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I negoziati riprendono, ma tra Israele e USA

Per Tel Aviv 20 cacciabombardieri e la futura sospensione della moratoria sulle costruzioni illegali. Per i palestinesi nessuna garanzia, ma solo 150 milioni di dollari versati da Washington 

Parla di lealtà e fiducia, Obama. «Riconosco al primo ministro Netanyahu di aver fatto, credo, un passo molto costruttivo», dice riferendosi all’ennesimo tentativo di far proseguire il dialogo tra Israele e i palestinesi. I colloqui erano caduti in una fase di stallo per tutta la durata della campagna elettorale di Midterm e, ora che si è conclusa, il presidente Usa può di nuovo dedicarsi alla «pace in Medio Oriente»

Non potendo permettersi di perdere anche questa battaglia, riparte proponendo un pacchetto di incentivi che dovrebbero spingere Netanyahu ad applicare una moratoria sulle costruzioni abusive nella West Bank. La proposta, però, non riguarda gli insediamenti illegali di Gerusalemme Est, ed ovviamente i leader politici palestinesi si oppongono, sia pure evitando di alzare troppo la testa dopo aver ricevuto dagli Usa una donazione di 150 milioni di dollari come “contributo” alla pace. 

Ma anche Netanyahu avrà qualche difficoltà a farla accettare, perché i partiti di estrema destra, il cui consenso è indispensabile agli equilibri interni dell’esecutivo, hanno mostrato una particolare riluttanza nei confronti delle “raccomandazioni” Usa.

In prima fila c’è il ministro degli esteri Avigdor Lieberman, da sempre ostile a qualsiasi tipo di concessione, benché insignificante come in questo caso. A opporsi, però, ci sono anche alcuni membri del Likud, la fazione del premier. «Quel che è in gioco non è un congelamento di tre mesi, ma l’inizio dei negoziati sui confini di uno Stato palestinese», obietta il suo vice Moshe Yaalon. Ancora più netta è la posizione di Silvan Shalon, leader del partito ultra ortodosso Shas, che vorrebbe «una lettera del presidente degli Stati Uniti in cui si afferma che si può procedere alle costruzioni a Gerusalemme Est e che, scaduti i 90 giorni, possono esservi costruzioni illimitate ovunque»

In realtà è più probabile che l’allarme sia dovuto alle dichiarazioni successive all’incontro tra Netanyahu ed il Segretario di Stato Hillary Clinton, avvenuto il 12 novembre proprio per avanzare la proposta di Obama a Israele. Nel relativo comunicato stampa, infatti, si afferma che gli «Stati Uniti ritengono che, attraverso negoziati in buona fede, le parti possano concordare su un risultato che metta fine al conflitto e riconcili l’obiettivo palestinese di uno Stato indipendente e fattibile, basato sulle linee del 1967 con scambi concordati, con l’obiettivo israeliano di uno Stato ebraico con confini sicuri e riconosciuti che riflettano gli sviluppi successivi e le esigenze israeliane di sicurezza. Di queste esigenze si terrà pienamente conto in ogni futuro accordo»

Com’è noto, gli israeliani estremisti non hanno mai avuto intenzione di dividere il territorio con gli arabi, ed Obama, dopo la pesante sconfitta nelle elezioni di Midterm che hanno  favorito i repubblicani, molto vicini al governo israeliano, non è più in una posizione di forza tale da poter avanzare delle pretese. Per cui si barcamena. Da una parte comunica messaggi, come quello diramato nel comunicato stampa di novembre, che hanno lo scopo di accattivarsi il consenso dell’opinione pubblica araba. Dall’altra, quella che riguarda i rapporti concreti con Israele, dimostra tutta la sua debolezza arrivando a garantire che qualora le sue proposte dovessero essere accettate, al termine della moratoria di 90 giorni, in futuro non ne chiederà altre. 

Netanyahu, a sua volta, non è in una posizione migliore con il proprio governo. Tuttavia, se riuscirà a superare i dissidi interni, Israele potrebbe ottenere l’appoggio incondizionato degli Usa, a partire dal veto su qualsiasi risoluzione adottata dal Consiglio di Sicurezza. Le ultime riguardano due casi: il rapporto della Commissione Goldstone sull’operazione “Piombo Fuso”, svoltasi a Gaza a cavallo tra dicembre 2008 e gennaio 2009, le cui conclusioni accusano Israele di aver commesso crimini di guerra durante l’offensiva, e il procedimento, ancora in corso, per il cruento attacco alla Freedom Flotilla, avvenuto in acque internazionali il 31 maggio scorso e conclusosi con nove morti e decine di feriti.

In più, come Netanyahu ha richiesto, verranno forniti 20 cacciabombardieri in grado di sfuggire al rilevamento dei radar «per esigenze sia di sicurezza, sia per i bisogni immediati che per il prossimo decennio». Una motivazione dettata forse dal fatto che la “questione Iran” è di nuovo entrata in scena. Il premier israeliano torna a sostenere la necessità di minacciare Teheran «con più forza, con un’azione militare», e accusa la Casa Bianca di aver optato per le sanzioni, poi rivelatesi insufficienti a bloccare il programma di sviluppo del nucleare. Obama incassa il rimbrotto, ed evita di replicare. 

 

Pamela Chiodi

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