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Omar Khadr. Di cui nessuno parla

Sakineh rimane la “cocca dei media” e ruba la scena a un altro caso, made in Usa, non meno controverso. E senz’altro raccapricciante 

Non più adolescente, ma nemmeno ancora adulto, Omar Khadr è stato imprigionato quando aveva 15 anni. A Guantanamo. Era un “soldato” quando il 27 luglio del 2002, in Afghanistan, durante un combattimento tra un gruppo di talebani e la truppa americana del Delta Force, lanciò una granata che uccise un militare ferendone anche altri. Catturato, fu condotto prima nella prigione afgana di Bagram e poi nel famigerato lager in terra di Cuba: quello che Obama aveva promesso di chiudere entro il primo gennaio 2010. 

Nonostante la sua giovanissima età, il ragazzino è incriminato di cinque capi d’accusa: omicidio, tentato omicidio, spionaggio, affiliazione terroristica e cospirazione. Un enfant prodige, si direbbe. Più probabilmente, però, la sua “colpa” è un’altra; quella di essere il figlio di Ahmed Said Kadr, un cittadino canadese di origine egiziana che vive in Pakistan e che è sospettato di aver finanziato Al Qaeda. 

L’ipotesi non può essere dimostrata, ma quali che siano i veri motivi delle imputazioni a suo carico, il comportamento degli Usa è sicuramente condannabile. Prima di tutto, il baby soldato ha già scontato sette anni di carcere a Guantanamo, senza mai essere stato processato. Solo di recente le Commissioni militari statunitensi hanno esaminato il caso. E hanno condannato Omar ad altri otto anni di reclusione, uno dei quali ancora a Cuba, mentre il resto della pena verrà scontata  in Canada, di cui il “pakistano”  Omar ha comunque la cittadinanza. 

Il processo si è aperto solo perché l’ex combattente, ora ventitreenne, si è dichiarato colpevole di tutto ciò che gli viene addebitato. Qualche anno fa, invece, aveva affermato di «avere l’obbligo di mostrare al mondo ciò che succede qui. Sembra che quanto fatto finora non sia bastato, ma forse funzionerà se il mondo vedrà gli Usa condannare un bambino al carcere a vita. E se nessuno dovesse accorgersi di nulla, in quale mondo verrei rimesso in libertà? In un mondo fatto di odio e di discriminazione». Perché ha cambiato idea? Per le torture subite durante gli anni di prigionia. «Ho sempre sentito la gente urlare, di giorno e di notte. Sempre», ha sottolineato. 

A Guantanamo Omar è arrivato quando erano state appena introdotte nuove pratiche di isolamento ed abuso, come l’esposizione a temperature estreme, la nudità forzata e diverse umiliazioni sessuali. Queste tecniche sono state progettate per addestrare i soldati americani a resistere agli interrogatori, in caso di cattura. Omar ha sopportato per anni torture di vario tipo. Come quando è stato incatenato e lasciato in una cella gelida per dieci ore finché non ha urinato su se stesso. «La polizia militare ha versato dell’olio di pino sul pavimento e su di me. Poi, con me sdraiato sullo stomaco e mani e piedi ammanettati dietro la schiena, mi hanno trascinato sul pavimento avanti e indietro sulla miscela di urina ed olio di pino. Più tardi sono stato riportato nella mia cella, senza potermi cambiare o fare una doccia. Hanno proseguito così per due settimane». 

Certo, è la sua parola contro quella dei militari americani. I quali, però, hanno alle spalle numerosi e gravi precedenti, come è emerso anche dai documenti recentemente diffusi da Wikileaks. In più occasioni, come quella in Iraq, hanno dimostrato quanto siano ben addestrati nelle tecniche di tortura e con quanta disinvoltura abbiano violato la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri e quella Onu sulla tortura. Le accuse mosse ad Omar, inoltre, non avrebbero senso perché altrimenti dovrebbero essere processati tutti i soldati che, in guerra, uccidono un loro nemico. E in questo caso, la modifica alla legge americana sui crimini di guerra è a dir poco esemplare. Tra le norme che riguardano i reati che violano la “Legge di guerra” è stato inserito il seguente passaggio: «Un imputato può essere dichiarato colpevole da una Commissione militare se la Commissione ritiene che l’imputato stato colto ad avere una condotta tipicamente perseguibile dalla Commissione stessa (per esempio, spionaggio, omicidio commesso al di fuori di un contesto di guerra». Tradotto, significa che la Corte Marziale americana può condannare anche nel caso in cui non siano state violate le norme internazionali sulla guerra. In altre parole, ha la discrezionalità di decidere a suo piacimento. 

Nel caso specifico, gli Stati Uniti hanno ignorato anche la Convenzione sui diritti del fanciullo e il Protocollo sul coinvolgimento dei minori nei conflitti armati che proteggono i soldati-bambini e ne garantiscono la riabilitazione psicologica ed il reinserimento sociale. In base all’articolo 37 della Convenzione, infatti, «Gli Stati parti vigilano affinché nessun fanciullo sia sottoposto a tortura o a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Né la pena capitale né l'imprigionamento a vita senza possibilità di rilascio devono essere decretati per reati commessi da persone di età inferiore a diciotto anni». 

Omar ne aveva 15 quando venne catturato. Sedici quando è stato trasferito a Guantanamo, il carcere dei terroristi.

 

Pamela Chiodi

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