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In Asia si profila la prima guerra dell’acqua

Il Tagikistan vuole costruire una diga. L’Uzbekistan si troverebbe a perdere gran parte delle sue risorse idriche. Le norme Onu esistono, ma non sono ancora entrate in vigore 

Le relazioni tra il Tagikistan e l’Uzbekistan sono sempre state difficoltose a causa della sconsiderata gestione delle risorse idriche. E i loro rapporti rischiano di peggiorare con la ripresa dei lavori per la costruzione della diga tagika Rogun, interrotti nel 1997 in seguito ad un’alluvione. 

Salvo imprevisti, se il progetto verrà ultimato, l’Uzbekistan sarà costretto ad abbandonare la prospettiva dell’indipendenza energetica, obiettivo al quale aspira sin dal crollo dell’Unione Sovietica. E che è perseguito dallo stesso Tagikistan. Entrambi i paesi, però, si trovano in uno stato di reciproca dipendenza. Infatti, mentre il governo uzbeco rifornisce di gas quello tagiko, quest’ultimo controlla le riserve idriche. Significa che sia l’uno sia l’altro potrebbero utilizzare il gas o l’acqua come uno strumento di pressione. Cosa che si è spesso verificata, soprattutto durante i periodi di irrigazione, quando il governo uzbeco, per le numerose coltivazioni di cotone, utilizzava quasi l’80% delle risorse idriche. Che puntualmente venivano poi dimezzate, inducendo l’Uzbekistan a interrompere, di conseguenza, le forniture di gas. Tuttavia, nonostante i reciproci “dispetti”, tra i due paesi c’è sempre stato un rapporto bilanciato che ora, con l’imminente riapertura dei cantieri per la seconda diga tagika, rischia di incrinarsi. Il che è insolito, proprio per i motivi appena esposti. 

L’Uzbekistan reagisce utilizzando le sue solite ripicche. Per impedire la consegna dei materiali necessari alla costruzione, ha prima imposto delle limitazioni al transito ferroviario verso il Tagikistan. Poi ha aumentato anche le tariffe. Ma senza ottenere risultati. Il governo tagiko non batte ciglio e va avanti con i lavori, ai quali partecipa anche un’impresa italiana, la Eletroconsult Italia, che insieme alla francese Coyne et Bellier Consulting Engineers e all’inglese Ipa Energy Consulting effettuerà a breve uno studio di fattibilità sulla zona dov’è prevista la diga: un luogo altamente sismico, come denuncia il presidente uzbeco, Islom Karimo, su parere di esperti ed ingegneri. 

Ciononostante, nulla lascia intendere che i lavori verranno bloccati, costringendo l’Uzbekistan a dover gestire una situazione interna che è già abbastanza precaria. La disoccupazione rischia di aggravarsi perché la diga bloccherà proprio quei corsi d’acqua che permettevano l’irrigazione dei campi, soprattutto di cotone. Va da sé che una riduzione delle risorse idriche comporterà un minor numero di terre coltivabili. A risentirne, come sempre, saranno l’agricoltura, attività economica principale dell’Uzbekistan, e i contadini, che oltretutto, pagano già gli effetti del mal funzionamento della rete d’irrigazione, obsoleta e con un notevole spreco d’acqua. Tutto potrebbe risolversi con la diga, come afferma il presidente Emomali Rahmonov, che però strumentalizza la questione. In effetti, il principio non è sbagliato. È corretto gestire al meglio le risorse idriche, soprattutto in zone dove la disponibilità è limitata. Ma è altrettanto scorretto amministrarle strategicamente per modificare i rapporti di forza tra paesi limitrofi, a scapito della popolazione. 

Nel 1997 si è provato a evitare questo genere di problemi. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la Convenzione per «l’uso diverso della navigazione dei corsi d’acqua internazionali», che stabilisce un’insieme di regole fondamentali sull’uso equo e ragionevole dell’acqua, come ad esempio il divieto di provocare danni ad altri popoli, e l’obbligo preventivo della notifica di quei lavori che cambiano la morfologia dei territori. Non sorprende che non sia ancora entrata in vigore. Disporre di una ricchezza vitale come l’acqua è un potere prezioso. Ora più che mai, visti gli scenari internazionali in continuo cambiamento, e la conseguente ricerca di alleanze per le risorse energetiche. Alleanze che possono essere favorite, o meno, proprio grazie alla realizzazione delle dighe. Nel caso in questione, ciò che colpisce è l’atteggiamento temerario del Tagikistan. Pur di costruire la sua seconda diga, rischia di scontrarsi con l’esercito uzbeco, il più potente dell’Asia Centrale. Karimov, non ha nessuna intenzione di rinunciare alla sua indipendenza energetica, e tantomeno è disposto a dipendere totalmente da un altro paese. 

Sembra, quindi, che le premesse per l’inizio di un conflitto, ci siano tutte. Se dovesse davvero scoppiare, gli Stati Uniti avrebbero finalmente l’occasione di entrare in una zona strategicamente importante per le risorse, soprattutto idriche, dalle quali poter ricavare, e vendere, energia elettrica. 

 

Pamela Chiodi

 

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