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Deficit Italia. Per la Ue non ci siamo

La Commissione Ue sollecita misure integrative. Ovverosia l’ennesima manovra da svariati miliardi, che allunga nuove ombre sul futuro delle famiglie 

Secondo la Ue l'Italia non riuscirà a ridurre il deficit sotto il 3% entro la fine del 2012, a meno che non intervenga con nuove misure correttive. Si è espressa così la Commissione europea nelle previsioni circa l’andamento economico dei Paesi dell’area Euro. Secondo le stime il nostro rapporto deficit/pil arriverà nel 2012 al 3,5% e non al 2,7% come auspicato dal governo Berlusconi, tanto che Il Commissario agli affari economici, Olli Rehn, ha parlato apertamente della necessità di manovre correttive, quantificate dal responsabile economico del Pd, Stefano Fassina, in 7/10 miliardi. 

Come sottolinea l’agenzia Asca, «Il Tesoro non ha commentato le stime europee e i possibili risvolti sul nostro Paese, ma è certo che le considerazioni sulla crisi politica non possono non tenerne conto. Ciò che si prefigura negli ambienti politici sarebbe una manovra bis, da varare a inizio anno che, dovendo raschiare il fondo del barile, si profilerebbe “lacrime e sangue”, non escluso il ricorso a patrimoniali».

Il tutto in una giornata nella quale le Borse europee sono colate a picco, bruciando 74 miliardi di capitalizzazione (praticamente poco meno dell’equivalente degli aiuti all’Irlanda) e in cui per piazzare i titoli di Stato italiani si sono alzati i rendimenti di mezzo punto percentuale rispetto al mese scorso, raggiungendo una "differenza" di 195 punti base sui bund tedeschi, alimentando timori per la tenuta della nostra economia. 

Sono lontani i trionfalismi di pochi mesi fa, si era a maggio, quando il nostro primo ministro annunciava che «i nostri titoli di Stato hanno riscosso l’approvazione degli investitori non solo italiani ma anche stranieri nell’asta di ieri mattina. La richiesta è stata addirittura più  alta rispetto ai titoli che offrivamo: una richiesta di 12 miliardi e mezzo di euro contro i 7, 5 miliardi che abbiamo offerto». E ad agosto gli faceva eco il ministro Brunetta, in un’intervista al Corriere della Sera: «l'economia comincia a tirare. Produzione industriale in crescita tumultuosa, export a due cifre, disoccupazione in calo. Tutto questo è avvenuto senza crisi sociale, senza crisi del sistema bancario, senza la temuta desertificazione imprenditoriale; anzi, con una buona tenuta del potere d'acquisto delle famiglie e una perfetta tenuta del welfare. [...] Cito dati incontrovertibili. Il Pil del 2010 viaggia verso l'1,5%, quello dell'anno prossimo tra l'1,5 e il 2%».

Peccato che ci sia almeno mezzo punto di differenza. E che quel mezzo punto rischi di costarci piuttosto caro. D’altronde, da parte del nostro esecutivo, la portata della crisi è sempre stato minimizzata, vuoi facendo ricorso a previsioni improntate al massimo ottimismo e dal sapore quasi festaiolo, vuoi con una tecnica comparativa sapiente, che di volta in volta usava il termine di paragone più utile ad abbellire la realtà. Noi andiamo meglio di questo, abbiamo meno disoccupazione di quello: i dati numerici, che sono quelli concreti e che danno la vera misura della gravità della situazione, non compaiono. Si indicano variazioni percentuali, si piegano le cifre allo scopo di disegnare un fondale rassicurante, si taccia di disfattismo chi mostra la cruda realtà dei fatti. Quando in ottobre Bankitalia ha evidenziato  l’immobilismo dei consumi delle famiglie italiane, la disoccupazione reale oltre l’11% e il tasso di crescita 2010 fermo all’1%, l’esecutivo l’ha definita ansiogena.

Il richiamo dell’Unione Europea, invece, ci riporta coi piedi per terra e desta allarmi concreti, soprattutto per le famiglie. Non vorremmo infatti che l’inserimento del debito famigliare all’interno del debito pubblico nazionale, misura discussa e ottenuta da Tremonti nel nuovo patto di stabilità della UE, celasse qualche trappola. Vale a dire: il Paese ha della ricchezza, concentrata nel sistema famigliare, e a quella ricchezza bisogna attingere per risanare il deficit.

D’altronde, lo stesso commissario Olli Rehn affermava non più tardi di un paio di mesi fa che il debito privato, decisamente contenuto in Italia rispetto ad altri paesi europei, sarà preso in considerazione «nella misura in cui può avere un impatto sulla capacità del paese di servire il proprio debito».

 

Massimo Frattin

Secondo i quotidiani del 01/12/2010

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