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È il web, bellezza. Ma Wikileaks ha fatto fiasco (per ora)

Ben oltre le parole deliranti di Frattini e quelle ironiche, ridicole, di Berlusconi, attorno alla pubblicazione dei documenti di Wikileaks dei giorni scorsi, bisogna formulare diverse riflessioni. Queste attengono sia ai documenti stessi e alla loro reale portata, sia a come i media di massa stanno affrontando la questione sia, più in generale, sulla natura del web.

Partiamo da quest'ultimo punto.

Non solo segaioli, dunque. Non solo egocentrici logorroici grafomani. Non solo Kikka74 o Fragola82. Non solo nickname e intere giornate (e mesi, e anni, e vite intere) perse a chattare su Facebook i fatti propri, rendendoli moneta sonante per il signor Zuckerberg, in interminabile rumore di fondo inutile. Il web funziona, almeno in parte. Il caso Wikileaks dimostra soprattutto questo, in primo luogo. Almeno per quanto attiene la possibilità di pubblicare qualcosa che altrove non si trova, e senza filtri editoriali (dittatoriali).

Al di là del contenuto stesso dei documenti pubblicati Domenica sera, a livello generale è impossibile non sottolineare che, semplicemente un decennio addietro, nulla di tutto questo sarebbe stato possibile. Nessun media tradizionale (anche se qualche rarissimo caso, nella storia, c'è stato, a conferma della regola) avrebbe mai pubblicato e reso noti documenti del genere. 

Di più, non sarebbe stato possibile che un evento come questo, generato al di fuori dei media di massa, avesse potuto spostare di forza l'agenda setting degli stessi. Così invece è avvenuto. Tutti i quotidiani, cartacei e on-line, tutte le televisioni e le radio parlano delle rivelazioni del sito di Assange.

Sintesi: il web c'è, e funziona. Se non ci si lascia fagocitare da esso e si riesce a navigarci dentro con dei criteri veramente efficaci.

Non è un caso che si stia tentando in tutte le maniere di limitare le possibilità di comunicazione che internet permette: leggi, imposte, controlli, divieti, in ogni parte del mondo - Italia inclusa - sono lì a dimostrarlo. Ciò che governi e lobby stanno tentando di fare è limitare le possibilità di espressione su internet. E, paese per paese, si sta tentando di colpire tutti. Ne siamo oggetto anche noi: il sito sul quale siete è in regola (Tribunale, Ordine dei Giornalisti, Editore, Registro Operatori della Comunicazione eccetera), perché così dovevamo essere per fare un certo tipo di lavoro. Il che ha dei costi e degli oneri, e presto o tardi tutti quelli che vorranno fare informazione saranno costretti a fare lo stesso. Le WebTv iniziano a dover sostenere balzelli e barriere. Anche la nostra WebRadio ne è oggetto. Oggi, dopo cinque anni di trasmissioni - iniziammo nel 2005, con RadioAlzoZero - dovremmo sostenere un balzello una tantum (per ora) di 1500 euro per poter continuare a trasmettere (oltre ai diritti Siae, Roc, Connessi più varie ed eventuali). Ma insomma il punto, e la direzione, sono chiari: barriere, limiti, controlli.

Segno che la cosa funziona e dà fastidio. Vale la pena battere il chiodo allora. 

Ma c'è un aspetto ancora più importante a emergere: il mondo di internet si sta suddividendo, per grosse aree, in due fette ben distinte. La prima, più ampia, di chi lo utilizza per perdersi. La seconda, ovviamente più ristretta, di chi lo utilizza per cercare ciò che è davvero rilevante. La scelta (o la capacità) per tutti, è da che parte stare. Se governare la cosa a propria utilità oppure essere ipnotizzati dal chiasso. Indefinitamente, inutilmente.

L'editoria è in crisi, e sopravvive - almeno nel nostro Paese - con i contributi pubblici e la pubblicità. Non fanno eccezione i siti on-line. Di qui il motivo per il quale sono pieni di spazzatura, di notizie inutili, di fuffa, mignotte e di qualsiasi cosa possa attirare persone (e bruciare nel fuoco attenzione): hanno bisogno di massa per fare cassa. Informazione e cultura possono passare in secondo piano.

Vedrete, ci sarà una divisione netta, sempre più evidente, tra ciò che è utile e ha valore e ciò che non lo è. I siti dei grandi quotidiani non resteranno gratis per molto, e molti giornali on-line si stanno già adeguando, vedi il gruppo Murdoch in testa. Per avere informazione e cultura si dovrà pagare - e nella grande maggioranza dei casi, a pagare pur dovendosi sorbire pubblicità e editori conniventi. E allora la divisione sarà netta. Se fino a ora si può scegliere se trovare tutto gratis - infarcito del nulla, a distruggere attenzione e a divorare il tempo - e ovviamente non tutto, ma quello che i grandi gruppi vogliono che si sappia, con la chiave di lettura che è giusto (per loro) sia veicolata da una parte, o dell'altra si deve andare alla ricerca, spesso a pagamento, di contenuti che veramente contano, presto si pagherà in moneta tutto. Già ora si paga con altro, con il tempo, l'attenzione dispersa e il bombardamento di spot che si riceve, per esempio. E a quel punto, la divisione cui facevamo accenno prima, sarà ancora più netta. La massa da una parte, l'informazione e la cultura dall'altra.

Ma che il futuro, almeno prossimo, passi dal web, volenti o nolenti è una realtà. E finché la cosa sarà utile a perseguire l'obiettivo che ci siamo posti, cercheremo di mantenere la  nostra presenza.

Tornando a Wikileaks bisogna considerare poi due cose. Una più importante dell'altra. La prima: si parla di circa 250 mila documenti. Per ora. Il che significa tempi lunghi. Quale redazione può permettersi di scandagliare come si dovrebbe una mole così elevata di documenti? Ciò che ne consegue è che qualsiasi giudizio sui contenuti è, per ora, affrettato. Sia in un senso sia nell'altro. Decisivi o meno, veramente influenti o meno, per ora non si può che tracciare un bilancio provvisorio.

Questo, ed ecco la seconda cosa, non può che essere avvilente. I documenti rilasciati, almeno quelli che abbiamo letto sui media di massa - sui media di massa: già la cosa dovrebbe far riflettere - non dicono nulla di nuovo. E soprattutto nulla di veramente rilevante. Festini, infermiere in giarrettiera, uomini macho o re nudi. Nulla, per ora, che valga la pena davvero di prendere in considerazione. Nulla di nuovo sotto al sole. Se veramente i servizi segreti statunitensi sono in grado solo di produrre documenti del genere, allora stiamo freschi.

Quando uscirà qualcosa di veramente rilevante? Sempre che ci sia. Sempre che Wikileaks abbia in mano documenti del genere, ovvero, sempre che glieli abbiano fatti arrivare. Quando ci saranno documenti, ad esempio, sulla nave di pacifisti abbordata dai commandos israeliani mesi addietro? Quando ci saranno documenti sul rifornimento di armi a Paesi terzi? E quando documenti sulle vere attività delle basi Nato in Europa e in Italia? Sulla realtà in Iraq? In Afghanistan?

Insomma il punto è chiaro. Per ora c'è poco o nulla. Wikileaks o meno. Che il web sia spuntato, sito di Assange incluso? Può darsi. Così sembra, almeno sino a ora. Ma se una possibilità c'è di innescare qualche colpo serio, ebbene questa passa unicamente tra le mani e i server di realtà altre (e il punto è capire davvero quali siano). Il resto può essere lasciato al proprio corso di pagine viste, click, spot, comunicati e fuffa.

 

Valerio Lo Monaco

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