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USA: protezionismo à la carte

Gli USA hanno annunciato l'imposizione a breve di dazi sulle importazioni di profili estrusi in alluminio dalla Cina. La motivazione sarebbe la pratica del dumping da parte della Cina nel comparto della produzione di alluminio che viene esportato in USA a prezzi molto concorrenziali mettendo in difficoltà la produzione statunitense.

"Dumping", letteralmente significa "disfarsi di", "scaricare". È esemplare che questo verbo venga usato per identificare la vendita di un bene o un servizio su un mercato straniero a prezzi estremamente bassi - fino a un livello tale da non coprire nemmeno i costi di produzione, rovinando, di fatto, chi offre localmente quello stesso bene o servizio. Il segreto, ovviamente, è quello di avere un Paese esportatore che riesca a produrre a costi nettamente inferiori rispetto a quello importatore, o, più spesso, che usufruisca di sovvenzioni statali per coprire i costi di produzione di tali merci, considerate "surplus". Tali sovvenzioni di solito sono stabilite da leggi statali che tendono a coprire i costi delle eccedenze produttive allo scopo di sostenere o rilanciare i produttori nazionali. Si tratta di pagare l'invenduto che altrimenti dovrebbe essere buttato - esattamente come sta accadendo in Sardegna con il pecorino - e lasciare che poi i produttori possano comunque esportarlo a prezzi stracciati - rovinando il mercato del Paese importatore. È quello che l'Europa, gli USA, la Cina fanno da sempre con i Paesi del Terzo mondo, scaricando lì le eccedenze produttive (per l'Europa si parla soprattutto di latte e carne) e facendo concorrenza sleale al povero allevatore o coltivatore del Sud del mondo. Non si tratta di essere filantropici: esistono delle norme internazionali antidumping (soprattutto nel GATT, General Agreement on Tariffs and Trade) che vietano agli Stati di disfarsi dei loro prodotti eccedenti su mercati esteri. 

Gli USA si definiscono, oltre che campioni della democrazia, anche strenui difensori del libero mercato. La WTO (World Trade Organization), organizzazione internazionale fortemente voluta dagli Stati Uniti e fondata nel 1995, serve (o meglio, servirebbe) proprio a questo: difendere, sostenere e, soprattutto, diffondere il libero mercato in tutto il mondo. Il suo fine ultimo è infatti quello di ridurre fino all'abolizione qualsiasi tipo di dazio su beni, servizi e proprietà intellettuali - come se si trattasse di uno scopo superiore e irrinunciabile. Non è un caso che gli Stati Uniti, ovunque vadano, impongano il loro liberalismo. Basta fare l'esempio dell'Iraq del 2003 e di Paul Bremer, il governatore di nomina americana che si è occupato molto più di privatizzazione e liberalizzazione che dei più reali e urgenti problemi del Paese o, più vicini a noi in termini di tempo, del terremoto di Haiti che nelle stesse parole dell'Heritage Foundation (associazione molto ascoltata che si propone di "elaborare e promuovere strategie politiche basate sui principi del libero mercato, della limitazione dell'interventismo statale, delle libertà individuali, dei valori tradizionali americani e della difesa nazionale"*) ha offerto agli USA la possibilità di ristrutturarne il governo e, soprattutto, l'economia a propria immagine e somiglianza.

Ovviamente, però, il libero mercato viene appoggiato, adulato e imposto dagli USA solo se e finché non lede gli interessi delle proprie industrie ma, anzi, va a proprio favore. Va bene, cioè, finché sono gli Stati Uniti a esportare convenientemente ma non è più auspicabile qualora qualche altro Stato capisca il meccanismo e voglia fare la parte del leone al posto loro.

Infine, fermo restando che le sovvenzioni statali sono interventi che sicuramente alterano i rapporti di forza tra aziende e quindi contrarie al libero mercato, non bisogna dimenticare che lo sono anche le norme antidumping. E questo dei rapporti commerciali attuali tra USA e Cina non è che un esempio. È vero, inoltre, che la produzione di alluminio in Cina gode di sovvenzioni pubbliche, ma è anche vero che gli Stati Uniti, a loro volta, non si comportano meglio nemmeno nei loro confronti. Solo un mese fa infatti a Pechino sono entrati in vigore dazi antidumping sul pollame statunitense. 

Il mercato, ad oggi, non è dunque altro che una guerra di dumping, una corsa a chi riesce a disfarsi in tempi più ristretti di merci di troppo prodotte a basso costo - o comunque i cui costi siano coperti. E, soprattutto, è una corsa a evitare delle regole da imporre prima o poi, in un modo o nell'altro, a tutti gli altri. 

Sara Santolini

 

*http://www.heritage.org/

Il bluff di G. Fini

Secondo i quotidiani del 09/11/2010