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L’Italia vista dalla Francia

Qui da noi gli editorialisti del Corriere della Sera, che si arrampicano sugli specchi per non entrare in rotta di collisione con Berlusconi. Oltralpe, la chiarezza di Le Monde

Stupisce sempre piacevolmente leggere come i fatti italiani vengono riportati dalla stampa estera. Che ha una peculiarità di cui quella italiana, tranne pochissimi casi, è priva. È libera, quanto meno nell’osservare le vicende di casa nostra. Passare invece dalla stampa estera a quella nazionale può essere scioccante. Il Corriere della Sera, ad esempio, è uno dei giornali che più comodamente ha navigato nelle acque torbide del berlusconismo, grazie anche a un certo numero di editorialisti da sempre piuttosto indulgenti verso il premier. I vari Ostellino, Romano, Panebianco, Galli della Loggia, da anni fiancheggiano il regime, ostentando una distanza moderata e “meditata”, spesso fondata sul richiamo al “dialogo necessario”. E periodicamente fatta a pezzi, per la sua intrinseca insostenibilità, dalle impietose rasoiate di Travaglio sul Fatto.

Ma questo accade quando, come nel caso del Corriere, la proprietà dei giornali è in mano a banche, assicurazioni e aziende private, tutte strettamente intrecciate nei loro interessi con la politica e il governo. In breve: quando media e libertà non s’incontrano. A riprova di questo c’è un recente editoriale dove Galli della Loggia, parlando di Berlusconi, tratteggia l’immagine di un leader isolato, colpevole della propria solitudine umana e politica. Una specie di versione su carta dei pianti di Cornacchione, ma con molta meno ingenua fedeltà. Scrivere un editoriale melancolicamente intitolato “Solitudine di un leader”, proprio mentre per quel leader l’epilogo si avvicina, a fronte di tante assoluzioni e benedizioni vergate in passato, è significativo. E molto italiano.

Oggi Berlusconi congegna qualunque alchimia per rimanere incollato alla poltrona. Come quei vecchi politici a cui si è sempre dichiarato alternativo. L’odore di marcio aleggia e rende irrespirabile l’aria politica italiana, che salubre in verità non è mai stata. E in questa fase accade il peggio: gente ieri fedelissima al Cavaliere oggi in ginocchio sui ceci davanti alla porta di Fini, i duri e puri che si contorcono in una difesa ad oltranza dell’indifendibile, con il leader che profila panorami da guerra civile, immaginando di avere a disposizione le stesse armate di cui Hitler delirava nei suoi ultimi giorni di bunker.

In chi conosce l’Italia e la sua politica non desta meraviglia la visione dell’infinita platea di tirapiedi, reggipancia e fiancheggiatori vari, allo sbando e alla ricerca di una ricollocazione garantita. Ognuno a modo proprio, secondo il proprio stile e il proprio ruolo. In questo contesto anche un certo giornalismo si sta muovendo con viscida disinvoltura. Vedi quella stampa che viene definita “moderata”, e quei commentatori che da sempre vantano un approccio equidistante e oggettivo.

Ma un conto sono le affermazioni di principio, e un altro sono i risultati. Ad esempio: «Berlusconi, sin dalla sua prima elezione, nel 1995, e durante i suoi nove anni di mandato, ha sempre considerato il potere e le istituzioni come un’estensione della sua prospera attività imprenditoriale. La grandeur, il simbolo, la rappresentazione non fanno parte delle sue preoccupazioni. Hanno contato soltanto il suo piacere, i suoi affari e gli interessi della sua “corte”». E ancora: «Passi che non abbia riconosciuto l’importanza della crisi economica e finanziaria; passi che non abbia realizzato che un’infima parte del programma per il quale era stato eletto nel 2008. Gli altri non hanno fatto meglio. Ma nessuno ha sprofondato la propria funzione in un carosello di piaceri e divertimenti. […] Facendo passare le sue scappatelle come una sottocategoria del patrimonio, il suo gusto smodato per la lussuria come un tratto dell’identità nazionale, Berlusconi danneggia l’immagine dell’Italia, che ha lentamente ridotto ad una caricatura di sé stesso. Con questo tanfo da basso impero, la fine del berlusconismo non fa onore alla Penisola».

Bello vero? Una ventata di verità fattuale. Ma non fateci l’abitudine, a meno che non conosciate le lingue straniere. Quelle righe sono state pubblicate da Le Monde, il Corriere della Sera francese, una decina di giorni fa. Il Financial Times, non proprio un foglio bolscevico, ha rincarato la dose, nello stesso periodo. Il tutto mentre Galli della Loggia, in Italia, pubblicava il suo de profundis, dando inizio al solito processo con cui un giornalista “moderato” italiano (che più italiano non si può), fiutata l’aria che tira, si accinge a cambiare atteggiamento, in vista di una nuova stagione di commenti altrettanto “meditati”. E inoffensivi.

 

Davide Stasi

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