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Vertice di Cancun e nuove prospettive. Di debito

Nuova messinscena, dopo il fallimento totale di un anno fa a Copenhagen. La pretesa è di risolvere il problema del clima senza mettere in discussione il modello di sviluppo. E intanto la Banca Mondiale...

Ci riprovano. Un anno fa, la conferenza sul clima tenuta a Copenhagen si era rivelata un disastro completo. Con lo scopo annunciato di far fronte alle conseguenze dell’imminente riscaldamento globale, avevano concentrato l’attenzione sulla creazione di un piano di aiuti finanziari destinato ai paesi emergenti e a quelli in via di sviluppo, per spingerli ad adottare tecnologie alternative, meno inquinanti. Ma si era accuratamente evitato di raggiungere accordi che limitassero le emissioni di anidride carbonica, considerata la causa principale del cambiamento climatico. Ora la storia si ripete. 

A Cancun, in Messico, per una decina di giorni i rappresentanti di circa duecento nazioni dovranno raggiungere un compromesso sulla riduzione dei gas serra e un accordo sui finanziamenti per preservare le foreste pluviali. Visti i risultati precedenti, ci sono forti dubbi che le parti riescano a trovare un’intesa. Gli Stati Uniti sono i primi ad aver assunto una posizione ostile. Al Congresso, soprattutto dopo la sconfitta di Obama alle elezioni di Mid Term, difficilmente passerà un’eventuale proposta che preveda l’adozione di una soglia di emissioni. Anche la Cina, sebbene stia cercando di sviluppare fonti di energia alternativa, non sembra disposta a sottoscrivere un accordo simile a quello di Kyoto, che scadrà nel 2012. Preferisce, piuttosto, limitarsi a ridurre le emissioni, a sua discrezione. Russia e Giappone sono ancora più radicali: non firmeranno ulteriori patti analoghi a quelli di Kyoto. 

Solo l’Ue sembra orientata diversamente. La Commissaria al Clima, Connie Hedegaard chiede «a tutti i Paesi di non lasciare un vuoto alla scadenza del Protocollo di Kyoto nel 2012 e di concordare un nuovo trattato climatico, simile e più avanzato, che preveda crescenti impegni di riduzione delle emissioni di gas serra, con scadenze precise e legalmente vincolanti». Anche se l’anno scorso a Copenaghen «non è stato raggiunto l’accordo che tutti speravamo, si è sottoscritto l'impegno su un punto fondamentale. Per evitare futuri disastri, l’aumento della temperatura media del pianeta dovrà restare al di sotto dei 2 gradi centigradi, rispetto ai livelli pre-industriali. Per tenere fede a questo obiettivo è necessario un accordo che coinvolga tutti, Paesi sviluppati e in via di sviluppo, e che si muova sui binari dell’attuale Protocollo di Kyoto. Assegnando quote di riduzione ai singoli Paesi e rendendole legalmente vincolanti. Questa azione può essere portata avanti in armonia con la crisi economica in atto, creando opportunità di sviluppo, dando al mercato le certezze di cui ha bisogno»

Belle parole. Peccato che la pratica a cui si fa riferimento, il cosiddetto “cup and trade”, si sia rivelata un ulteriore fallimento. O meglio, una vera e propria truffa legalizzata. Pensato per regolamentare l’inquinamento da gas serra, il meccanismo è stato approvato dal Protocollo di Kyoto e stabilisce un limite massimo alle emissioni. Le aziende che inquinano meno, possono vendere le proprie quote a quelle che hanno superato la soglia. Ma secondo uno studio della Ong Sandbag Climate Compaign, questo sistema dal 2008 al 2012 farà diminuire l’inquinamento da Co2 non più dello 0,3%. E le ditte che a causa della crisi hanno diminuito la produzione e, di conseguenza, immesso nell’atmosfera meno anidride carbonica, potranno utilizzare in futuro i loro permessi di inquinamento. Quindi, se il “cup and trade” verrà riconfermato, molte imprese potranno permettersi di aggirarlo. E senza incorrere in sanzioni, dato che il meccanismo stesso lo consente . 

Ciononostante, nessuno dei paesi che partecipa al vertice sul clima di Cancun, ha evidenziato il problema. Meglio limitarsi a dipingere scenari apocalittici, ma generici. Come questo: «Si prevede che il cambiamento climatico colpirà duramente i paesi in via di sviluppo. I suoi effetti determineranno alte temperature, variazioni delle precipitazioni, innalzamento del livello del mare, disastri più frequenti legati al clima che metteranno a rischio l’agricoltura, le riserve alimentari e idriche. In gioco c’è l’aumento della povertà, della fame, delle malattie ed è in pericolo la vita e il sostentamento di miliardi di persone che vivono nei paesi in via di sviluppo». A lanciare l’allarme è la Banca Mondiale, a quanto pare “preoccupata” per le sorti di quegli stessi paesi resi schiavi del debito grazie ai suoi finanziamenti che invece, in teoria, avrebbero dovuto garantirne lo sviluppo. Che sia interessata al benessere del mondo? Come no. Cavalcando il panico sulle sorti del pianeta, che pure ha contribuito moltissimo a danneggiare con le sue politiche liberiste, si guarda bene dal proporre un’inversione di rotta abbandonando l’attuale modello iper consumista, e come tutta risposta s’inventa il “Fondo Verde”. Finanziamenti per i paesi in via di sviluppo che li “aiuteranno” a incrementare ulteriormente il loro debito. Sarà pure ecologico, ma la spirale continua. 

 

Pamela Chiodi

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