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I “nuovi italiani” e il nuovo schiavismo

Pubblicato il Dossier Caritas-Migrantes. Ma al di là dei dati continua a mancare una riflessione sulle vere cause, tutte economiche, dell’immigrazione di massa

L’atteggiamento verso la diversità più istintivo e umano è quello di ostilità, sospetto, paura. Saper concepire la diversità per quello che è, accoglierla e accettarla intellettualmente, prima ancora che socialmente, richiede uno sforzo e una capacità di elaborazione che nell’epoca attuale sembra impossibile, abituati come si è ad approcci semplici e veloci verso tutto. Approcci perfettamente adeguati all’economia globale e di consumo, che opera per indurli, come fa notare Benjamin R. Barber in “Consumati – Da cittadini a clienti”. Molto meno adatti a una comprensione adeguata del problema della diversità, se di problema si tratta, specie quando si parla di immigrazione.

Uno dei soggetti che in Italia ha più a che fare con questo tipo di diversità è la Caritas, che periodicamente pubblica un rapporto sul tema, il “Dossier Caritas-Migrantes”. Quello uscito settimana scorsa, relativo ai dati 2009, è stato accolto dal mondo cattolico e “progressista” con toni di entusiastica rivalsa verso quella che sembra una recrudescenza xenofoba e razzista strisciante da anni nel nostro paese. Veicolata e amplificata spesso da forze politiche che fanno dell’intolleranza, quand’anche non esplicita, uno strumento di aggregazione del consenso elettorale e politico.

Effettivamente i dati riportati depongono a favore di un processo di integrazione che sarebbe in atto nel nostro paese. Secondo il rapporto Caritas, gli immigrati in Italia sono quasi 5 milioni, e di fatto costituiscono circa l’8% della popolazione italiana. Viene smentito l’immaginario collettivo dell’immigrato-tipo, che solitamente è negro e musulmano, definito genericamente con il tic verbale di “marocchino”. L’immigrazione dall’Africa in realtà costituisce il 20% di quella totale, che è composta per la gran parte da persone provenienti dall’area est-europea. La maggiore concentrazione di immigrati si ha in Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, le “locomotive” economiche d’Italia, dove un residente su dieci risulta straniero.

Si rileva poi che il 3,5% delle imprese è di proprietà di immigrati, che nell’insieme rappresentano il 10% degli occupati, e partecipano al PIL nazionale dell’11,1%. Gli stranieri regolari in Italia dichiarano al fisco più di 33 miliardi all’anno, e versano 11 miliardi di euro in contributi fiscali e previdenziali. Con la loro prolificità, poi, riequilibrano il trend negativo del bilancio demografico nazionale, contribuendo a frenare l’invecchiamento della popolazione. Dato di grande rilevanza del dossier Caritas, infine, è quello sulla criminalità. Si smentisce il nesso tra l’aumento di stranieri e l’aumento delle denunce contro gli immigrati, che tra il 2007 e il 2009 sono calate del 13%.

Non ci soffermeremo, anche se sarebbe il caso, ad analizzare i dati e le loro aggregazioni, né sottolineremo quello che pare un eccesso di entusiasmo nel modo con cui questi sono stati comunicati da alcuni media. L’immigrazione è un fatto reale e attuale, che è giusto misurare con la massima oggettività possibile. Ed è indubbio che parte dei dati rilevati profilino prospettive d’integrazione promettenti. È ugualmente indubbio che, se ci fossero politiche d’integrazione razionali, anzi se ci fossero politiche d’integrazione tout court, l’immigrazione sarebbe un’opportunità. L’etica consumistica, ossia la non-etica, che ormai predomina incontrastata in occidente, mescolandosi con etiche diverse e nuovi talenti, potrebbe portare, sul lungo periodo, anche se a costo di attriti, a qualcosa di nuovo e di diverso (di peggiore è impossibile), come è sempre accaduto nella storia.

Perché ciò avvenga occorre però andare alla radice del problema, ossia comprendere che a motivare l’immigrazione, oggi, è la corsa al profitto economico, ossia la causa prima della degradazione della civiltà occidentale. La stessa che, con lo sfruttamento disumano, ha posto le condizioni perché l’immigrazione avesse le proporzioni attuali. Molto più simili a quelle di un esodo di schiavi, piuttosto che a quelle di un volontario e naturale incontro, confronto e integrazione tra civiltà. Oggi quelle condizioni, tramontato il colonialismo vecchio stile, permangono, anzi sono esacerbate dalla globalizzazione economica. Oltre quindi a prendere le misure statistiche di un fenomeno complesso – che alcuni temono in modo istintivo, e che altri in modo indegno criminalizzano e strumentalizzano – occorrerebbe comprendere le cause sistemiche che lo determinano. Per poterle meglio affrontare, o combattere.

 

Davide Stasi


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