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Il Film: "L’illusionista"

Un piccolo capolavoro d’animazione a firma Sylvain Chomet, anche se il vero merito, non ce ne voglia, va allo sceneggiatore: il compianto Jaques Tati, che è anche protagonista del film. Protagonista solo disegnato, purtroppo, però chi ha curato “l’interpretazione” del suo personaggio ha svolto un lavoro incredibile: spesso sembra essere di fronte al “Signor Hulot” redivivo e in carne ed ossa. Non parliamo solo della scena in cui il cartone entra in un cinema dove proiettano “Mon oncle” e sullo schermo si vede una breve scena con il vero Tati, ma di tutto il commovente film.

Non solo è curata l’animazione del personaggio Tati, ma è anche quella degli altri personaggi, luoghi, panorami ad essere di altissimo livello artistico, anni luce superiore alle megatecnologie 3D, che spesso nascondono una totale assenza di creatività e capacità artistiche: qui siamo di fronte a pura poesia. Ma anche questo è nello spirito “Tati”, da sempre antimoderno ed in lotta col mondo attuale fin da prima che questo mondo moderno si affermasse, non a caso la citazione interna al film è quella di “Mon oncle”.

Anche in questo film il protagonista è fuori dal suo tempo, il 1959: si tratta di un illusionista da teatri stile vaudeville, rifiutato da Parigi, ormai troppo esistenzialista, e da Londra, che sta per diventare swinging, che ha un breve attimo di gloria nel pub in un isola sperduta della Scozia e che riesce poi a sbarcare, ancora e con suprema dignità, il lunario ad Edimburgo, splendida cornice per le sue vicende.

Un film molto malinconico, forse anche troppo per un film di Tati, ma che resta un degno omaggio ad un grande del cinema, mai abbastanza apprezzato fuori dalla patria e che rischia di essere dimenticato, e il cui messaggio di comicità surreale e antimodernista è oggi più attuale che mai. Quasi triste per chi, invece, ha amato profondamente Tati e la sua maschera, il “Signor Hulot”, perché a tratti lo vede rivivere, ed insieme a lui altri tempi, altri modi di fare cinema e la nostalgia di un mondo che sta andando irrimediabilmente perso. Continuiamo a pensare che sia un destino irrimediabile, ma Hulot come “L’illusionista” continuano imperterriti a vivere secondo coscienza e usanze, piccola cosa se fatta da una sola persona, grande se riuscisse a scuotere le masse dall’ineluttabilità

L’illusionista, ad esempio, preferirà la fame piuttosto che prostituirsi alla pubblicità che svilisce la sua arte. Arte a volte goffa, col suo coniglio nel cilindro che lo morde ogni volta, ma con cui vivrà una delle più struggenti scene di addio della storia del cinema, non solo di quello di animazione, in barba a tutti i Bambi. È il film d’animazione dell’anno, almeno per chi ama il cinema e non la tecnologia divoratrice di poesia, e qui di poesia ce n’è tanta, ma “L’illusionista” non sfigura neppure di fronte ai film “veri”. E Tati gigante buono era: non è solo nel cartone che doveva piegarsi per passare attraverso una porta.

Chomet colpisce ancora, regalandoci un piccolo capolavoro distribuito in troppe poche sale, nelle quali temiamo non resterà a lungo divorato dalla fredda modernità che Tati ha sempre combattuto: sbrigatevi, per dirla alla francese, questo film è veramente un coup de cœur.

 

Ferdinando Menconi

Uno-due: Usa knock out

Secondo i quotidiani del 04/11/2010