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Kossiga è vivo e lotta insieme a loro

Il Picconatore lo teorizzava apertamente: infiltrare agenti di polizia nei movimenti di protesta. E se ci scappa il morto, come Giorgiana Masi nel ’77, tanto di guadagnato per il Potere 

Per una buffonata di palazzo siamo andati vicini alla tragedia. La sequenza fotografica del finanziere, malmenato dai manifestanti, con la pistola in mano è nota ormai ai più e se non ci è scappato il morto è stato, probabilmente, grazie alla professionalità e al sangue freddo del militare. Ma se sono lontani i tempi di piazza Alimonda, in cui si mandavano allo sbaraglio ragazzini impreparati, quelli di Ponte Garibaldi, dove nel ’77 morì Giorgiana Masi, sembrano invece pericolosamente vicini.

Vicini perché nella sequenza del finanziere non ci sono solo le foto in cui questi viene vigorosamente malmenato mentre protegge la pistola, che ha estratto affinché né lui né altri possano usarla, ma ce n’è anche una in cui viene cameratescamente soccorso da un manifestante incappucciato, mentre un altro manifestante incappucciato è a terra con in mano una radio modello forze dell’ordine ed un terzo manifestante incappucciato brandisce un manganello d’ordinanza a difesa del finanziere.

Sono immagini che, per chi ha vissuto o studiato gli anni ’70, rimandano in maniera netta e preoccupante alla giornata in cui Giorgiana Masi morì, quando la manifestazione, inizialmente pacifica, fu fortemente infiltrata dalle squadre di Kossiga, allora ministro degli Interni, che fecero degenerare gli scontri e spararono alla ricerca del morto: che puntualmente trovarono. L’altro giorno non è successo, sia per la professionalità di un militare, sia perché non serviva, ma hanno tutta l’aria delle prove generali affinché accada quando servirà. Intanto la manifestazione post voto dei trenta denari si è riusciti a farla degenerare tanto quanto bastava e distrarre, dal mercato parlamentare delle vacche, tifosi partitici e benpensanti, indicando loro i nuovi cattivi di piazza da biasimare mentre i veri criminali sedevano al caldo, affittando le loro poltrone al miglior offerente.

La reazione di piazza, va ammesso, non è stata assolutamente adeguata alla situazione in cui versa il paese: che non ha bisogno dei disordinati e sterili schiamazzi in stile italiano dell’altro ieri, ma di una radicale, e possibilmente definitiva, azione alla francese, e non è al “Joli Mai” che ci riferiamo. Per arrivare a questo, però, c’è bisogno di un disegno politico e di obiettivi ideali, o ideologici, mentre invece adesso c’è solo una generica incazzatura che non può portare a nulla, salvo indignare il benpensante e, in prospettiva, causare la morte di una o due persone, indifferentemente manifestanti o poliziotti alla bisogna, che tanto per un potere che vuole solo auto perpetuarsi, sono nient’altro che interscambiabili, sacrificabili, insignificanti, pedine.

Dal 1977 sono passati oltre trent’anni, ma gli “eredi di Ponte Garibaldi” sembrano essere di nuovo in piazza, alcuni pronti a fomentarla e uccidere, altri pronti a riproporsi come agnelli sacrificali, dimentichi di come vennero scannati e strumentalizzati dai boia. In piazza sembrano invece mancare quelli che sapevano indirizzarla contro il potere, quelli che avevano un disegno strategico, anche se si rivelò perdente, forse perché anche allora la guidavano da lontano, nella vecchia italica scuola dell’armiamoci e partite, così che poi si entri nei salotti buoni. Il giorno che gli ideologi scenderanno in, e rischieranno con, la piazza potrà essere forse il momento buono per il riscatto di un paese in ginocchio da un paio di millenni, o quasi.

Ci sarà, comunque, da stare attenti a scendere in piazza nel prossimo periodo: questa comincia a infastidire e, nella sua improvvisazione, può essere facilmente manipolata. Il rischio del manifestare andrà valutato con attenzione: non si può rischiare di morire per tre persone di scarto, per le cialtronate di palazzo. 

L’azione politica di massa deve essere sempre gestita con ogni attenzione e la piazza deve essere considerata come un’estrema risorsa da usare con giudizio: da adesso in poi rischia di non essere più una bagattella che laurea eroi di pezza, con meno sforzo di una triennale dei nostri atenei. Quello che deve venire ad essere è un movimento alternativo e realmente contrapposto al regime, che non è solo il fantoccio Berlusconi. Dopodiché si potrà agire con tutti mezzi che la difesa, o la riconquista, della libertà può legittimamente esigere.

Non è, quindi, con le, retoricamente pompose, “Brigate Monicelli per la liberazione” che si approderà a qualcosa: queste possono solo riuscire portare anche in piazza il ridicolo del Palazzo. Meglio sarebbe avere una determinata e orgogliosa Armata Brancaleone, molto più in linea con la serietà e l’invocazione alla rivoluzione fatta dal Viareggino del Rione Monti, perché quella, se pur scalcinata, era determinata e aveva un obiettivo chiaro nel suo andare alla crociata.

 

Ferdinando Menconi

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