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Obama: e ora che fare?

di Valerio Lo Monaco

Come era facilmente prevedibile, Obama ha preso una sonora batosta alle elezioni di mid term. I Repubblicani hanno stravinto alla Camera e i Democratici hanno tenuto almeno un po' al Senato. Trovate tutti i dettagli su diversi quotidiani ed è inutile ripetersi. Ciò che conta è capire quali saranno le conseguenze politiche di questa tornata elettorale.

Le elezioni di mid term sono un termometro della situazione molto importante. Giudicano quanto fatto dal Governo fino a questo punto e, sopra ogni altra cosa, determinano, in pratica, cosa lo stesso Governo farà nel futuro, soprattutto in avvicinamento alle elezioni prossime, questa volta per eleggere il nuovo Presidente degli Stati Uniti. Beninteso, come si sa - o come si dovrebbe sapere - in quella che viene definita la "più grande democrazia del mondo" a partecipare alle elezioni è una piccolissima minoranza degli aventi diritto. Molto più semplicemente, il grande resto degli statunitensi se ne frega di quanto avviene a palazzo. In ogni caso, le scelte politiche della Casa Bianca vengono influenzate in modo decisivo dalle tornate elettorali: in ballo c'è la rielezione dello stesso Presidente, con le conseguenti ascese al governo, o a zone limitrofe, della pletora di interessi e lobby che sono collegati a questo o quel partito, a questo o quel Presidente.

Per di più, ultima premessa, c'è da rilevare che, come avviene in tutti i governi, le eventuali scelte impopolari vengono fatte sempre nella prima parte del mandato (cioè quella che Obama ha ormai alle spalle) mentre nella seconda parte (i due anni che abbiano di fronte) le scelte politiche sono dettate in massima parte nella direzione di non perdere consenso, anzi di aumentarlo. Le grosse riforme, insomma, si fanno nella prima parte del mandato.

Sennonché gli Usa sono in crisi tremenda, dal punto di vista economico e quindi sociale (il fenomeno degli scontenti, dei Tea Party e di quanti sono in mezzo a una strada e non ne possono più è in forte ascesa).

Storicamente, almeno per tutto il secolo scorso, i metodi che gli Stati Uniti hanno utilizzato per mantenere e incrementare la propria visione del mondo basata sul materialismo e sulla crescita economica, sono stati di due tipi, strettamente collegati: da una parte la volontà di detenere il monopolio mondiale della valuta di riferimento (il Dollaro come moneta mondiale, il commercio del petrolio in Dollari eccetera), dall'altro lato l'incremento dell'industria bellica, ovvero delle guerre (necessarie o meno poco importa) per fare in modo che l'economia potesse trarre giovamento dall'espansione delle spese militari.

L'invasione dell'Europa, il conseguente piano Marshall e le altre guerre moderne all'Iraq e all'Afghanistan sono lì a confermare la tesi, per chi abbia voglia di voler leggere la realtà.

Gli Stati Uniti hanno di fronte due possibilità: perdere il predominio economico e militare nel mondo, e dunque continuare nella fase di recessione e sprofondare nella miseria e nel calo della loro influenza politica ed economica, oppure trovare nuovi stimoli all'economia. Quelli messi in atto sino a ora, dalla stampa di banconote della Fed al taglio dei tassi, hanno avuto effetti praticamente nulli, se rapportati alla situazione disastrosa delle Banche.

La prima parte porta a piani di austerity senza precedenti, ai quali gli statunitensi non sono abituati: provate a raccontare ai cittadini che non potranno più vivere a debito come hanno sempre fatto per mantenere i loro spropositati standard economici e vedrete cosa succede.

La seconda possibilità porta dritta alla invenzione - letteralmente: invenzione - della necessità di una nuova guerra. Che farebbe ripartire l'economia bellica, naturalmente. Il che implica trovare un nuovo nemico e convincere l'opinione pubblica statunitense e mondiale della necessità di tale guerra.

Il nemico esiste già, ovvero è stato già creato, l'Iran: manca solo il casus belli, che se la scelta sarà confermata verrà naturalmente creato. Qualcosa di simile alle armi di distruzione di massa dell'Iraq - mai trovate - oppure alle cellule di Al Qaeda in Afghanistan - idem. 

Ma la cosa è decisamente diversa da quando gli Stati Uniti decisero di intervenire nella Seconda Guerra Mondiale in una situazione che non li riguardava, se non per gli interessi che ne sono seguiti (e che sono certificati, malgrado i ridicoli e ipocriti libri di storia sui quali abbiamo studiato e studiano i nostri figli). Così come è diversa dagli eventi dell'11 settembre. Ora, economicamente, gli Stati Uniti sono veramente nel disastro più totale. E per di più, rispetto ad allora, ci sono in nuovi attori dell'Est pronti a sostituire la potenza Usa. Cina e India in primis.

Naturalmente seguiremo gli eventi, come abbiamo sempre fatto. Ma sia chiaro che lo scenario è questo. 

 

Valerio Lo Monaco

 

PS Naturalmente manca del tutto l'Europa, che in una analisi geopolitica ha, come si vede, per ora, un ruolo marginale, se non nullo. E dunque subisce gli eventi. Ma di questo parleremo un'altra volta.

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