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Emergenza colera ad Haiti. Emergenza?

La colpa dell’epidemia viene scaricata sui “caschi blu” provenienti dal Nepal. Ma la causa principale è nella mancata ricostruzione degli impianti di depurazione dell’acqua potabile

Dopo essere stata devastata dal terremoto quasi un anno fa, adesso Haiti, che domenica andrà alle urne, deve vedersela con l’epidemia di colera. Che nessuno, o quasi, è in grado di gestire. O non vuole.

L’Onu si arrampica sugli specchi. È dall’inizio di ottobre che nell’isola caraibica si manifestano i primi casi della malattia. E l’associazione “Medici Senza Frontiere” sembra essere l’unica ad averlo notato. L’inizio dell’epidemia sarà ufficializzato solo un paio di settimane più tardi, quando le autorità sanitarie locali e i rappresentanti dell’Onu ne confermeranno l’esistenza. Nel frattempo, la situazione era già peggiorata. Il colera aveva provocato la morte di circa duecento persone nel giro di pochi giorni, fino ad arrivare agli attuali 1.500. Poteva essere evitato? Forse. Ma secondo le spiegazioni fornite dall’Onu si sarebbe trattato solo di uno spiacevole imprevisto, considerando che ad Haiti non si verificano casi di colera da quasi un secolo. 

A questo punto, invece di concentrarsi nel cercare di arginare il contagio, inizia la caccia all’untore. Gli esperti analizzano il tipo di colera, e giungono alla conclusione che si tratta di una forma molto diffusa nel Sud Est asiatico. Come sia arrivata ad Haiti, lo spiega una curiosa coincidenza: con l’ingresso nell’isola di un contingente di “peacekeepers” dell’Onu proveniente dal Nepal che, recentemente, è stato colpito dallo stesso ceppo della malattia. Si scatena il caos. La popolazione si scontra con i caschi blu «criticando la gestione dell’epidemia da parte delle autorità e chiedendo la partenza dei soldati della missione dell’Onu». Addestrate per mantenere la stabilità e la pace nelle zone calde, le truppe rispondono agli attacchi sparando contro due manifestanti, uccidendoli. Per legittima difesa, dicono le Nazioni Unite, negando anche che il colera sia stato portato dal suo contingente nepalese. Affermazione prontamente smentita da diversi studiosi e dall’ambasciatore svedese ad Haiti, Claes Hammar secondo il quale «il ceppo viene dal Nepal. Ho avuto l’informazione da una fonte diplomatica, ed è accurata al 100%. Abbiamo analizzato i campioni e tracciato il ceppo in Nepal». 

Polemiche o meno, l’epidemia peggiora, e gli aiuti tardano ad arrivare proprio a causa degli scontri. Stefano Zannini, capo missione di Medici Senza Frontiere denuncia che «la risposta all’emergenza colera fino ad oggi è stata inadeguata per fronteggiare i bisogni della popolazione. (...) Il lento dispiegamento degli aiuti rappresenta il principale problema. Sono necessarie più organizzazioni per curare i malati e dispiegare azioni preventive, specialmente adesso che i casi stanno drammaticamente aumentando in tutto il paese: non c’è più tempo da perdere in riunioni e dibattiti». Insomma, basterebbe organizzarsi meglio per prevenire che il contagio si diffonda a dismisura, soprattutto perché «il colera è una malattia che si può prevenire facilmente», come afferma Caroline Seguin, la Coordinatrice medica dell’emergenza per Medici Senza Frontiere. «Se il colera è una novità per Haiti, le procedure di prevenzione e trattamento della malattia sono invece conosciute e definite da tempo. Senza un immediato aumento di tutte le misure necessarie da parte delle organizzazioni, delle agenzie internazionali e del governo di Haiti». 

Eppure, anche se si tratta di una malattia non endemica nel paese, non era difficile prevederne un’eventuale comparsa. Haiti lo scorso 12 gennaio è stata colpita da un terremoto devastante che ha provocato più di 300 mila morti. Il sisma non ha distrutto solo le abitazioni, ma anche le infrastrutture di depurazione dell’acqua. E poichè «il cardine della prevenzione del colera risiede nella potabilizzazione delle acque e nel miglioramento dei servizi igienici e sanitari», gli aiuti provenienti da diverse associazioni, compresa la Banca Mondiale, dovevano essere utilizzati per ripristinare gli impianti di purificazione. Dove sono andati a finire gli oltre 400 milioni di dollari elargiti dalla Banca Mondiale per sostenere la ricostruzione? Non si sa, visto che molti ospedali sono tuttora inagibili, quasi due milioni di persone vivono ancora per strada in condizioni igienico-sanitarie a dir poco precarie, e l’acqua contaminata uccide all’incirca duecento persone, al giorno. 

La risposta, si fa per dire, è un ulteriore finanziamento della Banca Mondiale di dieci milioni di dollari per “l’emergenza” colera. Servirà a placare gli animi in vista delle prossime elezioni presidenziali e legislative in programma il 28 novembre.

 

Pamela Chiodi

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