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Gelmini stop. Visto che si poteva fare?

Ieri la riforma Gelmini ha fatto un passo indietro. 

Durante la votazione sulla riforma il Ministro della scuola e Angelino Alfano, forse per distrazione, votano con le opposizioni uno degli emendamenti, premendo il pulsante "sbagliato". Sono evidentemente nel pallone e poco dopo la maggioranza di governo è di nuovo "sotto" su un emendamento di Futuro e libertà alla riforma. La tanto agognata approvazione del decreto slitta dunque a martedì. La Gelmini, a questo punto, "minaccia" di ritirare la riforma qualora nelle prossime sedute vengano approvati degli emendamenti così profondi da stravolgere il senso della riforma. Allora, evidentemente, un modo per fermare la riforma c'è. E c'era anche prima di oggi, o no?

Eppure, la frenata sulla riforma Gelmini non è una notizia. Con quello che sta succedendo fuori al Senato e in tutti gli Istituti scolastici e Università d'Italia una battuta d'arresto era d'obbligo. Accompagnata, pare, da un decreto che destinerebbe 111 milioni di euro al risanamento e adeguamento antisismico di alcuni edifici scolastici. Da dove proverranno questi soldi non è dato sapere. Si tratta però, evidentemente, di un decreto "a orologeria" che probabilmente serve a placare gli animi e a dimostrare - visto che gli appelli alla calma, le dichiarazioni visionarie di Emilio Fede e le provocazioni della Gelmini non hanno funzionato - che i ragazzi scesi in piazza si sbagliano. Non è così.

Nessuno come gli studenti sa che una riforma della scuola pubblica è necessaria. Ma, caro Ministro, come farà a fondare la scuola pubblica sulla meritocrazia se taglierà i fondi per il diritto allo studio, a renderla efficiente se non ci saranno supplenti e insegnanti di sostegno, a portare l'Italia al passo con l'Europa se chiuderà i centri di ricerca?

Questo Parlamento si sta mostrando in tutto e per tutto per quello che sembrava essere: una accozzaglia di privilegiati di ogni tipo che cavalcano, chi più e chi meno, le emozioni della gente, che usano le manifestazioni a fini elettorali, che sono pronti a dare alla "piazza" un valore piuttosto che un altro a seconda della loro opportunità personale - altrimenti non si spiega come mai deputati pronti a scendere in piazza anche mentre contemporaneamente sono in carica al governo debbano bollare da sempre le manifestazioni degli studenti come utili solo a far saltare loro un giorno di scuola.

Che la Gelmini dica che i ragazzi "difendono i baroni delle università", tra le altre cose, significa che non capisce assolutamente - o, meglio, fa finta di non capire - le ragioni della protesta. Il baronato è una delle cose meno sopportate della scuola pubblica. Ma non ci si evolve da quello se a un baronato si sostituisce un altro privilegio, in questo caso quello delle scuole private che intrallazzano in un modo o nell'altro con la politica. Sembra quasi di essere tornati ai tempi di Napoleone, che concedeva titoli nobiliari a pagamento e infilava ogni genere di parente nei luoghi di privilegio e di potere a sua disposizione. 

Non è certo per difendere l'una o l'altra possibilità che si stanno verificando in tutta Italia scontri dei ragazzi con la polizia e che gli studenti hanno occupato, accanto a diversi atenei e istituti, la Mole antonelliana, la Torre di Pisa, il Colosseo, luoghi di storia e cultura eletti a simbolo di quell'Italia che non ha voglia di soccombere.

Forse ancora più grave nella protesta delle disdicevoli considerazioni della Gelmini è la presenza improvvisa dei leader dei partiti di opposizione in mezzo ai manifestanti. In particolare in mezzo a quelli, tra i manifestanti, in qualche modo più visibili. Di Pietro, Bersani e infine Vendola hanno infatti solidarizzato con gli studenti, andandoli a raggiungere sul tetto della facoltà di Architettura di Roma. Ma (come accennavamo ieri qui /quotidiano/2010/11/25/uova-alla-gelmini-e-ai-politici-che-si-accodano-alla-protest.html) c'è da chiedersi quali siano le loro reali motivazioni. Infatti hanno permesso anche loro che la riforma arrivasse a un passo dall'approvazione e, se la protesta studentesca non si fosse evoluta da pacifica a accesa, probabilmente il ddl della Gelmini sarebbe già legge e loro starebbero già rilasciando dichiarazioni di impotenza di fronte alla sua ineluttabile approvazione. 

Invece, con la protesta sul tetto, i leader dell'opposizione hanno avuto una buona opportunità per sorridere a favore di telecamere - evocando in qualche modo l'immagine di Berlusconi che cammina tra le macerie de L'Aquila col caschetto in testa - farsi fare delle belle foto sulla scaletta nell'atto di salire in cima all'edificio e rilanciare la loro immagine di eroi dalla parte delle giovani generazioni in difficoltà. Se lo fossero seriamente invece di passare il tempo sui tetti - come gli studenti sono obbligati a fare per attirare l'attenzione (anche la loro) - starebbero arroccati in Parlamento a lavorare perché questa riforma si possa trasformare in qualche misura da un'ecatombe a un'opportunità. 

 

Sara Santolini

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