Ottima scelta

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Secondo i quotidiani del 01/12/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Sì alla riforma tra proteste e scontri”. Sotto: “La guerriglia della generazione Facebook”. Di spalla editoriale di Aldo Cazzullo: “La fragile unità del nostro paese”. A centro pagina: “Berlusconi e Putin, ecco i file segreti”. “I governatori in rosso? Da rimuovere”. “Ordine di cattura per Julian Assange”. A fondo pagina: “Finmeccanica, sospetti di depistaggio”.

REPUBBLICA – In apertura: “Sì alla riforma, università in rivolta”. Di spalla: “L’istruzione precaria”. “Fini e Casini uniti: ‘Sfiduciamo il Cavaliere’”. A destra: “L’Interpool a caccia di Assange”. Sotto: “Chi ha paura della glasnost”. A centro pagina: “Crisi, la speculazione attacca l’Italia”. “La moneta spezzata”. “Inchiesta Finmeccanica, il presidente Enav disse: ‘Il pm Capaldo sarà fermato’”. A fondo pagina: “Pompei continua a crollare e per Bondi va tutto bene”. “L’Europa abbatte i gas-serra, il suo cuore diventa verde”. “Il calcio si ferma per due giorni”.

LA STAMPA – In apertura: “Università, sì della Camera”. Di spalla: “Gli scontri che rovinano la riforma”. In taglio alto: “Letta: se l’euro viene attaccato rischi per l’Italia”. A destra: “Il nodo diventa sempre più stretto”, si Mario Deaglio. A destra: “L’Interpol ordina: arrestare Assange”. “Pompei, crolla un altro pezzo degli scavi”. “Calcio, è rottura, 11 e 12 dicembre niente partite”. In taglio basso: “Il divorzio 40 anni dopo: una legge da cambiare”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Trichet: l’euro non rischia”. Di spalla: “Il merito all’università è un aiuto ai giovani”. A centro pagina illustrato da un fotocolor: “Sì alla riforma degli atenei, proteste nelle città”. A centro pagina: “La Ue indaga su Google per posizione dominante”. “Al fisco il primo round con gli istituti di credito per l’abuso di diritto”.

IL GIORNALE – In apertura: “Bersani si tiene i soldi dei precari”. “Il diritto di dire basta (e senza funerali)”. A destra: “Una buona legge: chi la contesta non ha argomenti”. A cnetro pagina: “Il nostro istituto di cultura fa propaganda anti premier”. A fondo pagina: “Lo sciopero più assurdo della storia”. “L’avamposto di nostri medici che ridà speranza all’Africa”.

LIBERO – In apertura: “Fini vuol fregarci i Bot”. A sinistra: “La strategia futurista: seminare il panico”. In taglio alto: “Passa la riforma dell’università”. “‘Ultima legge del Cav’. Il presidente in aula soltanto per la diretta tv”. “Gli studenti menano. Era meglio studiare”. A centro pagina: “Bersani sacrificabile. Pure D’Alema si arrende”. “Del Turco a processo Ma la tangente dov’è?”. “La notte bunga del giovane Montezemolo”. A fondo pagina: “Due riforme”.

IL FOGLIO – “C’è un nuovo Medvedev a parlare in tv a tutta la Russia (chissà perché?)”. “Cablo da Washington”. “Il ‘bulldozer’ che difenderà Israele”. “Non sono i soldi a pioggia a far risollevare gli atenei”. “Ma quale cinico?”. Perché la generosa Svezia non assiste inerte all’eurotracollo”. “Siesta madrilena”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Università, si alla riforma tra le proteste”. “Contratti di ricerca a termine, codice etico contro Parentopoli”. Di spalla: “Camvbiare senza fermarsi a metà”. “Roma, scontri nel entro blindato. Occupata Termini”. A centro pagina: “Muti sul podio incanta l’Opera”. “Monicelli, addio senza funerali”. A fondo pagina: “‘Così fermeremo il pm di Finmeccanica’. Inchiesta bis sulle pressioni dei vertici Enav”. “Mercati, tensione anche sull’Italia. Letta: ‘Turbolenze preoccupanti’”.

IL TEMPO – “Vi odio, cari studenti”. “Solo diritti nessun dovere”. “La peggiore gioventù della protesta”. “Wikileaks promette l’epidemia bancaria”. “L’antiamericanismo dei pettegoli”. “Sondaggio: il Pdl e gli alleati al 43%”.

“L’UNITA’ – “La grande guerra”. Sotto: “Pompei, di crollo in crollo: ora tocca al ‘Moralista’”. “America, l’illusione di essere ancora primi”. (red)

 

2. Università: passa la riforma. Sì del Senato prima del 14

Roma - “La riforma dell'Università è passata alla Camera, con 307 voti favorevoli e 252 contrari (7 astenuti). Ce l'ha fatta a superare lo scoglio più grande sebbene, come la settimana scorsa, il governo sia stato battuto per ben due volte. Adesso – ricorda il CORRIERE - andrà al Senato in terza lettura: l'esame dovrebbe cominciare il 9 dicembre. Il presidente del Senato Renato Schifani vorrebbe approvare prima del voto di fiducia del 14 dicembre ma Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd, avverte: ‘In questo caso salterebbe raccordo sui tempi per l'approvazione del ddl di stabilità’. Ieri comunque si è chiuso il primo tempo: la maggioranza ha incassato la vittoria e il ministro Gelmini l'applauso in Consiglio dei ministri ‘chiamato’ da Gianni Letta. Per Berlusconi ‘questa riforma è un altro esempio del governo del fare, favorisce glì'studenti, i professori e in generale tutto il mondo accademico’. Per la Gelmini ‘è uno tra i fatti più importanti di questa legislatura’. Tutto il centrodestra ha detto sì alla riforma, compresi i finiani, che alla fine l'hanno votata pur se dopo aver ingaggiato un braccio di ferro su due emendamenti poi accolti dal ministro. E mentre fuori da Montecitorio studenti e polizia si fronteggiavano duramente, dentro le cose filavano abbastanza lisce, almeno rispetto ai colpi di scena e ai timori del ministro Gelmini della settimana scorsa, quando minacciava di ritirare il ddl se lo avessero stravolto. , Invece sono passati, tra le modifiche un poco più incisive rispetto al testo originale, solo i due emendamenti voluti da Futuro e Libertà, indispensabili per ottenere il sì dei finiani alla riforma, quello sull'assunzione di 1500 professori associati all'anno per tre anni (con una previsione di spesa ‘fino a’ 300 milioni circa di euro) e quello sugli scatti meritocratici e non ope legis ai quali, se la Gelmini come ha promesso li inserirà nella Finanziaria, sono stati destinati 18 milioni di euro nel 2011, 50 nel 2012 e altri 50 nel 2013. Due volte il governo è stato battuto: una sull'emendamento del finiano Fabio Granata (sugli assegni di ricerca) e l'altra su tre emendamenti simili di Fli, rutelliani e Pd (che fanno cadere il monitoraggio del ministero dell'Economia sui conti dell'Istruzione). Il governo riscrive l'emendamento dell'Italia dei Valori contro Parentopoli nell'Università e lo fa votare, con l'apprezzamento di Fli e Lega. D Pd porta a casa un emendamento, con parere positivo della maggioranza, che mette un freno ai contratti gratuiti di docenza. Ma poi si spacca, come peraltro Fli e 5 Udc: sulla proposta di Tabacci (Api) che proponeva di reperire i fondi per i ricercatori a tempo indeterminato ricorrendo al finanziamento pubblico ai partiti. In questo caso insieme a Lega e Poi hanno votato anche 25 deputati del Pd (tra cui l'ex tesoriere dei Ds Sposetti, 15 dell’Udc tra cui il leader Pierferdinando Casini, 6 di Fli e 4 di Mpa)”. (red)

 

3. Università, Cav: Gli studenti veri sono a casa a studiare

Roma - “In Consiglio dei ministri chiama l’applauso a Mariastella Gelmini, autrice della riforma dell’università. Quindi sul portone di Palazzo Grazioli - ermeticamente isolato dal resto della città dove è in corso la rivolta degli atenei - Silvio Berlusconi dice che ‘gli studenti veri sono a casa a studiare, quelli che protestano sono dei centri sociali e fuori corso’. In serata, quando il ddl viene finalmente approvato alla Camera, il premier – scrive REPUBBLICA - afferma che la riforma dimostra come il suo sia ‘il governo del fare’ che in un sol colpo ‘ha eliminato la parentopoli’ dell’università che, come la cultura, ‘è in mano alla sinistra’. Ma la giornata politica - ennesima drammatica tappa verso la fiducia di metà mese - ha fatto segnare due nuovi stop del governo, andato sotto (è la sessantaquattresima volta da inizio legislatura) con una ventina di voti di scarto su due emendamenti dei finiani prima del voto finale (che ha visto il sì di Fli). Ora la palla passa al Senato. Ma la polemica ruota intorno agli scontri tra studenti e polizia. Nel Pdl, sulla scorta delle parole del premier, regna la condanna dei manifestanti. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, individua invece i colpevoli in quegli ‘estremisti’ che bloccando Roma e provocando incidenti ‘non hanno reso un buon servizio alla stragrande maggioranza di chi è sceso in piazza con motivazioni non totalmente condivisibili ma certamente animate da una positiva volontà di partecipazione e miglioramento dell’università’. Segue la ‘solidarietà’ alle forze di polizia e ai giovani ‘strumentalizzati’ dai violenti. Anche la Lega rimane tiepida sul ddl (che però ha votato lungo tutto il percorso parlamentare) e non condanna i manifestanti. ‘L’importante è che non si facciano trascinare troppo da qualche parte politica come avvenuto in passato’, dice il leader del Carroccio Umberto Bossi per il quale ‘in parte gli studenti hanno anche ragione’. Per il presidente del Senato Renato Schifani, che condanna gli attacchi alle forze dell’ordine, gli incidenti ‘non hanno giovato alla vita democratica e a chi voleva manifestare pacificamente’. Per il Pd responsabile della tensione è solo e soltanto il governo. ‘La stragrande maggioranza di studenti e ricercatori si è mossa pacificamente - denuncia il segretario Bersani - mentre ha impressionato la città militarizzata. Se si è arrivati a questa tensione è per irresponsabilità del governo che ha perso la testa e la presa sui problemi del Paese’. E comunque secondo il leader pd la riforma non arriverà mai in porto. Nel mirino del leader di Sinistra e libertà Nichi Vendola finisce il ministro dell’Interno Maroni che ‘sta facendo diventare le proteste studentesche una vicenda di disordine pubblico: Roma blindata e sequestrata come Santiago del Cile ai tempi di Pinochet’. Ma il responsabile del Viminale non ci sta e con veemenza rivendica l’adeguatezza dell’apparato di sicurezza, parla di forze dell’ordine ‘responsabili’ che hanno evitato l’assalto a Montecitorio di persone armate di ‘mazze, pietre e bombe carta’. Tra botta e risposta, salomonico il leader dell’Udc Pierferdinando Casini che si schiera con polizia e studenti. Archiviato il ddl Gelmini la Camera torna a guardare alla fiducia del 14, giorno della verità per Berlusconi che incombe su ogni provvedimento che finisce in aula. Il sottosegretario Gianni Letta parla del governo dicendo ‘non so quanto durerà, se sarà lungo o breve’. Ma per Bossi ‘i finiani voteranno a favore’ di Berlusconi. Di parere opposto il falco futurista Fabio Granata che avverte: ‘Chi non viene a votare (contro, ndr) è fuori da Futuro e libertà’. Pronta la reazione delle colombe come Gianfranco Paglia: ‘È solo un’opinione personale’”. (red)

 

4. Università: Bersani fa il paladino e vota contro i precari

Roma - “Un giorno sui tetti con i ricercatori che protestano, sigaro in bocca e a favore di telecamere. L’altro in Aula, a far finta di non esserci. Pier Luigi Bersani - scrive il GIORNALE - con la sua solidarietà a geometria variabile riassume bene, da bravo segretario, le contraddizioni del suo partito. Ieri a Montecitorio il Pd si è spaccato su un emendamento proposto dall’Api, contribuendo in maniera decisiva a farlo bocciare, nonostante l’appoggio dei finiani. Il testo, proposto da Marco Calgaro e Bruno Tabacci di Alleanza per l’Italia, intendeva reperire i fondi per finanziare contratti a tempo indeterminato per ricercatori sottraendo 20 milioni di euro dal finanziamento pubblico ai partiti. Il capogruppo del Pd, Dario Franceschini, invita a votare sì. Dopo i fiumi di parole e le sfilate da antennisti dei giorni scorsi sembra una scelta scontata. Ma non lo è. Perché prende la parola Ugo Sposetti, tesoriere degli ex Ds, uno che sostiene da sempre che i soldi pubblici ai partiti dovrebbero aumentare, non certo diminuire. Sposetti ha in mente, tra l’altro, che le casse dei Democratici di sinistra che lui amministra hanno ancora diritto ai rimborsi elettorali fino al 2011. E così, anche se nel suo intervento sostiene la necessità di una ‘grande battaglia’ a favore della ricerca, nello specifico parla di ‘norma indecente’, annuncia il suo voto contrario e invita a imitarlo ‘tutti i gruppi di opposizione’. L’uscita di Sposetti spacca il fronte del Pd, e gli effetti si riflettono sul voto. ‘Obbediscono’ tra gli altri all’indicazione di Franceschini Walter Veltroni e i veltroniani, i prodiani, Enrico Letta, Arturo Parisi, Roberto Giachetti e, ovviamente, tutti i radicali. I sì all’emendamento a favore dei ricercatori, però, si fermano quota 143. Massimo D’Alema si astiene, e come lui fanno Piero Fassino, l’ex capogruppo Antonello Soro, il responsabile giustizia Andrea Orlando e Maurizio Migliavacca”.

 

“Per la cronaca - prosegue il quotidiano milanese -, si astiene pure l’ex ‘candidata ricercatrice’ Marianna Madia: i tempi cambiano. Oltre alle astensioni, c’è anche chi segue Sposetti e vota no: Livia Turco, Sergio D’Antoni, Gianni Cuperlo, Giovanni Lolli e, inevitabilmente, l’altro tesoriere (del Pd) Antonio Misiani. Finita? Macché. Visto il tema dell’emendamento, in molti cercano con lo sguardo Bersani. Il segretario reduce dalle gite sui tetti è al suo posto: tentenna, ma resta immobile e sceglie la terza via: non vota.C’è ma risulta assente, come Gianclaudio Bressa, il vice di Franceschini, e l’ex ministro della pubblica istruzione Giuseppe Fioroni. Alla fine si contano 42 piddini tra astenuti e contrari, che diventano 64 (più del 30 per cento del totale dei deputati democratici) sommando anche gli assenti ‘alla Bersani’. L’emendamento affonda. Franceschini cerca di ridimensionare il patatrac, negando la spaccatura interna al gruppo. Per il capogruppo, i deputati del Pd che hanno dato ascolto all’ ‘intervento a titolo personale’ di Sposetti ‘non sono stati determinanti nell’esito della votazione’. Tanto che l’ex segretario ritiene ‘non corretto’ parlare di spaccatura. Peccato che l’unico punto su cui si può essere d’accordo con l’acrobatico ma fragile teorema difensivo del capogruppo del Pd alla Camera sia sull’esito del voto, influenzato anche dai ‘no’ a sorpresa di qualche finiano. Ma la spaccatura c’è tutta,come anche la scelta ambigua del segretario Bersani. L’emendamento di Alleanza per l’Italia alla fine è stato bocciato con 305 no, 190 sì e 20 astenuti. Con i 64 voti non favorevoli del Pd- tra contrari, astensioni e ‘assenze’ strategiche - la gara sarebbe stata più serrata”. (red)

 

5. Università: voto della Camera è passo avanti di Berlusconi

Roma - “L’ approvazione alla Camera della riforma Gelmini, dopo giorni e giorni di guerriglia parlamentare che anche ieri hanno fatto andare sotto il governo due volte, è sicuramente un passo avanti per Berlusconi, seppure la vita dell’esecutivo resti appesa alla votazione sulla sfiducia del 14 dicembre e le prospettive, anche nel caso in cui il Cavaliere dovesse prevalere, restino alquanto precarie. Lo scontro in corso tra falchi e colombe all’interno di Futuro e libertà – scrive Marcello Sorgi sulla STAMPA - non lascia molto sperare, e se anche Fini dovesse optare alla fine per l’astensione, di fronte al rischio di una spaccatura del suo gruppo, le possibilità di un chiarimento vero con Berlusconi rimangono alquanto remote. Guardato con la logica del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, il bilancio di fine anno, specie dopo il passaggio della riforma dell’università, non è però proprio da buttare via. Malgrado le difficoltà interne al centrodestra, infatti, il governo ha ottenuto il varo della manovra finanziaria a luglio e sta per avere anche quello della legge di stabilità, indispensabili nel quadro attuale di forte allarme europeo per la crisi economica. Sta inoltre per portare a casa la riforma Gelmini (il passaggio al Senato si presenta meno problematico), e tra l’altro in un momento di forte contestazione studentesca che, incoraggiata nei giorni scorsi dalle visite di esponenti finiani e dell’opposizione sui tetti occupati, proprio in occasione del voto a Montecitorio ha espresso in molte città italiane il suo più forte potenziale. Il rinvio della riforma della giustizia non è definitivo e anzi va interpretato come un segnale di disponibilità alle aperture venute dal congresso dell’Associazione nazionale magistrati. Certo, sono anche tante le rinunce che il governo ha dovuto fare negli ultimi mesi, rispetto agli impegni programmatici, a causa della rottura interna alla maggioranza. Basti solo pensare alla legge sulle intercettazioni, a cui il premier in persona attribuiva grande importanza, e a tutto il comparto riguardante il salvacondotto giudiziario, urgente per Berlusconi, specie in pendenza del giudizio della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento. E tuttavia non è detto che anche con una migliore intesa nel Pdl e nella maggioranza, in un anno elettorale come quello che va a concludersi, il governo sarebbe riuscito a fare molto di più. Non si tratta di accontentarsi o di recuperare l’antico adagio andreottiano ‘meglio tirare a campare che tirare le cuoia’, ma solo di essere realisti e riconoscere la precarietà endemica dei governi italiani negli anni della transizione infinita”. (red)

 

6. Wikileaks, mandato d’arresto dell’Interpol per Assange

Roma - “Julian Assange vince la battaglia mediatica ma per lui i problemi si moltiplicano su altri fronti – scrive LA STAMPA -. L’Interpol annuncia di aver emesso contro di lui un mandato d’arresto internazionale, ricercato in Svezia per ‘stupro ed aggressione sessuale’. L’’ avviso rosso’ (red notice) dell’Interpol è stato emesso su richiesta di Stoccolma e vale nei 188 paesi aderenti. I fatti contestati risalgono ad agosto. Assange li respinge, attribuendo le denunce a una campagna di fango orchestrata dagli Usa per screditarlo. E da ieri mattina Wikileaks è sotto attacco informatico: gli hacker hanno centrato l’obiettivo di rendere inaccessibili per ore agli utenti di Europa e Stati Uniti alcuni dei contenuti del sito, compreso il cosiddetto Cablegate. Nel pomeriggio i tecnici del corsaro australiano sono riusciti a ripristinare il servizio spostandosi dai server svedesi che li ospitavano a quelli americani disponibili in affitto, ma l’allarme resta alto. Frattanto Assange apre nuovi fronti polemici in un’intervista al Time, rilasciata in una località segreta, in cui dice che ‘Hillary Clinton dovrebbe dimettersi da segretario di Stato per aver ordinato ai suoi diplomatici di spiare l’Onu, in violazione delle convenzioni internazionali firmate dagli Usa’. Nelle ore in cui è stato silenziato, Wikileaks si è affidato a Twitter. ‘Siamo attualmente vittima di un potente Distributed Denial of Service’ leggeva ieri chi tentava di collegarsi al sito più gettonato del momento. Vale a dire sistema sovraccarico, interruzione di servizio, temporaneo black out, DDOS come gli adepti informatici chiamano il cortocircuito non casuale delle informazioni. Quel che accade in questi casi è che un computer remoto X esegue un programma capace di lanciare contro un sito Y tanti pacchetti di dati da mandarlo in palla. Stavolta si è trattato di un ‘bombardamento’ massiccio di 10 gigabits al secondo, 28 volte più potente della media degli attacchi registrati nel 2010, come se una casella di posta elettronica ricevesse oltre 300 mila di mail al minuto. Intanto il Dipartimento di stato ha disconnesso il network militare Siprnet, quello da cui sono stati sottratti i file, dal database che contiene i cablo”. (red)

 

7. Wikileaks, Bossi: Silvio accoltellato alle spalle da Usa

Roma - “‘Berlusconi non se lo meritava’. Come sempre, come in ogni circostanza difficile, il soccorso verde di Umberto Bossi non si fa attendere. I giudizi impietosi sul premier che emergono dai dispacci diplomatici pubblicati da Wikileaks - dal ‘portavoce di Putin’ alle ‘feste selvagge’ fino all'‘incapace, vanitoso e inefficace’ - fanno scattare l'immancabile solidarietà del capo leghista. Bossi non entra del merito della fuga di notizie e delle implicazioni per gli equilibri globali. Non chiede, come invece fa il ministro degli Esteri Franco Frattini, di ‘catturare e interrogare’ Julian Assange ‘per capire che gioco fa e per capire chi c'è dietro di lui’ – scrive il CORRIERE -. Si limita ad annotare che ‘in questo modo si mettono in allarme tutti i politici: quando parli con un ambasciatore non sai mai che cosa riporta, cosa dice’. Ma per Umberto Bossi quel che conta davvero è il contenuto dei messaggi. E dunque, l'atteggiamento poco amichevole che sembra trasparire dalle comunicazioni tra ambasciata e dipartimento di Stato: ‘Mi sembra che gli americani abbiano un po' accoltellato alla schiena Berlusconi’. Un fatto che per Bossi ha il colore dell'ingratitudine: ‘Lui, che si era battuto così tanto per l'America dopo l'n settembre, non meritava un trattamento così’. Detto questo, Bossi ostenta pragmatismo, e si dice convinto che i rapporti con gli Stati Uniti non cambieranno: ‘Berlusconi è stimato e ha al suo fianco Tremonti che è unanimemente considerato uno dei migliori ministri del Tesoro, soprattutto in America’. Difficile dire quale sia l'intimo pensiero del leader leghista riguardo all'alleato atlantico. Anche perché, su questo come su parecchi altri argomenti, la linea di Bossi è sempre stata piuttosto ondivaga e legata alle condizioni e alle necessità del momento. Se di Roberto Maroni si conoscono gli storici legami con l'amministrazione Usa, almeno fin dalla sua prima esperienza al Viminale del 1994, Bossi è sempre stato sulle sue. Anche se certamente il leader leghista è stato invitato a cena nell'ambasciata di via Veneto fin dal primo governo Berlusconi. Eppure, per gli americani, il capo padano resta sempre qualcosa di difficile da decifrare. Al punto che il mese scorso il consolato di Milano ha invitato per uno scambio di vedute e una proiezione riservata gli autori di ‘Occupiamo l'Emilia’, il documentario sulla penetrazione del verbo leghista nella roccaforte rossa. E non è raro il vedere tra il pubblico dei comizi del capo padano l'incaricato dell'ambasciata Usa. Ingratitudine ‘Lui, che si era battuto così tanto per l'America dopol'11 settembre, non meritava un trattamento così’”. (red)

 

8. Wikileaks: il prossimo obiettivo sono le banche Usa

Roma - “WikiLeaks è pronta a lanciarsi in una nuova battaglia via Internet. Ma questa volta nel mirino non ci sono i governi del mondo. Julian Assange, l’ex hacker che odia vedersi rivangare il suo passato, punta dritto su Wall Street e sulle grandi banche americane: da Bank of America in giù. Un attacco in grande stile – scrive REPUBBLICA - che sarebbe solo il primo di una nuova serie. Perché la metà dei segreti in mano all’australiano più temuto del mondo non riguarda la politica ma ‘il settore privato’. Così, dopo avere ridisegnato il risiko della politica mondiale, WikiLeaks si appresta ‘dall’inizio del prossimo anno’ a lanciare quell’offensiva nella finanza che potrebbe ‘tirar giù una banca o due’. I nuovi piani li svela lui stesso in un’intervista che Forbes ha realizzato alla vigilia del "cable-gate" ma che ora suona come la più eloquente risposta alla sfida lanciata da Hillary Clinton. La quale - suggerisce lo stesso Assange intervistato ieri sera da Time - ‘dovrebbe dimettersi, se sarà dimostrato che è lei responsabile dell’ordine di spiare l’Onu, violando un patto di cui gli Stati Uniti sono firmatari’. Wall Street intanto trema: qual è la banca nel mirino? L’uomo che sostiene di combattere la trasparenza si trincera dietro al più classico dei ‘No comment’. Ma non è la prima volta che Assange annuncia di avere le banche nel mirino. ‘Siamo seduti su 5 gigabyte di Bank of America, l’intero hardrive di uno dei dirigenti’, confessò nell’ottobre del 2009 a ComputerWorld. ‘Ma perché la pubblicazione abbia impatto dobbiamo rendere accessibile la navigazione a tutti’. Quel momento è arrivato? Cinque gigabyte equivalgono a mezzo milione di email. Una mole di documenti simile a quella dei file sulla guerra, una mega-fuga di notizie che Assange ha ribattezzato appunto ‘MegaLeak’. Sarebbe uno shock. Bank of America non è solo il più grande istituto degli States per depositi: con l’acquisizione di Merrill Lynch è anche diventa una enorme banca d’affari. Ma la vittima di WikiLeaks potrebbe essere anche un colosso come JP Morgan Chase: la banca più grande per capitale azionario. O addirittura il padrone di Wall Street, cioè Goldman Sachs, già nel mirino per il discusso salvataggio di Aig e soprattutto gli investimenti su cui indagò la Sec. La tensione è altissima. Nei colossi come Citigroup. Nella stessa Aig. Assange assicura che l’effetto sarà ‘come quello delle email di Enron. Sì, ci saranno delle flagranti violazioni di legge, verranno svelate pratiche non etiche. Ma nei documenti verranno soprattutto fuori i comportamenti dei manager. E sarà tremendo’. Il re di Wikileaks non ha nessuna intenzione di lasciarsi intimidire. Inseguito da un mandato di cattura per stupro, fa ricorso alla Corte Suprema di Svezia. Persona indesiderata, si vede offrire asilo politico in Ecuador. E difendere anche dal New York Times. ‘La convinzione della Clinton che le rivelazioni minaccino la sicurezza nazionale sembra esagerata’, scrive in un editoriale il giornale. ‘Al contrario ‘questi documenti illuminano la politica americana nel modo in cui gli americani e gli altri devono sapere’”. (red)

 

9. Finiani verso la fiducia. Colombe tentate da astensione

Roma - ‘Il 13 sera faremo una riunione dei gruppi parlamentari congiunti e lì si prenderà la decisione finale. Certo è che tutti saranno compatti con il presidente Fini’. Andrea Ronchi, a tarda sera, ha cercato di ricompattare la pattuglia di Futuro e Libertà rinviando la discussione finale alla vigilia del D-day. Ma si tratta di una manovra diversiva – scrive IL GIORNALE - perché il leader di Fli e presidente della Camera sembra avere le idee piuttosto chiare. ‘Ad oggi voteremmo contro, l’astensione non è una soluzione’, aveva detto Fini all’ufficio di presidenza del suo nuovo partito lunedì sera. ‘A meno che il lavoro di Gianni Letta (che sta mediando per conto del premier, ndr ) non porti dei frutti, penso che nel momento in cui manderemo sotto il governo, Berlusconi si piegherà, si darà vita a un governo e non si andrà a votare’, aveva aggiunto. Ma quelli di Fini rischiano di rimanere solo auspici. Futuro e Libertà è sempre più spaccata al suo interno. Ieri in Transatlantico circolavano i nomi dei deputati fillini che sarebbero indisponibili a sfiduciare il premier (Moffa, Menia, Paglia, Polidori e Consolo). Anche per questo motivo il falco Fabio Granata ha promulgato un editto. ‘Chi non vota la sfiducia a questo governo si pone fuori dal progetto di Futuro e Libertà’, ha dichiarato. ‘Bene, visto che si utilizzano i metodi pidiellini anche in Fli, allora potrei tornare nel Pdl’, ha replicato Catia Polidori sottolineando che ‘in ogni caso la posizione ufficiale andrà discussa’. Anche Silvano Moffa non fa mistero di voler dialogare con la maggioranza. ‘Al momento tutte le ipotesi sono sul tappeto. L’importante è che Berlusconi dia un segnale riformista di rilancio del programma’, ha chiosato precisando che ‘le dimissioni potrebbero non essere necessarie’. E la riunione dei gruppi Fli? ‘Visto che si tiene il 13 dicembre. Speriamo che Santa Lucia, protettrice della vista, porti consiglio’. La guerriglia parlamentare, che pure ieri è proseguita sul ddl Gelmini, non ha certo stemperato i toni. Ma per i finiani ‘smarcarsi’ mandando sotto il governo era necessario a far pesare il voto finale favorevole”.

 

“Ecco, la sostanza è tutta qui. Fli esiste nella misura in cui marca il proprio antiberlusconismo. Ma è un sentimento non condiviso da tutti. ‘Granata dovrebbe promuovere l’espulsione di chi non è salito come lui sui tetti delle facoltà per solidarizzare con gli studenti’, ha ironizzato Moffa. E Fini sa benissimo che, alla fine, non potrà non ‘ordinare’ la sfiducia per non essere travolto da una valanga di disapprovazione via Internet. L’incontro di ieri con Casini è servito anche a cercare di preparare il terreno per una mozione congiunta ( gli udiccini sono propedeutici al raggiungimento del quorum per presentare il documento).D’altronde la presentazione in calendario oggi del manifesto dei ‘laici credenti’ di Fli può esser letta come un tentativo di riconquistare le simpatie vaticane, alienate dalle posizioni anticlericali di Fini, e dunque avvicinarsi ancor più ai centristi, altrimenti pronti a far convergere i propri voti sulla mozione del Pd. Insomma, Fini, da un lato, non può tirare troppo la corda coi suoi per non spezzare il partito ancor prima della sua nascita ufficiale. Dall’altro lato, deve alzare i toni per non perdere la base. Lo scenario più probabile è perciò la sfiducia ‘condizionata’. In quel caso qualche ‘colomba’ potrebbe non partecipare al voto salvando l’unità del partito, ma rendendo di fatto più facile al governo ottenere la fiducia. Anche se Umberto Bossi è convinto che ‘i finiani voteranno a favore’, altrimenti elezioni anticipate”. (red)

 

10. Governo: voci su nuove rivelazioni, Casini cambia tattica

Roma - "Questa storia di Wikileaks mica finisce qui. Ne vedremo ancora delle belle. Certo tra i report dell'ambasciata americana su Berlusconi non ci sono solo quelli sui festini. Uscirà dell'altro, e faranno un botto’. Non è chiaro – scrive Francesco Verderami sul CORRIERE - se Casini si limiti a una previsione o sappia qualcosa di più sul contenuto dei file trasmessi da Roma all'italian desk di Washington. Oltre il leader del’Udc non va nelle sue confidenze a un dirigente del Pd, sebbene il modo in cui preannuncia il ‘botto’ appaia perentorio. È certo comunque che nelle variabili della crisi di governo si è aggiunta un'ulteriore incognita. E l'impressione è che non sia l'unica. Il caso Finmeccanica, per esempio, è argomento di discussione in Transatlantico, dove sottovoce i deputati cercano di capire il motivo per cui sabato scorso - al Palazzo di Giustizia di Roma - si sarebbe tenuto un vertice riservato, convocato dalla procura capitolina, e al quale avrebbero preso parte altre otto procure interessate più o meno direttamente all'inchiesta giudiziaria sul colosso mondiale spedalizzato in sistemi di difesa. Si vedrà se le due vicende - non per forza collegate tra loro - incideranno sui giochi politici. Così come si vedrà se nella rete del Grande Fratello spionistico è finita anche qualche altra grande azienda italiana. Allora sì, l'onda d'urto del ‘botto’ potrebbe colpire in anticipo un esecutivo fragile e ormai a fine corsa. Per ora si tratta solo di boatos che rendono l'idea del clima politico e servono anche ad ammazzare il tempo. L'attesa per il 14 dicembre infatti è stata (e sarà ancora) così lunga, che già si tenta di immaginare cosa potrebbe accadere nel secondo tempo della sfida di governo. Cioè dopo il voto sulla fiducia. È uno dei tanti paradossi di una crisi difficile da decifrare, perché gli avversar! del premier continuano a cambiare tattica. Se due settimane fa Fini e Casini sembravano intenzionati a far passare indenne il Cavaliere dalle forche caudine della Camera, sotto. Quantomeno è l'intenzione del leader centrista, convinto adesso che ‘l'unico modo di aprire a un nuovo governo, sia mandare subito a casa l'attuale’”.

 

“L'opzione di lasciare Berlusconi a ‘logorare’, tenendolo in carica con un esecutivo ‘di minoranza’, è stata accantonata. Anche il Fli lo lascia intuire, nonostante Casini non sia ancora convinto che il presidente della Camera ne sia del tutto convinto. Sarà per scelta tattica o per gli scricchiolii nel suo gruppo, ma Fini - al pari del Cavaliere - non ha scoperto le proprie carte. ‘Noi comunque andiamo avanti e voteremo la sfiducia al governo’, assicura il capo dell'Ode. Ipotesi di mediazione, al momento, non se ne vedono. Sulla legge elettorale Berlusconi non pare disposto a concessioni, e ha rigettato la proposta di inserire una soglia di sbarramento per ottenere fl premiò dì maggioranza: ‘Fini e Casini la vogliono, facendo finta che potremmo trovare un accordo. Poi non si alleerebbero con noi alle elezioni e farebbero saltare il bipolarismo’. Traduzione: così mi impedirebbero di vincere. D'altronde, un'intesa sul sistema di voto non avrebbe senso se non si portasse appresso un'intesa sugli assetti futuri nel centrodestra, compresi i nomi dei prossimi candidati per il Quirinale e Palazzo Chigi. E il Cavaliere su questo non ci sente, anzi lavora per accaparrarsi nuovi consensi alla Camera con in testa un solo obiettivo: chiudere i conti con Fini. Che ha in mente la stessa cosa, ovviamente a parti rovesciate. Se ne resero’onto alcuni deputati calabresi del Pdl, mesi fa, quando il presidente della Camera fu brusco con il ministro della Giustizia che provava a sondarlo: ‘Cinquanta giorni di gogna mediatica sul "caso Montecarlo" non andranno mai in prescrizione’, disse con un gioco allusivo di parole. Tra meno di due settimane si capirà se ci sarà ‘il botto’, quello politico. Tutto dipenderà dai numeri a Le strategie di Udc e Fli L'opzione di lasciare Berlusconi a logorarsi sembra accantonata a fasore di un chiaro voto di sfiducia ga, Reguzzoni, ritiene che il governo debba avere ‘almeno una maggioranza di quindici voti in Aula, sennò ci ritroveremmo in minoranza nelle commissioni’”.

“Sarà con il voto alla Camera che si chiuderà il primo tempo della sfida e si capirà come inizia il secondo tempo. Casini punta sul ‘botto’ di Berlusconi, ‘anche se - ammette - con l'aria che tira tra la gente c'è il rischio di finire tutti sotto le macerie’. Quale sia ‘l'aria’ lo spiega l'ultimo sondaggio di Euromedia research, commissionato dal premier, preoccupato dal partito del ‘non voto’ che oscilla tra il 34 e il 38%, e che rappresenta oggi la prima forza del Paese. Appare difficile parlare a quell'elettorato, dove si trova parte del consenso perduto dal Pdl, attestato al 29,1%. Insieme alla Lega (12,6%) e alla Destra (2%), la coalizione del Cavaliere tocca il 43,7%%, mentre il Pd (24,5%) con lldv (6,6%) e la Sinistra di Vendola (4,3%) non arriverebbe al 36%. Anche aggiungendo a questo fronte il Prc (2,8%), il movimento di Grillo (2,5%) e i Radicali (1,6%), non si andrebbe oltre il 42,3%. La verità è che i democratici hanno perso capacità attrattiva. Uno studio, che verrà reso noto oggi, rivela come al Sud - dove si gioca la sfida decisiva - il Pd non riesca più ad avere appeal, se è vero che solo il 16% dei commercianti vota per il partito di Bersani, e che le percentuali non vanno oltre il 20% tra gli artigiani e i coltivatori, ‘n consenso - spiega Fioroni, che presenterà la ricerca - sta andando verso l'area del terzo polo’, stimato nei sondaggi del Cavaliere al 13%, con Udc (6,2%) e Fli (5,4%) a far da traino. Ecco perché Berlusconi non è convinto del voto anticipato, così come Fini e Casini temono per parte loro l'azzardo. Ecco spiegato il rompicapo di Palazzo”. (red)

 

 

11. Bondi: Alla Bonev nessun premio patacca

Roma - Intervista sul Corriere della Sera al ministro della Cultura, Sandro Bondi”.

 

Ministro Bondi, un nuovo crollo a Pompei. La situazione sembra fuori controllo. Cosa sta accadendo?
‘Non è un crollo ma il cedimento di un tratto di muro in tufo e calcare già distrutto nei bombardamenti angloamericani del ’43. Il tratto è un rifacimento del dopoguerra. Per la soprintendenza il cedimento è dovuto alle recenti piogge. Per oggi ho convocato una prima riunione, con i presidenti della Regione Campania Stefano Caldoro e della Provincia di Napoli Luigi Cesaro, per la costituzione di una Fondazione che gestirà e valorizzerà il sito di Pompei con enti locali e istituzioni private, come il Museo Egizio di Torino’.

Ma il crollo di Pompei si aggiunge ad altri ‘crolli’, come il caso Dragomira. Lo sa che la Rai ordinò a Rai Cinema di versare un milione di euro per Goodbye Mama?
‘Mi limito ad occuparmi dei crolli di cui sono a conoscenza. E Pompei da settembre 2003 a febbraio 2010 è stata interessata da ben 16 crolli. Come vede i crolli non avvengono solo quando c’è la destra al governo’.

A proposito di Michelle Bonev, come spiega il premio speciale consegnato da Mara Carfagna all’attrice? Il lungometraggio non era inserito nel programma ufficiale e quel premio è destinato ai cortometraggi… Lo hanno definito un premio patacca. È vero che lei chiese al direttore generale per il cinema, Nicola Borrelli, di ‘inventare un premio’ per la Bonev?
‘Il premio è nel catalogo della 67esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia che viene chiuso in tipografia i primi giorni di agosto. Difficile sostenere che il riconoscimento speciale nel contesto di "Action for Women", promossa dalla Camera dei Deputati e dal Consiglio d’Europa, non fosse nel programma ufficiale. Per il resto, non sono solito ordinare alcunché ai direttori generali del Ministero. Non l’ho mai fatto in questi due anni e mezzo’.

Chi ha pagato l’ospitalità a Venezia per le 32 persone dello staff del film?
‘Michelle Bonev ha dichiarato che è stata la società italiana Romantica Entertainment srl e ha aggiunto che "dopo aver ricevuto l’invito a ritirare un premio per il film Goodbye Mama da lei scritto, diretto e prodotto, ha ritenuto di condividerlo con il suo paese, la Bulgaria, sostenendo tutte le spese relative alla partecipazione bulgara all’evento". Quindi per me la questione è chiusa’.

Cosa dice dei 25 mila euro stornati dai fondi Fus del ministero e destinati al signor Roberto Indaco, ex marito della sua compagna Manuela Repetti per una consulenza ‘teatro e moda’? E per il posto che ora occupa Fabrizio Indaco, loro figlio?
‘Anche qui la verità è stata distorta. Sono particolarmente amareggiato per la sofferenza causata alla mia compagna. Per il figlio di Manuela, si tratta di un lavoro interinale a tempo determinato presso una Fondazione che ha una sua autonomia amministrativa e non dipende dal Ministero. È vergognoso che si sia parlato in modo scorretto di una vicenda che riguarda un giovane che lavora per mantenersi gli studi. Su Roberto Indaco posso solo dire che ho ritenuto di autorizzare una consulenza, modestissima, ad una persona che ne aveva necessità, come avrei potuto darla e come l’ho riconosciuta a qualsiasi altra persona con i requisiti per averla. Anche qui si è gettato fango ingiustamente: nessuno ha commesso alcun illecito’.

Oggi si deciderà la data per la mozione di sfiducia contro di lei. Cosa prova?
‘Non sono così cinico da non sentirmi ferito da una iniziativa parlamentare così forte sul piano politico e dirompente sul piano personale. Dario Franceschini ha spiegato che si tratta di una mina per far esplodere le contraddizioni della maggioranza. Non dubito che sia così, ma non c’entra nulla né con la cultura né con Pompei. È solo un ulteriore segno dell’abbrutimento della politica in Italia, e non è la prima volta che la sinistra se la prende con persone per bene’.

Da coordinatore del Pdl, pensa che il governo otterrà la fiducia?
‘Mi auguro che il governo otterrà la fiducia. In un momento come questo deve prevalere da parte di tutte le forze politiche un acuto senso di responsabilità verso il Paese. In una tormenta economica così delicata che coinvolge l’Europa, e che finora il governo ha affrontato con saggezza grazie alla credibilità di un ministro come Tremonti e all’autorevolezza del presidente del Consiglio, l’Italia di tutto ha bisogno meno che di una crisi al buio’". (red)

 

12. Federalismo: sanzioni politiche per chi ha conti in rosso

Roma - Dieci anni di castigo per i sindaci e i presidenti di Provincia, con l’interdizione da ogni carica elettiva, rimozione dall’incarico, nonché taglio del 30% dei fondi ai partiti che li appoggiano, per i governatori regionali. Con il federalismo fiscale – scrive il CORRIERE - arrivano i premi per i virtuosi, ma soprattutto ‘sanzioni politiche’ da applicare, nei casi estremi, agli amministratori locali incapaci di gestire la spesa. E subito scoppia la rivolta: governatori e sindaci non hanno affatto gradito il decreto legislativo approvato ieri dal Consiglio dei ministri e parlano di atto unilaterale e centralista. Quanto meno, le stesse regole dovrebbero valere per il governo centrale sostengono, infuriati, il presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino, e il presidente dei governatori, Vasco Errani. La punizione ‘politica’ è pesante, ma secondo l’esecutivo è l’unico sistema per garantire i cittadini nel nuovo contesto del federalismo fiscale. Evitando che la mala gestione delle amministrazioni locali, quando saranno dotate dell’autonomia impositiva, ricada su di loro, ad esempio con indebiti aumenti delle tasse senza che siano state avviate azioni efficaci di risanamento. E c’è dell’altro, perché con il decreto su premi e sanzioni arriva anche l’obbligo per le Regioni sottoposte ai piani di rientro del deficit sanitario (e per i Comuni in stato di dissesto finanziario) di presentare almeno 20 giorni prima delle elezioni un Inventario di fine legislatura. Ovvero un rendiconto dettagliato delle attività svolte, delle leggi varate, dell’esito dei controlli interni, la presenza di rilievi della Corte dei conti, nonché per le Regioni i conti economici e finanziari, indebitamento compreso, della sanità. Certificati da autorità indipendenti e pubblicati sui siti Internet delle amministrazioni almeno dieci giorni prima del voto. È la fine dello scaricabarile, della colpa dei dissesti sanitari inevitabilmente addossati ‘a chi c’era prima’. Per il governo si tratta semplicemente di mettere ‘i cittadini elettori — c’è scritto nella relazione del decreto — nelle condizioni effettive di esercitare il controllo democratico’, ovvero di esprimere un voto a ragion veduta sull’operato dei governatori. Sui quali penderà anche la spada di Damocle del fallimento politico decretato dall’alto”.

 

“Le Regioni che manterranno l’addizionale Irpef al massimo per due anni consecutivi senza raggiungere gli obiettivi dei piani di rientro nella sanità – spiega il quotidiano di via Solferino - saranno dichiarate in ‘grave dissesto finanziario’ e i governatori rimossi, restando interdetti da qualsiasi carica negli enti pubblici per dieci anni. A pagare, però, non saranno solo loro. Con il dissesto accertato, cadranno automaticamente le teste dei direttori generali, amministrativi e sanitari delle Asl, e quella dell’assessore competente. A rimetterci sarà anche il partito o la coalizione di riferimento del governatore, con il taglio del 30% dei rimborsi per le spese elettorali. È vero che il governatore, una volta eletto, rappresenta solo l’istituzione, ma c’è di mezzo un finanziamento pubblico e il governo considera legittimo ipotizzare una sorta di obbligo di controllo del partito sul presidente. Per sindaci e presidenti di Provincia la punizione politica è ancor più pesante: potranno proprio dire addio alla politica, comunque intesa, se venissero riconosciuti responsabili dalla Corte dei conti per il dissesto finanziario del proprio ente locale (dall’89 a oggi ben 442 Comuni hanno dichiarato il dissesto). Scatterebbe infatti l’ineleggibilità per dieci anni alle cariche di sindaco, presidente di Provincia, governatore, consigliere comunale, provinciale, regionale, deputato, senatore ed europarlamentare. Il decreto è stato approvato dal governo ‘salvo intesa’. Il che significa che alcuni punti dovranno essere risolti e approfonditi dai tecnici dei vari ministeri interessati. Dopodiché il testo arriverà in Parlamento. Molto probabilmente, vista le prime reazioni, senza il via libera dei sindaci e dei governatori”. (red)

 

13. Crisi dell’Euro: record per lo spread Btp-Bund

Roma - “La speculazione riparte all’attacco dei paesi deboli di Eurolandia e investe anche l’Italia. Di nuovo lo spread, cioè il differenziale tra i Btp e il bund tedesco, da sempre considerato un ‘segnale’ di tensioni latenti, tocca un altro record, fino a 210 punti, prima di ripiegare: è il massimo da quando esiste l’euro. La stessa moneta unica – scrive REPUBBLICA - scivola sotto quota 1,30 (1,2969, il minimo da due mesi) e la Borsa di Milano perde l’1,02%. Il premier Silvio Berlusconi minimizza: ‘Noi siamo a 210, in Spagna sono a 400 e passa’, avrebbe detto in consiglio dei ministri, secondo quanto riferito dal responsabile per lo sviluppo Romani. Ma il sottosegretario Gianni Letta ammette che ‘le turbolenze preoccupano’. E poiché interviene ad un convegno sull’Aids, dice pure che sono ‘più forti dell’Aids e ci vorrebbe un vaccino anche per loro’. Quindi aggiunge: ‘Che dai mercati possa arrivare un affondo sull’euro cercando di coinvolgere nel contagio-Irlanda paesi più solidi come Spagna e Portogallo e forse anche l’Italia è una preoccupazione forte’. Secondo Dagospia, il ministro Giulio Tremonti non avrebbe gradito l’invasione di campo: tra i due ci sarebbe stata una vivace polemica. Più tardi però lo stesso Tremonti smentisce con una nota al sito che suona così: ‘Alle 18 ora locale mi è stato segnalato un flash sullo scontro Tremonti-Letta. Siccome Dagospia dice sempre la verità, ho chiamato Letta per organizzare in tempo reale e di comune accordo un bello scontro. Caro Dago, scusami per il ritardo, ma di questi tempi ti confesso sono un po’ impegnato con i miei colleghi europei. In ogni caso, se devo litigare con Letta, avvertimi prima’. Fatto sta che l’Italia soffre, mentre sui mercati si diffonde la paura di un contagio. Così, oltre agli spread, volano anche i cds, i contratti che assicurano contro il rischio default (quota 263, un record). Il responsabile per l’Italia presso il Fmi, Arrigo Sadun, cerca di smorzare le tensioni assicurando che i fondamentali sono ‘in ordine’ e i conti ‘a posto’. Altrettanto fa il presidente Abi, Giuseppe Mussari: sicuro il debito e solide le banche. Ma la speculazione incalza e nel mirino finiscono di nuovo anche la Spagna, il Portogallo (ieri S&P ha messo sotto osservazione il rating sui titoli a breve e a lungo emessi da Lisbona, con ‘implicazioni negative’), il Belgio, la Grecia, la stessa Irlanda e perfino la Francia. Un mini-vertice tra le autorità Ue (Barroso e Van Rompuy) e il premier italiano Berlusconi, lo spagnolo Zapatero e il portoghese Socrates s’è tenuto a Tripoli, l’altro giorno. Voci di un pressing su Lisbona perché ricorra agli aiuti internazionali, in modo da placare le tensioni, vengono accreditate dal ministro irlandese Ahern. Sui terminali, le quotazioni cadono. Tutte le Borse europee (meno Stoccolma) chiudono col segno meno. Segnano altri record gli spread di Spagna (quota 310), Portogallo (458), Irlanda (700), Belgio (125). Tensioni anche in Francia (quota 59) col governo costretto ad intervenire per dire che non esiste un rischio-debito. Non influiscono sulla giornata i buoni dati sulla fiducia Usa e neppure l’incontro Obama-repubblicani sulle tasse. In questo contesto la Bce, che domani riunisce il board, prova a tranquillizzare i mercati: ‘Non c’è nessun rischio per la stabilità della zona euro’, assicura il presidente Trichet. Ma il commissario Ue Almunia annuncia: ‘Alcuni aiuti a banche e imprese saranno estesi a tutto il 2011’. Segno che la crisi morde ancora”. (red)

 

14. Crisi Euro: dietro il blitz ci sono le banche Usa

Roma - “Sembrava un film già visto in primavera, quando l’Unione Europea dovette intervenire per salvare la Grecia. Anche allora il btp - nonostante l’Italia non fosse considerata particolarmente a rischio - vide i rendimenti salire e i prezzi scendere. Colpa di quello che nell’inglese tanto amato nelle sale operative chiamano il ‘fly to quality’, ovvero la ricerca della qualità. Via dagli infidi Pigs (Portogallo, Irlanda, Grecia, Portogallo, ai quali qualcuno aggiunge pure il nostro Paese) verso lidi più sicuri. E la qualità in Europa si chiama Germania, e dunque i suoi titoli di Stato – scrive LA STAMPA -: i bund. Che in quei giorni videro i rendimenti scendere e i prezzi salire: il segno dell’apprezzamento degli investitori. In questi giorni l’aria che si respira nelle sale operative è un’altra. Più pesante: ‘Non è più questione di puntare su uno Stato piuttosto che su un altro dell’Unione Europea. La sensazione è che stanno attaccando l’euro in quanto tale, vendendo i titoli denominati in valuta unica’, fa notare un trader di una sala operativa. Il segnale lo dà ancora lui, il bund. Al contrario di maggio, non è effervescente. Tiene le posizioni, ma non eccelle. Dunque si vendono i periferici senza contropartite nei Paesi più sicuri. Basta notare che ieri pomeriggio il differenziale del nostro btp decennale - già ai massimi da che c’è l’euro - si è allargato di 10 punti base, vale a dire dello 0,10% rispetto al bund tedesco. Ma era in buona compagnia. Il decennale belga si era allargato più del doppio a 24 punti base, lo spagnolo di 22, e pure il rendimento dell’austriaco - e l’Austria è un Paese non periferico ma ‘core’, principale - è cresciuto di 7 punti base rispetto al tedesco. Che cosa succede? Sotto la promessa dell’anonimato da un’importante banca spiegano: ‘Sono ancora loro, le grandi banche americane. Hanno ripreso a speculare, liquidando le posizione in titoli di stato denominati in euro, dunque anche i Btp. Il denaro viene in parte parcheggiato in titoli del debito americano, in parte utilizzato per comprare protezione sul fallimento di alcuni stati a rischio’. Comprano i cds, sigla che sta per credit default swap: sono derivati già abbastanza noti nella loro veste di giani bifronti: sono assicurazioni finanziarie contro il fallimento di un emittente, ma possono essere usati per scommettere sul patatrac di un Paese. E siccome i cds vengono pure utilizzati come spia del grado di allarme sullo stato di salute di un Paese, si instaura un circolo vizioso tra speculazione e difesa, tra allarmi veri e falsi in cui è difficile raccapezzarsi”.

 

“Che poi, gli allarmi sono la benzina che muove le sale operative. ‘Un analista di una grande banca poco fa scriveva che il Portogallo così com’è ha bisogno di aiuti. Ecco, segnali come questi danno il via alle vendite’. Pochi fondi hedge in questa partita, tante banche. Americane per lo più –prosegue il quotidiano torinese - ‘ma anche asiatiche’. Si vince facile, in un mercato spesso mascherato. Alle operazioni che passano su mercati regolamentati e quindi si ‘vedono’ sui monitor, si affiancano le molte chiuse con contratti diretti tra banche, le vere protagonoste del mercato obbligazionario. Nonostante il cataclisma il panico in sala operativa non c’è. ‘Erano molto peggio i giorni dopo il fallimento di Lehman Brothers. L’attacco alla lira del ‘92 fu molto peggio, con il rischio che perfino alcune aste sui titoli non andassero in porto’, commenta un operatore. Sul monitor giungono gli allarmi degli analisti che ormai, contattati dall’agenzia Reuters, rompono gli indugi: ‘l’Italia non è più così al sicuro’. Il nervosismo serpeggia più che altro pensando ai conti delle banche in cui questi uomini in camicia bianca lavorano. Se i btp si deprezzano ancora sarà un problema. ‘Se tutto questo caos fosse successo a gennaio sarebbe stato meglio...’”. (red)

 

15. Google nel mirino dell’Antitrust Ue

Roma - La Commissione europea, responsabile per la vigilanza antitrust in Europa, ha aperto una inchiesta formale contro Google. Dopo il gigante del software, Microsoft, e quello dell’hardware, Intel – ricorda REPUBBLICA -, Google è il terzo colosso americano dell’informatica che finisce sotto la lente d’ingrandimento di Bruxelles. Microsoft, al termine di una lunga disputa legale durata diversi anni, ha dovuto pagare multe per un miliardo e seicento ottanta milioni di euro. Intel ha sborsato un miliardo e sei milioni. Entrambe le compagnie hanno dovuto modificare le proprie procedure commerciali per venire incontro alle richieste della Commissione e facilitare l’accesso della concorrenza al mercato. L’antitrust europeo ha facoltà di imporre sanzioni fino al dieci per cento del fatturato complessivo delle imprese che violano le regole sulla libertà di concorrenza. Le accuse che riguardano Google, il più diffuso dei motori di ricerca e il maggiore fornitore di servizi online, riguardano sia il sospetto che la società penalizzi volontariamente i concorrenti nelle selezioni fatte dal proprio motore di ricerca (Google search), sia che imponga vincoli di esclusiva agli inserzionisti pubblicitari. L’inchiesta della Commissione è partita su denuncia di alcuni concorrenti. Tuttavia il commissario alla concorrenza, Joaquin Almunia, si è dimostrato prudente. ‘Abbiamo ritenuto che ci fossero gli elementi per aprire un’inchiesta formale su Google. Ma voglio essere molto chiaro: questo non significa necessariamente che ci sia un problema. È troppo presto per dirlo’. L’inchiesta, hanno annunciato fonti di Bruxelles, durerà come minimo alcuni mesi”.

 

“Da parte sua, Google, forse ammaestrata dalla sorte toccata agli altri due giganti informatici, ha assunto un atteggiamento molto diverso da quello polemico di Microsoft. Pur respingendo le accuse – prosegue il quotidiano di largo Fochetti -, l’azienda si è detta pronta a cooperare. ‘Abbiamo concepito Google pensando agli utilizzatori, non ai siti web. E la natura stessa della graduatoria fa sì che inevitabilmente qualche sito sia scontento del posto che occupa. Da anni riceviamo lamentele e anche denunce. Ma in tutti i casi esaminati finora c’erano ragioni oggettive per cui certi siti ottenevano graduatorie basse in base ai nostri algoritmi. Da parte nostra non c’è mai stata l’intenzione di nuocere volontariamente ai concorrenti. Comunque c’è sempre spazio per migliorare. Intendiamo collaborare pienamente con la Commissione per rispondere alle sue preoccupazioni’. Proprio ieri, secondo indiscrezioni riprese dal New York Times, si è diffusa la notizia che Google starebbe per acquistare, al prezzo strabiliante di 5,3 miliardi di dollari, il sito di e-commerce Groupon, che ha sede a Chicago. Se l’acquisizione andasse in porto, il gigante dei servizi telematici acquisirebbe una posizione di primo piano anche nel settore delle vendite on-line. Sempre ieri, Google ha fatto sapere di aver concluso un accordo con l’Ufficio europeo dei brevetti in base al quale utilizzerà il proprio software di traduzione automatica per tradurre in tutte le lingue le cinquantamila licenze registrate ogni anno. Le traduzioni automatiche non avranno valore legale, ma potranno comunque aiutare i titolari dei brevetti a cui incombe l’onere di far tradurre le licenze in tutte le lingue europee. L’accordo permetterà a Google di affinare le capacità del proprio software grazie al fatto che verrà in possesso di circa un milione e mezzo di documenti già tradotti dall’Ufficio”. (red)

Un esempio. Non un santino

Deficit Italia. Per la Ue non ci siamo