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Lavoratori a chiamata: il ritorno del cottimo

In Veneto il fenomeno sta dilagando. Con la solita scusa di una gestione flessibile, a vantaggio delle imprese, si creano legioni di precari in una zona grigia tra occupazione e disoccupazione 

Stanno assumendo le proporzioni di un esercito i cosiddetti “lavoratori a chiamata”, ovvero tutte quelle persone assunte mediante contratti che prevedono la prestazione lavorativa a seconda delle necessità aziendali in periodi predeterminati. Secondo le stime del centro studi Veneto Lavoro della CGIL, nel 2010 le nuove assunzioni con questo tipo di contratto, uno dei tanti previsti dalla cosiddetta legge Biagi sulla flessibilità del lavoro, sarebbero nella sola regione circa 70 mila.

Con questa peculiare forma lavorativa il prestatore d’opera non fa altro che “affittare” la propria capacità produttiva per periodi prestabiliti. Ovvero, secondo quanto stabilito dalla legge, durante il  week-end, nel periodo che va dal venerdì pomeriggio, dopo le ore 13.00, fino alle ore 6.00 del lunedì mattina; durante le vacanze natalizie, dal 1° dicembre al 10 gennaio; quelle pasquali, dalla domenica delle Palme al martedì successivo il Lunedì dell'Angelo; durante le ferie estive tra il 1° giugno e il 30 settembre.

A fare due conti si scopre che i periodi esclusi sono davvero pochi, e non si riesce a capire se si tratti di un bene o di un male. Se infatti lo spirito che informava tale rapporto occupazionale era quello di fare incontrare le necessità aziendali con quelle dei potenziali lavoratori, con costi relativamente bassi per le prime, un minimo di tutela sociale per i secondi, e il recupero per lo Stato di imponibili fiscali e previdenziali grazie alla lotta al lavoro nero; la realtà dei fatti sembra trasformarlo nella persistenza a oltranza di un precariato a cottimo buono solo per far tirare a campare una schiera di persone con poco presente e ancor meno futuro.

Il ricorso a questa tipologia contrattuale è aumentato in maniera esponenziale, e il dato del Veneto (non ci sono al momento quelli nazionali), con i suoi 70mila neoassunti in forma intermittente, desta ancor più sensazione se paragonato all’andamento dell’ultimo triennio. Lo studio dell’Istat relativo al 2007-2009 mostra infatti che nel 2007 gli impiegati con la formula del job on call erano 63.430, per poi arrivare nel 2009 a 111.068. Ma sul territorio nazionale! Quando il Veneto in quel medesimo torno di tempo raggiungeva quota 21.918.

Una cifra che si è triplicata e che rappresenta quasi il 20% delle nuove assunzioni. Come a dire che un lavoratore su cinque è affittato a ore. Ed è intenzionale l’uso del termine affittare, dal momento che non stiamo più parlando di persone, ma della potenzialità lavorativa che offrono: una merce che viene regolata da un ciclo perverso di domanda e offerta. 

Secondo valutazioni sindacali, per quanto questa formula possa detenere anche una valenza positiva nel tentativo di fornire risposte, pur parziali, alle esigenze economiche, l’unica regolarizzazione che si rischia di ottenere è quella di passare dal lavoro nero alla consuetudine del lavoro grigio. La disciplina in merito è facilmente aggirabile, infatti, e i lavoratori assunti con queste modalità risultano indifesi di fronte ai datori di lavoro e deboli sotto il profilo economico. «Secondo l’Istituto di Statistica –osserva Fabrizio Maritan, responsabile del dipartimento politiche del lavoro della Cgil veneta – le ore di lavoro medie dichiarate sono pari a 5,7 settimanali per ogni lavoratore, corrispondenti ad una retribuzione lorda totale di 62 euro. Il che è ridicolo.»

Nel resto dell’Europa l’applicazione del job on call è assai diversa e poco diffusa, avendo risultati di un certo spessore soltanto in Olanda e, parzialmente, in Belgio, dove però è riservato a professionalità specializzate in consulenza aziendale o informatica. La cosa più significativa nel confronto però, è che in questi Paesi viene esclusa dall’utilizzo di tale forma la fascia giovanile, per la quale si deve fare ricorso ai contratti di apprendistato. Tutto il contrario che in Italia. Anzi, quando il lavoro a chiamata è partito, era riservato in via sperimentale proprio alla fascia sotto i 25 anni e a quella sopra i 45. Altrove si cerca di consolidare l’avvio nel mondo del lavoro fornendo know-how e sicurezza; qui da noi ci si vanta di offrire flessibilità laddove essa non può che tradursi in incertezza e precarietà consolidata. 

Altro che “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”.

 

Massimo Frattin

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