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Secondo i quotidiani del 12/11/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Berlusconi: non mi dimetterò mai”. Editoriale di Sergio Romano: “Batta un colpo (se ci riesce)”. Di spalla: “E il leader fli fa i nomi di Tremonti e Maroni”. A centro pagina con foto-notizia: “Morte di un tassista buono” e “Napolitano critica la manovra: buio sulle scelte, troppi tagli”. A fondo pagina: “Ricomincio dai sessanta. I nuovi anziani d’Italia” e “Quei ragazzi felici e ricchi grazie a una bella idea”.

LA REPUBBLICA - In apertura: “Berlusconi: io premier o il voto”. Editoriale di Guido Crainz: “Il tramonto del demiurgo” e d Carmelo Lopapa: “Gianfranco al Senatur: ‘Meglio senza Silvio’”. Di spalla: “Il debito dell’Irlanda fa paura all’Europa. Italia, lo spread Btp ai massimi dal 1997”. Al centro con foto-notizia: “Milano, la nuova città costruita sui veleni” e “Ruby, il pm accusa Maroni: ‘Ha calpestato la verità’”. A fondo pagina: “Distratto un’ora su due, la vera fuga del cervello” e “Balotelli: la mia vita da nero, i primi insulti a 15 anni”.

LA STAMPA - In apertura: “Bossi, mediazione fallita”. Di spalla: “Cambi e commerci. Al G20 in Corea non c’è accordo”. Editoriale di Francesco Guerrera: “Il mondo aggrappato alla debolezza Usa”. A centro pagina con foto-notizia: “Venere torna ma non ha casa” e “‘Bimbi maltrattati’. Sequestrato il nido’”. A fondo pagina il “Buongiorno” di Massimo Gramellini: “Chi ci farà star buoni”.

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Finanziaria, Napolitano è critico”. Editoriale di Fabrizio Forquet: “Stabilità? Sì. Paralisi? No, grazie”. Di spalla: “con Saviano e Petrini a Bassano è già il 2050”. A centro pagina con foto-notizia: “Al G-20 non c’è pace sulle valute” e “Brevetto Ue bocciato da Roma e Madrid”. A fondo pagina: “Custodiamo insieme la memoria degli eroi italiani”.

IL GIORNALE - In apertura: “Imbavagliato Feltri”. Editoriale di Alessandro Sallusti. In taglio alto: “Berlusconi non si arrende: ‘Sarà guerra’”. Di spalla: “La carta dei giudici che smentisce la pm del caso Ruby”. A centro pagina sul caso Feltri: “Lo puniscono perché ha smascherato Fini” e “I giornalisti vittime della loro inquisizione” e “finiamola con queste caste onnipotenti”. A fondo pagina: “‘Che c’entra Bondi? A Pompei è crollata soltanto una patacca’”.

IL MESSAGGERO - In apertura: “Berlusconi: Fini mi sfiduci”. Editoriale di Marco Fortis: “Il G20 in secca e il Titanic Irlanda”. A centro pagina con foto-notizia: “De Laurentiis, genio del cinema: da Roma conquistò Hollywood” e “Eolico, l’affare delle pale ferme che valgono milioni di euro”. A fondo pagina: “Sentenza contro le cosche, per scrivere le motivazioni ci sono voluti 1700 giorni” e “Roma, rinasce il tempio di Venere”.

IL TEMPO - In apertura: “S’è bruciato il Biscottone”. Editoriale di Mario Sechi. A centro pagina con foto-notizia: “Gianfranco non fa Economia” e “Piove e Roma si allaga. In campo anche la Protezione civile”. Di spalla: “Quattro finiani al capolinea”. A fondo pagina: “La vita da film di De Laurentiis”.

LIBERO - In apertura: “Imbavagliato Feltri”. Editoriale di Biagio Bova: “Fermiamo Fini. Sta mandando l’Italia in malora” e di Maurizio Belpietro: “Tifa per la crisi. Così è più facile fare il ribaltone”. A centropagina: “Fini offre Tremonti e un pugnale. Bossi rifiuta: Cav premier fino al voto”. A fondo pagina: La Borsa litiga con il Fisco. Nei guai un’azienda su tre” e “Io e la Juve facciamo pace. Parola di Luciano Moggi”.

L’UNITA’ - In apertura: “Viale del Tremonti”. A fondo pagina: “Dino De Laurentiis, l’italiano che scalo Hollywood” e “Dalle macerie può nascere la bellezza”.

IL FATTO QUOTIDIANO - In apertura: “Da Pompei a MInzolini. Spese allegre e noi paghiamo”. Editoriale di Carlo Tecce. Di spalla: “Max, nun ce prova’”. A centro pagina: “Perla, squilli e minacce: da La Russa a Don Verzé”. A fondo pagina: “Conso, il 41 bis e le stragi del 93” e “Giudici, da vivi e da morti”.

ITALIA OGGI - In apertura: “Un rating antievasione” A centro pagina: “Fisco, pentirsi adesso costerà di più. Velocizzati i pagamenti dei comuni” e “Fisco e Inps, sconti a chi lavora”. A fondo pagina: “Mondadori. Bene periodici e libri, raccolta -6,3%” e “Bankitalia chiede più spazio all’Antitrust”.

MF - In apertura: “Mai così alto il rischio Italia”. A centro pagina: “Befera: il condono resta tombale” e “Profumo di Tabacci”. A fondo pagina: “Generali già oltre i risultati del 2009” e “Unbundling, tutti contro tutti sull’aumento delle tariffe”. (red)

 

2. Fallito incontro con Bossi, finiani lunedì via dal governo

Roma -

“Meno di un’ora di colloquio per dirsi quello che in fondo tutti temevano da mesi e sapevano da domenica, da quando Gianfranco Fini ha chiesto le dimissioni di Silvio Berlusconi e il premier gli ha risposto che se le sognava - racconta il CORRIERE DELLA SERA -. È stato insieme inutile e fondamentale l’incontro a Montecitorio tra il presidente della Camera da una parte e Umberto Bossi, con i ministri Maroni e Calderoli, dall’altra. Inutile, perché l’accordo sul percorso per uscire dalla crisi non c’è: Bossi ha ammesso che Fini gli ha ripetuto ‘le cose dette a Perugia’, ma ha ipotizzato un percorso che porti a un Berlusconi bis purché senza l’Udc che deve ‘andar via, al mare’. Il leader del Fli ha immediatamente precisato che le cose ‘sono molto più complicate di come le presenta Bossi’, di fatto confermando in pubblico quello che i suoi e lui stesso hanno fatto capire in privato, anche allo stesso Bossi: i finiani sono indisponibili a votare un governo guidato da Berlusconi. Esattamente come i centristi di Casini, con il quale l’asse regge: ‘Io me ne frego di entrare nel governo. Berlusconi deve dimettersi, glielo chiedono anche i suoi: non lo vuole fare? Dopo la Finanziaria ci sarà una mozione di sfiducia e dovrà farlo per forza’, dice il leader dell’Udc. E Italo Bocchino per il Fli conferma: ‘Lunedì Berlusconi troverà sulla sua scrivania le dimissioni dei nostri ministri. Dovrebbe prenderne atto e dimettersi, ma se vuole restare abbarbicato a Palazzo Chigi, vorrà dire che voteremo contro. Se sulla Finanziaria porrà la fiducia, noi approveremo la legge ma diremo che la fiducia non la votiamo’. E sull’ipotesi di Mario Draghi premier: ‘Avrebbe senso in una situazione emergenziale’. In questo senso dunque la ‘mediazione’ del Senatur è stata fondamentale: perché ha portato la crisi allo scoperto e ha fatto cadere ogni velo sulle reciproche posizioni. Infatti da una parte la Lega ha fatto trapelare che nel colloquio Bossi si è detto indisponibile a ‘tradire Berlusconi’, offrendo piuttosto a Fini ‘più ministri’ (i maliziosi sostengono quelli occupati dagli ex An La Russa e Matteoli), dall’altra è stato il Pdl a dare una risposta netta e forte a offerte o contro-offerte - considerate trappole - proposte dagli alleati in un vertice che non è stato riconosciuto come rappresentativo degli interessi del premier: ‘Il Pdl non è un partito che aspetta le decisioni di Fini e di Bossi’, ha scandito al termine delle tre ore di summit Ignazio La Russa. Nel pomeriggio infatti tutti i ministri, assieme ai coordinatori e ai capigruppo, si sono riuniti nello studio di Fabrizio Cicchitto, e in collegamento con Berlusconi dalla Corea hanno deciso di stringersi attorno al loro leader in modo da spazzar via i sospetti di tradimenti, sgambetti o regicidi vari. Il frutto della discussione è in poche righe di comunicato che lo stesso Cicchitto ha letto davanti alle telecamere: ‘I coordinatori, i capigruppo e la delegazione del Pdl al governo, in questo momento politico, con posizione compatta e coesa, ritengono inaccettabile che la legislatura possa proseguire con un differente premier e un differente governo. Chiunque voglia coltivare ipotesi diverse dovrà passare dall’inequivocabile verdetto della sovranità popolare’. O Berlusconi o il voto insomma, una terza via non c’è. Un avvertimento lanciato a tutti. Anche alla Lega, che oggi - dicono dal Pdl - sta saldamente con il premier, ma domani, a crisi aperta ‘siamo sicuri che non prenda altre strade?’. Come quella di una pressione sul Cavaliere perché passi la mano a qualcuno dei suoi in cambio della sopravvivenza del centrodestra, che è lo scenario al quale ambiscono finiani e centristi, ma che potrebbe realizzarsi - prevedono - solo ‘un attimo prima della fine, perché Berlusconi non mollerà finché avrà nelle mani la carta delle elezioni’. Ed è la carta che molti nel Pdl vorrebbero giocarsi subito, contando sul fatto che oggi i ‘ribaltonisti’ non avrebbero la maggioranza al Senato, e se solo una delle due Camere sfiduciasse il premier le elezioni anticipate sarebbero l’unica soluzione e un governo tecnico o politico alternativo solo un sogno. Ma per arrivare a questo chiarimento potrebbe servire tempo: c’è da votare la legge di Stabilità prima. Bisognerà attendere ancora per sapere come andrà a finire”.

 

3. La contromossa di Berlusconi: mi sfiduci

Roma -

“Il viaggio Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi al suo arrivo alla cena organizzata al National Museum di Seul, in Corea, nel primo giorno del Summit del G20, che prosegue anche oggi. Berlusconi è arrivato ieri in Corea del Sud facendo scalo tecnico in Siberia - scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Ha iniziato il suo G20 ancora convinto di non dover far nient’altro che aspettare le mosse di Fini, di vedere se le minacce di crisi saranno veramente messe in atto. Ma il colloquio di Bossi con il presidente della Camera, le interpretazioni che ne sono scaturite, insieme a un clima istituzionale che si è fatto ancora più pesante dopo la sua partenza, hanno determinato la necessità di un’accelerazione: è stato il premier a decidere di fare un comunicato che avesse in calce, simbolicamente, le firme dei suoi ministri; è stato ancora lui, in contatto telefonico, a dettarne parole e contenuti. Sul filo della linea fra Seul e Roma sono fiorite considerazioni sulle conseguenze di un eventuale governo tecnico, sul possibile ricorso alla piazza del Cavaliere e di Bossi, condite con i concetti più disparati (il girotondo intorno al Colle, un clima da guerra civile) a seconda di chi ha ascoltato o riferito. Di certo, sempre al telefono, è stata presa in considerazione l’ipotesi, in caso di rimpasto conseguente al ritiro della delegazione di Fini dal governo, di una fiducia da incassare soltanto in Senato. Per tre motivi: perché sicura a differenza della Camera, perché non sarebbe previsto che un esecutivo non sfiduciato formalmente debba presentarsi davanti a entrambe le Camere, perché a Montecitorio non ci sarebbe il tempo causa sessione di bilancio. Con una convinzione che non è possibile misurare il Cavaliere ha ripreso anche a parlare di ‘legione straniera’, di quei deputati che potrebbero cambiare idea e sostenere il governo nel caso in cui Fini, a Montecitorio, decidesse di passare dalle parole ai fatti e staccare la spina. Insomma niente crisi al buio e nemmeno pilotata. Il premier resta intimamente convinto che quella di Fini sia soltanto un’operazione che ha poco di politico e molto di personale, volta a farlo fuori. Bossi, dice, è con lui. E la scommessa è che dal Senato non arriveranno sorprese e che dunque non ci sia altra strada, in caso di crisi, che il ritorno alle urne”.

 (red)

 

4. “Corriere”: il leader di Fli lancia Tremonti o Maroni

Roma -

“Non ci sono più falchi né colombe, non ci sono più mediatori né sabotatori - scrive Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA -. Fuori i secondi: la sfida torna a essere un duello tra il premier e il presidente della Camera. Il resto seguirà quando uno dei due sarà proclamato vincitore. Questione di poche settimane, tre al massimo, e si saprà se la legislatura sopravviverà a se stessa, conducendo verso un nuovo governo e il definitivo tramonto dell’era berlusconiana, o se lo scontro porterà a elezioni anticipate, ultima ridotta di un Cavaliere che dice di non voler cedere il passo agli avversari. Certo è difficile interpretare in queste ore lo stato d’animo del premier, se davvero si sente ‘incastrato’ - come avrebbe confidato ieri per telefono al sottosegretario Miccichè - o se ‘l’idea di un Berlusconi arrendevole è solo una falsa impressione’, come ha assicurato Gianni Letta a un alleato: ‘Silvio non si arrende. Ora è il momento di serrare le file e basta’. Dalla parte opposta del ring c’è chi il Cavaliere pensava di aver messo all’angolo, e che invece oggi prova a sospingere verso le corde l’avversario, aspettando di vedere cosa farà: ‘Perché ormai il problema è suo, non mio’, sostiene Fini, pronto a ritirare la delegazione del Fli dal governo. ‘Lunedì accadrà quanto avevo preannunciato, e a quel punto Berlusconi dovrà prendere una decisione. Dice che si andrà a votare? Bene. E se poi si accorgesse che c’è una maggioranza alternativa in Parlamento? Sono cinque mesi che non ne imbrocca una’. Nuove elezioni o nuovo governo? Questo è il dilemma, che racchiude un passaggio epocale, un tornante difficile anche per il Fli. L’ipotesi che i finiani possano appoggiare un esecutivo con una maggioranza risicata in Parlamento è da escludere, e non solo per i dubbi di Napolitano a battezzare una simile operazione, ma perché i futuristi si ritroverebbero poi ostaggio dei numeri della sinistra. Diverso sarebbe se - come specifica Bocchino - ‘un pezzo significativo del Pdl’ si staccasse dal Cavaliere e legittimasse la nuova fase. Un ‘pezzo del Pdl’ o la Lega. O tutti e due insieme. Non a caso Fini - durante il colloquio con Bossi - ha rimarcato che auspicherebbe la nascita di un nuovo esecutivo sostenuto da una ‘maggioranza di centrodestra’, e ribadendo di non essere ‘pregiudizialmente contrario a un Berlusconi bis’ ha evocato per palazzo Chigi il nome di Tremonti, prima di farne altri, compreso quello di Maroni. È vero che al termine dell’incontro con il presidente della Camera, il Senatur ha rinnovato la propria ‘fedeltà’ a Berlusconi. Ma cosa accadrebbe se il premier fosse sfiduciato? Casini è convinto che ‘alla fine Silvio cederà’, che ‘si farà un governo senza di lui’, e la timida apertura sul federalismo fiscale - ‘da cambiare’ - che il leader centrista ha affidato al suo braccio destro, Rao, ha messo ulteriormente in allarme i berlusconiani riuniti ieri senza Berlusconi. Dalle mosse della Lega dipenderà se l’’ipotesi Tremonti’ prenderà corpo, sebbene a più riprese il ‘professore’ abbia smentito l’evenienza, e sebbene ieri La Russa - al termine del vertice - abbia detto che ‘tutto il Pdl, compreso il ministro dell’Economia’, non vede alternative all’attuale governo oltre il voto anticipato. Ma ci sarà un motivo se un fedelissimo del premier sussurra che ‘non tutti i varchi sono chiusi’, che restano ‘ancora degli spiragli’ al Berlusconi bis. È la Lega che prova a spingere, è evidente che avrebbe tutto da guadagnarci, perché - come spiega il titolare della Difesa - ‘rimarrebbe centrale nell’alleanza, capitalizzerebbe elettoralmente gli scontri tra il Pdl e il Fli, e porterebbe a casa il federalismo fiscale’. Certo, se il Cavaliere fosse irremovibile, il gioco sarebbe chiuso. Ma è davvero così? E il premier può contare su un partito compatto che gli faccia strada verso l’unica via di fuga, cioè verso le elezioni? ‘Abbiamo ancora tre settimane per trattare’, ha detto Fini salutando Bossi. Tre settimane che Berlusconi dovrà affrontare come se si trovasse in una giungla, e per uno come lui - abituato al Monopoli della politica - non sarà facile muoversi tra le trappole di questa crisi da prima Repubblica. Già lunedì dovrà decidere come reagire, dopo che il Fli avrà ritirato la delegazione dal governo: approvata la legge di Stabilità andrà in Parlamento a chiedere la fiducia per blindarsi al Senato? O attenderà di farsi sfiduciare alla Camera, pensando ancora di poter contare su quella dozzina di finiani che in una lettera gli avrebbe promesso di votare sempre a suo favore? Nuove elezioni o nuovo governo. Così si consuma il duello tra quelli che furono i ‘cofondatori’ del Pdl. Ed è una sfida destinata a protrarsi nel tempo, perché se si andasse al voto Fini è convinto che il Cavaliere non conquisterebbe la maggioranza al Senato e sarebbe condannato comunque al passo indietro. Mentre Berlusconi, se venisse sfrattato da palazzo Chigi, sarebbe pronto a passare la mattina in Parlamento e il pomeriggio nelle piazze a denunciare ‘il ribaltone’, in attesa di riprendersi il posto. A meno che il suo posto non venga subito occupato da qualche persona cara... Ecco il vero rischio”.

 (red)

 

5. Governo, “Corriere”: la partita finale dei duellanti

Roma -

“La mediazione è fallita, ed era difficile che finisse diversamente - scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA -. Dall’inizio si era avuta l’impressione che Umberto Bossi volesse tentarla più per certificare il ruolo centrale della Lega che per strappare un ‘sì’ in extremis a Gianfranco Fini. Il risultato è che l’iniziativa ha ribadito la volontà del presidente della Camera di far dimettere a ogni costo Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi. Ha confermato un gioco in tandem tra il Fli e l’Udc di Pier Ferdinando Casini. Ed ha reso più ravvicinata la crisi di governo. Se non ci fossero la Legge finanziaria e la determinazione del Quirinale a proteggerla dall’implosione del centrodestra, sarebbe questione di giorni. Il pericolo non è del tutto sventato. Dietro le parole d’ufficio sullo ‘spiraglio ancora aperto’ e sull’esigenza di stabilità, si delinea un muro contro muro nella maggioranza che si teme porterà a elezioni anticipate. Il Pdl ha già fatto sapere che o il presidente del Consiglio rimane al suo posto, o si va alle urne; e che il partito berlusconiano ‘non dipende dalle scelte di Fini o di Bossi’: parole che rivelano una punta di irritazione per l’incontro di ieri mattina fra i due. Ma l’obiettivo della precisazione è soprattutto un altro: marcare una compattezza intorno al capo del governo, messa in dubbio da voci velenose su abbandoni e ‘tradimenti’. Si lascia filtrare una presunta perplessità della Lega a restare al fianco di Berlusconi a costo di interrompere la legislatura. In realtà, è stato lo stesso Bossi a precisare: ‘Io sono fedele a Berlusconi, e non disponibile a nessuna alternativa se lui non è d’accordo’. È anche circolata l’indiscrezione che il capo leghista abbia discusso con Fini l’ipotesi di un esecutivo guidato dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Ma il Pdl ha liquidato l’illazione come assurda. Eppure, il logoramento di Berlusconi è evidente quanto la sua volontà di non gettare la spugna. C’è da chiedersi che cosa chiederà la Lega in cambio di un appoggio al voto anticipato. Gli avversari del premier continuano a pensare che la legislatura non finirà. Si mostrano convinti di potere evitare le elezioni, raccogliendo una nuova maggioranza trasversale che andrebbe dal centrosinistra al Fli; e sarebbe puntellata da una pattuglia in uscita dal Pdl. L’asse portante sembra costituito dal patto Fini-Casini. E infatti, che l’incontro fra Bossi e il presidente della Camera fosse andato male si è capito quando il ministro della Lega ha bocciato Casini al governo. ‘L’Udc? Vada al mare’, ha detto. Ma per il Fli si trattava di una condizione irrinunciabile. Non solo. Mentre il leader dei lumbard definiva Fini ‘abbastanza d’accordo’ su un Berlusconi bis, il presidente della Camera lo ha gelato. E non appena il premier tornerà dal vertice del G20 a Seul, in Corea del Sud, si dimetteranno ministri e sottosegretari del Fli. E ‘arriverà un giorno in cui, passata la Finanziaria’ annuncia Casini, ‘con un atto parlamentare Berlusconi sarà dimissionato’. Ormai non esiste più nemmeno la finzione di continuare a sostenere il Cavaliere in nome della stabilità. Il minuetto stucchevole su chi si assumerà la responsabilità della crisi sembra superato. Eppure, i passaggi in Parlamento e al Quirinale saranno decisivi. E da quel momento, l’agonia del centrodestra potrebbe assumere contorni diversi, rivelando manovre oggi parzialmente coperte. Al termine di un meeting internazionale che avrebbe volentieri disertato, dopo aver ammesso con il collega vietnamita che ‘in Italia al momento esistono delle difficoltà’, Berlusconi ieri notte è rientrato in camera, nella suite del Park Hyatt hotel che si affaccia sull’Han river, e sino a notte fonda è rimasto collegato telefonicamente con Roma. Sono servite ben tre telefonate, in interfono con lo studio di Fabrizio Cicchitto, alla Camera, per decidere un'accelerazione. Una risposta chiara, ufficiale e non interpretabile a Fini: ovvero, ‘non mi dimetterò mai, le sue proposte, così come sono formulate, sono irricevibili’. Devono essere i finiani a sfiduciarlo in Aula. Un messaggio alla Lega: basta trattative che non ho mai delegato e che non ho alcuna voglia di condurre, nemmeno per interposta persona. Una sorta di indicazione indiretta anche al Quirinale, le cui ultime esternazioni hanno suscitato più di una punta di sorpresa a Palazzo Chigi: ovvero la rinnovata convinzione che siano irrealistiche tutte le ipotesi di un governo di transizione nel caso in cui questo esecutivo dovesse cadere”.

 (red)

 

6. Governo, il Pd e l’ipotesi di Casini

Roma -

“Sono i numeri l’incubo del Partito democratico. Ma non si tratta - spiega il CORRIERE DELLA SERA - di quelli indicati dalle percentuali dei sondaggi, lì si oscilla sempre tra il 26 e un più modesto 24 per cento. Sono quelli dei deputati che il Pd finirebbe per portare alla Camera nella prossima legislatura in caso di elezioni anticipate. Dando per scontata la vittoria di Pdl e Lega almeno in quel ramo del Parlamento, con conseguente premio di maggioranza, i Democrats si troverebbero a dover dividere i restanti seggi con tutti gli altri contendenti. E tra Fli, Udc, Italia dei valori e Sel i pretendenti sono più della scorsa volta, mentre la percentuale sarà sicuramente inferiore a quella ottenuta da Walter Veltroni. Morale della favola, i deputati del Pd, secondo un calcolo fatto al gruppo di Montecitorio, sarebbero 125, contro i 217 che vennero eletti nel 2008. La cosa, ovviamente, ha già gettato nel panico i peones. Ma anche leader e dirigenti sono preoccupati. Per questa ragione, piuttosto che andare alle elezioni, i Democrats auspicano che vinca l’ipotesi caldeggiata da Pier Ferdinando Casini. Ossia ‘il tentativo di un nuovo centrodestra con un altro premier da mandare in porto entro l’anno’. Perché il governo tecnico, d’emergenza, di responsabilità nazionale, il governissimo, insomma, è una soluzione pressoché impraticabile. Un esecutivo come quello immaginato da Casini (e Fini) non verrebbe appoggiato dal Pd, che resterebbe all’opposizione, senza però fare le barricate. Ci vorrebbe una certa ‘benevolenza’ del Partito democratico nei confronti di questo governo, ragionava ieri il leader dell’Udc. Secondo il quale, se questo esecutivo non vedesse la luce, allora i giochi sarebbero praticamente chiusi: ‘Temo che in questo caso ci siano solo le elezioni’. E più il tempo passa, più le urne si avvicinano. Perché, se si supera l’anno, metter su un governo appare impresa impossibile anche al leader dell’Udc. Il Pd, comunque, non ha nessun margine di manovra in questo momento. I suoi dirigenti possono solo incrociare le dita e sperare che Casini e Fini riescano a farcela. Ma siccome la prospettiva delle urne si fa di giorno in giorno più concreta, al Partito democratico si ragiona già su come andare all’appuntamento elettorale. La strada la indica il segretario Pier Luigi Bersani : ‘ Vogliamo costruire un’alternativa aggregando le forze di centrosinistra con quelle forze che si dicono di centro’. Già, è stato deciso che in caso di crisi irreversibile il Partito democratico eserciterà un pressing fortissimo nei confronti di Casini e dell’Udc. Con quali parole d’ordine? Quelle che pronunciava l’altro giorno a ‘Omnibus’ il vice capogruppo del Pd al Senato, Nicola Latorre: ‘Non si può andare alle elezioni con tre poli, perché significherebbe dare a Berlusconi la possibilità di vincere, e chi preferisce questa soluzione si dovrà anche assumere la responsabilità di una sua nuova vittoria’. E per dire la verità il pressing su Casini è già partito. Bersani è pronto. E Massimo D’Alema non ha mai riposto la speranza di riuscire a convincere ‘l’amico Pier’ a cambiare idea. ‘Con questa legge elettorale presentarsi divisi è un rischio vero, pensaci’, è il ritornello di D’Alema. Il leader dell’Udc, però, è a dir poco recalcitrante e ha spiegato al presidente del Copasir che i centristi non possono andare con i Democrats alle elezioni: l’unica strada, per loro, è un’alleanza con Futuro e libertà”.

 (red)

 

7. Finanziaria, Napolitano: buio sulle priorità del Paese

Roma -

“‘Speriamo’, sibila Giorgio Napolitano salendo sulla macchina presidenziale, e non è facile capire se la sua speranza sia reale - sostiene LA STAMPA -, oppure un omaggio al principio da lui appena enunciato alla manifestazione dei Medici per l’Africa, quello in base al quale ‘chi ha responsabilità pubbliche non può permettersi il lusso del pessimismo’. Sta di fatto che il presidente della Repubblica si aspetta, e spera, che la prossima settimana quel ‘buio’ sulle scelte di fondo della prossima legge di stabilità venga almeno un po’ rischiarato. ‘Mi pare che già martedì prossimo - spiega - in commissione Bilancio alla Camera si votino gli emendamenti’. ‘Staremo a vedere’, conclude, non riuscendo a nascondere almeno una punta di scetticismo. Certo che la critica sviluppata ieri dal presidente a quello che si conosce finora della finanziaria, come veniva chiamata una volta, è stata più radicale del solito. ‘C’è una grande confusione - ha denunciato, - un grande buio, un vuoto sulle scelte e sulle priorità nella destinazione delle risorse pubbliche’. E, dopo aver deplorato ‘l’assurdità che con un tratto di penna si possano cancellare gli impegni per la cooperazione allo sviluppo’, ha incalzato: ‘Abbiamo un debito pesante sulle spalle e dobbiamo contenere la spesa pubblica, ma non dobbiamo tagliare tutto’. ‘L’arte della politica - fa osservare il presidente - consiste proprio nel fare delle scelte’. Insomma, se pure è necessario tagliare, secondo Napolitano i tagli prospettati finora dalla finanziaria sembrano fatti con l’accetta e al di fuori di ogni disegno politico degno di questo nome. È ormai evidente che Napolitano, per la necessità di uscire dalla crisi, per preoccupazioni di carattere finanziario ed altre di natura comunitaria, considera la prossima legge-guida per l’economia un appuntamento cruciale. Al punto che la scorsa settimana, esponendosi al rischio di venire criticato per eccesso di interventismo sui processi politici, ha invitato i partiti a frenare le reciproche ostilità e garantire comunque, crisi o non crisi, l’arrivo in porto, entro la fine dell’anno, di una buona legge di stabilità. Ma dovrebbe, appunto, trattarsi di una buona legge. Di per sé l’apertura di una crisi non esclude affatto che il Parlamento possa esprimere una maggioranza in grado di approvare la legge. Questo è un punto che i consiglieri del presidente hanno ben chiaro. Ma non c’è dubbio che, nel vorticare delle adrenaline della crisi e con il prevalere dei toni da comizio, tutto diventerebbe più difficile. Comunque ora è troppo presto per parlare di questo, poiché tutti gli scenari sono ancora aperti, da una semplice sostituzione da parte del premier dei membri di governo che si dimetteranno (se e quando si dimetteranno) allo scioglimento delle Camere con elezioni all’inizio dell’anno nuovo. Dunque il presidente non può ancora pronunciarsi e tiene in serbo come un’arma preziosa quel ‘potere neutro’, come ha detto ieri al ‘Mattino’, ‘non stritolato nella mischia’ della politica quotidiana, che la Costituzione gli assegna. A Vicenza, più tardi, rileva che i giornali, invece che inchieste serie fanno troppo ‘gossip’, ma aggiunge che, per difendersene, ‘l’importante è non offrire pretesti’, consiglio che, evidentemente, qualcuno ha colpevolmente trascurato. Come estremo baluardo dell’unità nazionale, Napolitano si sforza invece di non offrirne, confortato dalla constatazione che ‘il sentimento dell’unità nazionale è più forte di quanto non si dica’. Perfino in Veneto, nota richiamando note polemiche, dove ‘si può supporre che il sentimento unitario sia meno forte’, e dove, invece, i sindaci incontrati in mattinata’ gli hanno espresso un ‘senso dell’unità molto forte’”.

 (red)

 

8. Caso Ruby, Maroni querela la pm Fiorillo

Roma -

“Quello che in fondo sembrava solo un dettaglio nella più vasta inchiesta sul favoreggiamento della prostituzione che vede indagati Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti - scrive LA STAMPA -, si sta rivelando un problema micidiale per la Procura. L’identificazione e il successivo affidamento di Ruby-Karima alla consigliera regionale e igienista dentale del Cavaliere, se per il procuratore Bruti Liberati non evidenziava ‘irregolarità’, per il pm dei minori Anna Maria Fiorillo che se ne occupò in prima persona è ancora tutto da chiarire. E stando alla sua relazione, configura come minimo un reato di abuso d’ufficio per i funzionari della Questura che intervennero senza avvertirla delle telefonate di Berlusconi e di abbandono di minore per il consigliere regionale Minetti: conseguentemente di favoreggiamento in entrambi i casi per il presidente del Consiglio. Il rischio sullo sfondo è che il magistrato dei minori divenga a sua volta parte lesa nell’inchiesta e il tutto venga trasferito a Brescia per competenza il che sottrarrebbe a Milano l’indagine. Ma il pm dei minori è irremovibile: ‘Nelle relazioni della polizia in mio possesso non venne mai fatto cenno alle telefonate ricevute da Palazzo Chigi’. Così, dice, ‘quando ho visto il ministro Maroni in televisione ho sentito sorgere in me l’indignazione. Maroni ha insultato tutte le persone oneste. È andato in Parlamento a calpestare la verità e questo non lo posso permettere’. Parole che hanno provocato la risposta del Ministro che ha annunciato querela per ‘le dichiarazioni diffamatorie’. Decisione seguita da una controreplica del magistrato: ‘È divertente perché tutta la vicenda è paradossale e la querela di Maroni è la ciliegina sulla torta’. Per non parlare del fatto che ieri è emerso come la Procura generale presso la Cassazione abbia aperto un fascicolo ‘per accertamenti conoscitivi’ sul caso fin dal 2 novembre scorso, il giorno stesso cioè in cui il procuratore Bruti Liberati dichiarò come questo aspetto della vicenda fosse stato risolto. Un affermazione che a molti, all’interno della procura, apparve fin troppo frettolosa e che non mancò di suscitare diversi malumori. È questo il motivo per il quale la tensione in Procura in questi giorni è palpabile. A rivelare che la Procura generale presso la Cassazione vuole vederci chiaro sulle ‘discrepanze’ segnalate dal pm Fiorillo, è stato il Csm comunicando che la relazione inviata al comitato di Presidenza l’altro ieri dal magistrato era stata trasmessa per competenza alla Cassazione che ha delegato per gli accertamenti il Procuratore generale di Milano Manlio Minale. Così ieri, nessuno ha voluto aggiungere commenti di alcun tipo mentre l’inchiesta procede valutando le carte arrivate da Palermo con le dichiarazioni esplosive rese dalla ‘pentita’ Perla Genovesi che ha parlato anche di tangenti arrivate al fratello del Premier e di essere stata avvertita di avere i telefoni sotto intercettazione da un collaboratore del presidente della Lombardia Formigoni”.

 (red)

 

9. Caso Boffo, Feltri sospeso dall’Ordine per tre mesi

Roma -

“Da questa mattina Vittorio Feltri non potrà più firmare il Giornale nella veste di direttore editoriale. La sospensione per tre mesi dalla professione - scrive LA REPUBBLICA - è stata decisa ieri sera dall’Ordine nazionale dei giornalisti ed è legata alla campagna di stampa del 2009 contro l’allora direttore del quotidiano di ispirazione cattolica Avvenire, Dino Boffo. Ieri sera l’Ordine si è spaccato all’ultima votazione: 66 voti favorevoli e altrettanti contrari alla conferma dei sei mesi comminati nel marzo scorso dall’Ordine lombardo. La parità ha portato alla pena più mite dei 90 giorni. Tutto è partito il 29 agosto dell’anno scorso, quando dalle colonne del quotidiano della famiglia Berlusconi, Feltri aveva pubblicato la notizia di una condanna nei confronti di Boffo, per molestie sessuali, emessa nel 2005 dal tribunale di Terni. All’articolo veniva allegato un presunto rapporto investigativo, in cui il direttore di Avvenire veniva definito ‘un omosessuale attenzionato dalla polizia’. Il rapporto, però, è risultato essere un falso. L’attacco a Boffo, ha decretato la sentenza di primo grado dell’Ordine, aveva l’unico scopo di ‘demolire il supermoralista’, accusato dal Giornale di aver criticato in una risposta a un lettore le discutibili frequentazioni del premier Silvio Berlusconi. Solo nel dicembre di un anno fa, dopo che Boffo era stato costretto alle dimissioni, Feltri aveva riconosciuto il suo errore. ‘Non mi aspettavo niente di meglio’, è stato ieri il commento a caldo di Feltri. ‘D’altronde - ha aggiunto - si era visto subito che la maggioranza dell’Ordine era ostile, così come peraltro accaduto a Milano. In fondo è una condanna alla disoccupazione, anche se solo per poco. D’altronde l’Ordine c’è e fa quello che vuole, bisogna assoggettarsi’. Il suo editore, Paolo Berlusconi, con una nota ha espresso ‘la piena e incondizionata solidarietà a Vittorio Feltri, ingiustamente colpito da una sentenza di sospensione’. Mentre Enzo Marzo, portavoce della Società Pannunzio per la libertà d’informazione, si dice soddisfatto per il ‘guizzo di dignità’ dell’Ordine: ‘La riduzione della sanzione appare pilatesca, ma è rilevante il riconoscimento di una grave violazione che disonora la professione’. Il cdr di Tv2000, l’emittente cattolica di cui Boffo è diventato di recente direttore, sottolinea che ‘la riduzione della sospensione non cambia la sostanza dell’accaduto: uno scoop tarocco a colpi di false informative e illazioni infamanti’. Il provvedimento disciplinare prevede per Feltri la sospensione temporanea dalla professione, l’interruzione del suo contratto di lavoro e del versamento dei contributi. Questo non comporta il divieto assoluto di continuare a scrivere. Impedire a una persona di esprimere il proprio parere, infatti, cozzerebbe con il diritto costituzionale riconosciuto a ogni cittadino. Feltri, in sostanza, potrà continuare a scrivere, ma non nelle vesti di giornalista. Ma i guai con l’albo professionale, per il direttore del Giornale non sono finiti. Tra qualche settimana, l’Ordine nazionale dovrà valutare anche la condanna a due mesi inflitta in primo grado per aver permesso a Renato Farina - che ha ricevuto stabilmente denaro dal Sismi per la sua attività di informatore - di continuare a scrivere dalle colonne di Libero (circa 200 articoli), nonostante il giornalista fosse stato radiato”.

 (red)

 

10. E sulle valute il G20 ha già fallito

Roma -

“‘Le posizioni sono ancora molto distanti soprattutto per la chiusura dei cinesi. Gli sherpa lavoreranno tutta la notte’. È la sintesi - racconta LA REPUBBLICA - di alcuni autorevoli partecipanti alla cena di Seul tra i Grandi del mondo, riuniti al capezzale delle monete impazzite e degli squilibri globali. Si cerca fino all’ultimo un compromesso per smussare le divergenze, ma la situazione resta incerta, il disordine regna. Nella comunicato in preparazione ci sarà un accenno al fatto che nessuno deve fare svalutazioni competitive, come già è accaduto tre settimane fa a Gyeongju. Vi sarà anche un richiamo alla necessità di riequilibrare i paesi in attivo e quelli in deficit commerciale. Ma non è previsto nessun impegno vincolante sui cambi, lasciati al libero gioco del mercato: ‘Siamo pronti a rivedere la politica dello yuan ma occorre un contesto esterno favorevole’, taglia corto il presidente cinese Hu Jintao, dopo un incontro-duello con Obama. Impensabile anche un target sui surplus, come chiedevano gli Usa: dice no anche la Germania. ‘È fuori dal tavolo’, riassume il cancelliere Angela Merkel. Le posizioni restano ‘molto distanti’, appunto. Toccherà alla prossima presidenza francese riavvicinarle: Sarkozy sarà a Seul stamani. Al momento tra i big ci sono due soli punti fermi: le nuove regole della finanza disegnate dal Fsb, che oggi avranno l’avallo politico del G20 dopo la lettera-appello ai leader del presidente e governatore, Mario Draghi; la riforma del Fmi, con l’ingresso dei paesi in via di sviluppo nella stanza dei bottoni, pure senza intoppi. Si chiude così il primo giorno del vertice. I Grandi si riuniscono al Museo Nazionale mentre accade di tutto: la speculazione torna a colpire l’Irlanda, l’agenzia Moody’s alza il rating della Cina, la politica della Fed è sotto accusa, l’Ilo lancia l’Sos disoccupati (210 milioni, 30 in più del periodo pre-crisi), il Fmi chiede misure per il lavoro, il segretario Onu Ban Ki-moon esorta a non dimenticare i poveri e in Italia la situazione politica si ingarbuglia. Fuori dal palazzo, in una Seul blindata, la protesta degli anti-G20, più poliziotti che manifestanti, si trasforma in una festa: in 10 mila cantano e ballano. Le tv a circuito chiuso rimandano le immagini dei capi di stato e di governo, tutti elegantissimi, mentre vengono ricevuti ad uno ad uno dal presidente coreano Lee Myung Bak, in piedi tra due ragazze avvolte negli abiti tradizionali. Ecco il brasiliano Lula, con un pronostico buio: ‘Il mondo fallirà se i paesi ricchi non consumano più’. Ecco il suo successore, la signora Rousseff in abito verde: ‘La politica del dollaro debole è grave per tutti’. Si vede Berlusconi che abbraccia il padrone di casa. Si individua Draghi mentre parlotta con la Merkel che reclama garanzie per evitare di far pagare al contribuente eventuali, nuovi crac bancari. Poi gli schermi si spengono. Si sa però che, nel chiuso del summit, i Grandi hanno fatto un’analisi preoccupata della situazione: la ripresa procede ma è ‘disomogenea’ e ‘fragile’. Gli squilibri si allargano, i cambi sono sotto pressione, preoccupano gli afflussi di capitale, risorge qua e là l’inflazione. Urge collaborazione, serve ‘un piano d’azione globale’, un ‘Seul action plan’ per una crescita ‘duratura e sostenibile’. L’idea su cui gli sherpa discutono, pare con toni accesi, per uscire dall’impasse passa attraverso due parole: ‘monitoraggio reciproco’, ma senza coercizione. Sui cambi come sugli squilibri commerciali. Questo esercizio, che è sempre meglio di niente, dovrebbe concretizzarsi grazie a speciali ‘indicatori’ elaborati dal Fmi su incarico del G20: i ministri finanziari indicheranno le linee guida. Dai documenti in mano ai big emergono già ora i terreni da mettere sotto la lente: oltre alle monete e ai conti commerciali, la libertà di scambi e investimenti, le riforme su pensioni, sanità e lavoro, il risanamento fiscale. Oggi si ricomincia”.

 (red)

 

11. G20, il nuovo asse Germania-Cina

Roma -

“Quando il belga Herman Van Rompuy è stato eletto presidente stabile dell’Unione europea, il 25 novembre 2009 - ricorda LA STAMPA -, i suoi sostenitori hanno proclamato con enfasi che la vecchia battuta dell’ex segretario di stato americano Henry Kissinger sul continente senza leadership - ‘Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?’ - poteva essere archiviata per sempre. Un anno più tardi è chiaro che il messaggio non ha attraversato l’Atlantico, e se l’ha fatto, non è stato recepito. A Seul, Barack Obama ha incontrato l’ex premier belga. Poi, quando ha voluto parlare di cose serie come la crescita, gli assetti e il commercio internazionale, ha chiesto di vedere la cancelliera Merkel. E non a caso. Se Kissinger fosse in carica potrebbe dire che quando si vuole parlare con l’Europa si deve chiamare Berlino. È nella logica dei fatti, nella rapidità delle relazioni globali che hanno sposato economia e politica, in cui la diplomazia punta senza pudore a fare affari prima che a evitare conflitti, un mondo dove l’attendibilità è funzione diretta della crescita. Per un Obama che ha più problemi che tempo, gli interlocutori sono obbligati. La Cina, sodale in un insidioso ‘G2’, e quindi la Germania, porta del patto a Ventisette dove per sua stessa ammissione fa la pioggia e il sereno. ‘Senza francesi e tedeschi non avanziamo’, ha detto la cancelliera all’eurosummit di ottobre. Visto però che Sarkozy è debole e Parigi perde smalto, l’uomo della casa Bianca non aveva scelta. Sul biglietto da visita della prima leader tedesca venuta dall’Est c’è anzitutto il numero che certifica la furia ritrovata dell’economia nazionale, in espansione di quasi il 4 per cento secondo le ultime stime, oltre il doppio delle media Ue. Il Pil è positivo dal secondo trimestre 2009, merito di un sistema che ha saputo sfruttare la ripresa della domanda mondiale, manovrando con sapiente misura la leva degli incentivi. Si è cavalcato l’export, suscitando anche le critiche (in primis, francesi) di non stimolare abbastanza la domanda interna. Gli ultimi dati dicono che anche i consumi si stanno risvegliando. Una festa. Brava Merkel? Certo giocano anche la fortuna e le circostanze. Proprio mercoledì il consiglio dei cinque saggi, i consulenti economici del governo tedesco, hanno ammesso che ‘l’attuale governo raccoglie i frutti delle riforme fatte da chi l’ha preceduto’. Il riferimento è all’Agenda 2010 di Gerhard Schroeder, programma che fece perdere le elezioni al socialdemocratico, ma che ha riscritto il Dna economico del Paese. Con la settimana corta, la revisione del collocamento e gli aiuti alla riconversione ha difeso il lavoro nei settori tradizionali dell’industria, arginando l’emorragia verso i servizi. Sono posti che, una volta bruciati, richiedono anni per essere ricreati. Al momento di rimettersi a correre, la Germania li ha ritrovati in casa. Il vantaggio competitivo è stato immediato, e la Merkel lo ha utilizzato per consolidare il suo stato di Signora dell’Europa. A Bruxelles contano i più forti (e ricchi), oltre che quelli che sanno comandare. La Germania è rimasta senza rivali, e gli unici che potevano impensierirla, i francesi, li ha imbrigliati in un asse a cui i ventisette hanno assegnato le chiavi del destino. Gli inglesi pensano al loro business, scandinavi e est europei si accodano volentieri a Berlino, i polacchi crescono ma si trovano quasi sempre nel dialogo con gli ex nemici, gli spagnoli sono fuori dal ring, l’Italia è assai spesso ‘non pervenuta’. Frau Merkel ha il potere e lo sa. È un gigante equilibrato con i conti in ordine che ha digerito l’unificazione con l’Est, fra Düsseldorf e Dresda non c’è più l’abisso di redditività e efficienza di vent’anni fa. L’amministrazione tedesca è una macchina oliata come la sua diplomazia, magari senza eccessiva fantasia, eppure abile e pragmatica nel trattare i compromessi europei dietro le quinte dei vertici. È un primato a cui la Germania non vuol rinunciare. Anche a costo di incrinare il suo sacro europeismo postbellico influenzando manovre non proprio ambiziose. Berlino ha fatto campagna per Van Rompuy anche perché sapeva che Obama non gli avrebbe mai telefonato davvero nel momento del bisogno. Helmut Kohl avrebbe agito diversamente. Ma Kohl non è più cancelliere e questa è un’altra Germania”.

 (red)

 

12. Perissinotto: Generali più forte in Italia e poi fuori

Roma -

“In soli nove mesi abbiamo superato l’utile realizzato dell’intero 2009. E dal gennaio 2009, in piena crisi, abbiamo aumentato le nostre riserve di 44 miliardi, con una crescita del 17 per cento, spinte dalla raccolta netta vita che ha raggiunto nello stesso periodo i 30 miliardi. Risultati caratterizzati da un grande contributo dell’Italia. Che, con la ‘vecchia Europa’ è e resta la base per crescere nel mondo con tranquillità’. Giovanni Perissinotto, group ceo delle Generali, ha appena presentato al consiglio del Leone i conti del trimestre e - intervistato da REPUBBLICA - fa un bilancio dell’andamento del gruppo: sottolinea che Trieste ha registrato negli ultimi anni una crescita organica fra le più alte tra i grandi concorrenti internazionali senza praticamente chiedere nuovo capitale ai soci; ha avviato una riorganizzazione per aumentare l’efficienza e ridurre i costi; punta sui mercati esteri e in particolare l’Est Europa e l’Asia. Cominciamo con la riorganizzazione: arriva il country manager? ‘Il progetto di riorganizzazione si è reso opportuno per due ragioni: il forte sviluppo interno e internazionale del gruppo e lo scenario economico e normativo profondamente mutato. Obiettivo è garantire una gestione sempre più integrata degli attivi e rafforzare il ruolo dell’head office di Trieste, senza togliere le necessarie autonomie ai nostri manager. Considerato il mio nuovo impegno di group ceo, definito con la governance di vertice decisa ad aprile, si è resa necessaria una figura responsabile per l’Italia. Che stiamo scegliendo anche con l’apporto di consulenti’. Si fanno diversi nomi... ‘Che non commento’. Un identikit? ‘Siamo il primo gruppo assicurativo italiano e un investitore istituzionale importante: impieghiamo nel Paese 130-140 miliardi delle nostre riserve. L’Italia contribuisce per il 30 per cento dei premi del gruppo, quota che verosimilmente si potrebbe ridurre con il tempo verso il 20 per cento, grazie allo sviluppo internazionale, ma che resterà sempre molto forte. Perciò per il country manager stiamo facendo riflessioni e puntiamo su una figura di valore e all’altezza di questo ruolo’. Interna o esterna? ‘Interna o esterna: l’importante, ripeto, è che sia in grado di svolgere bene il suo ruolo. Non ho ancora finito il lavoro di analisi. Sarà una scelta trasparente e meritocratica. Vede, non abbiamo bisogno di un "salvatore", ma di un manager che prosegua sulla strada delineata e che ha portato a risultati di indubbia soddisfazione’. Dove puntate all’estero? ‘Continuiamo a guardare alla ‘vecchia Europa’, Italia, Germania, Francia, per la parte previdenziale e assistenziale perché il ruolo dello Stato dovrà ridursi per ragioni di budget. Poi puntiamo all’Est Europa e all’Asia, in particolare India, Cina e Vietnam, quest’ultimo un mercato di 90 milioni di abitanti nel quale abbiamo ora messo le basi’. E in Sudamerica? ‘È un mercato più volatile. Siamo già presenti in Messico e Argentina. Di grande interesse è il Brasile, ‘alla moda’ ma con caratteristiche particolari: i prodotti assicurativi si vendono soprattutto con banche e broker’. La crisi ha mostrato la necessità di maggiori patrimoni. Cosa farete? ‘Dai nostri test interni emerge che abbiamo tassi di capitalizzazione di assoluta sicurezza. Certo, si tratta di un "bersaglio mobile" perché i parametri stanno ancora cambiando, però riteniamo di avere risorse adeguate per poterci permettere di finanziare una buona crescita organica, e abbiamo mostrato di saperlo fare. Nel caso invece si parlasse di un’acquisizione di rilievo il quadro cambierebbe. Tuttavia in questo periodo due aspetti non giocano a favore di acquisizioni: i criteri di Solvency II non sono ancora definiti e la visibilità sui mercati resta molto limitata’. (….)”.

 (red)

 

13. Dieci milioni di italiani non pagano le tasse

Roma -

“Siamo un paese di poveracci. Forse magari non sono tutti poveracci. Forse - prosegue LA STAMPA - molti un reddito ce l’hanno, ma poco cambia. Lo dicono i numeri del Dipartimento delle Politiche Fiscali del ministero dell’Economia, che ieri ha diffuso i dati delle dichiarazioni dei redditi 2009, che fotografano i redditi denunciati al Fisco nel 2008. Un’istantanea - comunque la si voglia interpretare, pensando alla condizione reale dell’Italia o piuttosto ai livelli di evasione fiscale - davvero deprimente. Addirittura 10,7 milioni di contribuenti, ovvero un italiano su tre, non hanno pagato un centesimo di Irpef. Su un totale di 31,1 milioni di soggetti Irpef, per l’appunto uno su tre è riuscito a risultare completamente esente dall’imposta sui redditi delle persone fisiche. O perché hanno denunciato talmente poco da finire nell’area di esenzione, oppure perché hanno utilizzato detrazioni fiscali tali da azzerare l’imposta lorda. Non si capisce molto bene come facciano questi quasi undici milioni di italiani a tirare avanti, visto che in media ciascuno di loro (per quel che valgono le medie) ha detto all’Erario di aver guadagnato in un anno la bellezza di 4.701 euro. Ma è tutto il paese che ha grossi, grossi problemi, si direbbe. Il 49,79 per cento dei contribuenti italiani (20,8 milioni di soggetti) dichiara redditi Irpef inferiori a 15.000 euro l’anno, insomma per capirci quel che prende al lordo un operaio metalmeccanico non qualificato. Altri 17 milioni, ovvero il 40,61 per cento dichiara redditi tra 15.000 e 35.000 euro. In totale, il 90,4 per cento dei contribuenti dichiara meno di 35.000 euro, che è il reddito di un impiegato di medio livello. L’8,65 per cento arriva a denunciare redditi medio-alti, tra 35.000 e 100.000 euro. E solo lo 0,95 per cento osa dichiarare redditi maggiori di 100.000 euro. Evidentemente non potevano proprio farne a meno. E se consideriamo la distribuzione dell’imposta per classi di reddito complessivo, il 48 per cento dell’imposta totale viene versato dai contribuenti che non superano i 35.000 euro dichiara il 48 per cento dell’imposta totale, mentre il 13 per cento dei contribuenti con redditi più alti paga il 52 per cento dell’imposta. Fuor di metafora: l’evasione fiscale è a livelli inimmaginabili. Chi paga le tasse ne paga troppe, e insieme troppo poche per far quadrare i conti dello Stato o fornire servizi che in altri paesi europei sono ‘normali’, come una scuola o un’assistenza degna di questo nome. Sono cose che si sanno. Andando a scrutare nei numeri, le 31 milioni di dichiarazioni rappresentano 58 milioni di italiani, di cui 42 milioni percepiscono un reddito; i familiari a carico sono invece 16,5 milioni di cui 4 milioni sono coniugi. La tipologia più diffusa è la famiglia monoreddito senza coniuge (54,3 per cento), mentre le famiglie bi-reddito sono circa 10 milioni e quelle monoreddito con coniuge circa 4 milioni. Sono circa 506.000 i contribuenti che hanno adottato il nuovo regime dei contribuenti minimi, riservato agli esercenti attività di impresa o professionisti con ricavi non superiori ai 30.000 euro. I ‘minimi’ hanno dichiarato un reddito medio di 8.840 euro, con un’imposta sostitutiva netta media di 1.770 euro: si tratta di persone che operano nel settore delle attività professionali, scientifiche e tecniche (circa 180.000 soggetti) seguito da quello del commercio (circa 63.000). Guardando i dati su base territoriale, la Lombardia ha il primato per il reddito complessivo medio (pari a 22.540 euro); all`estremo opposto troviamo la Calabria con 13.470 euro. In relazione all`imposta netta pagata, invece, il valore medio maggiore è quello del Lazio (5.740 euro), il più basso è quello della Basilicata (3.370 euro). Il reddito complessivo Irpef sale dell’1,3 per cento (782,6 miliardi di euro) rispetto all’anno precedente, nonostante la flessione del Pil, e l`imposta netta dichiarata aumenta del 2,7 per cento (146,2 miliardi di euro). In una parola, l’aliquota Irpef effettiva media che grava sui redditi degli italiani (tutti quanti) è del 18,7 per cento. Fatevi i vostri conti, e verificate se l’Irpef vi preleva solo il 18,7 per cento”.

 (red)

 

14. Statuto dei lavoratori, al via la riforma Sacconi

Roma -

“Potrà questo governo esercitare la delega per la riforma dello Statuto dei Lavoratori? Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, non può esserne certo - scrive LA STAMPA -. La politica fibrilla. È possibilissimo che lo ‘Statuto dei Lavori’ proposto nelle sue linee guida da Sacconi finisca in un cassetto. ‘O Berlusconi o elezioni’, dice il ministro. Che è convinto però che qualunque cosa accada si dovrà tenere conto della sua proposta. A maggior ragione se le parti sociali (magari senza la Cgil) vareranno l’avviso comune per stabilire i dettagli di questa riforma, inquadrata nei capisaldi stabiliti dal disegno di legge delega in due soli articoli, ancora non presentato formalmente. Una riforma che (tra le altre cose) spazzerà via la barriera rappresentata dall’articolo 18 sui licenziamenti. Una riforma che manderebbe in soffitta lo Statuto dei Lavoratori del 1970, che pure formalmente non sarà abolito. Ma sarà nei fatti superato da un nuovo ‘Statuto dei Lavori’ che riguarderà anche i Co.co.pro con un solo committente, stabilendo un’insieme di ‘diritti universali e indisponibili’ (di associazione, di sciopero, di sicurezza sul lavoro). Per ‘le rimanenti aree di tutele’, invece, tutto sarà definito da sindacati e imprenditori nella contrattazione collettiva e negli enti bilaterali. Utilizzando in buona sostanza il ‘modello Pomigliano’, ovvero la possibilità di ‘adattare’ (al ribasso, ma anche al rialzo sulla carta) le regole che riguardano questi ‘diritti minori’. Anche ‘in deroga alle norme di legge’. ‘Ci sono altre tutele - spiega Sacconi - che le parti sociali potranno, se vorranno, liberamente e responsabilmente adattare alle diverse situazioni di settore, di fabbrica, di territorio’. Anche l’articolo 18 della legge 300 sui licenziamenti? Anche. ‘Non dipende da me - chiarisce il ministro - decidono le parti. Sapete bene che non rientra tra i diritti fondamentali, tanto che non viene applicato a tutti i lavoratori’. I criteri stabiliti per la derogabilità di questi ‘diritti minori’ sono abbastanza chiari, e ben si comprende il senso della riforma: si va dall’andamento economico dell’impresa alle situazioni di crisi, dall’emersione del sommerso ai parametri dimensionali dell’impresa, e altro ancora. Sono tesi da sempre sostenute coerentemente dal ministro Sacconi. (…)”.

 (red)

 

15. I mercati scommettono contro l’Irlanda

Roma -

“Dopo la Grecia, l’Irlanda? Ieri un nuovo record dei tassi sul debito pubblico irlandese ha spinto a pesanti ribassi tutte le Borse europee – sottolinea LA STAMPA -, ha mosso l’euro al minimo da un mese verso il dollaro. ‘L’Unione europea è pronta a intervenire se necessario’ dichiara il presidente della Commissione Josè Barroso, da Seoul dov’è per il G-20. Può essere un invito a Dublino perché chieda aiuto prima che il contagio si estenda agli altri paesi deboli. Anche i titoli di Stato italiani soffrono del nuovo attacco speculativo: il premio di rischio rispetto alla Germania ha raggiunto ieri sera i 182 punti base (1,82 punti percentuali) un nuovo record, superiore a quello di giugno. ‘Se la Grecia era come Bear Stearns, l’Irlanda è come Lehman Brothers’ tornano a dire i traders più esagitati, puntando su una catastrofe. Tuttavia, Dublino fino a sera ha continuato a ripetere che non intende chiedere soccorso all’Europa e al Fondo monetario. Dal punto di vista irlandese, una decisione non è urgente dato che nelle casse dello Stato ci sono soldi sufficienti per resistere fino a metà 2011. Una nuova stretta fiscale, già decisa nelle cifre, sarà annunciata il 7 dicembre, forse con tasse sulla casa e sull’acqua; si parla però anche di elezioni anticipate prima di Natale, dato che il partito di governo, il Fianna Fàil, è a un minimo nei sondaggi. Venti su 30 esperti interpellati dalla Reuters pensano che la richiesta di aiuto arriverà entro il 2011. Dal punto di vista europeo, invece, il contagio va fermato. È in difficoltà il Portogallo, benché un accordo tra governo (di minoranza) e opposizione faccia sperare in un sì del Parlamento a nuove misure di austerità il 26. Lisbona deve pagare sul mercato tassi ben superiori (7,33 per cento sui 10 anni) al 5,5 per cento circa del possibile soccorso europeo. Anche la Spagna viene investita (il suo spread con la Germania è a 217). Gli investitori sono stati impauriti, come la Bce aveva previsto, dall’insistenza della Germania (confermata ieri da Angela Merkel) su futuri meccanismi di ristrutturazione del debito. Da parte sua la Grecia, già sotto l’ombrello del fondo di soccorso, ha annunciato che il deficit 2010 sarà più alto, al 9,3-9,5 per cento, rispetto all’obiettivo dell’8,1 per cento concordato con Ue e Fmi. Secondo il primo ministro Giorgios Papandreu, si tratta della conseguenza meccanica della nuova revisione Eurostat del deficit 2009 (responsabilità del precedente governo) al 15 per cento; dunque non servirebbero misure aggiuntive. (…)”.

 (red)

 

16. Pakistan, condannata per blasfemia la Sakineh cristiana

Roma -

“Asia Bibi è una povera contadina del Punjab, 37 anni, cinque figli, una vita di lavoro e fatica nei campi di un latifondista di Ittanwali, est del Pakistan. Oltre ad essere donna, contadina e pachistana racconta LA REPUBBLICA -, ovvero figlia di un Paese che ai problemi della povertà assomma quelli dell’integralismo islamico, Asia ha un’altra particolarità: è cristiana, seguace di una delle chiese protestanti portate nel sub-continente ai tempi del colonialismo inglese. A giugno lavorava sotto il sole con le sue compagne. Le chiesero dell’acqua, lei andò a prenderla a una fonte. Le sue amiche - musulmane - la rifiutarono: è acqua impura, toccata dalle mani di una infedele cristiana. Alle provocazioni la sventurata rispose, difendendosi e difendendo il suo credo. Quelle insistevano, le spiegavano che il cristianesimo è una religione inferiore e che lei stessa avrebbe dovuto convertirsi. Lei rispose ancora, difese il suo Cristo, paragonò il nazareno al profeta, disse qualcosa come ‘lui per noi si è fatto crocifiggere, ha gettato il suo sangue: cosa ha fatto Maometto per voi?’. Da quel momento la lite finì fuori controllo, le operaie musulmane la picchiarono, la rinchiusero in una cantina, chiamarono la polizia. Risultato: domenica sera, seguendo il dettato della legge pachistana che punisce la blasfemia, Asia è stata condannata a morte per impiccagione. Proprio ieri ad Islamabad, per un viaggio preparato da settimane, è atterrato il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini. Il tema delle persecuzioni dei cristiani era fra quelli previsti nella sua agenda: Frattini aveva pensato di parlarne soprattutto con il ministro delle Minoranze religiose Shah Baz Bhatti (l’unico cristiano del governo), ma poi ha finito per discuterne anche col ministro degli Esteri e con lo stesso primo ministro. Lo stato di fibrillazione in cui il Pakistan vive da anni, la presa crescente della propaganda talebana anche su strati più moderati della popolazione musulmana, hanno inquinato il clima politico, la serenità sociale di un paese che di serenità ne ha vista poca dagli anni della partizione violenta con l’India. ‘I cristiani diventano la minoranza, le vittime sui cui sfogarsi’, dice Frattini, e lo ha detto anche al suo collega Qureshi: ‘Non bisogna abusare della legge nazionale sulla blasfemia per discriminare i cristiani’. Frattini in mattinata non aveva ancora tutti i dettagli della storia di Asia, neppure la nunziatura vaticana aveva riscontri sulla storia di una fedele cristiana, ma non cattolica. ‘Ma anche senza fare il caso specifico di Asia noi siamo sempre contrari alla pena di morte, e di sicuro siamo contrari ad ogni discriminazione religiosa’. Ad Islamabad il governo di Asif Zardari, il vedovo di Benazir Bhutto, difende un’impostazione laica, ma è sotto schiaffo dei potenti partiti islamici che lo sostengono, e che soprattutto tengono in piedi molte amministrazioni locali. Il Parlamento è bloccato, una revisione della ‘legge sulla blasfemia’ del 1988 è praticamente impossibile, e quella legge viene usata nelle aree più arretrate del paese per usare i cristiani come valvola di sfogo per i mille disastri del gigante pachistano. In serata, nell’incontro col ministro delle Minoranze religiose, Frattini si è sentito dire che la condanna di Asia è ancora a livello di corte locale, che il suo ministero ha avviato un’ispezione e che comunque l’Alta corte pachistana non ha mai confermato una pena di morte per blasfemia. Il Pachistan non è ancora l’Iraq post-Saddam in cui i cristiani vengono spinti fuori a colpi di mortaio. Ma per Asia Bibi non è una consolazione”.

 (red)

 

17. Morto il tassista picchiato per aver investito un cane

Roma -

“Luca Massari non ce l’ha fatta. Il tassista massacrato di botte per avere investito un cane – scrive LA REPUBBLICA - è morto all’ospedale Fatenebefratelli, dove era in coma da 32 giorni. Martedì era stato trasferito dal reparto rianimazione alla neurochirurgia. Aveva cominciato a respirare, primo segno di vita dopo un mese di nulla, ma le condizioni ‘erano disperate sin dall’inizio’ come ripetono ora i medici. L’illusione si è spenta alle 11.17 di ieri. Agli assassini il padre di Luca rivolge un messaggio straziante: ‘Non provo rabbia, non mi importa se sarete condannati all’ergastolo o lasciati liberi - ha detto - Luca non c’è più ed è l’unica cosa che mi interessa’. L’accusa per i tre indagati, tutti in carcere, da tentato omicidio diventa omicidio aggravato dalla crudeltà e dai futili motivi. A ferire i parenti è anche il fatto che non sarà possibile donare gli organi, compromessi da un’infezione. Centinaia di tassisti hanno appeso nastri neri alle loro auto in segno di lutto, e in polemica con il Comune ‘che non fa abbastanza per la nostra sicurezza’ i sindacati autonomi delle auto bianche annunciano: ‘Nel giorno del funerale trovare un’auto sarà impossibile’. I residenti del quartiere popolare dove Luca è stato ucciso, a Sud della città, reagiscono alla violenza. Nelle stesse strade dove per giorni ‘nessuno aveva visto’ l’aggressione - tanto che gli investigatori lamentavano un clima omertoso - oggi i cittadini faranno una fiaccolata ‘per dimostrare che la zona non è abitata da mostri’. Sul marciapiedi dove Luca è stato picchiato, mentre cercava di scusarsi per avere investito per sbaglio un cocker, sono stati portati mazzi di fiori. Alcuni passanti, minacciosi, ieri hanno allontanato i fotografi che cercavano di immortalare il momento. Le rose sono nel punto in cui il 45enne è stato abbattuto con calci, pugni e ginocchiate. Colpi che gli hanno rotto i denti e spappolato la milza, e lo hanno poi scaraventato sul marciapiedi dove ha picchiato la nuca. Per la Procura, Michel Morris Ciavarella, 31 anni, e i fratelli Stefania e Piero Citterio, 28 e 26 anni, hanno colpito per ammazzare. Ciavarella, il primo arrestato, al pm Tiziana Siciliano raccontò di avere pestato il tassista perché gli ‘aveva fatto venire i nervi’. I fratelli Citterio sono indagati anche per le minacce ai testimoni. Piero ha confessato di avere bruciato l’auto di uno di loro, e di avere poi picchiato un fotografo. Per i tre, che secondo gli investigatori potrebbero costituire con altri ‘un clan di tipo familiare’, il pm chiederà la permanenza in carcere. A loro il fratello del tassista si rivolge senza rabbia. ‘Avete ucciso un’anima meravigliosa - dice Marco, induista - mi spiace per voi’. Nella camera mortuaria la madre e la compagna di Luca si abbracciano. ‘Si è lasciato andare’, dice Patrizia, vicina al suo uomo fino all’ultimo. ‘Quando è che mi vieni e prendere, amore?’, chiede al cadavere. Piange, si lascia cedere nelle braccia di uno dei tassisti arrivati in ospedale. Dalla madre, poche parole: ‘Me lo hanno ammazzato’. Oggi sarà disposta l’autopsia e si deciderà la data del funerale che sarà celebrato nel quartiere di Lambrate o a Zivido al Lambro, il Comune dove Massari viveva. A Milano dovrebbe essere dichiarato il lutto cittadino. La salma di Massari sarà cremata. Mentre i tassisti chiedono ‘l’ergastolo per gli assassini’, uno dei difensori degli indagati, Carlo Maffeis, anticipa la linea difensiva: ‘Si è trattato di omicidio preterintenzionale’, dice (…)”.

 (red)

 

18. Mafia, Conso: con lo stop al 41 bis evitai altre stragi

Roma -

“Le rivelazioni giungono inaspettate: ‘Nel novembre del 1993 decisi di non rinnovare il 41 bis (il carcere duro, ndr) per 140 mafiosi detenuti all’Ucciardone di Palermo ed evitai così nuove stragi all’Italia’. Giovanni Conso, ministro di Grazia e Giustizia in quei terribili mesi a cavallo tra il 1993 e 1994 - scrive LA STAMPA -, nel pieno dell’offensiva eversiva e terroristica di Cosa nostra, rivela alla commissione Antimafia un particolare inedito di quella stagione. Precisa Conso: ‘Da parte mia non c’è mai stato il più lontano barlume di una trattativa, anche se l’apparenza potrebbe trarre in inganno. Decisi in piena solitudine e senza comunicarlo ad alcuno’. Per chi da diciott’anni si ostina a decifrare, a capire, a indagare sul movente e sui mandanti di quella stagione che fu inaugurata con l’omicidio di Salvo Lima e si concluse in quel luglio del 1993, anzi nel dicembre di quell’anno, con la mancata strage allo stadio Olimpico, le rilevazioni dell’ex Guardasigilli rappresentano una novità e una conferma clamorosa. Lo dice chiaramente Luigi Li Gotti, parlamentare di Italia dei Valori, storico difensore di collaboratori di giustizia del calibro di Tommaso Buscetta o Giovanni Brusca: ‘Indirettamente, Conso ha confermato la trattativa tra Stato e mafia’. Dunque, l’audizione dell’ex ministro di Grazia e Giustizia dei governi Amato e Ciampi per la Procura di Palermo che indaga sulla trattativa e per quella di Firenze che ha riaperto le indagini sulle stragi di via Firenze, Roma e Milano dopo le rivelazioni di Gaspare Spatuzza, sicuramente sarà tema di approfondimento. Spiega l’ex Guardasigilli: ‘La decisione di non rinnovare il 41 bis non era un’offerta di tregua o per aprire una trattativa, non voleva essere vista in un’ottica di pacificazione, ma per vedere di fermare la minaccia di altre stragi. Dopo le bombe del maggio ‘93 a Firenze, quelle del luglio a Milano e Roma, Cosa nostra taceva. Cosa era cambiato? Totò Riina era stato arrestato, il suo successore, Bernardo Provenzano era contrario alla politica delle stragi, pensava più agli affari, a fare impresa; dunque la mafia adottò una nuova strategia non stragista’. Conso ha poi sottolineato che nessun pubblico ministero che aveva richiesto l’applicazione del 41 bis per uno o più di quei 140 detenuti per i quali intervenne il Guardasigilli, ha mai protestato per il mancato rinnovo del carcere duro. Infine, Conso ha precisato che nel gennaio del 1994 confermò il 41 bis per un gruppo molto più importante di boss di Cosa nostra. ‘Le dichiarazioni rese oggi in commissione Antimafia dal professor Giovanni Conso sono di enorme importanza. Si è appreso - commenta Luigi Li Gotti, Idv - che dopo le stragi del luglio del 1993 c’era stata una “comunicazione” di Provenzano di scelta di abbandono della strategia stragista sicchè si ritenne di non rinnovare il 41bis a 140 mafiosi in segno di attenzione per la scelta di abbandono dello stragismo’. Le dichiarazioni dell’ex ministro di Grazia e Giustizia naturalmente rappresentano una novità clamorosa, e dunque devono essere attentamente valutate (…)”.

 (red)

 

19. Venere torna ma non ha casa

Roma -

“Se decidesse lei, chissà che cosa farebbe - si domanda LA STAMPA -. Continuare a fare l'immigrata di lusso al Getty Museum di Malibu o tornare davvero a casa, nel cuore più depresso, più dissestato, più remoto della Sicilia. Già, perché la sua Morgantina del V secolo avanti Cristo, culla della civiltà e dell'arte, non c'è più. È diventata un parco archeologico che ricade nello sperduto comune di Aidone: cinquemila anime, in pizzo a una collina di 800 metri, cinque bed and breakfast, dieci chilometri dalla Villa del Casale (il gioiello del III secolo dopo Cristo impantanato in un restauro infinito), venti chilometri da Enna, centottanta da Palermo di autostrade-groviera, statali e provinciali. Qui c'è un piccolo museo dove lei, l'Afrodite di Morgantina - gioiello di marmo scolpito da un discepolo diretto di Fidia - sta per rimpatriare dagli Stati Uniti, come previsto dall'accordo strappato nel 2007 dall'allora ministro Francesco Rutelli. La Venere, l'immigrata, infatti è clandestina. Anzi, vittima di tratta. Trafugata nella seconda metà del Novecento dai tombaroli, poi comprata dal Getty per quasi trenta miliardi di vecchie lire. E quindi il museo di Malibu deve sganciarla, come ha già fatto l'anno scorso per gli Acroliti (teste, mani e piedi di Kore e Demetra) che sono stati collocati in un'altra sala del museo di Aidone, dove l'altra mattina cronista e fotografo erano gli unici visitatori. ‘Sistemazione provvisoria, presto un concorso di idee internazionale per un ampliamento contemporaneo del museo’, giurano il neo-assessore ai Beni culturali della Regione Sebastiano Missineo e il sindaco Filippo Gangi, rappresentanti delle due istituzioni che in questi tre anni avrebbero dovuto preparare il grande evento e invece si sono messe a litigare sulla statua. ‘Prima passi da Palermo, nell'attesa che Aidone sia pronta’, aveva stabilito l'ex assessore regionale, Gaetano Armao.’Subito qui, la statua è nostra’, ha replicato tutto il paese, con petizioni, cortei, delibere, perfino proteste di operatori economici: ‘Abbiamo investito per la Venere, adesso vogliono scipparcela di nuovo?’. Ha vinto Aidone, anche perché Malibu paga e garantisce solo un trasferimento. ‘Se fosse andata prima a Roma o a Palermo, poi qui chi ci veniva più a vederla?’, si chiede Maurizio Campo, assessore ai Beni culturali della Provincia di Enna. Ma alla soddisfazione si è sostituita la fibrillazione, a tratti il panico. Niente, infatti, è pronto per accogliere la statua. Che sta per bussare alla porta, sempre che arrivi indenne attraverso le strade-killer, e che si orienti tra cartelli sbiaditi e indicazioni di pecorai. ‘Il 31 dicembre è l’ultimo giorno di esposizione a Malibu, nel corso del mese di gennaio verrà smontata nei tre pezzi in cui è assemblata e sarà trasportata in aereo e poi su strada. A febbraio l'inaugurazione, il punto di partenza di una serie di iniziative che vogliono segnare il riscatto di questo territorio’, aggiunge l'assessore. Il ticchettio del conto alla rovescia, insomma, è diventato assordante.(...)”.

 (red)

AAA: francescani cercansi

Speculatori e boiardi legalizzati