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Obama come Bush. Anche nelle tasse

Ennesima retromarcia del Presidente Usa: accantonata anche la revisione delle agevolazioni fiscali, che riguardano tutti ma che privilegiano i redditi maggiori 

La decisione era annunciata: i famigerati sgravi fiscali voluti da George W. Bush – tecnicamente rivolti a tutti, ma di fatto assai più cospicui per i detentori di redditi elevati – sono stati confermati da Obama. E ratificati dal Parlamento. Dopo l’approvazione da parte del Senato è arrivata quella della Camera: benché la maggioranza sia ancora nelle mani dei democratici, visto che il cambio della guardia per effetto delle elezioni di Midterm avverrà solo all’inizio di gennaio, il risultato è stato quasi clamoroso, chiudendosi con uno scarto di 129 voti. 277 a favore e 148 contrari. 

Al di là delle conseguenze intrinseche (i super ricchi si arricchiranno un altro po’) si tratta di un provvedimento che porta con sé due importanti conferme, peraltro connesse tra loro. La prima è che la strombazzatissima “rivoluzione” di Obama è ormai archiviata, finendo nel novero dei bei discorsi elettorali che servono solo a raccogliere voti da parte dei creduloni. La seconda è che di fronte alla crisi, che prosegue da oltre due anni e che continua a produrre i suoi spaventosi effetti, gli Stati Uniti non trovano di meglio che aggrapparsi al peggio della loro identità economica e politica. Invece di interrogarsi sulle ragioni del disastro, e di prendere atto che quelle ragioni sono strutturali, rinsaldano ulteriormente i propri dogmi, all’insegna di una competizione fratricida e di un trattamento privilegiato dei ceti più abbienti. 

L’illusione, che contro ogni logica è condivisa anche da molti cittadini tutt’altro che agiati, è quella di sempre: la crescita può espandersi all’infinito e alla lunga l’incremento del Pil si traduce in un vantaggio per tutti.  Come hanno scritto in un recente editoriale apparso sul Washington Post i repubblicani John Boehner e Mitch McConnell, rispettivamente capogruppo alla Camera e al Senato, «è tempo di scegliere la classe media e le piccole imprese, piuttosto che le richieste della base liberal. È tempo di agire con serietà. Insieme si può fissare l'attenzione su quello che gli americani vogliono, non su quello che il Governo vuole propinare loro. Il tempo di questo Congresso sta scadendo, ma c'è ancora spazio per fare la cosa giusta».

Il problema, ovviamente, è capire che cosa si intende per «classe media e piccole imprese». Prima di inchinarsi ai voleri dei repubblicani, Obama pensava di alzare la tassazione sui redditi superiori a 250 mila dollari: non proprio una cifra alla portata di un numero così alto di persone da poter essere riferito alla “middle class”. Nel 2006, per esempio, solo il 5,63 per cento degli statunitensi al di sopra dei 25 anni oltrepassava quota 100 mila, mentre il 42,72 era sotto i 25 mila e il 28,23 si situava nella fascia compresa tra 25 e 50. Nel 2006, oltretutto, la crisi non era ancora esplosa.

Più che di interessi diffusi, quindi, i repubblicani si possono considerare i difensori di ambizioni collettive, se non proprio di allucinazioni di massa. Il miraggio si sovrappone alla realtà. Il poveraccio, o quello che si barcamena senza infamia e senza lode, ha un tale desiderio di fare soldi che si identifica in quelli che i soldi li hanno già fatti (e non importa come). Pertanto, di fronte all’idea di un maggior prelievo sui redditi più elevati inorridisce come se la cosa lo riguardasse, e lo danneggiasse, personalmente. Non sia mai. Benché non si avvicini alla soglia dei 100 mila dollari, e men che meno a quella dei 250 mila, il pensiero che quelle agognate ricchezze possano essere decurtate dalle imposte gli riesce insopportabile. 

Siccome nei suoi sogni si vede ricco, ci tiene a che quei sogni non vengano turbati in alcun modo: neanche da un onere immaginario come una misura fiscale che nella realtà non lo tocca e nemmeno lo sfiora. Ma che, anzi, andrebbe a suo vantaggio incrementando il gettito, e spianando la strada a un miglior sistema di welfare.

 

Federico Zamboni

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