Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Grecia: Papandreou confermato, ma il 40 per cento non vota

Il premier sbandiera la vittoria, ma la situazione resta molto instabile. Tra la forte crescita del Partito comunista e l’astensionismo alle stelle

Alle elezioni amministrative di domenica nessun partito ha fatto incetta di voti. È uscito riconfermato il Pasok, partito socialista greco guidato dal premier George Papandreou, che si è aggiudicato 7 regioni su 13. Non ha però ottenuto la maggioranza né nella capitale né a Salonicco, e non ha retto nella Macedonia centrale. Questi i dati: 34,5 per cento delle preferenze al Pasok, 32,6 a Nuova Democrazia, oltre il 10 al Kke e appena un 4 per cento all'estrema destra (Laos). 

Il risultato soddisfa i socialisti che temevano una debacle, ma non garantisce stabilità. Il vantaggio rispetto al centrodestra (Nuova Democrazia) si è notevolmente ridotto a confronto delle precedenti politiche, passando dal 10 al 2,5 per cento, e il Partito comunista (Kke) è in forte crescita. È proprio quest'ultimo, se analizziamo i risultati dei singoli partiti, a costituire forse la rivelazione di queste elezioni. Il punto però è che il segnale più importante non sta nelle percentuali ottenute dai gruppi politici, ma in un paio di elementi “esterni” alla pura competizione elettorale. L'astensione, che supera la soglia del 40 per cento e il bipolarismo che, a quanto pare, neanche in Grecia s'ha da fare. Sommando i risultati degli schieramenti di centrodestra e centrosinistra, infatti, si totalizza un misero 67 per cento dei consensi totali. Misero, si intende, nell’ottica bipolare che dovrebbe richiamare su due soli soggetti, secondo la logica dell'aut-aut, le preferenze di tutto, o quasi, l'elettorato. 

Quel che più colpisce è appunto il dato dell'astensionismo, che cresce un po' dovunque ma che in Grecia si lega più che altrove alla carenza di risposte alla crisi economica che ha devastato il paese. La tornata elettorale dell'altro ieri è stata presentata come un referendum sul capo del governo e sulle misure di austerity che mirano a «rimettere in sesto le finanze pubbliche, con l'abbattimento del deficit e il controllo del debito». Fin dal suo insediamento, il 9 ottobre 2009, Papandreou si è preoccupato innanzitutto di gestire con maggior rigore le finanze pubbliche. Nel marzo scorso il governo ha varato un pacchetto di provvedimenti con lo scopo di portare il deficit di bilancio al 2 per cento entro il 2013. Sono state diminuite le indennità salariali di malattia, le tredicesime e le quattordicesime, si sono bloccati gli aumenti pensionistici e incrementata l'IVA, alzandola dal 19 al 21 per cento. Inoltre sono state applicate ulteriori imposte su sigarette, benzina e alcol. 

Neanche un mese fa il premier aveva minacciato le elezioni anticipate, qualora non avesse ottenuto la fiducia dei cittadini alle amministrative. Ora, invece, si dice soddisfatto e ritira l'ipotesi. Che del resto, in una situazione di crisi quanto mai acuta, avrebbe accentuato le difficoltà del paese. «Fare cambiamenti – ha dichiarato Papandreou in tivù – non è facile. Il popolo greco ci ha voluto al potere un anno fa e oggi ha confermato di volere questo cambiamento».

Neanche le opposizioni, però, si battono il petto. Anzi, sia da destra che da sinistra sottolineano che l'esito delle urne ha rivelato che i greci non approvano la politica di austerità. Più che mancanza di fiducia verso la linea dura del governo, fiducia che stando ai numeri non è venuta meno, si evidenzia la paura e lo stordimento che si manifestano nell'astensione. Lo fa notare Margherita Dean su Peace Reporter, ed è difficile darle torto. Del resto, le reazioni – anche furiose – del recente passato attestano che all’interno della popolazione c’è chi non si limita a maledire la crisi ma è in grado di comprenderla nei suoi risvolti di più ampia portata. 

La domanda cruciale sul futuro diventa proprio questa: il disincanto che induce quattro persone su dieci a non recarsi alle urne riuscirà a trasformarsi in una vera e propria lotta politica al “sistema”?

 

Marco Giorgerini


I “nuovi italiani” e il nuovo schiavismo

La colonizzazione cinese in Bulgaria