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Cancun: quanto gli piace chiacchierare sul clima

Altre due settimane di discussioni che non portano a nulla. In un vertice che, guarda caso, si svolge in una zona stravolta dal turismo di massa 

Il vertice sul clima conclusosi la settimana scorsa a Cancun non ha portato a nulla. L’unica cosa che è riuscito a dimostrare al mondo intero è l’incompatibilità di vedute ed il conseguente aggravarsi del distacco fra Nord e Sud del mondo. Fallito ancor prima che iniziasse, il summit messicano permette ora di fare un’ulteriore riflessione sul modello di sviluppo che da almeno due secoli sta dominando il mondo. Non solo, per l’impellenza e la necessità della lotta ai cambiamenti climatici (e nonostante ciò la pusillanimità, l’inerzia o l’arroganza della maggior parte dei leader dei Paesi industrializzati), ma perché proprio nella città mesoamericana, appena prima dell’inizio dell’ennesimo, inutile convegno internazionale, è arrivato un segnale dal territorio ospite dell’evento. Un hotel è esploso a causa del gas accumulato sottoterra dalla decomposizione delle mangrovie sepolte dal cemento. Piante che, prima dell’urbanizzazione selvaggia di Cancun, lussureggiavano su quel tratto di costa messicana. 

Nell’esplosione sono morti cinque canadesi, ed altre 20 persone sono rimaste seriamente ferite. Le indagini non sono ancora terminate, ma le cause dell’incidente sembrano ormai certe: la deflagrazione è stata causata dai gas formatisi dalla putrefazione delle intere foreste di mangrovie sulle quali è stato costruito l’hotel, e con esso l’intera parte costiera della città, nell’arco di nemmeno tre decenni. L’esplosione più grande, infatti, è stata quella della stessa città. Che, secondo i dati del governo messicano, accoglie oltre sette milioni di visitatori ogni anno e circa un milione di abitanti.  

Fino alla metà degli anni ’70, Cancun consisteva in una serie di capanne e piccoli villaggi di pescatori. Oggi, invece, è invasa da diverse centinaia di hotel e resort, incluse le strutture nelle quali gli amici globali del clima sono stati ospitati nei giorni del COP16, il Moon Palace hotel e il polo fieristico Cancúnmesse. «Se aveste visitato la zona prima della metà degli anni ’80 – ha affermato Barbara Bramble della National Wildlife Federation di Washington – avreste trovato solo foreste e piccole comunità. Le mangrovie coprivano tutta l’area costiera. Sono state solo lastricate. Questo è un ottimo esempio di come non costruire una Mecca del turismo. Un errore ecologico che non si doveva fare».

La crescita esponenziale ora avanza verso i 100 km della costa a sud di Cancun, e villaggi come Porto Morelos che nel 2003 avevano 409 posti letto per i turisti, oggi ne contano 10.000. Un altro esempio? Playa del Carmen, la cui popolazione è cresciuta del 10% all’anno dal 1985, arrivando oggi a 250 mila abitanti. Un’area silenziosa e dalla vegetazione lussureggiante che si è trasformata nell’arco di pochi anni in una zona fortemente urbanizzata, con tanto di aeroporto internazionale, campi da golf ed autostrade, e nella quale la frenesia di costruire, e soprattutto di speculare, sta passando sopra tutto, distruzione illegale (o sepoltura irresponsabile) di mangrovie inclusa. Roberto Iglesias-Prieto, fisico presso la Universidad Nacional Autònoma de Mèxico a Puerto Morelos avverte: «Tutto questo sviluppo ha un effetto immenso che, insieme ai cambiamenti climatici, risulterà in una tragedia umana e naturale».

Per Iglesias-Prieto l’inquinamento dovuto agli allevamenti di maiali, ai diserbanti per i campi da golf, alle acque di scarico delle centinaia di hotel presenti sul territorio (che spesso vanno a finire direttamente fra le mangrovie rimaste) e alla continua costruzione di nuove strade sta minando la qualità della vita e quella dell’acqua, sia marina che di falda. Oltre a creare un incalcolabile danno per i coralli presenti nei mari della costa messicana, secondi per importanza solo alla grande barriera corallina australiana. Solo un terzo delle acque di scarico degli insediamenti turistici è infatti trattata, mentre il resto va a finire, appunto, o in mare o nella falda acquifera. 

Insomma, nel nulla del summit di Cancun di sicuro non si è avuto tempo di parlare di cose serie come queste. Ci si è limitati alle scaramucce fra Cina e Usa, o fra Giappone e India, ed alla riconferma del peso politico, ormai vicino allo zero, dell’Europa. Inoltre, il Sud del mondo ha potuto mostrare una volta di più, oltre all’ipocrisia del mondo “civilizzato”, quanto i modelli di sviluppo di stampo occidentale possano essere deleteri. Solo un leader ha speso delle parole dirette, e sotto molti aspetti parecchio sensate, sulla civiltà Occidentale: Hugo Chavez, che ha accusato i Paesi del Nord del mondo per le recenti alluvioni che hanno allagato il Venezuela, uccidendo 32 persone e lasciandone senza tetto 70.000. 

Il presidente venezuelano, infatti, ritiene l’Occidente ed il suo “arrogante” modello di sviluppo responsabili di queste catastrofi ambientali: «Le nazioni sviluppate distruggono irresponsabilmente l’ordine ambientale, nel loro desiderio di mantenere un modello di sviluppo criminale, mentre l’immensa maggioranza delle genti della Terra ne soffre le più terribili conseguenze», aggiungendo anche, dalle colonne di The Lines of Chavez, che «lo squilibrio ambientale che il capitalismo ha causato è senza dubbio la causa fondamentale degli allarmanti fenomeni atmosferici», preso atto che «le economie più potenti del mondo insistono con un distruttivo stile di vita e si rifiutano di prendersene le responsabilità».

Si può davvero dargli torto? Forse. Ma solo se gli si fa notare che il Messico non è la classica potenza imperialista Occidentale, e che il virus dell’aggressione all’ambiente per profitto – sotto forma di speculazione edilizia, industrialismo forsennato o altro –  potrebbe un giorno contagiare anche il Venezuela. Un Paese in realtà già ora non così immune ad uno sfruttamento intensivo di risorse come, ad esempio, il petrolio: miscela di idrocarburi il cui uso, coi cambiamenti climatici ed i relativi effetti sugli agenti atmosferici, ha parecchio a che fare.

 

Andrea Bertaglio

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