28 maggio. Anche se poi nella lettera inviata al Csm ieri parla di semplici «discrepanze» da chiarire. Intanto le indagini sul giro di prostituzione che ha portato sul registro degli indagati l’impresario Lele Mora e il direttore del Tg4 Emilio Fede, nonchè la consigliera regionale Minetti, proseguono nel massimo riserbo. All’esame dei pm, in un fasciolo al momento ancora separato, le carte spedite da Palermo con i verbali di Perla Genovesi, ex assistente di un senatore Pdl e trafficante di droga. Nei tabulati e nelle intercettazioni raccolte dalla procura di Palermo, risultano ben 48 telefonate della donna ad Arcore, alcune delle quali dirette a cercare il ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi. (red)

 

11. Maltempo, al Veneto 300 milioni e prestiti agevolati

Roma - “Trecento milioni subito”. Il giorno dopo la visita nel Veneto alluvionato, il premier Silvio Berlusconi s’impegna “con una risposta immediata” alla richiesta di aiuto che arriva dalle popolazioni duramente colpite. “Successivamente ci sarà un intervento organico e saranno decise altre somme che dovranno essere destinate”, ha aggiunto Giulio Tremonti, poi premier e ministro dell’Economia sono partiti per il G20 di Seul. Ai 300 milioni – si legge sul corriere della Sera - si aggiungeranno i 700 milioni di euro messi a disposizione dalle banche attraverso prestiti agevolati per famiglie e imprese. Sono sospese anche le rate dei mutui per chi ha avuto casa allagata o lesionata. “Sono vicino alle popolazioni del Veneto che meritano di essere sostenute, mai come ora abbiamo sentito come fondamentali attente salvaguardie e umili cure”, ha detto il presidente Giorgio Napolitano, che ieri era a Padova e oggi incontrerà i sindaci dei Comuni alluvionati. Gli stanziamenti per il Veneto decisi da Berlusconi riempiono di soddisfazione il presidente della Regione Luca Zaia, che invece era a Roma. 

Ma il ministro delle Politiche agricole e forestali Giancarlo Galan, ex governatore veneto, commenta caustico: “Mi auguro che cessino i piagnistei dei miei concittadini e quella poco veneta lamentazione esibita da alcuni politici”. E ha aggiunto: “Come ministro è mio dovere ora richiamare l’attenzione del governo sul fatto che non c’è solo il Veneto a soffrire per calamità naturali devastanti”. Ma mentre la Procura di Vicenza apre un’inchiesta contro ignoti per disastro colposo, e il procuratore Salvarani fa acquisire tutta la documentazione relativa a previsioni meteo e procedura di allerta adottate per verificare se c’è stato un colpevole ritardato allarme, i politici veneti chiedono altri soldi. «Bertolaso parla di 500 milioni di danni? A noi risulta che siano almeno un miliardo, ecco perché i 300 milioni promessi dal premier sono solo una prima tranche», reagisce l’assessore regionale Daniele Stival, che era a Roma con Zaia. Il capo della Protezione civile Guido Bertolaso aveva fornito le cifre in un intervento alla Camera. In tempi di crisi economica e di tagli agli enti locali, però, il fiume di denaro che sta per arrivare in Veneto fa insorgere esponenti politici di Campania e di Calabria. «Vogliamo lo stato di calamità — ha detto il presidente della Provincia di Salerno, Edmondo Cirielli —. Non c’è solo il Veneto, noi siamo (red)

12. Manovra, Tremonti si ferma a 5,5 miliardi

Roma - “Meno tagli a Regioni e Comuni, nuovi fondi per missioni all’estero e università, proroga della cassa integrazione, niente più bonus del 55 per cento per le ristrutturazioni ecocompatibili degli appartamenti. E ancora – si legge su La Stampa -: carcere per chi froda le assicurazioni, nuove semplificazioni in materia di appalti pubblici ed edilizia. L’altro ieri Giulio Tremonti aveva detto alla sua maggioranza che per chiudere l’accordo sulla manovra c’erano cinque miliardi. Il saldo delle spese previste dal maxiemendamento alla legge di stabilità oscilla attorno ai 5,5 miliardi ma - come anticipato sabato scorso - resterà certamente sotto i sei. Per tutta la giornata il relatore in commissione Bilancio, Marco Milanese, ha mediato con i gruppi parlamentari e in particolare con la pattuglia finiana. Le grandi voci non cambiano, ma qua e là spuntano novità. I numeri più importanti sono per enti locali e Università. Quest’ultima avrà 800 milioni nel 2011 e 500 nel 2012: resta da capire se i fondi, come promesso dal ministro Gelmini, saranno utilizzati a fini meritocratici o se invece passerà l’emendamento finiano che chiede la promozione ope legis di 1.500 ricercatori l’anno. L’Università avrà poi cento milioni per i prestiti d’onore e cento per un credito d’imposta alle aziende che faranno ricerca tramite gli atenei. 

Quest’ultimo si ispira al modello inglese, e verrà concesso sottoforma di “buono fiscale”. Le Regioni ottengono la restituzione di parte dei fondi tagliati con la manovra triennale: ci saranno 425 milioni per il trasporto locale, i governatori del Sud sottoposti a commissariamento della sanità potranno sbloccare il turn-over sui dipendenti del 10 per cento. I Comuni avranno i 260 milioni venuti a mancare nel 2008 con l’abolizione dell’Ici sulla prima casa e un allentamento del “Patto di stabilità interno”: invece che su base annuale, potrà essere calcolato su tre anni. In buona sostanza, potranno fare più investimenti. L’altra voce importante è l’occupazione: in tutto 1,5 miliardi per prorogare i trattamenti di cassa integrazione e finanziare il fondo nazionale per le politiche sociali. Sembra confermata (ma ieri mancava ancora il dettaglio della copertura) la tassazione al 10 per cento del salario di produttività. 

Le missioni all’estero avranno nel 2011 750 milioni, 50 in meno del previsto. Il pacchetto sarà finanziato con quattro voci: la messa all’asta delle frequenze digitali, il fondo “Letta” di Palazzo Chigi (1,5 miliardi), e da un miliardo di nuove entrate: 500 milioni garantiti dalla voce “giochi” dei monopoli, altri 500 milioni da un’imposta sostitutiva sui leasing immobiliari delle società. Il Pd, attraverso il capogruppo in commissione Pierpaolo Baretta, parla di “manovra raffazzonata”. Che il governo non guardi lontano è difficile negarlo. Quasi tutte le voci sono una tantum, in alcuni casi, come il rifinanziamento dell’esenzione dei ticket sulla diagnostica, la proroga vale quattro mesi: giusto il tempo che potrebbe separarci da eventuali elezioni anticipate. Stessa sorte potrebbe toccare al rifinanziamento del cinque per mille. Qua e là spuntano micronorme ispirate: ad esempio Futuro e Libertà si è spesa per quella che dovrebbe garantire fondi alla stampa italiana all’estero. Nel maxiemendamento trovano però spazio anche norme a costo zero: si va da una nuova semplificazione per le procedure di inizio attività ad una stretta anti-frodi nelle assicurazioni. 

Ora i furbetti del collarino rischiano da sei mesi a quattro anni di carcere. Da stamattina la commissione bilancio della Camera riprende i lavori, il via libera al maxiemendamento arriverà entro la fine della settimana. Da martedì la manovra passerà all’aula. Dopo l’avvertimento di Giorgio Napolitano e l’appello di Tremonti, il rischio di nuovi incidenti pare scongiurato. La pattuglia finiana sembra soddisfatta, l’Mpa di Lombardo anche, Pier Casini e Francesco Rutelli, dopo un incontro con Gianfranco Fini, promettono «senso di responsabilità». Rimane il malumore del ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo per non aver ottenuto nuovi fondi per combattere il dissesto idro-geologico del Paese. Tremonti, nel frattempo volato in Corea per il vertice G20, incrocia le dita. (red)

 

13. G20, appello di Draghi: Subito regole contro instabilità

Roma - “Bisogna agire più velocemente nell'adottare le nuove regole sulla finanza per evitare il rischio di altre crisi. Il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi nella sua veste di presidente del Financial Stability Board, con una lettera, ha sollecitato i leader dei venti Paesi più ricchi del mondo che si riuniscono oggi e domani nella capitale coreana a sostenere con decisioni concrete il lavoro fatto fin qui dal Fsb su mandato proprio del G20. Nelle lettera inviata ai capi di Stato e di governo – si legge sul Corriere della Sera -, Draghi ha insomma chiesto una sorta di sigillo politico alle regole che dovranno poi essere materialmente attuate a livello nazionale. La “lezione” centrale di questa crisi, ha scritto il governatore, è che le autorità di supervisione e i regolatori “devono agire più velocemente e con maggiore coerenza rispetto al passato” per scongiurare l'emergere di “nuove minacce per la stabilità”. Ovvero nuove crisi. E' un appello, a dire il vero già condiviso in partenza da alcuni leader, fra i quali lo stesso premier Silvio Berlusconi che prima di partire per Seul accompagnato dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha esortato il G20 a prendere misure contro il rinascere della speculazione, soprattutto nel mercato delle materie prime. 

“Ritengo necessario definire e attuare regole migliori e una vigilanza più efficace sul funzionamento dei mercati finanziari e sul comportamento degli operatori, aumentare la trasparenza dei mercati e ridurre l'uso eccessivo della leva finanziaria, sia in risposta alla crisi, sia per fondare la crescita economica globale su basi più solide”, ha affermato Berlusconi nel memorandum inviato ai colleghi del G20. “Ci batteremo contro la speculazione”, ha poi aggiunto. Il pacchetto delle riforme della finanza è comunque già nutrito ed è ancora Draghi - che ieri l'agenzia britannica Reuters con un lungo servizio a lui dedicato ha rilanciato come candidato più autorevole alla sostituzione, tra un anno, di Jean-Claude Trichet alla presidenza della Bce - nelle sue comunicazioni ai leader politici a sintetizzarlo. 

Si parte dalla “pietra miliare” di Basilea3, con il rafforzamento dei requisiti di capitale per le banche, per proseguire con le regole necessarie ad evitare i rischi posti da quelle istituzioni (Systemically Important Financial Institutions o SIFI) che, “per la loro dimensione, per la loro presenza nei gangli più importanti del sistema finanziario mondiale, se in procinto di fallire verrebbero salvate a ogni costo”. Impegnando soldi pubblici. Si tratta quindi di accrescere la capacità di tali Sifi ad assorbire perdite ingenti senza entrare in crisi conclamata, e di permettere ai governi di lasciarle fallire quando è necessario. Sarà inoltre affrontata la questione della centralizzazione degli scambi dei derivati. Ed infine sarà discussa la revisione del ruolo delle società di rating. 

Restando alle banche “too big to fail”, l'Fsb ieri ha smentito di aver trasmesso al G20 una lista di tali Sifi. Si tratta, hanno specificato fonti dell'organismo internazionale, di vecchie formulazioni. In ogni caso, a quel che è dato di sapere, non ci sarebbero banche italiane fra le «troppo grandi» anche perché quelle transfrontaliere, come l'Unicredit, sono già sottoposte in Europa alla supervisione coordinata di appositi collegi. (red)

 

14. G20, la dottrina di Obama: aiutiamo la ripresa di tutti

Roma - “La cosa migliore che possiamo offrire oggi al mondo è un'economia americana di nuovo in crescita e capace di ridurre i suoi squilibri: le misure monetarie che abbiamo adottato servono a questo. Inutile lamentarsi se ciò provoca un indebolimento della nostra moneta: “La forza del dollaro dipende dalla forza dell'economia Usa”, che oggi lascia a desiderare. Vanno, invece, ridotti gli squilibri commerciali e finanziari internazionali che ci hanno costretto a fare ricorso a strumenti estremi – si legge sul Corriere della Sera -: i Paesi emergenti, Cina in testa, devono rendersi conto che “la loro nuova forza comporta anche nuove responsabilità, serve una nuova agenda per la cooperazione economica”. Non tutto è detto in modo così esplicito (la Cina non viene tirata in ballo direttamente), ma è questo il senso della lettera che, appena atterrato a Seul per partecipare al vertice autunnale del G20, il presidente americano Barack Obama ha inviato ai leader degli altri Paesi che partecipano al summit. Un messaggio dai toni pacati, in contrasto con durezza dei contrasti che in questi giorni dividono gli Usa dalla Cina e anche dalla Germania; parole con le quali la Casa Bianca prova a dare un indirizzo al vertice come già cercò di fare, con scarso successo, sei mesi fa, alla vigilia del G20 di Toronto. 

Sotto attacco per gli interventi della Fed (un'altra massiccia immissione di liquidità a sostegno dell'economia Usa) che stanno indebolendo il dollaro e rischiano di alimentare nuove bolle speculative, Obama ha dato al suo messaggio la forma di un appello alla ragione e, in qualche passaggio, non ha mancato di fare professione di umiltà. Ma la rotta del bastimento americano non cambia: la botta della crisi è stata grave per gli Usa e per tutto l'Occidente, ha cambiato i rapporti di forza con le economie emergenti. Che devono prenderne atto e agire con la consapevolezza che il loro maggior peso comporta anche maggiori responsabilità sulla scena internazionale. La mancata rivalutazione dello yuan non viene mai citata, ma è di questo che si sta parlando perché «i cambi delle monete dei Paesi emergenti», auspicabilmente determinati dal mercato, devono «riflettere la crescita sostanziale di quelle economie». Se ciò non avviene, gli squilibri finanziari tra le varie aree del mondo aumentano, «il buco si allarga e diventa sempre più difficile uscirne». Cina e Germania, i due Paesi esportatori col maggiore surplus commerciale, fin qui hanno respinto gli inviti a modificare il loro modello «export oriented», stimolando maggiormente i consumi interni e smettendo di accumulare riserve. Ieri per gli Usa è arrivata anche la beffa: un'agenzia cinese di rating ha abbassato i voti in pagella dei titoli del debito americano. Impensabile fino a pochi anni fa, la mossa non avrà un grande impatto sui mercati, ma è un altro passaggio col quale Pechino mette in dubbio la leadership economica di Washington. 

La risposta di Obama, come detto, è pacata: «Vogliamo rilanciare la nostra economia», ma «non getteremo di certo le fondamenta di una ripresa forte e durevole se gli americani smetteranno di risparmiare e ricominceranno a spendere con denaro preso a prestito». Insomma, non contate più sulla locomotiva americana e non illudetevi di poter ottenere una crescita stabile e bilanciata se ognuno continua ad andare per conto suo. Un appello che, con gli Usa più deboli e l'irritazione provocata dalle misure della Fed, ha possibilità piuttosto limitate di essere accolto, anche se Obama l'ha voluto ancorare al (debole) compromesso raggiunto dai ministri finanziari due settimane fa a Gyeongju. Gli Usa rischiano, anzi, un accerchiamento, per evitare il quale il presidente in questi giorni ha fatto lobby in Oriente, ottenendo il consenso di India e Indonesia alla sua linea economica. Ieri, poi il ministro del Tesoro Tim Geithner, stoppato a Gyeongju quando cercò di fissare un tetto (4% del Pil) per surplus e deficit commerciale di ogni singolo Paese, è tornato alla carica con nuove (e più blande) proposte con un articolo pubblicato dal «Wall Street Journal» e firmato anche dai suoi colleghi dei governi dell’Australia e di Singapore. (red)

 

15. Gb, studenti in rivolta: assaltata la sede dei Tory

Roma - Vetri infranti, poliziotti insanguinati, manganellate sugli studenti. Fuoco, fumo, barricate. Arresti e feriti. Rabbia e paura. Un pomeriggio di proteste come Londra non vedeva da anni sbiadisce in una sera di incertezza sul futuro – si legge su La Repubblica -. Finisce dunque col botto l´apparente pace sociale che aveva accolto i più pesanti tagli alla spesa pubblica nella storia del Regno Unito: oltre cinquantamila studenti marciano nel centro della capitale per protestare contro l´aumento delle tasse universitarie, approvato dal governo conservator-liberale guidato da David Cameron. Un aumento che triplica il costo dell´istruzione superiore, da 3 mila a 9 mila sterline (quasi 11 mila euro) l´anno, motivato con l´esigenza di ridurre drasticamente il deficit dello stato. Finora c´erano state critiche. Ieri volavano anche pietre. È la manifestazione studentesca più imponente in un decennio: bisogna tornare ai primi anni di Tony Blair, quando il suo governo laburista varò il primo aumento delle «tuition fees», le tasse d´iscrizione all´università, portandole da mille a 3 mila sterline l´anno. Le università britanniche sono le migliori del mondo, dopo quelle degli Usa, ma per mantenerne lo standard di eccellenza accademica servono più fondi, più docenti, più strutture, affermava Blair, sostenendo che lo stato non poteva accollarsi un peso simile. Una differenza è che allora, perlomeno, l´economia britannica era in pieno boom. Un´altra è che i cortei contro il primo aumento non causarono disordini. Stavolta, invece, con il Regno Unito reduce dalla grande recessione globale, un´economia ancora fragile e un governo di centro-destra che taglia la spesa pubblica del 20 per cento - nemmeno la Thatcher osò tagliarla oltre l´8 - va diversamente. La dimostrazione parte tranquilla, allegra, pacifica. Cartelli, slogan, fischietti: «No agli aumenti», gridano gli studenti, «solidarietà ai dipendenti pubblici», che perderanno, per via dei tagli, 500 mila posti di lavoro, ma che non sono ancora scesi a dimostrare nelle strade, limitandosi a qualche sciopero. L´eco dei manifestanti raggiunge l´aula della camera dei Comuni, dove in assenza del premier Cameron, in missione in Cina, e del capo dell´opposizione laburista Ed Miliband, in ospedale per la nascita del secondo figlio (prolifici in tutti i sensi, i leader britannici), duellano i loro vice. «Il governo scarica la crisi sugli studenti», attacca Harriet Harman, vice-capo del Labour. “E´ colpa di voi laburisti se abbiamo un deficit che indebita generazioni a venire”, replica il vice-premier Nick Clegg. «Sei mesi fa eri contrario a un aumento che portasse le tasse universitarie da 3 mila a 4 mila sterline, adesso difendi un aumento che le triplica, difendi l´istruzione universitaria più cara d´Europa», insiste la Harman. 

Clegg, leader dei liberaldemocratici, che per andare al governo si è rimangiato le promesse elettorali, vacilla. È la prima crepa nell´alleanza con i Tories, che l´anima progressista dei lib-dem vede come un patto col diavolo. Di colpo, fuori dal parlamento, cambia l´atmosfera. Migliaia di studenti danno l´assalto al «palazzo dei Tories»: Millbank Tower, un grattacielo sul Tamigi, quartier generale del partito di Cameron. All´inizio è un assedio gioioso. Poi diventa violento. «Colpa dei poliziotti, che ci hanno presi a manganellate», dice Clare Solomon, una dei loro leader. La polizia non si aspettava tanta furia. Non ha abbastanza agenti per contenere il corteo. Chiama rinforzi, ma arrivano tardi. Qualcuno l´accusa di essere impreparata. Difficile dire, in questi casi, chi tiri la prima pietra (o colpo di manganello). I dimostranti spaccano vetrine, occupano l´edificio, rompono tutto. Molti sono a viso aperto, senza passamontagna alla no global. La polizia risponde facendo cordoni e caricando. Scende la sera: nell´oscurità, brillano i falò dei dimostranti. 

Sono i primi fuochi di un´esplosione di protesta nell´aria da tempo, in un paese che ha assorbito i salvataggi delle banche e i bonus milionari ai banchieri senza fare una piega. Inizia l´operazione delle forze dell´ordine per svuotare il grattacielo. Nonostante gli incidenti, soltanto una decina di studenti e tre poliziotti finiscono all´ospedale: nessuno ferito grave, sembra. Almeno quaranta giovani vengono arrestati. «Una minoranza violenta», avverte il sindaco conservatore Boris Johnson, «chi ha violato la legge pagherà». Infine il campo di battaglia è sgombro. Ma la guerra delle tasse universitarie è appena cominciata. in Gran Bretagna si annuncia un autunno caldo. E forse un inverno dello scontento. (red)

 

16. Istat, gli uomini hanno un’ora di tempo libero in più

Roma - “Come se la passano le donne italiane del 2010? Faticosamente, grazie. Ma quelle più acculturate stanno rinegoziando con pazienza i propri tempi di lavoro e di vita con il partner, e in questo modo, sul lungo periodo, finiranno (o almeno si spera) per aprire la strada anche alle altre. Dal rapporto Istat – si legge su La Stampa -, presentato ieri in occasione della Conferenza nazionale delle famiglie, esce una fotografia complessa e problematica della vita domestica italiana. E se pure non mancano segni per ora assai sfumati di cambiamento, la strada è ancora lunga, e il panorama peggiore rispetto agli altri Paesi europei. Il problema è soprattutto il cosiddetto «tempo di cura», drammaticamente sbilanciato sulle spalle femminili. Nel 20008-2009, il 76,2 per cento del lavoro familiare delle coppie è ancora tutto loro. Poco è cambiato rispetto al precedente rilevamento: nel 2002-2003 era il 77,6 per cento. La differenza si lima leggermente quando ci sono dei figli e quando lei lavora. Se è casalinga a tempo pieno, la percentuale è addirittura dell’83,2; se lavora fuori casa, del 71,4 (era del 73,4 nel 2002-2003); se ci sono due o più figli, è del 72,2. Il che vuol dire che lui, per amore o per forza, impara a cambiare qualche pannolino o a scaldare qualche biberon. Tanto più visto che la rete sociale che circonda la famiglia (nonni, zie, baby sitter) continua a funzionare, ma presenta indizi di asfitticità. E che i nidi infantili sono ancora troppo pochi per il bacino d’utenza complessivo (nel caso dei bambini di 1-2 anni, il 52,3 per cento è accudito dai nonni e solo il 27,8 per cento va al nido). 

Oltre la vertigine delle cifre, il dato più eclatante resta però quello dei tempi. Fatta la debita ripartizione fra ore del lavoro, della cura domestica, dello svago e delle necessità fisiologiche (dormire e lavarsi,in sostanza), la donna ha 58 minuti di tempo libero in meno rispetto al proprio partner. E se 58 minuti vi sembran pochi, aggiungete, per esempio, che in spostamenti nel traffico se ne va un’altra ora e 28: quando si capirà che i nuovi piani urbanistici sono diventati essenziali?, ci si chiedeva infatti ieri al Forum della famiglia. Le prospettive future possono creare molte inquietudini, visto che l’età media è in crescita e ci saranno sempre più anziani da curare: nelle mani amorevoli delle femmine di casa, si suppone. Ma visto che anche per gli angeli del focolare gli anni passano, fino a quando si potrà far conto sul ruolo di ammortizzatore sociale della famiglia, in questa sua speciale declinazione? 

Una buona notizia è arrivata, al Forum di Milano, dal presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, che ha assicurato «di escludere qualsiasi innalzamento dell’età pensionabile delle donne, visto che in Italia, non avendo abbastanza contributi, vanno in pensione all’80 per cento per vecchiaia e al 20 per cento per anzianità, l’esatto contrario di quello che succede agli uomini». Al di là del complesso tema della riforma del welfare, c’è però un altro elemento che incoraggia a una piccola dose di ottimismo. Qualcosa sta accadendo, soprattutto (ma non solo) al Nord, nelle cucine delle laureate. Le ragazze hanno imparato a farsi valere, a suddividere l’impegno quotidiano con l’uomo della loro vita. Se tornano tardi dall’ufficio, lui si mette perfino ai fornelli. E se gli orari di lavoro glielo consentono, perché magari fa l’insegnante, comincia perfino ad andare al supermarket senza sentirsi per questo sminuito nella propria virilità. È la specie evoluta del maschio, ma è la donna che gliel’ha insegnato. (red)

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