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Un esempio. Non un santino

Su Mario Monicelli, il maestro Monicelli (lui detestava essere chiamato così), il genio della commedia Monicelli, il regista Monicelli dirà da par suo il nostro Menconi, ben più ferrato di me riguardo la settima arte. Io mi limito, senza pretese di farne un ritratto vero e proprio, a ricordare il giovane vecchio Monicelli per quello che mi ha impressionato di lui al di là della sfolgorante carriera cinematografica: l’esempio umano. 

Leggendo le interviste degli ultimi anni – non me ne perdevo una – l’uomo che ne usciva mi è sempre parso non soltanto, naturalmente, di grande cultura seppur senza sfoggio né erudizione, di levatura morale sopra alla media e di esperienza temprata da novantacinque anni di conoscenza degli italiani (questo popolo “pavido”, che pure in passato, come individui singoli, possedeva una sua “dignità” ma che nel suo carattere nazionale è inguaribilmente un popolo di “servi”: come non accostare questo giudizio così duro e amaro di un comunista mai pentito con quello, identico, di un anarco-conservatore come Montanelli?). Oltre al santino, si percepiva altro. Questo “altro” che lui ci ha sbattuto tragicamente in faccia l’altro ieri sera gettandosi dal quinto piano dell’ospedale in cui, malato terminale, era ricoverato: la malinconia. Era un grande malinconico, Monicelli. Nell’ultimo scorcio della sua esistenza, malandato in salute e privato del mestiere che era stato tutta la sua vita, poteva essere compatito, banalmente, come un depresso, un depresso senile. Eppure, nella sua opera di dissacrazione dell’italiano, ideal-tipo cialtrone e generoso, perdente e guascone, tragico e comico insieme, a noi sembra di aver scorto un suo pessimismo di fondo. Quel pessimismo caratteristico delle anime tormentate perché sensibili e refrattarie alle convenzioni, anche di buon ordine psicologico e morale, perché troppo lucido, troppo intelligente, troppo spietato con sé stesso e il mondo. Un’amarezza connaturata che fatalmente, da italiano qual era anche lui, si convertiva in umorismo, nel rovesciare il serio in faceto, nel buttarla sul ridere. Ma sempre con un’inquietudine perenne che bruciava dentro.

Aveva le sue idee, Monicelli, ed erano e sono rimaste fino all’ultimo di sinistra. Ma non fu mai, con quella sua allergia alla retorica e al doverismo, un intellettuale “impegnato” (lo era a modo suo) né tanto meno “organico”, un trinariciuto, un sensale di partito. Anche qui: troppo individualista e libero, troppo arso dal senso di effimero e dal gusto per l’ironia, per prendersi troppo sul serio. Gli piaceva la solidarietà e lo spirito di consorteria che fino agli anni ’70 univa registi, attori e lavoratori dello spettacolo. Ma più con l’animo dei compagni di studi che vanno a bere insieme dopo la lezione che non con quello di casta e di fazione, magari ideologica. Amava la commedia perché viveva la vita come una dolorosa commedia. E quando, di recente, invitava gli studenti a «ribellarsi, protestare, sovvertire», quando sognava, lui ultranoventenne ma mai domo, una “rivoluzione” che spazzasse via la mediocrità di questa brutta Italia, quando liquidava il tempo presente con giudizi caustici e senza possibilità d’appello, in lui parlava il suo lato nero che trovava la sublimazione proprio nella risata catartica e liberatoria. Ma non consolatoria né, come potrebbe fare un borghese piccolo piccolo che Monicelli aborriva, assolutoria. Tanto è vero che era capace di pensare, da ribelle radicale, che «la speranza è una trappola dei padroni». 

Chi vive sperando, insomma, muore schiavo. Monicelli ci ha dato l’ultima lezione sottraendosi alla fine misera che lo aspettava e che evidentemente lo atterriva: intubato, irto d’aghi e trattato come un vegetale. Ha avuto il coraggio di suicidarsi, non dandola vita alla morte. Ultimo ciak di un uomo che amava troppo la vita per non disprezzarla. Perdonate l’elogio funebre, ma se lo merita, il Monicelli senza illusioni e senza paura. 

 

 Alessio Mannino

Un uomo fuori dagli elenchi

Secondo i quotidiani del 01/12/2010