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Salvaci tu, Grande Banchiere

L’ipotesi è sul tappeto già da mesi: Mario Draghi come presidente del Consiglio in un governo di transizione. Secondo un sondaggio di Annozero il gradimento degli elettori sarebbe alto

Mario Draghi alla guida di un governo tecnico? Agli italiani piacerebbe. O almeno così risulta da un sondaggio commissionato alla SWG da Annozero. Stando alla rilevazione, presentata nella puntata di ieri, il governatore della Banca d’Italia sarebbe addirittura il più gradito in assoluto, nel caso di una scelta al di fuori degli abituali schieramenti.  

Ovviamente i sondaggi vanno presi con le molle, specialmente quando non si conosce con esattezza il modo in cui sono state formulate le domande. Vedi quelle a proposito delle conseguenze del caso Ruby sulla valutazione di Berlusconi: chi risponde che il suo giudizio non è cambiato non sta necessariamente dicendo che allora è rimasto positivo; sta solo affermando che quest’ultima vicenda non lo ha modificato, magari perché era già così pessimo da non poter peggiorare. 

Eppure, benché con beneficio d’inventario, il segnale appare preciso. E inquietante. A una buona parte dei cittadini l’idea di spostare il governatore della Banca d’Italia a Palazzo Chigi sembra buona. O persino ottima. Come se non bastasse, inoltre, il gradimento maggiore arriva dall’elettorato di centrosinistra, a conferma del fatto che dalle parti del Pd, ormai, dell’antico background non rimane più nulla. Nella sopravvenuta incapacità di analizzare criticamente il sistema economico, a partire dai vizi intrinseci del liberismo, non ci si rende conto che le banche sono tutt’altro che super partes e che, quindi, i loro leader perseguono innanzitutto i propri interessi,  quand’anche a scapito della collettività. Ed ecco pronto l’equivoco, o se si preferisce la manipolazione: i vertici bancari, da Trichet allo stesso Draghi, sono adatti a svolgere funzioni prettamente politiche, e lo sono appunto perché dotati di una particolare competenza di natura tecnica (del tema abbiamo parlato ampiamente nel numero 22 del mensile, nell’articolo “Ieri in banca, oggi al governo"). 

Così come è avvenuto a suo tempo con Ciampi, che in seguito è approdato al Quirinale completando la sua trasformazione mediatica da tecnocrate a padre nobile della Patria, e a nonno affettuoso degli italiani tutti, oggi la candidatura di Draghi serve a occultare ulteriormente la natura autoreferenziale delle banche. Avvalorando, invece, la convinzione opposta, vale a dire la perfetta coincidenza tra ciò che è buono per gli istituti di credito – e più in generale per il mondo della finanza – e ciò che è buono per le nazioni, ovverosia per i popoli. A differenza di Ciampi, peraltro, il curriculum di Draghi si presta assai meno a essere spacciato come quello di un funzionario pubblico. Mentre Ciampi aveva svolto tutta la sua carriera all’interno di Bankitalia, passando via via da semplice impiegato a capo assoluto, Draghi ha un passato che si snoda tra la Banca Mondiale e la Goldman Sachs, anche se tra queste due tappe ci sono i dieci anni trascorsi, tra il 1991 e il 2001, come direttore generale del Tesoro. 

È la vecchia trappola della tecnocrazia. È la politica ridotta a mera amministrazione dell’esistente. A pura sopravvivenza, generalmente al ribasso, nell’ambito di regole stabilite da altri e considerate immutabili. L’azienda Italia annaspa, per non dire di peggio, e allora si invoca l’arrivo dell’esperto che sia in grado di evitare il fallimento definitivo. Imporrà misure draconiane? Pazienza. È un fior di professionista e sa certamente cosa fare. Come si dice, ubi maior minor cessat. 

 

Federico Zamboni

Secondo i quotidiani del 16/11/2010

L'Italia nei Piigs, è ufficiale. Lo spread è a 182 punti