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Università italiana: non pervenuta

Secondo uno studio internazionale, nemmeno uno dei nostri atenei merita di rientrare fra i 200 atenei migliori del mondo. Mentre ce ne sono ben 89 di altri Paesi europei

Notizie sempre più critiche sulla qualità dell’Università italiana. Secondo il report del settimanale inglese "The" (Times higher education), non solo le Università italiane sono assenti dalle prime duecento posizioni del mondo, ma non ne compare nemmeno una tra le ottantanove università europee citate, mentre persino la piccola Olanda ha ben dieci istituti menzionati. 

Secondo il metro di valutazione dell’indagine – che è un mix tra ricerca prodotta, qualità della didattica, stimoli indotti agli studenti dall'ambiente accademico, nonché, da ultimo, anche livello di retribuzione di docenti e ricercatori – i 78 atenei italiani, privati compresi, risultano tutti pesantemente bocciati. E se anche volessimo fare riferimento allo studio proposto l’anno scorso dall’altrettanto autorevole Qs, dove solo due istituti rientravano in classifica ad altezze non certo lusinghiere (Bologna 176ª e La Sapienza a Roma 190ª), le conclusioni resterebbero all’incirca le stesse: il panorama universitario italiano sembra avviato verso un declino inarrestabile, cui non faranno certo bene i paventati tagli.

L’eliminazione di investimenti strutturali e la simultanea caduta libera dei fondi per le borse di studi agli studenti meritevoli non potranno che abbassare ulteriormente il livello di qualità, complice uno stillicidio di scelte sciagurate reiteratesi almeno negli ultimi vent’anni. L’Università italiana è forse il settore che ha patito più di altri di una ingovernabilità sotterranea che l’ha condotta ad essere più spesso utile a chi ci insegna che a chi ci studia, come sostenne qualche anno fa in una polemica furiosa  il prof. Quirino Paris. Il problema centrale – per Paris – è infatti che il corpo docente di ruolo è assolutamente elefantiaco. Quirino Paris, economista americano, ha paragonato le università della California a quelle dell’Italia. L’Italia, pur avendo meno studenti a tempo pieno  rispetto alla California, 670 mila contro 940 mila, ha il doppio dei docenti universitari di ruolo della California, in economia, fisica, matematica, e addirittura cinque volte tanti in economia agraria.

Da parte delle diverse coalizioni di governo, del resto, l’Università è stata spesso intesa come area di parcheggio per i giovani, ovverosia come strumento per mascherarne la difficoltà di ingresso nel mondo del lavoro. Oppure per rinfoltire le statistiche sulla crescita culturale, privilegiando senza mezzi termini la quantità a scapito della qualità. Quando si vuole spacciare, ad esempio, la laurea triennale come una conquista ci si sta nascondendo dietro a un dito: gli scopi erano altri. Tanto da dare adito a più di un sospetto sulla volontà deliberata di massificare verso il basso l’intelligenza del Paese. 

Una volontà, si badi bene, che appartiene a tutti i colori politici, se consideriamo che il sistema della ‘laurea breve’ è stato improntato così dall’allora ministro Berlinguer. Secondo Umberto Eco, che ne discute ampiamente nel numero di ottobre di Alfabeta, «si è presupposto di avere a che fare con adolescenti sottosviluppati, perché si è data un'interpretazione restrittiva e fiscale dei "crediti” (…) e lo studente è stato incoraggiato a leggere poco, in fretta, e ad accumulare crediti (che sono misura soltanto quantitativa) a scapito della qualità del suo apprendimento».

Sembra purtroppo che qui in Italia, comunque ci si volga intorno, la questione ruoti sempre attorno a questa antinomia qualità/quantità, frutto di una classe politica evidentemente incapace di fornire risposte serie e protesa unicamente alla conservazione del proprio potere: obbiettivo raggiungibile proprio con le elargizioni,  pressoché inutili, a pioggia e premessa dello sfascio totale dell’intero sistema. Così, ci troviamo allo stesso tempo col più alto numero di corsi di laurea di ogni altro Paese europeo – e poco importa che alcuni di questi vivacchino con un numero di studenti che non arriva a quindici: ben 37 i corsi mappati dal Corriere della sera a fine 2006 – e però, paradossalmente, col peggior sistema universitario del mondo occidentale.

 

Massimo Frattin

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