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Scuola senza soldi, Italia senza futuro

Drastico taglio ai fondi destinati alle borse di studio universitarie: l’ennesimo colpo al sistema della pubblica istruzione, a tutto vantaggio dei più ricchi e degli istituti privati

Sarà di soli 25,7 milioni la somma destinata dalla Finanziaria alle borse di studio da erogare agli studenti universitari meritevoli e con reddito sotto le soglie dell’Isee. Un abbattimento di quasi il 90% rispetto all’anno in corso, che mette a rischio il diritto allo studio di decine di migliaia di giovani, dal momento che almeno l’80% delle richieste non potrà avere soddisfazione. 

Doppiamente colpevole, in questa triste presa d’atto, il governo italiano. Da un lato soccombe alla crisi, che nonostante le improvvide rassicurazioni ci vede scivolare verso un drastico ridimensionamento in ogni settore della spesa sociale. Dall’altro continua ad avallare il sistema delle borse di studio basate sul reddito famigliare, facendo finta di dimenticare che spesso, in un Paese ad altissima evasione fiscale come il nostro, i dati ufficiali hanno ben poco a che spartire con la situazione reale. Per cui i sussidi finiscono con l’essere appannaggio di categorie sociali che, dichiarando redditi spudoratamente bassi, si prendono anche il lusso di taglieggiare doppiamente i cittadini onesti: prima omettendo di versare il dovuto all’erario, poi appropriandosi di borse di studio che chiaramente non gli spettano.

L’incapacità di combattere l’evasione e gli sprechi nella gestione del denaro pubblico stanno quindi decretando un po’ alla volta, settore per settore, la morte del welfare. Tanto, come ha sottilmente capito la compagine governativa, ci sono ancora le famiglie che terranno a galla, almeno per un po’, la barca del Paese.

La soppressione di fatto dell’istituto della borsa di studio incide gravemente sul progresso culturale del Paese in senso lato, espellendo dalla formazione universitaria, specie da quella d’elite, i giovani economicamente deboli. Già adesso l’Italia è il Paese europeo col minor numero di laureati; figuriamoci cosa può accadere se, all’incertezza del futuro lavorativo, si somma l’impossibilità di proseguire gli studi. 

Non è solo incapacità amministrativa. In questa cattiva gestione emerge l’ormai palese salvaguardia dei ceti più abbienti. Oltre a tagliare con l’accetta i fondi destinati alla scuola pubblica, si continuano a mantenere i fondi per le scuole private, che dovrebbero essere confermati anche nella prossima finanziaria. La “rassicurazione” arriva dal ministro Gelmini in persona, che afferma: «Nella Finanziaria 2011 i soldi per le paritarie non si toccano». Vale a dire, il budget previsto per le paritarie (534 milioni) sarà regolarmente erogato. Si pensi che nella sola Lombardia dal 2001 ad oggi, sono stati drenati quasi 400 milioni di euro dalle tasche dei contribuenti per riversarli in quelle della lobby della scuola privata.

Ora, se è comprensibile e auspicabile che lo Stato sostenga l’imprenditorialità – quella, almeno, che crea posti di lavoro e paga le tasse – davvero non si capisce perché si arrivi al paradosso del servizio pubblico che si riduce da sé a cenerentola, a tutto vantaggio del settore privato che persegue il profitto e che si rivolge a chi dispone di maggiori risorse. Un paradosso, si badi bene, che ha avuto tra i suoi apripista l’allora ministro Fioroni, che con la legge n.27/2006 estese il diritto al finanziamento a tutti gli ordini di scuola, dall’infanzia alle superiori per la funzione pubblica che svolgono, a condizione che autocertifichino (sic) di non avere “fini di lucro”.

Da destra come da sinistra quindi, il campo della scuola è stato sottoposto a interventi, ora più subdoli e ora più espliciti, i cui effetti negativi sono sempre più evidenti. E poi arriva il ministro Sacconi che vuole sensibilizzare i giovani sulla scelta della previdenza complementare con un’iniziativa, mai così fuori luogo, dall’altisonante titolo di “Un giorno dedicato al futuro”. «L'obiettivo – ha spiegato il ministro – è quello di sviluppare una maggiore consapevolezza sulla necessità di integrare la previdenza obbligatoria con quella complementare.» Complimenti per la tempestività.

 

Massimo Frattin

Secondo i quotidiani del 04/11/2010

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