Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 23/11/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Crescono i rifiuti, tra le liti”. L’editoriale di Claudio Magris: “Il teatro della vita”. Al centro: “Casini: ‘Voterò la sfiducia’. Pdl-finiani, sfida sul simbolo”. In un riquadro, la fotonotizia: “Schiacciati nella calca per il panico alla festa”. In basso: “Gli industriali lombardi: facciamo da soli”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Rifiuti, la denuncia della Ue”. Al centro: “Irlanda in crisi, paura sui mercati”. Di spalla, a destra: “Se l’Italia diventa un paese di figli unici”. In basso: “Quei legionari romani che abitavano in Cina”. E ancora: “A Milano idea per Natale, la scuola fa da baby-sitter”.

LA STAMPA – In apertura: “I finiani al premier: ‘Non può usare il simbolo del Pdl’”. In alto, la fotonotizia: “‘I rifiuti a Napoli? Tutto come due anni fa’”. Al centro: “Irlanda, governo travolto dalla crisi”. A fondo pagina, il “Buongiorno” di Massimo Gramellini: “Meno male che Mara c’è”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Rifiuti, schiaffo dell’Europa”. In alto, in un riquadro: “Casini: voteremo la sfiducia a Berlusconi”. L’editoriale di Paolo Pombeni: “La palude che mina l’interesse generale”. Al centro: “Giuliano, a 16 anni schiavo della coca. ‘Io, da pusher dei vip a boss in fuga’”. Ancora al centro, la fotonotizia: “Sarah, i giudici: ‘Cosima mente, la mattina del delitto era in casa’”. In basso: “Se i padani fanno i ‘furbi’ con Roma”. E ancora: “Lo spettacolo sciopera contro i tagli”.

IL GIORNALE – In apertura: “Per Saviano il Nord è spazzatura”. Al centro: “La crisi politica? È figlia di due donne”. L’editoriale di Alessandro Sallusti: “Carfagna, Mussolino e Bocchino: benvenuti nell’asilo Montecitorio”. Ancora al centro: “Blitz di 545 sindaci del Nord. Vogliono fare la secessione”. In basso: “Il bimbo che gioca a calcio per sentenza”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Il piano Irlanda non basta”. L’editoriale di Roberto Perotti: “Salvare Dublino non può salvare tutti”. Al centro: “Rifiuti in Campania, per gli ispettori Ue tutto come due anni fa”. Ancora al centro, la fotonotizia: “Giornale solo su Ipad. Jobs sceglie Murdoch”. In basso: “Ora c’è il rischio che crollino le colonne di Selinunte”.

LIBERO – In apertura: “Macchietta nera”. Di spalla, a destra: “I futuristi rompono persino sul simbolo”. E ancora: “Se il Pdl non ama la zarina Carfagna”. Di spalla, a sinistra: “Silvio-Lega-Udc. L’alleanza in Europa c’è già”. E ancora: “Bossi e Casini tratteranno. Ma dopo il voto”.

IL TEMPO – In apertura: “Le eco balle dei Faziosi”. Al centro, la fotonotizia: “Fini chiede l’appoggio straniero”. Di spalla: “Fli si attacca al simbolo Pdl”. E ancora: “La Carfagna incontra il Cav”. In basso: Roma capitale delle griffe clonate dai cinesi”.

L’UNITA’ – In apertura: “Sulla pelle di Napoli”. In basso: “Fazio: ‘Saviano non merita le firme contro’”.

ITALIA OGGI – In apertura: “Adeguati al redditometro”. In un riquadro: Sondaggi sulle primarie: dopo Milano, Vendola può vincere anche a Bologna”. Al centro: “Pmi in crisi lasciate senza aiuti”.

IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “Tolgono ai bimbi disabili e danno alle scuole private”. L’editoriale di Marco Travaglio: “Salvate il soldato Mastella”. Al centro: “B. aveva detto: Ci penso io”.

IL FOGLIO – In apertura: “Un nuovo documento sul caso Hariri spinge Beirut alla guerra civile”. Di spalla, a destra: “Né capricciosa né pronta a tradire. Mara Carfagna è un ministro adulto”. A fondo pagina: “Sociologia nuziale”.

 

 (red)

 

2. Rifiuti, il piano tradito: inapplicate regole del 2008

Roma - “Neppure un mese fa, nei giorni della rivolta di Terzigno. L’avvocato Luigi Cesaro, presidente della Provincia di Napoli, riceve i giornalisti per una chiacchierata informale. Dalla finestra del suo ufficio si vede l’ampio piazzale sottostante, ingombro di rifiuti. Com’è che si risolve davvero questa eterna emergenza? Cesaro si agita nella sua poltrona. Qualche istante di silenzio. Poi la risposta. ‘Non ne ho la minima idea’. Il problema è che non c’era più bisogno di idee, almeno così sembrava”. Lo scrive Marco Imarisio sul CORRIERE DELLA SERA. “Il decreto 90, poi convertito nella legge 123/08, a farla breve il piano rifiuti varato da Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso, doveva essere la Bibbia della "monnezza", con precetti ai quali era impossibile derogare. Non era solo il primo atto di un governo che ne aveva sostituito un altro travolto dai cumuli di spazzatura. Era l’ultima possibilità. ‘Non esiste un piano B, non ne abbiamo bisogno’, così disse il premier al termine del suo primo Consiglio dei ministri. Era il 21 maggio 2008. Il grande errore fu compiuto nei mesi seguenti. Alla fine dell’estate la città torna pulita. Sollievo, euforia. Ma quell’illusione ottica è un effetto del passato e non del presente. Gianni De Gennaro, nominato Commissario straordinario all’emergenza con l’ultimo atto del secondo governo Prodi, 8 gennaio 2008, usa l’esercito per spalare l’immondizia. Riesce ad aprire due nuove discariche in un solo mese, Sant’Arcangelo Trimonte e Savignano Irpino. Nel maggio 2008, quando il nuovo governo si insedia, per strada non restano che 17 mila tonnellate di rifiuti, un’inezia rispetto al disastro di gennaio, quando in Campania c’erano per terra 300.000 tonnellate. Bertolaso e la Protezione civile proseguono il lavoro, portano a termine la trattativa già avviate per l’apertura di Chiaiano. Ma una volta finita quella fase dell’emergenza, la legge 123/2008 resta lettera morta. Gli amministratori locali si crogiolano nelle sue lacune, manca ogni istruzione su chi, e come, deve darsi da fare per raggiungere il 50 per cento della raccolta differenziata, l’obiettivo minimo fissato per decreto. Ma intanto si procede con la chiusura per decreto dei sette impianti di Cdr, addetti alla separazione dei rifiuti, ormai resi obsoleti dal molto presunto avvio della differenziata. La 123/2008 prevede anche lo scioglimento dei Comuni inadempienti nella gestione dei rifiuti, e il 30 gennaio 2009 il Viminale rimuove i sindaci di Maddaloni, Castelvolturno e Casal di Principe. Ma per opportunità politica o quieto vivere nulla accade in altre città che non si avvicinano neppure al requisito minimo di raccolta differenziata fissato per legge. Come Napoli. Dei nuovi termovalorizzatori, ne era previsto uno per ogni provincia, nessuna traccia. È stato invece inaugurato l’inceneritore di Acerra, che dei suoi 607 giorni di vita non ne ha ancora trascorso uno solo funzionando a pieno regime. Un mistero, sul quale però si basava l’intero ciclo di smaltimento dei rifiuti disegnato dal decreto. Alla fine, come in un malsano gioco dell’oca, si è tornati alla casella di partenza. Il grande buco, l’unico appiglio. Il governo regionale forza la mano per l’apertura di Cava Vitiello a Terzigno, la più grande delle nove discariche previste dalle legge. Ma il 29 ottobre 2010 è lo stesso Berlusconi a firmare l’accordo che cancella Cava Vitiello dalla 123/2008, insieme ad altri due siti, Valle della Masseria e Andretta. Le tante proteste dei manifestanti hanno avuto il loro effetto. In tutta la Campania si prende nota dell’accaduto. Aprire una discarica ormai è impresa impossibile. Idee, manco a parlarne. Non restano che i viaggi della speranza all’estero. A spese nostre”.

 

 (red)

 

3. Rifiuti, dubbi su fondi dietro il ritardo del decreto

Roma - “Il decreto sui rifiuti in Campania è ancora fermo lì, alla presidenza del Consiglio dei ministri. E il nodo che lo tiene bloccato è lo stesso che è esploso con violenza all’interno del Pdl. I termovalorizzatori. Poi ci sono anche i dubbi del ministro dell’Economia Giulio Tremonti sul reimpiego del personale dei Consorzi operanti e lo sblocco dei fondi Fas nella regione”. Lo scrive IL CORRIERE DELLA SERA. “Ma la vera pietra della contesa è la realizzazione nonché la gestione dei fatidici termovalorizzatori. È nelle mani del sottosegretario alla Presidenza Gianni Letta, il decreto, approvato giovedì. Ieri, dopo la nota di sollecito del capo dello Stato, una bozza è stata inviata al Colle. Ma la soluzione di chi dovrà mettere mano ai termovalorizzatori non è stata ancora trovata. È di competenza del presidente della Regione? O dei presidenti delle Province? Lo scontro, apparentemente amministrativo, è tutto politico. Tutto interno al partito del premier. Quello che vede schierarsi il ministro Mara Carfagna da una parte e il coordinatore per il Pdl in Campania Nicola Cosentino. Una deflagrazione. Stiamo parlando di due termovalorizzatori da costruire. Uno a Salerno, l’altro a Napoli. Giovedì scorso, il 18 novembre, il Consiglio dei ministri aveva affidato la costruzione, nonché la gestione commissariale, a Stefano Caldoro, presidente della Regione. Per la gioia del ministro Carfagna. E l’ira furibonda dei due presidente di provincia, Edmondo Cirielli, Salerno, e Luigi Cesaro, Napoli. Pare sia stato proprio Cirielli a recarsi immediatamente dal premier Silvio Berlusconi per reclamare poteri sugli appalti e sulla gestione dei termovalorizzatori. Berlusconi avrebbe promesso che ce ne sarebbe stato per tutti. La verità è che non si è più trovato pace. E alla fine pare che la questione dei termovalorizzatori sia finita anche dietro la brutta lite fra Mara Carfagna e Alessandra Mussolini, visto che quest’ultima in Campania si dice legata a Nicola Cosentino (e dunque a Edmondo Cirielli), contro il ministro che è invece dalla parte di Stefano Caldoro. A questo si sono aggiunti i dubbi economici del ministro Tremonti. I problemi sarebbero legati all’utilizzo dei fondi per il reimpiego del personale dei consorzi operanti in Campania, ma anche sullo sblocco di 150 milioni di euro per i fondi Fas della Campania. Questioni che non erano venute fuori giovedì scorso dopo l’approvazione del decreto e la diffusione della nota della presidenza del Consiglio, ma che sono salite a galla dopo l’esplosioni dei conflitti politici all’interno del Pdl”.

 

 (red)

 

4. Rifiuti, il premier teme lo scontro con il Colle

Roma - “Gliela leggono ad Arcore, la nota appena sfornata dal Quirinale. E la sensazione netta del presidente del Consiglio Berlusconi – scrive Carmelo Lopapa su LA REPUBBLICA - è subito quella di un monito ben più severo del semplice richiamo sul ritardo. ‘Ci sta avvisando che, se cambiamo il testo del decreto rifiuti riaffidando alle Province i poteri sulla realizzazione dei tre termovalorizzatori in Campania, il Colle non firma’ è il timore che un Cavaliere preoccupato confessa a coordinatori e ministri Pdl che lo sentono in giornata. Ora tutto si complica, agli occhi del premier. I cumuli di spazzatura che si moltiplicano a Napoli gli danno l’impressione che il fiore all’occhiello del ‘governo del fare’ si stia trasformando nel peggiore dei ‘boomerang’. Nasce da questi timori, e dalla fretta di lanciare un segnale comunque, l’invio alla presidenza della Repubblica dell’appunto che in serata, via mail, recapita al Quirinale poco più che una sintesi stringata di quel che il decreto contiene. O meglio, che dovrebbe contenere. Perché del decreto, quello definitivo, non vi è ancora traccia. E così, la pezza di Palazzo Chigi ben presto si rivela peggiore del buco. Finisce con l’accentuare l’irritazione del Quirinale, già spiazzato dall’impossibilità di esaminare un testo pur approvato cinque giorni prima. Ma ancor più preoccupato per uno scontro politico deflagrato su un’emergenza, quella della ‘sua’ Campania, che sprofonda giorno dopo giorno. Il presidente Napolitano, neanche a dirlo, la sta seguendo con attenzione e preoccupazione. Tanto più che ora il braccio di ferro aperto in seno al Pdl dopo il Consiglio dei ministri lampo di giovedì e culminato nelle dimissioni annunciate dal ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna, incide non solo su una questione di massima urgenza, come quella sui rifiuti a Napoli appunto, ma anche sulla questione morale. Perché in gioco c’è anche la trasparenza e il rischio infiltrazioni su un mega appalto da oltre 150 milioni di euro legato alla realizzazione dei tre nuovi termovalorizzatori in quelle terre. Ecco perché il monito del Colle è risuonato come un indiretto esercizio della moral suasion che gli è propria sui contenuti, oltre che un richiamo sul ritardo. Il decreto approvato prevedeva il commissariamento e l’affidamento della gestione alla Regione, sottraendola alle Province (guidate a Napoli e Salerno da Cesaro e Cirielli, uomini del coordinatore Pdl Cosentino). Poi, l’intervento dell’ex sottosegretario e dei suoi uomini era riuscito a frenare il premier e imporre una retromarcia. Dopo la doccia fredda del Quirinale, la presidenza del Consiglio ha preferito limitarsi ieri sera all’appunto piuttosto che restare inerte. Un segnale andava dato, ha consigliato il plenipotenziario Gianni Letta. Lo stesso sottosegretario nel tardo pomeriggio ha poi telefonato a Mara Carfagna, promettendo che una soluzione, in qualche modo, sarà trovata sul nodo da lei posto. E la soluzione passerebbe attraverso la conferma del commissariamento, affidato alla Regione Campania, temperato però dall’affiancamento dei presidenti di Provincia nella gestione. Salomonica soluzione. La verità è che, stretto tra le pressioni della cordata Cosentino, le minacce di dimissioni della Carfagna e quelle di un voto contrario in aula al provvedimento da parte del finiano Bocchino, il Cavaliere preferisce prendere ancora tempo. Tanto più che a frenare il via libera del testo definitivo sarebbe intervenuto anche il ministero dell’Economia. Il dicastero di Giulio Tremonti avrebbe avanzato a sua volta perplessità sul reperimento dei fondi necessari all’utilizzo del personale precario dei Consorzi campani che curano la raccolta rifiuti. Sta di fatto che il decreto, nella sua stesura definitiva, resta un mistero”.

 

 (red)

 

5. Governo, da affrontare problemi di tenuta e immagine

Roma - “Oltre che discutibili, gli elementi ‘di colore’ si stanno dimostrando fuorvianti. Il caso del ministro Mara Carfagna rivela ogni ora di più un conflitto nel Pdl campano che può far vacillare il governo prima ancora della legge finanziaria; e su una delle questioni più delicate e impopolari: l’emergenza dei rifiuti a Napoli”. Lo scrive Massimo Franco su IL CORRIERE DELLA SERA. “È una guerra di potere che riaffiora mentre i finiani aprono con Silvio Berlusconi la contesa sul simbolo del partito e sul suo uso elettorale: l’ennesima conferma che si corre verso le urne. Ripropone il problema irrisolto del ruolo del coordinatore del partito in Campania, Nicola Cosentino, dimessosi da sottosegretario dopo la richiesta di arresto della magistratura. È lui il motivo politico della decisione della Carfagna di lasciare governo e Pdl dopo il 14 dicembre. Ed il ministro Ignazio La Russa le dà ragione, sostenendo che ‘il problema Cosentino esiste’. Ma la sua replica minacciosa è che se verrà rimosso dall’incarico di coordinatore non voterà la fiducia al governo. Il problema, per Berlusconi, diventa così doppio: d’immagine e di tenuta. Le minacce della Carfagna hanno infatti ulteriormente sgualcito una maggioranza già sull’orlo della crisi. Il colloquio che il ministro dimissionario ha avuto ieri a Palazzo Chigi con Gianni Letta ha l’aria dell’estremo tentativo di arginare ulteriori pretesti per una crisi in tempi brevi. Anche perché nel caso dei rifiuti è difficile scaricare le responsabilità su Futuro e libertà. Cresce invece la sensazione di una coalizione lacerata non soltanto per la rottura con i finiani, ma per le faide dentro il Pdl: il partito del presidente della Camera si limita a strumentalizzarle. Italo Bocchino usa la ribellione della Carfagna per additare il cattivo funzionamento del Pdl. Le magagne interne, però, sviliscono la gravità di quanto sta avvenendo sul fronte dei rifiuti. Il fatto più eclatante riguarda il decreto legge sulla loro raccolta e sui termovalorizzatori in Campania, rimasto fermo a Palazzo Chigi per giorni sebbene fosse stato votato il 18 novembre. Ieri mattina il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha voluto chiarire che non gli era stato possibile esaminarlo, ‘né prima né dopo il Consiglio dei ministri’. Segno che esistevano contrasti fra ministri, risolti apparentemente soltanto ieri sera. Ma la vicenda non fa che rendere ancora più confusa e convulsa la marcia di avvicinamento al 13 e 14 dicembre, quando Berlusconi si presenterà alle Camere. Ormai, la possibilità che il governo sopravviva politicamente è ridotta al minimo. E non solo perché l’Udc di Pier Ferdinando Casini ha annunciato che voterà la sfiducia. Sia la Lega, sia il premier si preparano alla resa dei conti elettorale con Fini. La minaccia del Fli di ricorrere alla magistratura per impedire che Berlusconi utilizzi simbolo e nome del Pdl non fa che acuire le tensioni ed incattivire i rapporti tra fondatore e cofondatore. A chiunque lo incontri, il presidente del Consiglio ripete quanto stanno dicendo in queste ore i suoi fedelissimi: da qui al voto anticipato il Pdl martellerà sul ‘tradimento’ di Fini e della sua corrente. Ma su uno sfondo di macerie”.

 

 (red)

 

6. Pdl, il logo “appartiene a Berlusconi fino al 2017”

Roma - “Pochi sanno che dalla fine del 2007 e per dieci a nni , c i oè f i no a l di c e mbre 2017, nemmeno una coperta si potrebbe chiamare ‘Popolo della libertà’ e neppure un registratore di cassa, senza il consenso della persona fisica di Silvio Berlusconi, che è il titolare legale del marchio”. Lo scrive IL CORRIERE DELLA SERA. “Per definizione, un marchio è un simbolo distintivo, usato da un individuo, o da una organizzazione, o da altre entità legali, ‘per identificare che alcuni prodotti o servizi appaiono originati dal marchio come unica loro fonte, e per distinguere questi prodotti e servizi da quelli di altre entità’. Per questo cinque mesi prima delle ultime elezioni, quelle del 2008, il premier ha registrato (per il periodo fissato dal codice civile della tutela legale, dieci anni rinnovabili) ben sette simboli (cinque in Italia, due nell’Unione Europea) che con lievi differenze fanno tutti riferimento al ‘Popolo della libertà’, con un cerchio a tutto campo blu. Si parla di ‘Gruppo del Popolo della libertà’, di ‘Partito del Popolo della libertà’, di ‘Partito popolare della libertà’, ma la sostanza con cambia. Inoltre, i simboli italiani sono stati registrati alla Camera di commercio di Milano in tutte le classi merceologiche possibili ed immaginabili: da quella (09) degli strumenti scientifici a quella (29) delle coperte da letto. Non manca la classe dei metalli preziosi o della gioielleria. Tanto che uno studio messo a punto nella primavera del 2008 da Arduino Mancini per Tibicom (società specializzata) ha evidenziato che il Pdl, a differenza del Pd e della sinistra radicale, ma anche del Partito radicale di Pannella, ‘sembra riconoscere l’importanza della protezione legale della propria identità anche attraverso la registrazione del nome/simbolo come marchio, e ha una conoscenza approfondita della gestione strategica della proprietà intellettuale’. ‘In pratica — spiega il ministro Michela Vittoria Brambilla — il titolare legale del marchio è uno solo, Silvio Berlusconi, che lo ha dato temporaneamente in uso’. In proposito, Brambilla fa riferimento anche alla sentenza del Tribunale di Roma, presidente Marvasi, che nel febbraio del 2010 ha dato torto, in primo grado, all’imprenditore di Casal di Principe Michelangelo Madonna, ex consigliere provinciale, che aveva chiamato in giudizio il premier per rivendicare la paternità del simbolo Pdl. Per Brambilla, poi, ‘Fini non può chiedere nulla perché no nèn emmeno is crittoal Pdl’. I finiani rivendicano, invece, la comproprietà del simbolo richiamato all’articolo 6 dell’atto notarile costitutivo del Pdl firmato da Berlusconi e Fini il 27 febbraio 2008, dove si dice che ‘costituisce altresì patrimonio comune dell’Associazione il simbolo della stessa’ che in pratica costituisce il simbolo del cartello elettorale del centrodestra per le imminenti elezioni politiche. Non a caso è previsto che l’Associazione ‘Popolo della Libertà’ debba poter durare ‘in ogni caso, sino a che non si saranno completate tutte le attività conseguenti alla sua partecipazione alla consultazione elettorale del 13/14 aprile 2008 per il rinnovo del Parlamento nazionale’. Con data-limite di sussistenza ‘fissata al 31 luglio 2014’, cioè un anno dopo quella successiva del 2013. Il simbolo dell’Associazione tra Berlusconi e Fini, non è insomma quello del Popolo della libertà, ma uno, diverso, del cartello elettorale del 2008. È diviso ad esempio a metà. Nella parte superiore, al centro, c’è la scritta ‘Il popolo della Libertà’. Nella parte inferiore la scritta ‘BERLUSCONI PRESIDENTÈ in campo bianco. Secondo il ministro Gianfranco Rotondi, che proviene dalla vecchia Dc (protagonista di una querelle legale durata 35 anni sull’uso dello scudo crociato), l’articolo 17 dello Statuto del partito ‘approvato all’unanimità il 31 marzo del 2009’, taglia la testa al toro. Esso recita: ‘È conferito al Comitat o di c oor di namento invia esclusiva il potere di utilizzare i contrassegni elettorali del Popolo della Libertà’. Sono cioè solo Verdini, Bondi e La Russa a poter gestire il simbolo elettorale”.

 

 (red)

 

7. Berlusconi, così è tornato in sella in 10 giorni

Roma - “Probabile che Fini abbia sbagliato qualche sua mossa; che il premier viceversa sia stato cinico e abile. Possibile, anzi sicurissimo, che certi deputati e senatori siano disposti a qualunque giravolta pur di restare ‘onorevoli’. Alla Camera si scommette che, il giorno della fiducia, Berlusconi ne avrà ramazzati abbastanza”. Lo scrive Ugo Magri su LA STAMPA. “Che vergogna, le compravendite. Ma nessuna campagna acquisti può far centro se l’aria tira dalla parte sbagliata. Nel caso di Berlusconi, invece, soffia per lui. Più che di vento trattasi di bufera: la crisi finanziaria abbattutasi su Portogallo e Irlanda, con l’Europa impegnata nei soccorsi, non aiuta chi vorrebbe cambiare premier proprio adesso. Metti caso che la speculazione internazionale si ricordi di noi... La ‘sfiga’ di Fini consiste nella parola ‘dimissioni’ pronunciata nel giorno forse meno adatto per tentare un governo tecnico, mentre lo ‘spread’ dei titoli irlandesi supera i livelli di guardia, quando inglesi e tedeschi cominciano a temere che qualche loro banca risulti inguaiata. Il primo scacco alla crisi, vista col senno di poi, lo dà Tremonti. Quasi nelle stesse ore in cui il presidente della Camera lancia l’affondo a Perugia, supplicando Berlusconi di levare il disturbo, il ministro dell’Economia sale riservatamente al Colle e mette in guardia Napolitano sui rischi di una crisi politica al buio, senza avere nemmeno approvato la legge di stabilità. Fa dell’altro, Tremonti: a costo di sembrare cedevole, accoglie qualche richiesta finiana. Dei 7 miliardi necessari, 5 ne spuntano dal suo cilindro. Cosicché non resta motivo per bloccare la Finanziaria. E Napolitano, più presbite di tutti, batte senza indugio sul tasto della responsabilità: prima mettete al sicuro il portafogli degli italiani, intima ai duellanti, poi regolate pure i conti. Col risultato di congelare la crisi fino al 14 dicembre, come in un fermo-immagine. L’altro momento-clou cade sabato 12 novembre, sull’Airbus 319 che riporta in Italia Berlusconi da Seul, quasi una fuga dal proscenio del G20. Il Cavaliere rimugina su quanto gli ha riferito Bossi dell’incontro con Fini il giorno prima, ‘mai più Silvio a Palazzo Chigi’ avrebbe detto Gianfranco, quasi un ‘de profundis’... Raccontano i fedelissimi che in volo scatta la molla, con Berlusconi che d’improvviso s’illumina a 220 volts esclamando: ‘Quello si è sbilanciato troppo, ora torno e lo sistemo io’. Sarà andata proprio così? Fatto sta che l’indomani guasta la domenica a Letta e Cicchitto, Alfano e il portavoce Bonaiuti sequestrandoli fino a sera (più Gasparri e La Russa tenuti ore al telefono). E dal ‘brain storm’ collettivo emerge la svolta che si riassume nel motto: ‘O la fiducia o le elezioni’. Per il finiano Della Vedova, Berlusconi sceglie di ficcare la testa sotto la sabbia ‘rifiutando di prendere atto che, primo, il Pdl è in pezzi; secondo, lui stesso ha seri problemi di Fini adesso si è sbilanciato un po’ troppo Adesso torno a Roma e gli faccio vedere io come va a finire Se mi sfiduciano si va a votare Silvio Berlusconi di ritorno dalla missione in Corea immagine; terzo, il governo ha smarrito ogni spinta propulsiva; quarto, Fini gli ha lanciato una proposta per chiudere una fase e aprirne un’altra...’. Ma il Cavaliere è sedotto da un’altra idea, la cui paternità in molti fanno risalire alla ‘mente sottile’ Quagliariello. Consiste nel giocare d’anticipo, la fiducia prima al Senato anziché alla Camera poiché a Montecitorio la sconfitta sarebbe garantita laddove a Palazzo Madama i ‘pontieri’ di Augello gli hanno fatto un ottimo lavoro, lì la maggioranza tiene anzi addirittura si allarga. E se votano prima i senatori, calcola il Cavaliere, ‘li voglio vedere, io, i deputati che si auto-licenziano votando contro al mio governo...’. Qualcuno rilegge l’articolo 64 ultimo comma della Costituzione, scopre che il premier va sentito ‘ogni volta che lo richiede’, dunque Berlusconi può presentarsi in Senato subito dopo la Finanziaria, mica possono costringerlo a farsi bocciare nell’altro ramo del Parlamento. Schifani si fa interprete della linea, Fini sostiene l’opposto, entrambi convocano i capigruppo, Napolitano interviene, convoca entrambi che nemmeno si rivolgono la parola, scongiura la rissa istituzionale con la trovata salomonica della ‘contestualità’: il 14 dicembre le due Camere voteranno insieme (sebbene forse il Senato si sbrigherà qualche minuto prima). Ma la vera svolta si consuma nella villa di Arcore. Intorno allo stesso tavolo dove sedette Ruby, si accomoda Bossi con il suo stato maggiore, più l’intero vertice Pdl. È lunedì 14 novembre, c’è apprensione tra i ‘berluscones’: come si regolerà la Lega? Sanno che nella mente del Senatùr il dopo-Berlusconi è virtualmente iniziato. Ma si spingerà Bossi al punto di benedire un governo tecnico? Passano cinque minuti, poi l’Umberto alza le spalle: ‘Senza di noi e voi, quelli non vanno da nessuna parte... Se salta il governo, alle elezioni!’. Berlusconi si alza da tavola, gli stringe la mano: ‘Sì, alle elezioni’, ripete commosso. Forse la sfanga pure stavolta”.

 

 (red)

 

8. Carfagna, Letta la chiama ma il ministro non demorde

Roma - “Chiedere ai collaboratori di Berlusconi come va a finire con Mara Carfagna provoca sbuffi di irritazione e noia. Per non parlare poi della ‘guerra delle carte bollate’ sul simbolo Pdl. ‘Roba da Azzeccagarbugli, una questione miserabile: i finiani non hanno argomenti politici’, dicono a Palazzo Grazioli”. Lo scrive Amedeo La Mattina su LA STAMPA. “Berlusconi ha altre priorità per la testa e guarda con ottimismo al voto del 14 dicembre, convinto di farcela anche questa volta e di mettere nell’angolo Fini. Poi se Casini vorrà riavvicinarsi al premier, di fronte alla realtà dei numeri (calcolano che la maggioranza potrà oscillare da 318 a 322 voti, di cui 5 sarebbero finiani), sarà benvenuto. Dovrà però mollare il leader di Fli al suo destino. In questi ultimi giorni c’è molta sicurezza ostentata e propagandata tra i berlusconiani. Lo stesso premier confida che alla Camera ci saranno ‘sorprese per i nostri amici del Fli’. Così, tranquillo di rimanere in sella, parte il 30 novembre per la Libia per poi andare in tour in Kazakistan e in Russia. Non è preoccupato di vedersi sfilare il simbolo Pdl da Italo Bocchino. Un simbolo che tra l’altro ha in mente di modificare se si dovesse andare ad elezioni (ritornare a qualcosa che ricordi quello originario di Forza Italia). ‘Bocchino provoca - dice Gaetano Quagliariello - ma si ricordi che nel Lazio abbiamo vinto le regionali anche senza il simbolo del Pdl. Quando si hanno i voti non ci sono santi che tengano’. Tuttavia non è vero che Berlusconi dorma sonni tranquilli e stia minimizzando il caso Carfagna. Soprattutto ora che dal Quirinale fanno sapere di non aver ricevuto il decreto sui rifiuti all’origine dell’ira del ministro per le Pari Opportunità. Quel decreto licenziato dal Cdm ma successivamente cambiato per l’intervento di Nicola Cosentino e di altri deputati campani contrari ad affidare al governatore Caldoro poteri esclusivi. La mossa del Colle mette in imbarazzo Berlusconi che aveva relegato in secondo piano la richiesta della Carfagna di avere chiarimenti in proposito. Alla sua ex pupilla tuttavia non ha fissato un appuntamento. Ieri si è mosso Gianni Letta con una telefonata alla ministra che non demorde. E questo atteggiamento fa molto arrabbiare il Cavaliere, il quale sostiene che i panni sporchi si lavano in famiglia (sarebbe irritato anche dalla solidarietà che le è stata manifestatadalla Gelmini e da Frattini). Insomma, lei non doveva mettere in piazza i problemi del partito, incoraggiando magari altri a seguire la sua ribellione. Ma cosa vuole veramente Mara? La testa di Cosentino coordinatore regionale del Pdl? La sua è una vera battaglia per la legalità. A Napoli i suoi nemici raccontano che Berlusconi non vuole nemmeno riceverla. Il presidente della Provincia di Salerno, Edmondo Cirielli, insinua il dubbio che tutto questo Mara lo stia facendo per interesse: perché il capo della sua segreteria a ministro è ‘un costruttore molto impegnato a Salerno città: Matteo Cortese’. Altri sostengono che lei non conta nulla in Campania e che cerca di bloccare la rielezione di Cosentino a coordinatore regionale con l’80 per cento dei voti della base. Comunque, due sono le cose sicure. La prima è che Berlusconi non può accontentare la Carfagna mettendosi contro l’esercito dei deputati campani alla vigilia del voto del 14 dicembre. Non può nemmeno sostenerla nella candidatura a sindaco di Napoli. Sì, perché è quest’ultimo il vero obiettivo della ministra. Sta preparando il terreno di un’alleanza con Fli, Udc, Mpa e una sua lista civica, se il Pdl non vorrà candidarla. Lei però di questo adesso non parla. È ferma sulla questione dei termovalorizzatori. ‘È vero - spiega Fabio Granata - che ci sono state pressioni affinchè gli inceneritori fossero gestite dai presidenti delle province notoriamente legati a Cosentino e al suo sistema di potere. Mi bastano i mandati di cattura nei suoi confronti per essere preoccupato. Per questo la Carfagna va ascoltata attentamente e capire cosa c’è dietro. Adesso bisogna vedere se Berlusconi ha la voglia o la forza di occuparsene’”.

 

 (red)

 

9. Governo, Casini: L’Udc dirà sì alla sfiducia

Roma - “Magari era nei fatti, perché ‘noi siamo l’opposizione’. Ma l’annuncio di Pier Ferdinando Casini al Tg di La Sette — ‘Il 14 dicembre voteremo la sfiducia a Berlusconi’ — dà una nuova svolta alla crisi. Perché, parole del leader udc, si chiarisce che ‘quello che conta davvero sarà ciò che accadrà dal 15 dicembre’, sia nel caso in cui Berlusconi vada sotto, sia in quello che ottenga la fiducia”. Lo scrive IL CORRIERE DELLA SERA. “E perché la forte presa di posizione dei centristi arriva non solo il giorno dopo quella che era parsa una loro decisa apertura, ma soprattutto al termine di una giornata scandita da una parte dagli scontri furibondi nel Pdl sul caso Carfagna, dall’altra dalla nuova offensiva dei finiani. Così, dopo la presunta divaricazione delle strade di Fli e Udc — più possibilisti su Berlusconi i centristi, spiazzati e con diverse posizioni interne i finiani —, ieri i due partiti si sono mossi sostanzialmente all’unisono. Casini ha ribadito la necessità di un governo dei responsabili, dei ‘migliori’, ma non ha escluso per il futuro un sostegno su temi condivisi nel caso in cui il governo Berlusconi sopravvivesse. Fini, in questo caso attraverso il capogruppo alla Camera Italo Bocchino, ha rilanciato per l’ennesima volta la proposta già fatta a Perugia: si apra un tavolo di discussione su tre temi (legge elettorale, nuovo patto sociale e riforma fiscale), ma prima del 14 dicembre Berlusconi ‘prenda atto’ della rottura nella maggioranza e si dimetta. Di più: a far capire che la contrapposizione torna ancora una volta dura, Bocchino apre un nuovo e inedito fronte polemico, quello del simbolo del Pdl. A suo giudizio inutilizzabile da parte di Berlusconi in caso di elezioni, perché il cofondatore, Fini, non fa più parte del partito. Al di là del merito della questione (‘Se ne occuperanno i magistrati’, minaccia Bocchino), si capisce che aria di incontri e di resa e di trattative non c’è. Al contrario, si torna da dove si era partiti: la conta si farà in Parlamento, e a seconda del risultato si apriranno diversi scenari. Paradossalmente, oggi la via della fiducia per pochi voti sembra spaventare più il Pdl che finiani e centristi, che non avrebbero l’onere di far cadere il governo ma la soddisfazione di vederlo in difficoltà sui numeri e alla ricerca magari di un nuovo patto di intesa. Altrimenti, allargano le braccia dal Fli ‘andremo al voto — dice Adolfo Urso —, non siamo spaventati: abbiamo in progetto per l’assemblea di Milano un programma che guarda ai prossimi dieci anni, non ci spaventa nemmeno l’ipotesi, che vedo difficile, di stare all’opposizione. Perché è chiaro che a queste condizioni, se da Berlusconi non arrivano risposte visto che nessuno in quel partito è in grado di darle, noi la fiducia non gliela diamo. Se il loro criterio è il pallottoliere, facciano pure. Ci metteremo tempo, ma alla fine il Palazzo sarà espugnato...’. I questo clima, la sicurezza nei giorni scorsi ostentata dai fedelissimi del premier — che continua ad essere contrario all’idea di aprire una trattativa che veda le sue dimissioni per costruire un Berlusconi bis —, sta un po’ calando. I numeri, intanto, non sono così certi: ‘Oggi ne hai 5 in più, domani due in meno... Nessuno sa davvero su quanti possiamo contare’, scuote la testa un berlusconiano fedele. E il vicecapogruppo al Senato Gaetano Quagliariello ragiona: ‘Fli e Udc potrebbero addirittura farne mancare qualcuno dei loro per tenerci bloccati su un governo di minoranza... Non dobbiamo cadere nella trappola’. Il dubbio non è tanto se si riuscirà a convincere gli indecisi — secondo i centristi dell’Udc i numeri per Berlusconi alla fine ci saranno —, quanto tenere i propri parlamentari. ‘Se il caso Carfagna non si risolve — dice un ministro del Pdl —, per noi sono grossi problemi: perché tanti cominciano a dire che se un ministro che ha un gran potere e una grande responsabilità si lamenta per come è gestito il territorio, che dovrebbero fare i singoli deputati e senatori?’. Insomma, il rischio è che spaccatura chiami spaccatura, e al di là delle dichiarazioni di una furiosa Mussolini (‘Mara mi chieda scusa o voto contro’ ) , che la disobbedienza chiami disobbedienza. Magari anche nel voto di fiducia, o già prima, quando il banco di prova sarà la mozione di sfiducia individuale a Bondi”. (red)

 

10. Rai, Maroni e l’elenco dei colpi alle mafie

Roma -

“Arriva all’ultimo momento, pochi minuti alle nove. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni – scrive LA REPUBBLICA - entra soddisfatto negli studi Rai di via Mecenate a Milano dove sta per partire la terza puntata di Vieni via con me, talk show di Fabio Fazio e Roberto Saviano. Una settimana fa lo scrittore aveva parlato del potere della ‘ndrangheta al Nord che ‘interloquisce anche con la Lega’. Adesso Maroni gli replica in diretta: ‘È un’affermazione ingiusta e offensiva, smentita dalle recenti operazioni fatte contro la ‘ndrangheta che hanno portato anche all’arresto di esponenti politici, ma non della Lega’. Aveva chiesto subito la replica. Gliel’avevano negata. Lui ha insistito. Sette giorni dopo eccolo qua a elencare come ‘si combattono le mafie’. Come, dal suo punto di vista, ‘in questi due anni le ha combattute questo governo’. ‘Con l’arresto di tanti latitanti, cui ne mancano solo due Messina Denaro e Setola’. Ad accoglierlo c’è Loris Mazzetti, capo struttura di Raitre. Restano in strada i giornalisti, per loro nessuna dichiarazione dell’esponente leghista, né tantomeno il permesso di seguire la trasmissione in diretta. Maroni entra, va in camerino, dopo pochi secondi i due conduttori vanno a trovarlo. Incontro ‘sereno e tranquillo, senza tensioni’ dirà chi stata fuori dalla porta. Ritocco di fondotinta e cipria, Maroni aspetta un’ora per andare in diretta, dopo lo stacco della pubblicità. Prima Saviano parla a lungo dei rifiuti di Napoli. Il registra Gabriele Salvatore legge le promesse disattese di Berlusconi ai napoletani. Fazio fa l’elenco dei ‘desideri impossibili’, come quello di ‘un Balotelli che possa giocare senza che i cori nazisti gli rompano le balle’ o di ‘una tv che si occupi della politica senza che la politica si occupi della tv’. O che ‘nessun giornale faccia mai più una raccolta di firme contro Saviano, che non è un partito, ma molto di più, è una persona’. Applausi, ritmati. Zingaretti e Fabio leggono ‘i vantaggi’ scritti da Carlo Freccero. Il commissario Montalbano canta Vieni via con me di Paolo Conte. ‘It’s wonderful...’. Applausi, per Fazio. Sono le 22. Immagini e audio della bomba di piazza della Loggia a Brescia. Del ‘74. Strage impunita nel 2010. Manlio Milani, presidente dell’associazione delle vittime, legge l’elenco degli otto morti, la moglie compresa. Le lancette segnano le 22 e 03. Fazio introduce Maroni. Monologo all’insegna dello slogan ‘ecco come si combattono le mafie’. ‘Le mafie si combattono dando la caccia ai superlatitanti. L’ultimo che abbiamo catturato è stato Iovine. Prima Strangio e Raccuglia. Sono solo alcuni dei boss messi al carcere duro. Mancano Michele Zagaria e Matteo Messina Denaro, ma il cerchio si stringe attorno a loro’. Ancora: ‘Da oltre due anni colpiamo la criminalità organizzata al cuore del suo patrimonio economico. Sequestriamo e confischiamo patrimoni immensi per restituirli alla comunità degli onesti’. I numeri: ‘35mila beni per 18 miliardi di euro’. Prosegue: ‘La mafia si combatte contrastando il suo insediamento territoriale’. L’ultimo affondo: ‘Si lotta la mafia cambiando le regole della spesa pubblica. L’aveva intuito Gaetano Salvemini. Il federalismo è l’unica via per risolvere la questione meridionale. Date all’Italia una costituzione federale’. Maroni lascia lo studio dopo pochi minuti. Vieni via con me prosegue. C’è la sorella di Cucchi. Luigi Manconi che recita i dati drammatici delle carceri. L’immigrato che stava sulla gru di Brescia (‘Ho avuto la forza per sopportare freddo e fame. E la fede in Dio perché solo lui ha il potere di aiutare’). Si ride con Corrado Guzzanti (‘Niente diritto di replica’ previene Fazio). Dirompente: ‘Maroni vuole lottare contro l’islam togliendo il velo alle donne, Berlusconi le mutande’”.

 (red)

 

11. Sarah: Sabrina resta in cella, per giudici “Cosima mente”

Roma - “Sabrina ‘abile e scaltra’ nel depistare, ‘sleale’, ‘traditrice’ della fiducia di Sarah. Sabrina che uccide ‘sotto la spinta immediata del rancore giunto al culmine nel corso di un ennesimo litigio’ per la gelosia verso Ivano, del quale lei è ‘fortemente innamorata’, anzi ‘ossessionata’. E ancora – scrive il CORRIERE DELLA SERA -: Sabrina che forza il lucchetto del diario segreto di Sarah e si ferma sull’appunto del 28 luglio: ‘Ciao mi chiamo Sarah, in questo periodo sono molto legata ad 1 ragazzo che ha 27 anni, io ne ho solo 15 ma lui è dolcissimo con me e mi coccola sempre, si chiama Ivano, e lui piace anche a mia cugina Sabrina ma io non capisco se mi piace o se gli voglio solo bene come 1 amico...’. Sabrina è messa all’angolo, con i suoi mille ‘gravissimi comportamenti’ dai quali ‘emerge il concreto e attuale pericolo che costei c ommetta del itti del l a stessa specie di quello per cui si procede’. E poi Sabrina e la sua ‘insoddisfazione per il proprio aspetto fisico’ che aveva ‘trasformato l’inconsapevole Sarah, in una sua antagonista’ Madre e figlia Cosima Misseri e, a destra, sua figlia Sabrina Il tribunale del Riesame di Taranto non ha fatto sconti a Sabrina Misseri, la presunta assassina della cuginetta quindicenne Sarah Scazzi. Il presidente Alessandro de Tomasi, il relatore Massimo De Michele e il giudice Benedetto Ruberto spiegano in 54 pagine (depositate ieri) perché Sabrina deve rimanere in carcere. E in quelle 54 pagine ce n’è anche per Cosima, sua madre. Secondo i giudici del Riesame Cosima ha mentito sulla ricostruzione dei suoi spostamenti la mattina del delitto, il 26 agosto. Dice di essere andata a lavorare ma stando all’ordinanza di ieri non è così. ‘Costei ha sempre affermato di essere andata a lavorare nei campi e di essere rientrata per l’ora di pranzo, dopo le 13.00’. Invece esiste ‘documentazione bancaria da cui risulta che costei, alle ore 12.18, aveva effettuato il versamento di due assegni bancari sul proprio conto corrente acceso presso la Banca di credito cooperativo di Avetrana’. È un dettaglio, questo su Cosima, che segue in qualche modo il ragionamento del giudice delle indagini preliminari Martino Rosati sulla confessione di Michele Misseri, marito di Cosima e padre di Sabrina che accusa sua figlia del delitto e racconta di essere stato lui a buttare Sarah nel pozzo in cui è stata poi ritrovata. ‘Permangono ombre su molti aspetti’ aveva scritto Rosati riferendosi al fatto che, secondo Michele Misseri, sua moglie non si è mai accorta di nulla. E sull’argomento Cosima si fa sentire anche la sorella Concetta, la madre di Sarah. Lo fa per bocca dei suoi avvocati, Valter Biscotti e Nicodemo Gentile: ‘Cosima rappresenta il "fortino" da espugnare se si vuole raggiungere la vera ricostruzione dei fatti’. Ieri pomeriggio la moglie di Misseri e l’altra figlia, Valentina, si sono presentate dai carabinieri per raccontare l’esito dell’incontro avuto ieri mattina con Michele: ‘Ci ha detto ancora una volta che Sabrina non c’entra’ hanno rivelato stupefatte per i suoi continui cambi di versione. Ma per i giudici del Riesame non c’è dubbio: Misseri ‘è credibile’ e i suoi tentennamenti, semmai, hanno sempre avuto come scopo la protezione di sua figlia”. (red)

 

12. Finmeccanica, inchiesta interna di Enav

Roma - “La Procura della Repubblica non lo molla. E Lorenzo Cola, il facilitatore nella manica dei Servizi dal passato e il presente politicamente nero, non si ferma più”. Lo scrive LA REPUBBLICA. “Nel carcere di Rebibbia, a distanza di sole 48 ore dal suo ultimo interrogatorio di venerdì, mentre il titolo Finmeccanica, investito da pessimi presagi giudiziari, lascia in Borsa il 4,81 per cento, il consulente di Finmeccanica, detenuto dal luglio scorso perché accusato del riciclaggio di 8 milioni e 300 mila euro dell’affare "Digint", torna a rispondere per oltre cinque ore alle domande del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e del sostituto Rodolfo Sabelli. A ripercorrere i passaggi cruciali della sua parabola di mediatore d’oro. Dai giorni in cui, da presidente della "Cogim", trafficava in prefabbricati destinati alle missioni di pace all’estero (Iraq, Afghanistan, Bosnia), a quelli di uomo della provvidenza nella stanza dei bottoni di piazza Monte Grappa. In un confronto (il quarto da quando è cominciata la sua "collaborazione") che per altro promette di non essere l’ultimo. Soprattutto se, di qui ai prossimi giorni, la Procura dovesse trovare riscontri documentali e testimoniali alle nuove e numerose circostanze che Cola ha indicato. E che, in questo momento, collocano il fuoco dell’inchiesta sui fondi neri di Finmeccanica nella ricostruzione del "Sistema" di "relazioni" e "interessi" che, negli ultimi cinque anni, ha visto Enav aggiudicare all’azienda guidata da Pier Francesco Guarguaglini appalti per 700 milioni di euro attraverso la controllata "Selex" di Marina Grossi, di cui Cola è stato nel tempo assai più di un consulente, quasi un amministratore di fatto. Guarguaglini, con un comunicato dell’azienda prima e quindi con un’intervista al Tg1, nel ‘ribadire che non c’è nessun fondo nero’ e che ‘nessuna società del gruppo ha operato a questo scopo’, sceglie una linea di difesa che, senza nulla aggiungere nel merito, liquida l’intero affaire come ‘una campagna diffamatoria basata sul nulla, che non fa male soltanto ai 78 mila dipendenti e fornitori del gruppo Finmeccanica, ma all’Italia intera’. Senza sapere, forse, che, ora, Enav, comincia al contrario a riconoscere che, nella catena di appalti e subappalti riconosciuti a "Selex", attraverso cui sono stati gonfiati i costi e si sono creati i presupposti di fatturazioni fittizie o peggio inesistenti, qualcosa non ha funzionato. Fonti dell’Ente di controllo dell’aviazione civile, riferiscono infatti dell’imminente chiusura di un audit interno, avviato circa un anno fa, che ha individuato in Technosky (società controllata di Enav) l’anello debole del sistema di appalti affidati a Finmeccanica. ‘L’audit - aggiungono le stesse fonti - ha scoperto irregolarità procedurali e amministrative, almeno fino al luglio del 2010 quando, non a caso, l’intero management di vertice di Technosky è stato sostituito per iniziativa di Enav. A cominciare dall’amministratore delegato Antonio Iozzino’. Ebbene, quelle irregolarità - a stare ancora alla ricostruzione che ne fa oggi Enav - avrebbero riguardato proprio le modalità con cui Technosky acquisiva in subappalto i lavori che Selex si aggiudicava da Enav e i termini con cui, a sua volta, li girava a società che da Selex venivano ‘imposte’. A cominciare dalla ‘Arctrade’, la srl con sede a Roma di soli 30 dipendenti arrivata a fatturare 24 milioni di euro nel 2009, amministrata da Marco Iannilli, commercialista e spicciafaccende di Lorenzo Cola e oggi testimone chiave dell’inchiesta della Procura. Technosky - secondo l’audit - arriva infatti a riconoscere ad "Arctrade" compensi per lavori mai cominciati e talvolta neppure fatturati. Il tempo, a questo punto breve, dirà se al vertice di Enav - il presidente Luigi Martini (già interrogato due volte in Procura) e l’amministratore delegato Guido Pugliesi, entrambi indagati - sarà sufficiente un audit e l’indicazione di un cattivo management (Technosky) per evitare di essere travolti dall’inchiesta e spiegare in un colpo solo le anomalie del rapporto con Selex-Finmeccanica. Un fatto è certo: il pm Paolo Ielo tornerà a sentire nei prossimi giorni Marco Iannilli, amministratore di "Arctrade" proprio sugli appalti Enav. A cominciare da quelli per la ristrutturazione dell’aeroporto di Palermo (per il quale Enav cominciò a pagare prima ancora dello stanziamento dei fondi del Cipe). Per proseguire con quello, sin qui annunciato, per la realizzazione del sistema sperimentale per la rilevazione del wind-shear a Punta Raisi. Vicenda annosa, che in questi mesi è tornata a dividere la Sicilia e a mobilitare gli abitanti dell’Isola delle Femmine (dove il dispositivo dovrebbe essere installato). E in cui, ora, emerge una curiosa circostanza. L’8 marzo di quest’anno, infatti, mentre ogni decisione sul futuro del dispositivo era congelata da pareri difformi di tribunali amministrativi e commissioni regionali, la statunitense Lockheed Martin annunciava ‘per conto di Enav’ l’acquisizione da parte di una società italiana del "wind trace doppler lidar system", il dispositivo sperimentale per il controllo del wind-shear. E quale società? La "Arctrade" di Iannilli e Cola". (red)

 

13. Federalismo, gli imprenditori lombardi: Noi pronti

Roma - “Lo strappo parte da Cernobbio. Mai così forte, dagli industriali lombardi. E mai così duro il loro presidente. Si sono stancati, dice Alberto Barcella, e pazienza se qualcuno sentirà aria di leghismo: il punto non è questo, il punto è che ‘basta, i limiti degli altri non possono essere un freno tirato per la Lombardia, non tutte le autonomie sono egualmente capaci’. Viene giù la platea”. Lo scrive IL CORRIERE DELLA SERA. “E ancora di più quando, a raccoglierne sfogo e ragioni, è Emma Marcegaglia. È lei, la leader degli imprenditori italiani e non solo di quelli riuniti a Villa Erba per gli Stati Generali della Confindustria regionale, a buttare il sasso che darà al tutto dimensioni nazionali. Siamo o no nella più europea delle nostre regioni? È o no questa, la locomotiva economica del Paese? Per cui certo, che ha ragione Barcella: ‘Federalismo deve significare che chi ha le capacità e la possibilità, chi è pronto, deve poter partire prima degli altri’.E ‘la Lombardia è pronta’: più di altri. Quindi ‘deve poter partire’: ‘Prima degli altri’. È solo la premessa. Che non serve unicamente ad ‘accarezzare’ i presenti. Contiene anche un messaggio molto, molto più forte: ‘Stare fermi ad aspettare chi è indietro è una politica suicida per tutti’. Nella sostanza lo preciserà subito dopo, la presidente di Confindustria, che questa non è insensibilità al ‘solidarismo’, che le sue parole non sono e non vogliono essere un’offesa per nessuno, che è solo dire le cose senza le ipocrisie: ‘In un Paese che ha regioni tra le più sviluppate d’Europa e regioni, invece, tra le meno sviluppate, non possiamo pensare a una soluzione uguale per tutti’. Anzi: ‘Se i più forti vanno avanti è anche a vantaggio del Mezzogiorno, delle regioni più arretrate’. Pena, appunto, ‘il suicidio per tutti: se non facciamo in fretta, se il federalismo lo applichiamo nel 2013 o 2014... Beh, forse non avremo più le imprese, a cui applicarlo’. È davvero come buttare un sasso. E creare un caso. Nord e Sud. Gli industriali lombardi, non c’è bisogno di dirlo visto che sono loro i primi a schiacciare il tasto del federalismo spinto, sono ovviamente tutti con lei. I veneti, probabilmente i piemontesi, molti altri imprenditori del Nord sanno che non sono citati solo per ragioni, come dire, di ‘onore all’ospite’: ma fosse a Treviso, per esempio, Marcegaglia riceverebbe esattamente gli stessi applausi perché direbbe esattamente le stesse cose. E non avrebbe problemi a spiegarle — magari con toni un po’ diversi ed entrando un po’ più nei dettagli — nemmeno al Sud. Da dove però, almeno a freddo, a quelle parole segue un silenzio che un filo di imbarazzo lo tradisce. E che non a caso viene riempito dall’altra signora del mondo delle imprese italiane, quella che sta dall’altra parte, sul fronte lavoro: è Susanna Camusso a dire ‘attenti, al federalismo a due velocità: sarebbe un federalismo non solidale’. Si tratta, probabilmente, di intendersi su quel termine: ‘Solidale’. E però, per la numero uno della Cgil, stiamo attenti a spingerci su certi terreni: ‘La sensazione è che si usi il federalismo come arma di dialettica politica’. Sa, certo, che questa non era l’intenzione della presidente di Confindustria. Ma lì, anche, sono finite ‘intrappolate’ le sue battute. Perché fraintese? Probabile, se è vero che è il ministro leghista Roberto Calderoli a rispondere indirettamente, poi, a Camusso. E a ‘interpretare’ Marcegaglia: ‘Il federalismo fiscale che abbiamo scelto è solidale e competitivo ed entrerà in vigore in contemporanea per tutti. Poi c’è il federalismo a velocità variabile cui, penso, fa riferimento Marcegaglia: ma riguarda solo ulteriori forme di autonomia’. Già. Però non tutti, a Cernobbio, pensavano soltanto a questioni di burocrazia o investimenti”. (red)

 

14. Irlanda, governo in crisi dopo il salvataggio

Roma - “Sostiene Jose Socrates Carvalho Pinto de Sousa, primo ministro portoghese, che il suo Paese ‘non ha bisogno dell'aiuto di nessuno’. Precisamente ciò che sosteneva il suo collega irlandese Brian Cowen 7 giorni fa, soltanto 7 giorni fa. Ma ieri sera – scrive IL CORRIERE DELLA SERA - Cowen era chiuso in riunione d’emergenza con il suo governo, i manifestanti a urlare giù in strada contro il piano dell’austerità e il partito alleato di maggioranza a reclamare elezioni anticipate subito, a gennaio. E in serata il premier irlandese ha annunciato il Parlamento verrà asciolto, ma solo dopo l’approvazione del budget 2011. Un copione già visto in Grecia si ripete: il salvataggio dell’Irlanda, appena garantito dall’Unione Europea, dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca centrale europea, non tranquillizza i suoi stessi protagonisti e soprattutto non placa l’inquietudine dei mercati. Dopo una breve risalita, ieri le Borse di tutta Europa hanno slittato malamente, in particolare sono franati a Dublino i titoli di quelle banche che sono la prima causa del salvataggio. L'indice Ftse Mib a Milano ha fatto registrare una scivolata dell'1,9 per cento. Né certo le cose in tutta l'Eurozona e nella Ue hanno migliorato quando l'agenzia Moody’s si è detta pronta a declassare di più punti il rating sovrano dell’Irlanda, e proprio all’indomani del salvataggio. Anche l’euro ha ripreso a barcollare nella sua corsa contro il dollaro, perdendo lo 0,8 per cento rispetto al giorno precedente e chiudendo a quota 1,36. Ma soprattutto, vi sono stati e vi sono altri segnali preoccupanti, che vengono come sempre dal confronto fra i rendimenti dei titoli decennali di Stato tedeschi (considerati più solidi) e quelli di altri Paesi: aggiustamenti — per ora molto contenuti — tornano infatti a profilarsi nei differenziali di rendimento di varie nazioni ‘marginali’, e quindi più a rischio; in particolare, nel campo della copertura del rischio-debito, ieri si sono impennati i ‘credit default swaps’ di Grecia, Portogallo, Spagna e in minima parte anche dell'Italia. Come sempre nei momenti di crisi, gli Stati più deboli tendono a offrire interessi più alti, per attirare gli investitori e rastrellare più soldi sui mercati; e quindi si ritrovano con un debito più alto, in prospettiva. Era accaduto con la Grecia, e poi con l’Irlanda: il fatto che torni a succedere ora, con il Portogallo, fa temere che, tolta dalla linea di tiro l’Irlanda, la speculazione stia aggiustando la mira su altri bersagli. E che la crisi del debito sovrano stia divenendo contagiosa. I margini sono stretti, l’orlo del burrone è vicino per tutti: la Grecia e l’Irlanda si sono arrese, e hanno chiesto l’aiuto della Ue, quando il differenziale di rendimento fra i loro titoli e quelli tedeschi ha toccato l’8,9 per cento; oggi la Spagna sta al 4,7 per cento e il Portogallo al 6,7 per cento. Nella trincea si vive gomito a gomito, il che rende più facile il tiro agli speculatori: che forse hanno udito anch’essi il commento del primo ministro Socrates, ‘il Portogallo non ha bisogno dell' aiuto di nessuno’, e si preparano a rispondergli, a modo loro”. (red)

 

15. Afghanistan, Rasmussen: L’Italia è un partner forte

Roma - Intervista della STAMPA al segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen. “Dentro insieme, fuori insieme. Anders Fogh Rasmussen assicura che ‘la transizione afghana non è un ritiro’, ricorda che la fase finale della campagna comincerà nel 2011 per chiudersi nel 2014 (‘si spera, ma è possibile’), e ammette di ‘non ritenere giusto che i soldati tolti dalle province dove è tornata la calma si lascino alle spalle quelli impegnati in aree più complesse, come Kandahar o l’Est’. È per questo, spiega il segretario generale della Nato, che ‘al summit di Lisbona abbiamo deciso di reinvestire il dividendo della transizione, per restare fedeli al principio in together, out together ‘. Certo, riconosce, ‘dobbiamo discuterne’. Ma, ora, appare difficile che gli italiani della relativamente tranquilla Herat tornino a casa l’anno prossimo dopo aver passato le consegne alle forze del presidente Karzai. Evere, quartier generale della Nato, trentasei ore dopo il vertice dei capi di Stato dell’Alleanza atlantica sulle rive del Tago. Seduto su una poltrona azzurra come la bandiera della casa, l’ex premier danese Rasmussen insiste sul fatto che la due giorni lusitana è destinata a entrare nella storia. ‘Lo è veramente, non sono solo parole’, assicura. Sventaglia il nuovo concetto strategico varato dai Ventotto ‘che adatta la Nato alle sfide della sicurezza del XXI secolo’, con le ‘new entry’ della lotta al cybercrime e al terrorismo. Ci aggiunge ‘il pacchetto di riforme che renderà più efficienti le nostre strutture’, poi l’intesa sulla ‘transizione’ dall’Afghanistan e quella su un sistema di difesa missilistica incentrato sul Patto atlantico. Il che porta nel vivo del discorso e fa comparire per la prima volta nella conversazione la parola ‘Russia’. Segretario, dalle dichiarazioni del giorno dopo sembra che abbiate scolpito la pietra tombale della Guerra fredda. ‘È un buon modo per dirlo. Io ho usato l’immagine “abbiamo sepolto i fantasmi del passato”, poi mi hanno fatto notare che non basta seppellirli perché possono tornare in vita. Allora ho cambiato formula: “abbiamo esorcizzato i fantasmi del passato”‘. In pratica, che vuol dire? ‘Che siamo all’inizio di una nuova fase. I dati concreti sono l’intesa sulla cooperazione per la difesa missilistica e quella in Afghanistan, più il patto contro il terrorismo e la pirateria informatica. Puntiamo a un nuovo partenariato strategico’. A sentire il presidente Medvedev è un buon passo, eppure sarà un cammino tutto meno che facile. Vero? ‘Non c’è motivo di nascondere che sarà difficile. Ci sono questioni in cui non siamo d’accordo, a partire dalla Georgia’. Non ve la siete dimenticata, la guerra del 2008? ‘No. Continuiamo a insistere perché siano riaffermate la piena sovranità e la piena integrità del territorio georgiano. Non riconosciamo l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud. Non accettiamo la presenza di truppe russe’. Però il dialogo è aperto... ‘I problemi non devono far dimenticare che condividiamo con Mosca una serie di interessi di sicurezza e dobbiamo sviluppare piena cooperazione pratica. La difesa missilistica è una questione complessa, ma un ottimo punto di partenza’. Quali sono gli ostacoli? ‘Ci sono molte domande a cui rispondere prima di cooperare, da noi come in Russia. È stato importante decidere di avviare un’analisi congiunta sulle procedure, per ripristinare la cooperazione pratica e sui missili a medio raggio. Un canale che abbiamo congelato nel 2008. Ora si riparte, anche con esercitazioni comuni’. Si immagina quando Mosca potrebbe accedere alla Nato? ‘Non è un tema in agenda. Le parole dei leader russi rivelano che non hanno intenzione di chiedere l’accesso alla Nato, dunque non credo che avremo presto una domanda di adesione. Un approccio realistico, pertanto, è il dialogo nell’ambito del Nato-Russia Council creato nel 2002 al vertice di Pratica di Mare’. È stato duro mediare tra Francia e Turchia e togliere l’Iran dalla nota sullo scudo? ‘Non c’era motivo di nominare uno specifico Paese. Sono tanti ad avere le tecnologie missilistiche. Alcuni di loro possono colpire la Nato. Perché menzionarne uno solo? È una sfida più grande che potrebbe oltretutto evolversi nei prossimi anni’. E lo scudo che gli israeliani approntano con l’aiuto Usa? ‘Sono progetti separati. Noi svilupperemo un sistema per proteggere il territorio dell’Alleanza’. Veniamo all’Afghanistan. L’Italia promette altri 200 istruttori. Nessuna sorpresa, vero? ‘L’Italia ha senza dubbio dato il buon esempio. Il successo della transizione a Kabul dipende anche dalla formazione del personale locale. Il suo Paese ha confermato la disponibilità e altri l’hanno seguito. È un atteggiamento coerente. Quando vado a Roma e chiedo risorse per la Nato trovo sempre una risposta positiva. L’Italia è un alleato forte’. Anche in questa fase di turbolenza politica? ‘Non ho visto alcun cambiamento nell’impegno di uno Stato in cui il sostegno per la Nato è da sempre bipartisan’. Che differenza c’è fra ‘transizione’ e ‘ritirata’? ‘Transizione significa graduale attribuzione della piena responsabilità alle autorità afghane che, certo, avranno bisogno ancora del nostro sostegno’. Ancora? ‘Immagino una presenza continuata delle forze internazionali dopo il 2014. Con un ruolo diverso, sia chiaro, non saremo in prima linea. Aiuteremo poliziotti e soldati, a seconda degli sviluppi che ora nessuno può immaginare. Questo processo deve rispondere a delle condizioni e non a un calendario. Non possiamo abbandonare l’Afghanistan sino a che saremo sicuri che le forze di sicurezza locali sono in grado di rispondere alle loro responsabilità’. Gli italiani di Herat, una regione più tranquilla, potrebbero essere fra i primi a essere spostati. Torneranno a casa? O andranno altrove? ‘È un nodo da sciogliere nei prossimi mesi. Le truppe liberate dalla loro missione in certe aree dovrebbero essere disposte altrove oppure trasferite con funzioni di supporto sostegno, come addestramento o formazione. È un’esigenza di equità. È il dividendo della transizione’".

 

 (red)

 

16. JFK, dopo 47 anni parlano le guardie del corpo

Roma - “Quando Lee Harvey Oswald esplode il primo colpo l’agente Jack Ready pensa a un fuoco d’artificio, è il veterano Clint Hill il primo ad accorgersi di quanto è avvenuto esclamando ‘Oh, my God!’ e la rabbia degli 007 si sprigiona quando arrivando al Parkland Hospital si accorgono che nessuno li sta ad aspettare. A raccontare – scrive Maurizio Molinari su LA STAMPA - l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy attraverso la testimonianze dei quaranta agenti della sua scorta è uno di loro, Gerald Blaine, nel libro ‘The Kennedy Detail’ reso possibile dalla scelta collettiva degli agenti del ‘Secret Service’ di rompere il silenzio. A spiegare il perché è proprio Clint Hill, che nella carovana di Dallas era aggrappato alla parte posteriore della limousine presidenziale, definendo Blaine ‘una persona di indubbia onestà’ e prendendo le distanze da ‘scrittori e registi che si basano sulle opinioni anziché sui fatti per contestare le conclusione della Commissione Warner’ che nel 1964 pubblicò il primo rapporto sull’omicidio. ‘Siamo noi i testimoni di quanto avvenne e ricordare quei fatti può servire a non farli ripetere’ aggiunge Hill, ammonendo sul rischio che un nuovo omicidio presidenziale ‘sarebbe una tragedia nazionale’. Ecco dunque cosa avvenne quel 22 novembre di 47 anni fa, quando la carovana di tre auto guidata dalla Ford bianca con a bordo l’agente Win Lawson si mette in marcia per portare John Kennedy al Dallas Trade Mart dove lo aspettano 2600 persone in festa. Le misure di sicurezza sono quelle di sempre: studiate a memoria dagli agenti che lo seguono ovunque ma che, come scrive Blaine, non possono contare ‘né sugli auricolari né sulle banche dati di oggi ma solo sullo spirito di squadra di uomini che non avevano alcuna fede politica ma solo la volontà di difendere il presidente’. Le macchine sono tre. Avanti la Ford bianca con Lawson e lo sceriffo di Dallas, dietro la limo presidenziale con Kennedy e la moglie guidata da Bill Greer ed a fianco Roy Kellerman. E per ultima la convertibile con a bordo quattro agenti, due collaboratoti di Kennedy e un fucile di precisione AR-15. Ma le maggiori responsabilità ricadono sui quattro agenti che procedono a piedi, a fianco della terza auto: Clint Hill e Tim McIntyre sulla sinistra, Jack Ready e Paul Landis sulla destra. È proprio Landis, un attimo prima della tragedia, a far notare a Ready la ‘tanta gente sui tetti delle case’ a conferma che la popolarità di Kennedy è arrivata anche nella roccaforte dei repubblicani in Texas. Nello stesso istante Emory Roberts, a bordo della terza auto, si dice soddisfatto per ‘la gestione della carovana’ da parte degli agenti, inclusi i motociclisti che procedono sempre in linea con le gomme della limo presidenziale. Ma è proprio in quell’attimo che Osvald esplode il primo colpo. Ad accorgersene è Jack Ready ma pensa ad un ‘fuoco d’artificio’ e lo dice ad alta voce. Clint Hill, fisicamente attaccato alla limo, guarda d’istinto il presidente mentre dice ‘mi hanno colpito’ e grida ‘Oh, mio Dio’ mentre il governatore del Texas, John Connally, trema di paura: ‘Ci uccideranno tutti’. L’attentatore esplode il secondo colpo, questa volta il suono è più forte, vicino. L’agente Roy Kellerman, seduto a fianco dell’autista della limo, grida: ‘Ci hanno colpito, via di qui’. Win Lawson decide di dirigere la carovana d’auto verso ‘l’ospedale più vicino’ ma nessuno sa bene dove sia mentre arriva il terzo colpo, centrando la testa di John Kennedy. La First Lady Jackie grida in faccia agli agenti: ‘Lo hanno ucciso, è stato colpito in testa’. Clint Hill è oramai sopra la limo, incitando l’autista a correre ‘all’ospedale’. Sono passati appena sei secondi dal primo colpo, gli uomini della scorta si guardano intorno, George Hickey sulla convertibile imbraccia il fucile Ar-15 ma oramai è troppo tardi per reagire. La priorità è salvare la vita del presidente degli Stati Uniti. La corsa verso l’ospedale di Parkland dura sei minuti, durante i quali la scorta chiama per radio la polizia di Dallas avvertendoli di cosa era avvenuto, ma quando il corteo arriva davanti all’entrata del pronto soccorso non c’è nessuno ad accoglierli. Clint Hill e gli altri si gettano sulla ricerca di ‘almeno due barelle’ ma a Roy Kellerman basta gettare un’occhiata dentro la limo per rendersi conto che Kennedy è morto: materia ossea e frammenti di cervello sono ovunque. Il pensiero va così subito sulla nuova missione, ovvero difendere il vicepresidente Lyndon B. Johnson che è il nuovo ‘comandante in capo’. Anche se in quel momento nessuno ancora sa bene dove si trovi. Dal racconto di Blaine traspare l’amarezza per lo smacco subito come anche il plauso ad un’America che ‘protegge oggi i candidati presidenziali con risorse che noi allora non avevamo per difendere la Casa Bianca’. Quasi a dire che la tragedia di John Kennedy è servita a rendere la presidenza più sicura”. (red)

 

17. Cambogia, panico alla festa: 300 vittime nella calca

Roma - “Doveva essere una giornata di allegria, l’ultima di tre, destinata a concludere la tradizionale Festa dell’acqua. Invece il primo ministro Hun Sen si è dovuto presentare in televisione per ‘chiedere scusa’ al popolo cambogiano sottolineando — ma davvero non era necessario ricordarlo — che si trattava della più grave tragedia per il Paese ‘dai tempi del regime di Pol Pot e dei khmer rossi’, quando nei ‘killing fields’, nei campi della morte, tra il 1975 e il 1979 erano state uccise quasi due milioni di persone”. Lo scrive IL CORRIERE DELLA SERA. “Strazianti le immagini diffuse da tv e siti Internet: giovani ormai incoscienti cui improvvisati soccorritori praticavano il massaggio cardiaco quando ormai l’ultimo anelito di vita si era dissipato; corpi ammassati come bambole di stracci; parenti e familiari disperati, sotto choc, ancora increduli di fronte alla fidanzata, alla sorella, al fratello ormai morti. L’ultimo bilancio ufficiale parlava di 345 vittime, la maggior parte delle quali, almeno 250, donne. Oltre 400 i feriti. Ma il bilancio — ha messo subito in chiaro Hun Sen quando i numeri dei morti erano già a tre cifre — ‘è destinato ad aggravarsi ancora’. Avevano trascorso una giornata piacevole sull’isola del diamante, Koh Pich, tra musica e gare di barche su un affluente del Tonle Sap, il grande lago che proprio in questa stagione aumenta la sua superficie trasformandosi nel ‘grande padre’ della Cambogia: fonte di acqua per l’irrigazione e pesci per i mercati di tutto il Paese. La Festa dell’acqua marca proprio il momento in cui, grazie all’apporto dei monsoni, cambia il corso della c orrente trail Tonle Sap e il fiume Mekong. Oltre due milioni di persone, stimano le autorità, avevano raggiunto Phnom Penh per partecipare alla tre giorni di giochi e divertimento. Ieri nulla faceva presagire la tragedia. Il ponte che unisce l’isoletta del Diamante alla terraferma si è riempito alla fine di una massa di gente vociante, allegra. Troppa gente: ‘Stavamo attraversando il ponte verso l’isola del Diamante quando alcune persone hanno cominciato a spingere dal lato opposto. Qualcuno ha gridato. La gente ha iniziato a correre, cadendo gli uni sugli altri. Anch’io sono caduto. Sono ancora vivo perché qualcuno, non so nemmeno chi, mi ha rimesso in piedi’, ha poi raccontato Kruon Hay, 23 anni. Secondo la Cnn, all’origine della calca ci sarebbe un intervento della polizia, che avrebbe diretto alcuni idranti sulla folla, provocando panico e, pare, anche una scossa elettrica accidentale quando l’acqua ha colpito alcuni festoni. Come una forza primordiale, la paura si è trasmessa senza bisogno di parole, aumentando a dismisura gli effetti della pressione. Molti hanno cercato scampo gettandosi dal ponte, per trovare la morte annegati nel fiume sottostante. Gli altri hanno perso la vita schiacciati, calpestati, soffocati. Per ore e ore le ambulanze hanno fatto la spola tra gli ospedali e il luogo della tragedia, mentre i cadaveri venivano accatastati, in file ordinate, poco lontano dal ponte. Il premier Hun Sen ha promesso un’inchiesta ufficiale”. (red)

 

18. Francia, attrazione per potere fatale alle giornaliste

Roma - “Le donne ministro sono spesso belle, ma non seducono i giornalisti; mentre i ministri sono spesso brutti e seducono le giornaliste, in particolare quelle televisive. Tra le numerose "eccezioni francesi" ce n’è una di cui si parla poco, rappresentata dalle coppie giornaliste-politici, che sollevano sospetti sui rapporti tra media e potere e finiscono quasi sempre con le donne che sacrificano la loro carriera”. Lo scrive LA REPUBBLICA. “Mai che vengano chieste le dimissioni di un ministro perché la moglie presenta un telegiornale: in genere, si chiede il contrario, e ormai le direzioni delle tv anticipano tutti e trasferiscono le giornaliste che hanno una storia sentimentale con un politico. L’ultima in ordine di tempo è Audrey Pulvar: il suo compagno, Arnaud Montebourg, si è candidato alle primarie socialiste e i-Télé, la rete "all news" per cui lei lavora, ha immediatamente sospeso la sua trasmissione. Non è la prima volta e non sarà nemmeno l’ultima, perché i casi sono tanti: Dominique Strauss-Kahn, direttore dell’Fmi e possibile rivale di Sarkozy per l’Eliseo, ha sposato in terze nozze Anne Sinclair, per molti anni la più popolare giornalista televisiva. La quale ha lasciato il piccolo schermo nel 1997, quando il marito diventò numero due del governo Jospin. Anche Bernard Kouchner ha una moglie giornalista televisiva, Christine Ockrent, che però non ha mai voluto sacrificarsi del tutto: nel 2007 quando il partner è entrato al governo ha lasciato una trasmissione politica. Ma poi ha accettato la nomina ad amministratore delegato della società che gestisce radio e tv pubbliche per l’estero suscitando più di una polemica, visto che il marito guidava la diplomazia transalpina. La lista è lunga, le polemiche antiche: nel ‘92, Mitterrand fu intervistato in tv da cinque giornalisti, fra cui proprio la Sinclair e la Ockrent, i cui mariti erano all’epoca membri del governo socialista. Da allora le cose sono cambiate, le giornaliste si sacrificano, come ha fatto tre anni fa Béatrice Schönberg, moglie del ministro Jean-Louis Borloo, e come dovrà forse fare Valérie Trierweiler, compagna di François Hollande, che per lei ha lasciato Ségolène Royal ma non le sue ambizioni politiche. Il numero di coppie e la loro celebrità suscita sempre una certa diffidenza nel pubblico, che vede nell’amore giornaliste-politici il riflesso di una connivenza più generale fra le due categorie. Ma ancor più interessante è cercare di capire perché i giornalisti non seducono le donne politiche. Didier Hassoux, del Canard enchainé, ha una risposta tagliente e probabilmente fondata: ‘Nella mente maschilista dei giornalisti politici una donna non è al cuore del sistema politico, salvo qualche caso notevole. Una ministra è un sottoministro, un burattino nelle mani di qualcuno più potente. Non sono interessanti professionalmente e quindi nemmeno sessualmente’. È il potere, insomma, a scatenare l’attrazione fatale. E in politica, almeno per ora, lo detengono gli uomini”. (red)

Acqua velenosa in Italia. E ora cosa rimane?

USA. In sede civile il terrorista ha più chance