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Secondo i quotidiani del 10/12/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Tanzi, 18 anni di carcere”.. Editoriale di Pierluigi Battista: “La commedia degli eletti”. In taglio alto: “Berlusconi non cede: avrò la fiducia”. Di spalla: “Il solco più largo tra Pechino e Vaticano”. A centropagina con fotonotizia: “‘Sakineh è tornata a casa’. Ma è giallo sul rilascio” e “Gli studenti inglesi assaltano l’auto di Carlo e Camilla”. In taglio basso: “Posti a parenti e amici. L’inchiesta della Procura” e “L’aria malata del metrò. Dieci volte più inquinata”.

LA REPUBBLICA - In apertura: “Londra, gli studenti in guerra”. Di spalla: “‘I pm indaghino sul mercato dei voti’. Fini: la sfiducia è certa” e “Nella Germania di Angela leader riluttante”. A centropagina: “‘Sakineh è tornata libera’ ma è giallo a Teheran”. In taglio basso: “Alemanno, ecco l’albero di Parentopoli” e “crac Parmalat, Calisto Tanzi condannato a 18 anni”.

LA STAMPA - In apertura: “Parmalat, a Tanzi diciotto anni. Risparmiatori delusi”. ‘Berlusconi megafono di Putin’”. Editoriale di Francesco Manacorda: “Meno soli nella giungla finanziaria”. In taglio alto: “Iran, giallo su Sakineh. I comitati: è libera. Teheran non conferma” e “Putin difende Assange ‘Perché è in carcere?’. E l’accusatrice svanisce”. Di spalla: “Il vecchio cuore della Londra che cambia”. A centropagina con fotonotizia: “I reali nel mirino degli studenti inglesi” e “Fini impone la linea dura: sfiducia”. In taglio basso il “Buongiorno” di Massimo Gramellini: “Caduta cuori”.

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Draghi: l’euro non si tocca”. Editoriale di Raghuram Rajan: “Il microcredito funziona, purché sia trasparente”. Di spalla: “L’esattore dell’assurdo ammaina la bandiera”. A centropagina con fotonotizia: “Crack Parmalat: Tanzi condannato a 18 anni” e “Assalto al mille proroghe”.

IL GIORNALE - In apertura: “Sono pazzi questi finiani”. Editoriale di Vittorio Macioce. Al centro con fotonotizia: “Per fortuna che è stata l’Italia a tagliare i fondi alla scuola…” e “Confindustria immobile sulla riforma del lavoro”. In taglio basso: “Il vescovo può fare il tifo per Babbo Natale?”.

IL MESSAGGERO - In apertura: “Fiducia, accuse di compravendita”. Editoriale di Marco Fortis: “L’errore di sentirsi primi della classe”. A centropagina con fotonotizia: “Londra, studenti in rivolta: assalto a Carlo e Camila”, “Parentopoli, l’inchiesta si allarga all’Ama” e “Crac Parmalat, Calisto Tanzi condannato a 18 anni di carcere”. In taglio basso: “‘Sarah uccisa in casa un’ora pria’” e “Iran, liberati Sakineh e suo figlio”.

IL TEMPO - In apertura: “Silvio verso la fiducia”. Editoriale di David Cameron: “Così si difende una riforma dell’università”. A centropagina con fotonotizia: “Sakineh è libera l’Occidente no” e “Così hanno creato il mostro sbagliato”. In taglio basso: “Questo arresto è democratico”.

IL FATTO QUOTIDIANO - In apertura: “Ok il prezzo è giusto”. Editoriale di Marco Travaglio: “Nessuno tocchi Cenerentolo”. A centropagina: “Parentopoli Alemanno indaga la Procura di Rma” e “La sorpresa dell’Iran. Liberata Sakineh”. In taglio basso: “Altri 18 anni per Tanzi, condannato anche a Parma”.

L’UNITÀ - In apertura: “Corruzione”. A fondo pagina: “Sakineh, l’incubo è finito: liberata assieme al figlio” e “Londra, studenti in rivolta. Attaccata l’auto di Carlo e Camilla”.

MF- In apertura: “Tanzi si becca 18 anni di galera”. A centropagina: “Fiat blinda Cnh e Marcegaglia propone un timeout” e “Guerra digitale tra Sky e Mediaset”. A fondo pagina: “Zara apre a Roma nella ex Rinascente” e “Banche in manovra sulla galassia Ligresti”.

ITALIA OGGI - In apertura: “Casse, allarme derivati”. A centropagina: “La Gelmini annuncia di andare ai convegni. E poi non va. Contestatori scombussolati” e “La legge 488 riapre i rubinetti”. A fondo pagina: “Rcs libri, 672 titoli nello store di Telecom” e “La lirica affonda per i troppi fondi”.

IL FOGLIO - In apertura: “Il Nobel della disperazione”. Di spalla a sinistra: “Così Confindustria tenta di non essere travolta da Marchionne l’americano” e a destra “Casini si è ripreso il centro della pista e fa ballare Fini al suo ritmo”. A fondo pagina: “Non illudetevi, l’89 cinese è lontano”.

LIBERO - In apertura: “Controribaltone di Silvio”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Futurismo ko. Si è scontrato con il realismo”. Di spalla “Appunto” di Filippo Facci: “Trombone viola”. A centropagina: “Diciotto anni a Tanzi. Se li facesse….”. A fondo pagina: “Cristiani discriminati. L’Europa non è casa loro” e “Guerriglia studentesca. Ma la riforma passa”. (red)

2. Berlusconi ottimista: riusciremo ad andare avanti

Roma “Berlusconi è ottimista. Lo dice al segretario di Stato del Vaticano, il cardinal Bertone, all’ora di pranzo. Lo ripete - racconta il CORRIERE DELLA SERA - agli altri cardinali che sono riuniti all’ambasciata d’Italia presso al Santa Sede: ‘Io sono fiducioso sul prosieguo del governo e il Paese finalmente ha iniziato a interrogarsi su questo tipo di manovre di Palazzo, so che molti di voi non le condividono’. È ottimista anche con chi lo va trovare nel pomeriggio a Palazzo Grazioli: da Francesco Nucara a Daniela Santanchè, sino a una riunione dei vertici di partito in serata, a tutti dice che i numeri alla Camera ci saranno, che Fini farà ‘una figuraccia’, che in ogni caso, anche se le sue previsioni fossero sbagliate poco male: ‘Nel mondo esistono governi di minoranza saldamente in sella, come in Canada e in Belgio’. Il concetto è che il premier ritiene che al suo governo non ci siano alternative e spera ancora di evitare il voto. Dal Colle, in direzione Palazzo Chigi, sono arrivati segnali in apparenza molto chiari: nessuna intenzione di mettere in piedi altri governi, che escludano le forze che hanno vinto le elezioni, ma fare tutto il possibile per evitare il ritorno alle urne. Suggerimento: cercare di allargare la maggioranza e andare avanti. Ieri sera a Palazzo Grazioli si è iniziato a lavorare sul discorso che Berlusconi terrà il 14 in Parlamento. A chi ha avuto modo di vederne una bozza è rimasto nella memoria l’incipit: ‘Non mi spiego come si possa essere arrivati a una situazione di questo genere e so che non se lo spiegano nemmeno gli italiani’. Ci sarà certamente un appello alle forze moderate del Paese come confermava ieri notte Fabrizio Cicchitto, insieme a possibili aperture su legge elettorale ed economia. Ovviamente il Cavaliere ribadirà, rivolto ai finiani: ‘Non si capisce cos’è cambiato dal momento in cui è stata votata la fiducia sui 5 punti del programma di governo’. In serata, il premier ha telefonato ad una manifestazione del Pdl organizzata da Aldo Brancher, a Verona. Ha ricordato i punti cardini dell’azione del governo: ‘Federalismo fiscale, sicurezza dei cittadini, contrasto all' immigrazione dall’Africa, e più in generale clandestina, piano per il Sud, la riforma tributaria per i lavoratori, e riforma della giustizia. Su questi temi - ha aggiunto - ci si deve esercitare in Parlamento. Noi al governo abbiamo già fatto la nostra parte’. Ha poi ripetuto che la stabilità è la condizione prima per evitare un allargamento della crisi finanziaria all’Italia. Per questo motivo, ha concluso, ‘noi continuiamo sereni nell’attuazione del programma e speriamo che i tradimenti che si sono profilati non abbiano i numeri da non consentirci una maggioranza in parlamento. Non è un augurio che rivolgo a me stesso, ma a tutto il Paese perché soltanto con un governo solido si può garantire l’interesse del Paese e degli italiani’”.

3. Fini: voteremo la sfiducia, sarà una crisi al buio

Roma “Gianfranco Fini ha toni assai duri - scrive il CORRIERE DELLA SERA - quando apre la riunione del suo stato maggiore, nella sede di FareFuturo: ‘C’era una trattativa - dice -. Offrivamo una crisi ‘pilotata’ per andare verso un Berlusconi bis. Ma Berlusconi ha fatto sapere del colloquio fra lui e Bocchino. Ha buttato tutto al macero, per gettare discredito su di noi’. È venuta meno la riservatezza, e con la soffiata ai giornali - spiega Fini - si voleva far saltare l’asse tra Futuro e Libertà e l’Udc di Casini, che non ha gradito le notizie sull’incontro fra Bocchino e il premier. ‘Berlusconi ha teso una trappola - prosegue Fini -. Diverso l’atteggiamento di Gianni Letta: con lui c’è sempre stato confronto, ma essendo una persona seria, non è mai trapelato nulla’. Conclusione del presidente della Camera: se Berlusconi non si dimette prima del 14 dicembre, Fli voterà la sfiducia, il governo andrà sotto alla Camera e ci sarà una crisi al buio: ‘Noi non abbiamo paura’. Falchi e colombe Sono giorni tormentati per i futuristi: divisi nei confronti della posizione da tenere in Aula per la fiducia al premier tra falchi (come Carmelo Briguglio, a sinistra) e colombe (come Silvano Moffa, a destra), ieri i finiani si sono ricompattati sul no a questo esecutivo, facendo prevalere la linea dei falchi. Dopo Fini, parlano in molti, nella bella sala riunioni al piano nobile di via del Seminario, ed è quasi un coro, nella scia del leader. Parla il capogruppo alla Camera, Italo Bocchino, che mercoledì sera aveva chiesto le dimissioni di Berlusconi ma dando la disponibilità dei finiani ad accettare ‘un reincarico dopo 72 ore’. Berlusconi bis, insomma. Ieri mattina spazza via tutto: ‘Berlusconi ha spiattellato il nostro incontro. È inaffidabile’. Più tardi, Bocchino affida a un videomessaggio sul sito di Generazione Italia la spiegazione delle sue posizioni sul filo del rasoio. Conferma la trattativa, fino a ieri smentita, dice di aver portato al premier la proposta di Fini: dimissioni e allargamento della maggioranza con un nuovo programma, ‘non per passare dal berlusconismo all’antiberlusconismo, né per vendetta personale’. Ma Berlusconi ‘preferisce lo scontro muscolare’. E Bocchino mette le mani avanti, se la sfiducia non dovesse passare: ‘Berlusconi spera nei voti di qualche deputato dell’Italia dei valori. Per poi andare al Quirinale e chiedere le elezioni anticipate’. Anche Bocchino elogia Gianni Letta, in vista del futuro: ‘Ha dimostrato di avere a cuore la ricerca di una soluzione’. Nella riunione a FareFuturo, resta in minoranza il senatore Silvano Moffa che mercoledì aveva dichiarato ‘non essenziali’ le dimissioni di Berlusconi. ‘Cerchiamo ancora una soluzione politica - esorta Moffa - Se Berlusconi accetta le proposte su questione sociale e riforma elettorale, lasciamogli stabilire il percorso verso un nuovo governo’. Altri finiani moderati sono scottati dal comportamento di Berlusconi. Roberto Menia: ‘Ma come, da una parte tratti e dall’altra tenti di comprare deputati?’. E Giuseppe Consolo: ‘Io mi sento ferito, da quando siamo stati chiamati "traditori". Dopo tutto quello che ho fatto per salvare la situazione’. E il grande mediatore Viespoli, capogruppo di Fli al Senato, spera in qualche ravvedimento berlusconiano, in un discorso di grande, significativa, apertura al Senato lunedì. Ma approva la linea di Fini. Dopo tanto discutere, sono ancora una volta le posizioni dei cosiddetti ‘falchi’ a diventare posizioni di tutti. Spiega Fabio Granata: ‘Berlusconi ha ancora qualche giorno per dimettersi. Oppure avrà la sfiducia e si aprirà una nuova fase. Deciderà Napolitano, ma questa nuova fase non prevede più Berlusconi’. Resterà unita la compagine di Fini? Finora è sempre accaduto. Bocchino sulla compravendita dei voti che sarebbe in corso, ha dichiarato: ‘Non ci occupiamo di calciomercato’. Altri dibattiti si annunciano per il dopo, quando si tratterà di affrontare le elezioni. I finiani moderati vorrebbero presentarsi da soli, ma Fini, ieri mattina, è stato netto: ‘Se si vota, staremo assieme a Casini’”.

4. Ma la trattativa continua. Gelo tra Udc e futuristi

Roma -“Adesso gli spazi per evitare il countdown sono davvero quasi inesistenti, e lo dimostrano i toni che salgono - scrive Paola Di Caro in un ‘Dietro le quinte’ sul CORRIERE DELLA SERA -, le accuse reciproche di tradimento, le facce lunghe di chi - tra i finiani - dice che la partita potrà pure essere persa, ma ‘noi il giorno dopo ci guarderemo allo specchio senza vergognarci, altri no’. Le diffidenze reciproche, i sospetti, il rancore maturato in otto mesi di guerriglia e strappi - da quel 22 aprile in cui Fini e Berlusconi lacerarono il loro già difficile rapporto in pubblico, accusandosi, con profetico sarcasmo ‘Che fai, mi cacci?’ - hanno reso impossibile una ricomposizione che pure a un certo punto è stata tentata. E adesso conta poco che ci si rinfaccino le colpe: ‘Sono loro che ci hanno chiamato per un incontro, al quale è andato Bocchino, loro volevano sentire cosa avevamo da dire, poi l’hanno reso pubblico per farci fare la parte di chi si cala le braghe’, dicono dal Fli. Reagiscono dal Pdl: ‘Non hanno mai voluto veramente la pace, chiedere le dimissioni del premier è un atto di guerra’. Il risultato? Ieri, incontrandosi al Quirinale per il giuramento del nuovo giudice costituzionale Giorgio Lattanzi, i due leader si sono scambiati solo una gelida e silenziosa stretta di mano, e il presidente della Camera si è intrattenuto con Gianni Letta per metterlo al corrente di quello che le agenzie di stampa avevano già battuto dal mattino: niente intesa, stop ai contatti, dimissioni o sfiducia. E dunque il nuovo scontro tra Berlusconi e Fini ha raggiunto i livelli dei giorni più neri, tali da togliere quasi il fiato ai pasdaran della trattativa che pure, ancora, non si arrendono. Mentre tra Fini e Casini è scesa una pesante coltre di diffidenza - agli Udc davvero non è piaciuta la visita di Bocchino al Cavaliere a loro insaputa, e non bastano le parole dure di Fini di oggi a cancellare il senso di una mossa giudicata scorretta -, le colombe futuriste ancora sperano: ‘Fino all’ultimo momento, può ancora vincere la politica - dice Pasquale Viespoli, capogruppo del Fli al Senato -. Perché se si vuole uscire da questo vicolo cieco una soluzione tecnica la si trova. Ma certo, se Berlusconi viene in Parlamento solo a ribadire i cinque punti e a prendersi la fiducia per uno o due voti raccattati qua o là, significa che ha scelto la strada dell’instabilità e del voto anticipato’. È insomma dal solo Berlusconi che ancora i finiani moderati attendono soluzioni, un colpo d’ala, un’apertura, e a Fini possono solo chiedere il senso di responsabilità di accogliere un’eventuale offerta. A insistere davvero perché ci si fermi resta una colomba doc come Silvano Moffa, che anche nella riunione a porte chiuse con Fini ieri ha ribadito che ‘così si va solo a sbattere, perché incatenarci alla richiesta di dimissioni? Se un patto sostanziale è possibile, non respingiamolo’. E si sussurra di un’iniziativa che potrebbero mettere nero su bianco proprio Moffa e altri 5-6 deputati del Fli per chiedere a tutti un ripensamento in extremis, prima che sia il baratro. Ripensamento nel quale già dal primo mattino mostrava di credere poco Paolo Bonaiuti: ‘Le trattative non si fanno mostrando la faccia feroce e accusando l’avversario di essere un dittatore...’. Ripensamento che Fini esclude con durezza: ‘Se prima gli avevamo offerto il reincarico in 72 ore, adesso se lo può scordare. Berlusconi dia le dimissioni e basta’. Si va insomma sicuramente alla conta, e anche i moderati più pro-trattativa del Fli, quelli che si sono spesi fino all’ultimo per un’intesa, escludono che ‘tra di noi qualcuno possa passare dall’altra parte. Siamo uniti, e dove dovremmo andare?’. E però fra i terzopolisti sfumano col passare delle ore le speranze che la conta possa essere vinta, anzi l’ansia di un ulteriore smottamento cresce. Come la preoccupazione per il dopo. Perché se Berlusconi ottenesse la fiducia - pur stentata, raccogliticcia e poco politica - e lo facesse senza nulla concedere alle loro ragioni, allora sarebbe difficile anche trattare per ricostruire un modus vivendi: ‘Se uno arriva e ti prende a schiaffi, poi non può venire da te a dirti: adesso parliamo...’, dice un fedelissimo di Fini. Diventerebbe insomma difficilissimo, dopo l’umiliazione, riprendere il filo del dialogo. E quasi impossibile farlo subito. Dal fronte berlusconiano c’è chi azzarda scenari che allo stato appaiono quasi fantascientifici: ‘Dopo la fiducia, chiuderemo un accordo con Casini, e Fini sarà fatto fuori’. La verità è che dall’una e dall’altra parte sanno che tutto sarà più complicato: ‘Vedremo come faranno a governare con un voto di maggioranza, noi siamo qui, ce lo dimostrino...’, dice amaro Benedetto Della Vedova, in un clima da resa dei conti che sembra non finire mai”.

5. Bertone-premier, “rapporti eccellenti”

Roma -“‘Guardi, venivo dalle Marche e in verità non ero molto aggiornato sulle ultime vicende politiche, per fortuna nessuno di noi ha fatto domande sul tema perché nella conversazione non avrei saputo dire granché’. Il cardinale Elio Sgreccia sorride -- scrive il CORRIERE DELLA SERA -, tra i nuovi porporati festeggiati ieri nell’ambasciata italiana presso la Santa Sede - erano nove su dieci - si tiene a insistere sull’appuntamento ‘conviviale’, una semplice ‘festa’ che segue la colazione con il presidente Giorgio Napolitano. A cinque giorni dal voto di fiducia, però, era inevitabile che l’attenzione si concentrasse su quel pranzo che vedeva al tavolo, con i nuovi cardinali, il premier Silvio Berlusconi e il Segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone. Clima ‘disteso’, ‘grande cordialità istituzionale’ e il presidente del Consiglio che porta in dono delle croci pettorali e si mostra scherzoso con i porporati, sicuro di sé, impegnato a tessere grandi elogi di Gianni Letta e dell’ambasciatore uscente Antonio Zanardi Landi (in partenza per un’altra sede delicata e strategica: Mosca), a spiegare che certo ‘l’Italia è difficile da governare’ e mostrare ottimismo in vista del voto di fiducia, ‘ho i numeri’. Ai piani alti della Santa Sede, raccontando dei ‘vari colloqui’ all’ambasciata tra ministri e porporati, spiegano che ‘non c’era aria da fine regno’. Dopo l’incontro della settimana scorsa in Kazakistan, Berlusconi ha potuto parlare da solo per qualche minuto con il cardinale Bertone, mentre lo accompagnava alla sua auto. Nelle ultime settimane si è parlato del ‘pressing’ del cardinale Ruini sull’Udc perché sostenesse in qualche modo il governo e si guardasse da Fini. Più defilato lo stile del cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi, che ieri non era presente al pranzo (a rappresentare la Cei c’era il segretario generale, Mariano Crociata: ‘Ci prepariamo al Natale serenamente’, si è limitato a commentare) perché già impegnato altrove. Quanto a Bertone, fonti vicine alla Segreteria di Stato spiegano che il braccio destro del Papa ‘non è minimamente entrato nelle questioni di dettaglio’ e ‘ha mantenuto la linea di queste settimane: ha ascoltato con attenzione e interesse per la situazione del Paese’. All’uscita, il Segretario di Stato ha scherzato, ‘io ero solo un ospite, chiedete ai nuovi cardinali, erano loro gli invitati’, e si è limitato a dire: ‘Io prego per l’Italia e prego per il futuro di ogni Paese con cui siamo in relazione perché i problemi toccano tutto il mondo, non solo l’Italia’. Di certo, si spiega Oltretevere, restano quei ‘rapporti davvero eccellenti’ tra l’Italia e la Santa Sede di cui aveva parlato lo stesso presidente Giorgio Napolitano presentando nella stessa ambasciata il libro sui 150 anni dell’Osservatore Romano. La sensazione che la Santa Sede non abbia voluto esporsi pubblicamente, soprattutto in una situazione così complicata. E la preoccupazione dei cardinali per ‘il bene comune’ del Paese, ‘tutti speriamo che in questo momento difficile, di crisi economica che colpisce le famiglie e la gente, ci sia un po’ più di calma e si eviti per quanto possibile ciò che ostacola la pace e la serenità’”.

6. “È compravendita”: Di Pietro dai magistrati

Roma -“Non solo ‘un mercato delle vacche e una cosa umiliante’, ma forse anche un reato. Per questo Antonio Di Pietro - scrive il CORRIERE DELLA SERA -, che in poche ore ha assistito impotente all’esodo di due suoi deputati, va dai magistrati e denuncia la compravendita: ‘L’autorità giudiziaria dovrà accertare se in un Paese normale è possibile che persone elette in un partito possano essere indotte o costrette a cambiare il loro voto e in base a quali ragioni ciò avvenga’. Una posizione anticipata di qualche ora da un allarme analogo, ma senza ricorso ai magistrati, da parte di Pier Luigi Bersani, che si pone un interrogativo retorico: ‘È uno scandalo o un reato di corruzione?’. In piazza contro il premier Pier Luigi Bersani si è chiesto se nei passaggi dei parlamentari ci sia solo ‘scandalo o anche corruzione’. Sabato il Pd sarà in piazza contro il governo a Roma Denuncia Il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, ha annunciato di aver ‘messo a disposizione dei magistrati una serie di elementi’ sulla compravendita di parlamentari: ‘Un mercato delle vacche’. L’offensiva contro la ‘compravendita’ dei deputati in Parlamento comincia soft con il segretario del Pd. Che spiega di non volersi rivolgere ai magistrati, ma che leggendo i giornali, è stato colto dal dubbio: ‘Io non so la risposta, vorrei chiederlo agli esperti. Sento voci che mi preoccupano, l’aria che tira è inquietante. Non ho elementi in più, chi li ha, provi a esercitarsi’. Poi, a Otto e Mezzo, chiarisce: ‘Vorrei che si aprisse un dibattito culturale, nella pubblica opinione. Parliamo solo di cose sconvenienti o di altro? Non vorrei che passasse l’idea che si può fare una cosa del genere, sarebbe una cosa deleteria’. Qualche elemento in più era arrivato nei giorni scorsi dalle dichiarazioni di un ex deputato del Pd, Massimo Calearo, come ricorda a Bersani in conferenza stampa il dalemiano estensore della Velina Rossa Pasquale Laurito. L’ex presidente di Federmeccanica aveva spiegato che chi vota la fiducia potrebbe ottenere ‘dai 350 mila ai 500 mila euro’. E altre voci di favori ‘materiali’ erano state raccolte dai giornali. Qualche ora dopo la conferenza di Bersani, arriva l’affondo di Di Pietro, che chiede chiarezza ai magistrati . L’ex pm è furente per la perdita di Domenico Scilipoti e Antonio Razzi. Dopo avere a lungo tentato di trattenerli, rabbonendoli con abbracci e lusinghe, ora è lapidario: ‘Poveracci, che il buon Dio abbia pietà di loro’. Ma è alla giustizia terrestre che chiede di intervenire. Perché ‘chiunque tradisca i propri elettori e si venda per 30 denari merita, metaforicamente parlando, l’albero di Giuda’. L’ex pm sa di avere un problema in casa, con qualche defezione di troppo (a cominciare da quelle più lontane di Sergio De Gregorio e Americo Porfidia), ma prova a minimizzare: ‘Avrò perso 3-4 parlamentari in 10 anni di vita politica. Gesù Cristo che era un Padreterno ogni dodici ne perdeva uno per strada. Io che sono un povero cristo non è che posso sapere prima, dentro la testa, che cosa hanno queste persone. Una cosa è certa però: che noi, le persone che si comportano in questo modo, non serbiamo rancore. Diciamo che Iddio abbia pietà della loro anima e della loro dignità’. A completare il quadro dell’offensiva dell’opposizione, c’è il verde Angelo Bonelli. Che in un comunicato annuncia: ‘Presenteremo un esposto alla Procura della Repubblica di Roma per chiedere che sia accertato se la compravendita di parlamentari di cui sono piene le cronache sulla crisi rappresenti o meno corruzione’”.

7. Crac Parmalat, 18 anni a Tanzi

Roma -“Condanna Calisto Tanzi a 18 anni...’. La voce del giudice Eleonora Fiengo - racconta il CORRIERE DELLA SERA - calamita sguardi e pensieri nella sala congressi dell’Auditorium Paganini, dove da 33 mesi va in scena l’autopsia giudiziaria della Parmalat che fu, orco capace di divorare 7 anni fa intere famiglie e i loro risparmi, gettando schizzi di fango sulla reputazione del ‘made in Italy’. Diciotto anni per un buco da 14 miliardi di euro che si lasciò dietro una scia di debiti da 13 miliardi di dollari, 2500 creditori e 35 mila obbligazionisti (ora costituiti in giudizio) che si ritrovarono tra le mani bond dal valore della carta straccia. Calisto Tanzi non è in aula mentre il giudice Fiengo snocciola nomi e pene. È nella sua villa ad Alberi Vigatto, alle porte di Parma. È tra quei muri, allietati da parco, campi da tennis, piscina e zona giochi per i nipotini, da dove difficilmente la legge potrà sradicarlo. È anziano, ha 72 anni. La salute, così raccontano gli intimi, non volge al meglio. E anche se 18 anni di condanna non sono pochi e rischiano, anzi, di diventare molti di più, se la Cassazione confermerà i 10 anni per aggiotaggio ai quali l’ex patron è stato condannato in Appello nel maggio scorso dal tribunale di Milano, insomma, se anche alla fine si ritrovasse con 28 anni sul groppone, l’uomo che trattava alla pari con De Mita, Craxi e notabili vari della Prima Repubblica, di giornate in carcere difficilmente ne farà. Sono bastate 6 ore di camera di consiglio ai giudici Fiengo, Marco Vittoria e Alessandro Conti per incapsulare in una sentenza 75 udienze e quasi 3 milioni di atti. Accolta quasi interamente l’impostazione dell’accusa, che con il procuratore capo Gerardo Laguardia aveva chiesto per Tanzi 20 anni, indicandolo come il principale artefice, oltre che beneficiario, di quella che si era trasformata ‘nella più grande fabbrica di debiti del capitalismo europeo’. La rovinosa caduta del signore di Collecchio (al quale la presidenza della Repubblica ha revocato ‘per indegnità’ il titolo di cavaliere del Lavoro e la Croce al merito) si porta dietro una folta squadra di amministratori e sindaci (14) di quella che era la multinazionale del latte in polvere. Condannati il fratello di Tanzi, Giovanni, rappresentante legale dell’azienda: 10 anni e 6 mesi. L’ex direttore finanziario Fausto Tonna (14 anni), che pure aveva collaborato con gli inquirenti per decodificare le montagne di falsi contabili che a lungo coprirono i buchi e le follie del colosso alimentare. Poi l’ex direttore marketing, Domenico Barili (8 anni), l’ex consigliere Luciano Silingardi, ex presidente di Cariparma: 6 anni. E a seguire gli altri, con condanne tra i 4ei 5 anni. Molti di loro, a partire ovviamente da Calisto Tanzi, sono stati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici. Gli assolti sono due: Alfredo Gaetani e Paolo Compiani. I beffati? Ci sono anche loro tra le mura bianche dell’Auditorium tribunale. Con qualche capello bianco in più e un’espressione rassegnata rispetto a quando, anni fa, aspettavano l’arrivo di Tanzi per rovesciargli addosso tutta la loro rabbia. Ma ci sono. Nella sentenza si parla di risarcimenti. Il tribunale ha infatti stabilito una provvisionale da 2 miliardi per la nuova Parmalat, guidata da Enrico Bondi, destinando ai 35 mila risparmiatori il 5 per cento del valore nominale delle obbligazioni sottoscritte. onsiderando che l’ammontare di queste ultime si aggira attorno ai 600 milioni, la provvisionale dovrebbe essere di 30 milioni. In teoria, però. È infatti altamente probabile che la parte del leone, in quanto principale creditore, spetti alla nuova Parmalat di Bondi. ‘Siamo delusi, abbiamo ottenuto di più, facendo accordi con le banche’ commentano i risparmiatori che, rappresentati dal gruppo Sanpaolo attraverso l’avvocato Carlo Federico Grosso, hanno recuperato a titolo di transazione con gli istituti di credito un centinaio di milioni”.

8. Tanzi: Non mi aspettavo tanta durezza

Roma -“‘E ora quale sarà il mio destino?’. ‘Che cosa succederà nei prossimi mesi? Spiegatemi’. Calisto Tanzi, bastonato dalla condanna (che ha preferito non ascoltare in aula), incontra i suoi legali - scrive il CORRIERE DELLA SERA -, in un luogo protetto, nel centro di Parma. Preferisce discutere del dispositivo della sentenza, fuori casa. Nella villa di Alberi Vigatto, infatti, c’è la moglie Anita, più fragile di lui: è afflitta da seri problemi di salute. ‘È un verdetto molto duro, non mi aspettavo tanta severità’, ha commentato, a caldo, l’ex patron della Parmalat, quando Gianpiero Biancolella e Fabio Belloni, gli avvocati che lo seguono da anni nei processi di Milano e Parma, gli hanno dato la notizia. Certo, 18 anni sono tanti, anche se, considerata l’età - 72 anni - Tanzi ha i requisiti per evitare il carcere. ‘Eppure un certo timore di dover tornare in prigione ce l’ha - osserva Biancolella -. Si sente comunque appeso a un filo. Ma il suo atteggiamento mentale è quello di chi è pronto a sopportare altre prove. Il rischio di finire in cella, tuttavia, è astratto. A meno che la Corte di cassazione non confermi la decisione del Tribunale del riesame di Milano’. Fabio Belloni racconta di un uomo malconcio, che fatica a parlare (‘In questi giorni dovrà sottoporsi a esami clinici’), e cerca di reagire come può, con lampi di combattività. ‘Ci ha confidato di essere molto dispiaciuto anche per la condanna di 10 anni inflitta al fratello Giovanni’. Di clima sfavorevole, parla il legale. ‘Può aver influito a inasprire la sentenza’, nota. In effetti, negli ultimi tempi l’imputato Tanzi, già sommerso dai guai giudiziari, era tornato brutalmente sotto i riflettori per la vicenda dei quadri di valore, sottratti al sequestro e nascosti negli scantinati dei parenti. ‘Dolorosa vicenda familiare’, taglia corto Biancolella. Fatto sta che il presidente della Repubblica gli aveva revocato l’onorificenza di cavaliere del Lavoro, per conclamati demeriti. Umiliazione massima perché veniva chiamato da tutti ‘il cavalier Calisto’. Da quel che si sa, i più indulgenti (o indifferenti) con l’ex potente detronizzato, oggi, sono proprio i cittadini di Parma. Le ostilità aperte nell’inverno 2003-2004, stagione degli arresti per il crac, contro la Parmalat/fabbrica simbolo, il Gran lattaio e il clan dei ragionieri, nel tempo si sono scolorite. Restava intatta la rabbia dei risparmiatori gabbati, mentre la gente aveva ripreso a salutare Calisto Tanzi. E lui, durante il processo, si è assunto le sue responsabilità continuando, però, a tirare pesantemente in ballo le banche che hanno speculato sui suoi affari. I legali preparano il ricorso in Appello, Tanzi continuerà a fare il nonno. (…)”.

9. Le assunzioni che agitano Roma

Roma -“Una cubista, un paio di ex estremisti neri, i figli del caposcorta del sindaco Gianni Alemanno, lo staff di un assessore, uno stuolo di mogli di politici, di ex assistenti parlamentari, di esponenti locali del Pdl, di parenti dei sindacalisti, i generi di entrambi gli amministratori delegati di Atac e di Ama. Tutto questo, a Roma, è diventato ‘Parentopoli’, un vaso di Pandora dal quale - da due settimane - è saltato fuori di tutto. Nel mirino - racconta il CORRIERE DELLA SERA - le due municipalizzate più importanti del Comune, quella dei trasporti (l’Atac, 12 mila dipendenti) e quella dei rifiuti (l’Ama, 7 mila lavoratori), finite sotto i riflettori della Procura di Roma e della Corte dei conti per le assunzioni facili (1.400 in due anni). Piazzale Clodio, dopo la prima inchiesta su Atac, ieri ne ha aperto una anche sull’Ama. Il coordinamento è affidato al pm Alberto Caperna, il reato ipotizzato - a carico di ignoti - è ‘abuso d’ufficio’: il primo atto sarà l’acquisizione, da parte dei carabinieri, della documentazione nelle sedi della società. Anche la Corte dei conti ha aperto un fascicolo: ‘Stiamo richiedendo - dice il procuratore del Lazio, Pasuale Iannantuono - tutti gli atti della vicenda’. Una vera bufera che ha investito il Campidoglio e che mette in imbarazzo il sindaco Alemanno. Tanto che, per reagire alla valanga di rivelazioni, dal centrodestra filtra: ‘Nel 2006, in Atac, è stato anche assunto Luca Rotini, figlio di Luciano, ex caposcorta di Walter Veltroni quando era sindaco’. Walter Verini, deputato pd, ex caposegreteria di Veltroni, replica: ‘Luciano Rotini ha lavorato con noi, non so se il figlio sia in Atac e se sia stato assunto con un concorso. Ma anche se fosse non si può mettere sullo stesso piano della Parentopoli’. In ogni caso, l’unico che finora ha pagato è il responsabile della scorta di Alemanno, il poliziotto e maestro di boxe Giancarlo Marinelli che ha piazzato entrambi i figli: Giorgio, pugile anche lui, all’Atac; Ilaria, invece, all’Ama. Lui si è dimesso. Poi c’è il caso di Giulia Pellegrino, la cubista, e delle varie mogli, tutte in Atac: Claudia Cavazzuti, sposata col senatore pdl Stefano De Lillo; Stefania Fois, compagna del deputato Marco Marsilio (che spiega: ‘Nel 2008 non eravamo fidanzati’); Barbara Pesimena, moglie di un consigliere comunale pidiellino (Marco Visconti). Anche in Ama è saltata fuori una donna: Francesca Fratazzi, collaboratrice di Dario Rossin, ex capogruppo comunale del Pdl poi passato a La Destra. Un posto, spesso a chiamata diretta, non si negava a nessuno: le ex segretarie di Antonio Tajani e Giorgio Simeoni, entrambi ex Forza Italia (Emanuela Gentili e Michela Martucci), i collaboratori del coordinatore regionale pdl Vincenzo Piso (il caposegreteria Gabriele De Paolis e l’addetta stampa Catia Acquesta in un’azienda del gruppo Atac), lo staff dell’assessore alla Mobilità Sergio Marchi (fidanzata, segretaria, figlia della segretaria), il genero di Francesco Aracri (Nicola Valeriani), deputato dell’ex An. E poi gli estremisti neri: Francesco Bianco ex Nar, Gianluca Ponzio ex Terza Posizione. E ieri, su Espresso.it, è saltato fuori anche Massimo Carminati, il ‘Nero’ di Romanzo criminale, che ha una frequentazione con Riccardo Mancini, ad di Eur Spa, sponsor del Gp di Formula Uno a Roma. Oltre alle tre inchieste della magistratura, il Comune ne ha disposto una interna. E Alemanno si è difeso: ‘C’è una montatura eccessiva, un vero attacco politico. Non abbiamo nulla da nascondere. Faremo indagini anche sulle altre municipalizzate, ben vengano tutte le inchieste della magistratura. Dal prossimo anno, nelle aziende, si entrerà solo per concorso’ (…)”.

10. Londra, studenti in rivolta. Sassi contro Carlo e Camilla

Roma -“Giornata di battaglia, sangue e paura ieri a Londra - racconta il CORRIERE DELLA SERA -. Palazzi governativi presi di mira, scontri, durissimi, con la polizia e persino un assalto alla limousine che trasportava il principe Carlo con la moglie Camilla. Gli studenti britannici hanno protestato così contro il provvedimento che aumenta le tasse universitarie, approvato ieri in via definitiva alla Camera dei Comuni. Il momento più critico è stato verso sera, quando un gruppo di manifestanti ha intercettato, a Regent Street, vicino a Oxford Circus, la Rolls-Royce di Carlo e Camilla. Qualcuno tra i giovani, molti coperti con il passamontagna nero, ha riconosciuto i due membri di Casa reale. La vettura è stata bloccata, ricoperta di vernice e tempestata di pugni e sassate tanto che un finestrino, nonostante fosse blindato, si è rotto. Le Altezze reali sono ‘illese’, ha poi fatto sapere un portavoce del principe. ‘Possiamo confermare - ha continuato - che l’auto su cui viaggiavano verso una serata di gala al teatro Palladium è stata attaccata dai dimostranti. Ma il principe e la consorte non hanno ricevuto alcun danno’. Grave, invece, il bilancio dei disordini che hanno messo a ferro e fuoco il centro della capitale britannica: la polizia ha fatto sapere che 43 giovani e 12 agenti sono rimasti feriti, alcuni in modo grave, mentre sono stati effettuati 22 arresti. La protesta si era aperta, tuttavia, in maniera pacifica, in un insolito pomeriggio di sole. Un corteo di universitari ha attraversato il centro di Londra per dirigersi verso il Parlamento. All’inizio si sono uditi soltanto slogan contro l’aumento delle tasse annuali. I cartelli esposti portavano frasi come: ‘L’istruzione non è in vendita’. Forse gli studenti speravano di riuscire a influenzare i deputati impegnati nel voto. Quando ha cominciato a girare la voce che la legge era passata, seppur con stretto margine (323 sì contro 302 no, mentre la maggioranza ha un vantaggio di 84 seggi), dal corteo si sono staccati gruppi che hanno cercato di superare i cordoni di polizia per irrompere prima nello stesso Parlamento, poi nella sede del ministero del Tesoro. Ed è stata battaglia. (…)”.

11. Femministe divise su Assange

Roma -“Femministe contro femministe. È l’ultimo, inatteso effetto del tormentone Wikileaks - racconta il CORRIERE DELLA SERA -. Tre femministe di primo piano del mondo anglosassone, Naomi Klein, Naomi Wolf e Katrin Axelsson, sono scese pubblicamente in campo per contestare la natura e lo scopo dell’azione della magistratura svedese contro Julian Assange, che Stoccolma vorrebbe estradare per stupro. Un ‘tradimento’ che ha provocato l’immediata reazione delle attiviste più tradizionali, in entrambe le sponde dell’Atlantico. La prima a lanciare l’offensiva, in un sarcastico editoriale sull’Huffington Post intitolato ‘Julian Assange catturato dalla polizia mondiale dell’amore’, è l’autrice di Il mito della bellezza, Naomi Wolf. ‘In quanto attivista femminista di lunga data - ironizza la Wolf - sono strafelice di scoprire il nuovo impegno dell’Interpol nell’avviare crociate planetarie per arrestare e perseguire gli uomini che si comportano come stronzi narcisisti con le donne con cui sono andati a letto’. Dopo aver accusato ‘le presunte vittime’ di Assange (Anna Ardin e Sofia Wilén) di ‘usare le armi della retorica femminista per placare il proprio orgoglio personale, ferito dallo scoprire che quello gli aveva messo le corna’, la scrittrice esorta l’Interpol ad ‘aprire la caccia all’uomo per il milione e 300 mila uomini su cui ho sentito personalmente le stesse lagnanze, e solo qui negli States’. Alcune ore più tardi Naomi Klein usava la propria pagina su Twitter per denunciare ‘la strumentalizzazione dello stupro nel caso Assange’. ‘Svegliatevi!’, ha twittato l’autrice canadese di No logo, che ha paragonato lo scandalo ‘al modo in cui hanno usato la libertà delle donne afghane per invadere l’Afghanistan’. In un affondo sull’inglese Guardian, ieri Katrin Axelsson del gruppo femminista europeo Women Against Rape ha alzato il tiro: ‘Nel Sud degli Stati Uniti si usava lo stupro per giustificare il linciaggio dei neri - scrive -. Ma noi donne non amiamo questo tipo di strumentalizzazione quando in realtà la violenza nei nostri confronti viene ignorata e persino coperta’. Su un unico punto sono tutte d’accordo: il fondatore di Wikileaks - accusato di sesso ‘non protetto’ con le due giovani - è vittima di un accanimento della magistratura a dir poco sospetto se confrontato ad altri casi di stupro ben più gravi, rimasti impuniti. ‘Ciò non significa che non sia uno stupratore’, tuona la femminista inglese Laurie Penny sul settimanale liberal New Statesman, invitando la sinistra, cui dice di appartenere, ‘ad avere l’onestà di criticare la nostra cultura dello stupro, proprio come facciamo con l’imperialismo militare’. A uscirne male, come spesso succede in questi casi, sono soprattutto le donne. ‘Le due vittime sono state infangate, demonizzate e processate di fronte all’opinione pubblica quando ancora non si conoscono tutti i fatti’, mette in guardia Kate Harding su Salon.com, anche lei infuriata contro i blogger progressisti che si sono precipitati a discreditare le ‘presunte vittime’ sulla base di un singolo articolo pubblicato dal tabloid scandalistico Daily Mail. Il primo a rivelare che Assange si sarebbe rifiutato di usare il profilattico con Anna e Sofia: di qui il reato di violenza carnale”.

12. “Sakineh è stata liberata” ma sull’annuncio è giallo

Roma -“‘Sakineh è a casa’. A dare la notizia che, dopo quattro anni di prigionia, l’iraniana condannata alla lapidazione per adulterio e complicità in omicidio del marito è stata liberata insieme al figlio Sajjad Ghaderzadeh sono nella serata di ieri gli attivisti iraniani del Comitato internazionale contro la lapidazione - racconta LA REPUBBLICA -. ‘Non ci sono parole per esprimere la nostra gioia’, commenta la portavoce Mina Ahadi. Non vi è alcuna conferma da fonti istituzionali ma, a corroborare la notizia, su Internet iniziano a circolare le foto di una donna in compagnia del giovane Sajjad. Le ha diffuse la tv iraniana di Stato in lingua inglese Press Tv, la stessa che di lì a qualche ora - a detta degli attivisti - dovrebbe dare l’annuncio ufficiale. Sakineh Mohammadi Ashtiani ha 43 anni, ma nella donna che appare nelle immagini si stenta a riconoscere il volto giovanile che, incorniciato da un velo nero, è diventato il simbolo della mobilitazione internazionale contro la lapidazione e che da mesi campeggia su piazze e siti web. Le didascalie però sono chiare: ‘Sakineh parla con suo figlio nel cortile di casa sua a Osku, a 570 chilometri a nord est di Teheran’. Un’altra, più vaga, recita: ‘Nella foto diffusa dal network statale Press Tv, un’iraniana di 43 anni posa nella casa dove suo marito è stato ucciso’. Quando alle 22.30 locali (le 21 italiane), invece dell’annuncio ufficiale, Press Tv manda in onda lo spot di un programma su Sakineh che verrà trasmesso stasera, l’entusiasmo degli attivisti lascia il passo all’esitazione. ‘Stiamo ricevendo notizie contraddittorie. L’intera faccenda potrebbe essere solo una bufala per minare la nostra credibilità’, dicono ora gli attivisti dell’organizzazione con base in Germania. Ancor prima dello spot della tv iraniana, diverse contraddizioni sollevavano dubbi sulla veridicità della notizia della liberazione. Se alcune agenzie di stampa internazionali davano per certo anche il rilascio dell’avvocato Houtan Kian e dei due giornalisti tedeschi della Bild arrestati a ottobre insieme a Sajjad, gli attivisti segnalavano che i tre si trovavano ancora nel carcere di Tabriz. Il Comitato internazionale contro la lapidazione sosteneva poi che la liberazione fosse avvenuta nella notte tra mercoledì e giovedì, mentre le didascalie delle foto diffuse da Press Tv riportavano che le immagini erano state scattate tra il 4 e il 5 dicembre durante la preparazione dell’intervista che verrà diffusa solo stasera. E mentre la Farnesina festeggiava ‘la bellissima notizia’, il quarto canale televisivo iraniano mandava in onda le prove della colpevolezza di Sakineh denunciando i ‘toni ostili’ della campagna dei media e delle istituzioni occidentali. Solo la trasmissione che andrà in onda stasera su Press Tv farà chiarezza sull’ennesimo altalenarsi di annunci e smentite che contraddistingue la vicenda di Sakineh da quando, grazie alla campagna dei suoi avvocati e del Comitato internazionale contro la lapidazione, l’imminenza dell’esecuzione (originariamente fissata per il 9 luglio) ha provocato una mobilitazione internazionale tale da portare le autorità iraniane a sospendere la pena di morte ‘per ragioni umanitarie’. Se confermata, la liberazione sarebbe un ‘successo storico per l’umanità’, come l’hanno definito gli attivisti iraniani, ‘che potrebbe far sperare anche per la sorte degli altri venti che attendono di essere lapidati nelle carceri degli ayatollah’”.

13. Putin: antidemocratico arrestare Assange

Roma -“Per difendere Julian Assange dalla prigione, e WikiLeaks dal boicottaggio, si forma una singolare alleanza - scrive LA REPUBBLICA -. Nel giorno in cui si moltiplicano gli attacchi degli hacker contro i siti di organizzazioni che hanno messo sotto accusa Assange e il suo gruppo, Vladimir Putin scende inaspettatamente in campo unendo la propria voce a chi descrive WikiLeaks e il suo fondatore come dei martiri della libertà d’informazione. ‘Arrestare Assange è stato un atto ipocrita e antidemocratico’, dichiara il primo ministro russo, sebbene pure lui sia finito nei cablogrammi che definiscono il suo governo come una sorta di associazione mafiosa e lui personalmente come un socio di non limpidi favori privati nelle trattative di governo con Berlusconi. ‘Questa sarebbe democrazia?’, afferma Putin. ‘Perché lo avete arrestato?’, chiede rivolgendosi all’Occidente. ‘Come si dice al mio Paese, siamo davanti al bue che dà del cornuto all’asino’. Fonti del Cremlino, citate dalle agenzie stampa russe, aggiungono che ‘ad Assange bisognerebbe dare il Nobel per la pace’. Parole che vanno considerate nel quadro dei rapporti di Mosca con Usa e Gran Bretagna, tutt’altro che buoni a causa di missili nucleari e spionaggio: volete dare alla Russia lezioni di democrazia, poi cercate di tappare la bocca a WikiLeaks. Non ci sono secondi fini, invece, nella vendetta degli hacker. Un gruppo che si firma ‘Anonymous’ ha mandato in tilt, almeno per alcune ore, i siti di Mastercard, Visa, PayPal, delle Poste svizzere, cioè di tutti i sistemi di pagamento che avevano sospeso i bonifici a favore di WikiLeaks (ma PayPal ieri li ha ripristinati), oltre a quelli del governo svedese, della procura svedese che ha chiesto l’estradizione di Assange e di Amazon, che ha smesso di ospitare WikiLeaks sul proprio sito. ‘Migliaia di persone si sono unite a questa guerra telematica, per garantire che internet rimanga aperto e libero’, dice "Coldblood", nome con cui si firma un portavoce degli hacker. Facebook e Twitter hanno cancellato la pagina di "Anonymous" ma perlomeno Twitter sarà risparmiato da rappresaglie informatiche, perché - spiegano gli hacker - ‘è di importanza vitale per diffondere informazioni’. Intanto Assange ha incontrato i suoi avvocati in carcere. ‘Sta bene, è di ottimo umore, pensa di poter dimostrare la sua innocenza dalle assurde accuse di stupro create per incastrarlo’, dice il suo legale Mark Stephens, pur lamentando che Assange non ha accesso a un computer”.

14. Fisco, i democratici votano contro Obama

Roma -“È un’altra batosta a sorpresa per Barack Obama. Abbandonato proprio dai sostenitori della prima ora - racconta LA REPUBBLICA -: la sinistra democratica. Sotto la pressione dell’ala progressista, il gruppo parlamentare democratico alla Camera ieri sera ha annunciato che non voterà per la manovra fiscale ‘così com’è disegnata’. Chi ha tradito chi? Il presidente si sente mollato mentre era convinto di portare a casa un compromesso onorevole sugli sgravi fiscali. La sinistra lo accusa di avere ceduto a un ricatto, di darla vinta ai repubblicani anche su temi dove la maggioranza dell’opinione pubblica sostiene una linea diversa. Ma la defezione dei democratici rischia di peggiorare le cose: a gennaio s’insedia il nuovo Congresso, risultato delle elezioni legislative del 2 novembre, e lì la destra sarà ancora più forte (avrà la maggioranza alla Camera, un forte minoranza con potere d’ostruzionismo al Senato). Al centro del duro scontro - che può condizionare anche le elezioni presidenziali del 2012 - c’è la maximanovra da 900 miliardi di dollari in un biennio, frutto di un sofferto negoziato tra Obama e i repubblicani. Proroga le riduzioni di aliquote sull’imposta dei redditi che furono varate da George Bush, incluse quelle sui redditi oltre i 250.000 dollari annui. Riduce l’imposta di successione dal 55 per cento al 35 per cento e con una soglia di esenzione totale fino a 5 milioni. Al tempo stesso riduce di due punti percentuali gli oneri sociali prelevati alla fonte sulle buste paga dei lavoratori dipendenti. E allunga la durata delle indennità di disoccupazione, che stanno scadendo per due milioni di senza lavoro. Ora Obama deve lanciarsi nei tempi supplementari, negoziando per ricucire il drammatico strappo, magari aggiungendo qualche incentivo fiscale alle energie rinnovabili. L’alternativa: a gennaio si voterebbe un’altra manovra fiscale in un Congresso ancora più spostato a destra. Al termine del voto all’interno del gruppo democratico della Camera, la capogruppo Nancy Pelosi ha detto: ‘I deputati democratici condividono l’impegno del presidente a ridurre la pressione fiscale sulle classi lavoratrici e creare occupazione. Avevamo proposto sgravi fiscali a tutti, ma non per i milionari e miliardari. Il regalo fiscale aggiuntivo, in favore del 3 per cento più ricco della popolazione, non crea nuovi posti di lavoro e aggrava il deficit pubblico’. La Pelosi fino alla fine dell’anno ha la funzione di presidente della Camera: siamo infatti nella cosiddetta "sessione dell’anatra zoppa", in cui si riunisce la vecchia assemblea parlamentare, non quella eletta il 2 novembre. La Pelosi quindi ha il potere di non mettere neppure la manovra fiscale nell’ordine del giorno delle votazioni. Questo impedisce al presidente di aggirare l’ostacolo pescando voti tra i repubblicani per compensare le defezioni democratiche. È una sfida rara tra il presidente e il suo partito. Le contestazioni al ‘cedimento’ nei confronti della destra erano già acute nei giorni scorsi, tuttavia la Casa Bianca sperava che non arrivassero fino a un gesto così estremo. (…)”.

15. Trichet: debito fermo solo in Germania e Italia

Roma -“Per i debiti pubblici e la vulnerabilità di alcuni sistemi bancari Eurolandia è ancora ‘piena di rischi’ e di incertezze. Il focus della Bce è la sostenibilità dei bilanci - scrive il CORRIERE DELLA SERA -. L’Eurotower, nel bollettino di dicembre, esprime ‘viva preoccupazione’ e giudica ‘necessario’ l’avvio di ‘piani di risanamento pluriennali credibili’. I disavanzi sono infatti migliorati grazie ai provvedimenti di consolidamento, ma resta il nodo dei debiti pubblici, generalmente in aumento nel 2011 e in 4 paesi - Irlanda, Italia, Belgio e Grecia - superiori al 100 per cento del Pil. Tuttavia, la Bce non bacchetta come in passato l’Italia. Anzi, sottolinea con soddisfazione che soltanto in due paesi - Germania e Italia - il debito non aumenterà. Francoforte segnala in proposito che lo spread tra i rendimenti dei titoli decennali italiani sul bund ha registrato aumenti ‘considerevolmente inferiori’ (70 punti base) rispetto a quelli segnati da Irlanda (305), Portogallo (130) e Spagna (125) in occasione degli ultimi sviluppi della crisi irlandese. In pratica, la Bce sottolinea implicitamente che l’Italia resta ben distante dall’area dei paesi periferici, i ‘Pigs’, in difficoltà. E ieri in un’intervista al ‘Financial Times’ il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi ha lanciato un messaggio rassicurante, con il giusto approccio, ha sottolineato, la crisi che sta riguardando la zona euro è ‘superabile’. E ha ribadito che l’euro ‘non è in discussione’. Quanto all’Italia la situazione, ha spiegato non è paragonabile con quella che colpì il nostro Paese nei primi anni Novanta: ‘Una situazione certamente peggiore di quella che si potrebbe immaginare oggi’. E dalla quale l’Italia uscì con le proprie forze, a partire dal programma di privatizzazioni. Le preoccupazioni di Francoforte sono state lo sfondo cupo di una giornata dei mercati ancora dominata dalla diffidenza nei confronti della situazione irlandese, dove le tensioni politiche (l’opposizione potrebbe votare contro il programma di austerity) si sommano al declassamento del debito deciso da Fitch. L’euro ha terminato a 1,32 dollari. Dublino non è sola: la Grecia resta in recessione con una caduta del 4,6 per cento del Pil nel terzo trimestre. E in serata Moody’s ha annunciato il possibile downgrading delle banche portoghesi. I mercati leggeranno oggi anche il monito giunto dal presidente del Financial Stability Board, Mario Draghi sulla sostenibilità delle misure messe in campo proprio dalla Bce. Nell’intervista al ‘Financial Times’, il governatore di Bankitalia si è detto ‘molto preoccupato del fatto che potremmo facilmente oltrepassare il segno’ nell’acquisto su larga scala di bond sovrani. L’Eurotower, ha aggiunto, ‘rischia di perdere tutto quello che ha’ in termini di indipendenza e di non rispettare il Trattato Ue. Ma il programma della Bce di acquisto di bond non sono un modo per finanziare gli stati ‘a basso costo’, ma per assicurare il corretto funzionamento di alcuni segmenti dei mercati obbligazionari. Draghi ha quindi annunciato che la Bce sta vagliando ‘proposte concrete’ per le banche tanto in difficoltà da essere diventate dipendenti dalla liquidità offerta da Francoforte”.

16. Confindustria lancia Federauto per trattenere Fiat

Roma -“La proposta di Confindustria alla Fiat si chiama Federauto. Una nuova associazione di imprenditori - scrive LA REPUBBLICA -, che potrebbe staccarsi da Federmeccanica per creare un contratto ad hoc. Un contratto per la sola filiera dell’auto, dai piccoli fornitori fino agli stabilimenti di montaggio finale. Un contratto che supererebbe sia quello dei metalmeccanici del 2008, firmato da tutti i sindacati, sia il successivo contratto separato del 2009 (non sottoscritto dalla Fiom), a sua volta derogato in estate per venire incontro alle esigenze di Marchionne. Ma le deroghe sono state considerate insufficienti dal Lingotto. L’ad lo aveva anticipato ai vertici di Cisl e Uil il 4 novembre scorso: ‘Alle condizioni attuali scordatevi che a Mirafiori applicheremo il contratto dei metalmeccanici’. Così gli sherpa di Federmeccanica hanno ripreso a lavorare fino a preparare una nuova proposta. Quella che nella notte Emma Marcegaglia ha presentato a Sergio Marchionne a New York. Quella che mercoledì Federmeccanica intende presentare ai sindacati firmatari dell’accordo separato del 2009. Dunque non alla Fiom. La prime reazioni sindacali non sono incoraggianti. Il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, stoppa: ‘Per quale motivo la Fiat dovrebbe uscire da Confindustria? Noi vogliamo relazioni sindacali più forti, non più deboli’. Eppure una delle possibilità, non esclusa dalla stessa Marcegaglia, è proprio che i contratti di Mirafiori e Pomigliano siano ‘temporaneamente’ fuori dagli attuali contratti nazionali. Ancora più dura la reazione della Uilm: ‘Un incontro mercoledì in Federmeccanica? Abbiamo già un altro impegno’, dice il segretario Rocco Palombella. Che aggiunge: ‘Quanto stabilito con le deroghe è sufficiente ed esaustivo’. Non è entusiasta nemmeno la Fim: ‘Pensiamo che le attuali regole contrattuali bastino - dice Giuseppe Farina - ma se Federmeccanica insiste, possiamo discuterne’. (…)”.

17. Generali, Geronzi stringe su governance e crescita

Roma -“Generali stringe sulla nomina del country manager. Oggi - scrive il CORRIERE DELLA SERA - è in programma una riunione del comitato esecutivo della compagnia triestina che dovrebbe esaminare le candidature per la guida delle attività in Italia. Si tratta di un passaggio chiave per la ridefinizione dell’assetto di vertice del Leone. Ieri, parlando ai dipendenti, il presidente Cesare Geronzi ha detto che sul tema della governance il gruppo assicurativo ‘ha fatto dei passi importanti con il concorso di tutto il Consiglio di amministrazione e del collegio sindacale’. Geronzi ha annunciato una novità: la nascita di un comitato informale di presidenza, con compiti consultivi, di cui fanno parte oltre al numero uno, gli amministratori delegati Giovanni Perissinotto e Sergio Balbinot e il direttore generale e Cfo Raffaele Agrusti. Ora per completare il nuovo schema di governance ‘ci apprestiamo a valutare conclusivamente le conseguenze dell’analisi organizzativa affidata a Boston consulting e le relative proposte’, ha spiegato Geronzi. ‘Valutando anche il tema di una figura più direttamente preposta all’Italia - ha proseguito il presidente - pensiamo di definire le innovazioni da introdurre conclusivamente nella governance’. Oggi Perissinotto dovrebbe presentare al comitato esecutivo il nome del candidato alla poltrona di country manager, che potrebbe essere nominato dal consiglio in programma giovedì prossimo. L’ex amministratore delegato della Ras, Paolo Vagnone, sembrerebbe in pole position, sebbene pare restare ancora aperta la possibilità di una scelta interna (il nome più speso nelle scorse settimane è stato quello di Agrusti). Il comitato esaminerà inoltre il budget che sarà poi approvato giovedì in consiglio. Parlando ai dipendenti Geronzi ha detto che ‘l’espansione ulteriore della compagnia anche fuori dall’Italia è all’ordine del giorno’ e nel mirino ci sarebbe anche ‘ l’America del Sud’”.

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