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Londra “risarcisce” gli ex detenuti di Guantanamo

Il pentimento non c’entra. Si tratta solo di evitare il processo, che metterebbe formalmente sotto accusa la condotta dei servizi segreti. Ovverosia i maltrattamenti in stile CIA 

Non è ancora stata trasmessa alla Camera dei Comuni la dichiarazione ufficiale, ma la decisione è stata presa: il governo britannico risarcirà una dozzina di ex detenuti di Guantanamo che affermano di aver subito torture durante la prigionia. 

Alcuni di loro – Bisher al-Rawi, Jamil el Banna, Omar Deghayes, Richard Belmar, Martin Mubanga e Binyamin Mohamed – avevano avviato un processo giudiziario accusando parte dei servizi inglesi di complicità con gli aguzzini americani. Il quotidiano Guardian riferisce che l'entità del risarcimento sarà consistente: si parla di più di un milione di sterline per prigioniero. Altri suppongono invece che sarà soltanto Binyamin Mohamed a incassare una cifra di questa portata, avendo subito un trattamento se possibile ancora più umiliante rispetto ai suoi compagni di cella. Dal momento del suo arresto, avvenuto in Pakistan nel 2002, al suo rilascio sono trascorsi otto anni. L'uomo, poi dichiarato innocente, ha sperimentato sulla sua pelle i «trattamenti crudeli, inumani e degradanti», per usare le parole riportate nel memorandum della CIA, del carcere di massima sicurezza installato a Cuba. Ha conosciuto la privazione del sonno e i vari tipi di minacce, documentate tra l'altro anche da Wikileaks, che l'ex presidente Bush definisce “interrogatori duri”. I media britannici parlano oggi di una lunga serie di trattative tra i legali del governo e quelli dei reclusi, e dal Palazzo di Westminster spiegano all'unisono che la decisione si è resa necessaria per il bene del paese. Altrimenti, fanno sapere, il processo pubblico avrebbe bruciato tempo e soldi (soprattutto soldi) preziosi. 

Non si tratta di essere maligni, di fatto però il comportamento dell'esecutivo negli ultimi mesi da questo punto di vista è stato all'insegna dell'ambiguità. Nel luglio scorso il primo ministro, fino ad allora poco incline a trattare coi prigionieri, iniziò a considerare seriamente la possibilità di liquidare a suon di quattrini il problema del colpevole silenzio dell'intelligence. Il rapido cambio di strategia era motivato da un ordine emesso in quel periodo dall'Alta Corte. L'organo costituzionale stabilì infatti che venissero resi pubblici 50 mila documenti sull'operato degli 007. Integralmente, senza accogliere la richiesta avanzata dagli avvocati del governo di sopprimere un paragrafo particolarmente 'delicato'. La bozza in questione non andava per il sottile, e definiva il Mi5 «ingannatore, disonesto e complice nelle torture»

La reazione del premier e dei suoi uomini fu quella di chi, colto in fallo, fa vedere i muscoli e minaccia di rovesciare il tavolo: intervennero i legali con lo scopo di far cancellare le critiche più imbarazzanti. Nonostante le pressioni, però, le cose non cambiarono. Fu confermata la richiesta di pubblicazione dei documenti segreti e vennero giudicati infondati i timori del governo di mettere a rischio le relazioni USA-UK. 

Il materiale avrebbe dovuto far luce anche sul caso di Binyamin Mohamed. Cameron in quel periodo dichiarò: «I nostri servizi sono paralizzati dalle carte nel cercare di difendersi in tribunale in casi complessi con regole incerte. La nostra reputazione come paese che crede nei diritti umani, nella giustizia, nella correttezza e nella legge, che in larga misura i servizi devono proteggere, rischia di essere messa in discussione». Poi, di fronte alla poco esaltante prospettiva di veder divulgati i bollenti documenti, l'idea di aggirare la Corte con un sostanzioso assegno apparve d'improvviso allettante. 

Quello di pagare qualche detenuto, qualcuno tra i tanti, è comunque un provvedimento che lascia emergere limiti evidenti. In primis, si ricorre al portafoglio non per un effettivo ravvedimento e per mitigare le sofferenze delle vittime, ma per evitare il tribunale, e se questa è solo un'impressione c'è da dire che Londra non fa nulla per smentirla. Poi, cosa ancor più grave, i servizi di intelligence non pagano in alcun modo per le colpe commesse. Certo, non mancano ombre pesanti sulle loro attività ma sfuggendo ai processi si scongiura una discussione pubblica, nel timore dell'effetto che potrebbe avere sull’elettorato. Infine, e più in generale, si gestisce una torbida vicenda di carattere politico alla stregua di una controversia da giudice di pace: diritto di risarcimento alla parte lesa, pagamento dei responsabili e chiusura della scabrosa questione. Concettualmente, insomma, qualcosa di più simile a un sinistro stradale che a una condotta reiterata e altamente lesiva dei più elementari diritti umani.

 

Marco Giorgerini

 

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