Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 17/12/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Scontri a Roma, tutti liberi”. Editoriale di Marcello Messori: “L’argine c’è, ma non basta”. Di spalla: “Il Viminale cambia tattica: nuclei di agenti anti-violenti”. A centropagina con foto-notizia: “I giorni del grande gelo” e “Intesa tra Stato e Regioni sul federalismo fiscale”. In taglio basso: “Bracciale elettronico per seguire Assange” e “E Sanremo dice sì al dialetto comasco”.

LA REPUBBLICA - In apertura: “Fini: il governo non durerà”. Di spalla con foto-notizia: “Roma, scarcerati gli studenti. Alemanno attacca i giudici”. A centropagina: “L’allarme di Confindustria ‘Crescita ferma, Italia malata”, “Assange libero ‘Ora temo l’estradizione negli Usa’” e “Dialogo tra Saviano e i ragazzi”. In taglio basso: “Il kamasutra del Padrino ‘Picciotti, amate così’”.

LA STAMPA - In apertura: “Scontri a Roma, tutti liberi. L’ira di Alemanno: assurdo”. Di spalla in taglio alto: “Confindustria ‘Crescita scarsa l’Italia delude’”. Editoriali di Mario Deaglio: “Le mezze misure non bastano” e di Stefano Lepri: “La cinghia stretta di Berlino”. A centropagina con foto-notizia: “Le spiagge dell’Adriatico coperte di neve”. In taglio basso il “Buongiorno” di Massimo Gramellini: “Lo schiaffo del somaro”.

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Nasce il fondo Ue salva stati”. Editoriale di Morya Longo: “Le sabbie mobili che ingoiano il nostro Pil”. Di spalla: “McCloskey e la nuova rivoluzione industriale”. A centropagina: “Delude la crescita dell’Italia” e “Generali, sì al country manager”. In taglio basso: “La bionda Svezia ha paura di un futuro troppo straniero”.

IL GIORNALE - In apertura: “Premiati i devastato ridi Roma”. Editoriale di Massimo de’ Manzoni. Di spalla: “Ecco perché i cardinali vogliono che Casini vada con Berlusconi”. A centropagina con foto-notizia: “Sono i giudici che piacciono a Fini” e “Il conflitto d’interessi del ‘Corriere’ anti Eni”. In taglio basso: “L’Ordine condanna solo chi si chiama Feltri”.

IL TEMPO - In apertura con foto-notizia: “Bravi ragazzi”. Editoriale di Mario Sechi: “Babbo Natale è arrivato in anticipo”. Di spalla: “Rubare scudo e manganello”, “Caro Saviano che errori…”, “Il teppista e i maestrini” e “Fini, il leader in declino”. In taglio basso: “Ultimi sondaggi: Fli cola a picco. Pdl e Lega sopra il 40 per cento”.

IL MESSAGGERO - In apertura: “guerriglia a Roma, tutti liberi”. Editoriale: “Sviluppo grande assente in Europa”. A centropagina con foto-notizia: “La rabbia dei poliziotti: già messi fuori? Sapevamo che finiva così” e “Europa, via al fondo anticrisi”. In taglio basso: “Strage di Viareggio, 38 indagati” e “Berlusconi: in arrivo altri 8 deputati. Fini: questo governo non può durare”.

LIBERO - In apertura: “Liberi di bruciare l’Italia”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “La sinistra ripete gli errori fatti negli anni ‘70”. A centropagina: “Valanga di mail contro Fini: ‘Vattene’” e “I futuristi già smontano il Terzo Polo”. In taglio basso: “Chiedere e lamentarsi. La crisi della Marcegaglia” e “Per salvare Napoli il Papa indice un giubileo”. 

IL FOGLIO - In apertura: “Il pullover di sinistra”. Di spalla a sinistra: “Così Strasburgo vuole forzare le regole strette dell’Irlanda sull’aborto” e a destra: “Intellettuali finiani invitano il capo a non morire democristiano”. A centropagina: “Sotto i sassi di Pompei”. In taglio basso: “Le emulazioni marchionesche”.

L’UNITA’ - In apertura: “Sabbie mobili”. In taglio basso: “Roma, scarcerati i 23 fermati. Alemanno e Pdl contro i giudici”, “Il nastro Unipol. Il pm: a giudizio Paolo Berlusconi ‘Silvio archiviato’” e “I miei soldi per Assange: basta segreti”.

IL FATTO QUOTIDIANO - In apertura: “Spioni & massoni alla corte di Berlusconi”. Editoriale di Paolo Flores d’Arcais: “Se Bagnasco fa politica”. Di spalla editoriale di Marco Travaglio: “Ferrara nervoso, buon segno”. A centropagina: “L’Italia immobile”. In taglio basso: “I Moratti si credono intoccabili” e “A New York ci ridono dietro”.

MF - In apertura: “Moody’s torna a fare danni”. A centropagina. “Alle banche italiane Basilea 3 costerà 40 miliardi” e “Trichet vara la ricapitalizzazione”. In taglio basso: “Arrivano le regole per la rete Ngn”, “È tempo di made in Italy nei derivati petroliferi” e “Coppola, chiesto processo per un crack da 300 mln”.

ITALIA OGGI - In apertura: “Fiduciarie sotto torchio”. A centropagina: “L’amicizia tra Berlusconi e Putin paga. Varata nave per smaltire scorie nucleari”. In taglio basso: “Diffusioni novembre: Corsera +2,5 per cento Repubblica -1,3 per cento Avvenire +2,5 per cento Sole24Ore +12 e “Feltri andrà a ‘Libero’ con Belpietro entro l’Epifania”. (red)

 

2. Scontri a Roma, scarcerati i manifestanti

Roma -“Liberi i giovani fermati per gli scontri di martedì. Per il tribunale, solo uno non può tornare a casa. La decisione - scrive il CORRIERE DELLA SERA - fa infuriare il sindaco Gianni Alemanno, che attacca i giudici. Intanto scatta il fermo del ragazzo scambiato per un infiltrato e si registrano momenti di tensione a palazzo di giustizia, dove familiari, amici e ‘fan’ attendono la sorte dei giovani accusati di aver messo a ferro e fuoco la città. Verso le dieci una cinquantina di manifestanti è già a piazzale Clodio con uno striscione: ‘Reprimete e processate ciò che non potrete mai fermare. Libertà per tutti’ . All’interno della cittadella giudiziaria inizia la direttissima ai 23 ragazzi fermati mentre Senato e Camera votavano la fiducia. Quattro diverse sezioni devono decidere sulle richieste della Procura: domiciliari o obbligo di firma ai manifestanti accusati di lesioni, danneggiamento, resistenza. Nelle aule, a porte chiuse, i giovani si difendono: negano di aver ferito poliziotti, carabinieri e finanzieri, di aver incendiato veicoli e divelto panchine, di essersi opposti alle manette. L’avvocato Francesco Romeo mostra ai giudici un video, postato anche su YouTube, in cui uno dei manifestanti, Riccardo Li Calzi, viene picchiato prima di essere fermato. Il questore Francesco Tagliente, visto il filmato, dispone un’indagine interna. Convalidati gli arresti, il tribunale impone i domiciliari solo a Mario Miliucci, figlio di Vincenzo (leader di Autonomia operaia a Roma negli anni 70) e dell’avvocato Simonetta Crisci. Il giovane, difeso dalla madre, è accusato di aver lanciato due pietre da due chili l’una contro i poliziotti: per i giudici c’è ‘il concreto pericolo che o obbligo di firma ai manifestanti accusati di lesioni, danneggiamento, resistenza. Nelle aule, a porte chiuse, i giovani si difendono: negano di aver ferito poliziotti, carabinieri e finanzieri, di aver incendiato veicoli e divelto panchine, di essersi opposti alle manette. L’avvocato Francesco Romeo mostra ai giudici un video, postato anche su YouTube, in cui uno dei manifestanti, Riccardo Li Calzi, viene picchiato prima di essere fermato. Il questore Francesco Tagliente, visto il filmato, dispone un’indagine interna. Convalidati gli arresti, il tribunale impone i domiciliari solo a Mario Miliucci, figlio di Vincenzo (leader di Autonomia operaia a Roma negli anni 70) e dell’avvocato Simonetta Crisci. Il giovane, difeso dalla madre, è accusato di aver lanciato due pietre da due chili l’una contro i poliziotti: per i giudici c’è ‘il concreto pericolo che possa compiere reati della stessa specie’ . A Dario Campagnolo, Emanuele Gatti e Fabrizio Ripoli (tutti di Genova) si vieta invece di tornare a Roma. Obbligo di firma per Patrizio D’Acunzo, Matteo Sordini e Alessandro Zeruoli. Liberi senza obblighi gli altri: Riccardo Zanetti, Charlie Robin Thibault, Michele Luciani, Matteo Angius, Leo Fantoni, Michele Borromeo, Martino della Veneria Reviglio, Anna Chiara Mazzani, Sacha Montanini, Angelo De Matteis, Nicola Corsini, Gerardo Morsella, Federico Serra, Andrea Donato, Alice Niffoi e Riccardo Li Calzi. ‘Appare necessario - scrive il tribunale - approfondire le posizioni individuali alla luce degli elementi acquisiti nel corso dell’udienza’ . La decisione del tribunale provoca un botta e risposta tra Alemanno e le toghe. ‘C’è una profonda sensazione di ingiustizia, i danni provocati alla città e la gravità degli scontri richiedono ben altra fermezza nel giudizio della magistratura’ , sbotta il sindaco. ‘Sono legittime le critiche ai provvedimenti - replica il presidente dell’Anm, Luca Palamara - ma non gli insulti ai giudici e all’istituzione’ . Basta però una telefonata di Alemanno e la pace è fatta. ‘Non mi sono mai sognato di insultare la magistratura - precisa il sindaco -. La mia protesta è solo una critica rispettosa’ . E un altro botta risposta, più violento, è arrivato in serata durante la trasmissione Annozero tra lo studente universitario Luca Cafagna e Ignazio La Russa con il ministro che ha urlato più volte ‘vigliacco, fifone’ all’indirizzo del ragazzo che giustificava gli episodi di violenza di martedì scorso. Oggi ci sarà un’altra convalida, quella del fermo di S. M., 16 anni, accusato di rapina aggravata: figlio (anche lui) di un ex di Autonomia operaia, è apparso nelle foto armato di una pala e di un bastone. Le manette, che lo avevano fatto scambiare per un infiltrato, le avrebbe rubate a un finanziere”.

3. Maroni: nuclei mobili per fermare i violenti

Roma -“Giovani che ‘sfruttano il corpo sano delle manifestazioni e organizzano una vera e propria guerriglia urbana’ . Gruppi che ‘non mettono in atto spontanee manifestazioni di dissenso, ma hanno una diversa strategia di aggressione’ . È questa l’analisi - racconta il CORRIERE DELLA SERA - che il ministro dell’Interno Roberto Maroni illustrerà stamane al Senato. Una ‘situazione nuova e preoccupante che costringe ad un aggiornamento del sistema di gestione della piazza’ . Si studiano le misure in vista del corteo già previsto per la prossima settimana, quando palazzo Madama dovrebbe approvare in via definitiva la riforma universitaria del ministro Gelmini. E si pianifica la collocazione di ‘presidi mobili che possano intervenire per fermare chi entra in azione mentre gli altri sfilano, proprio come accaduto tre giorni fa a Roma quando un centinaio di contestatori ha prima cercato di entrare a palazzo Madama e poi ha attaccato le forze dell’ordine in via del Corso con una battaglia finita in piazza del Popolo che ha coinvolto centinaia di persone. ‘No violenze preordinate’ La convinzione degli esperti, che Maroni fa propria, non individua negli scontri di piazza ‘una degenerazione violenta delle proteste’ ed esclude che si tratti di ‘un piano preordinato come quello messo in atto a Genova nei giorni del G8 del 2001’ . Nelle relazioni consegnate al ministro si parla di un vero e proprio ‘sistema parallelo che prescinde da chi ha organizzato la manifestazione perché si affianca a chi sfila, ma poi persegue altri obiettivi’ . Due giorni fa il ministro ha avuto un incontro con il capo della polizia Antonio Manganelli e con i responsabili dei settori di contrasto all’eversione e dell’ordine pubblico. Sono stati visionati i filmati degli incidenti di Atene e di Londra ‘che - spiega Maroni - ci fanno pensare ad analogie nella pianificazione degli attacchi, sono mirati verso gli obiettivi istituzionali e le forze dell’ordine’ . È la ‘minaccia nuova’ che ‘si dovrà affrontare seguendo una doppia strada. Da una parte dovrà essere il sistema a distinguere i manifestanti pacifici dai violenti, gli operai e gli studenti dai criminali. Dall’altra bisognerà aggiornare i dispositivi, per avere la massima garanzia di protezione’ dei bersagli. I nuclei mobili Maroni ha affrontato la questione in un incontro con Manganelli che si è svolto ieri per mettere a punto la strategia di sicurezza in vista della prossima settimana, per quello che ritiene ‘un nuovo e cruciale appuntamento’ . Le misure già decise prevedono l’impiego dei cosiddetti ‘presidi mobili di pronto intervento’. Contingenti di poliziotti, carabinieri e finanzieri che non seguono il corteo, né sono sistemati a chiusura delle strade, ma si muovono sul territorio per fermare quei gruppi di contestatori che si staccano e vanno all’assalto. La scelta fatta la scorsa settimana di creare una sorta di ‘zona rossa’ che chiudesse l’area del centro storico della capitale dove ci sono Camera, Senato, Palazzo Chigi e palazzo Grazioli, ha mostrato lacune proprio nel contrasto all’azione di chi si è mosso in modo autonomo e, come ha dichiarato lo stesso Maroni poche ore dopo, ‘aveva intenzione di assaltare le sedi del Parlamento e bloccare la seduta’ per il voto sulla fiducia al governo. ‘Gli infiltrati? Un’offesa’ Nega Maroni che ci fossero infiltrati nel corteo e lo ribadirà oggi visto che la capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro gli aveva chiesto di ‘riferire’ su questo anche ‘per sapere chi li paga’ . In realtà ieri Emanuele Fiano, responsabile del settore sicurezza del partito, ha corretto il tiro evidenziando come ‘a noi interessa invece separare senza incertezze le giuste manifestazioni pacifiche di dissenso dal governo da coloro che invece alle manifestazioni partecipano in forma squadristica’ . ‘Senza fare polemiche - chiarisce il ministro - spero finisca una strumentalizzazione che offende le forze dell’ordine. Questi sono metodi che si usavano trent’anni fa e sono stati archiviati. Non ci sono infiltrati e non ci sono idranti: questa non è la piazza di Giorgiana Masi’ . In un’intervista a l’Unità anche il prefetto Manganelli ha escluso in maniera netta la presenza di infiltrati, confermando invece ‘l’attività di agenti in borghese che devono monitorare il corteo’ . La ‘rete’ della protesta Al Senato Maroni ribadirà che ‘nel corteo di martedì i violenti erano 2.000 su 20.000 partecipanti’ e poi traccerà una mappa delle presenze più estremiste che sono entrate in azione martedì e potrebbero tornare in piazza la prossima settimana. Secondo l’ultima relazione degli analisti della polizia di Prevenzione ‘a differenza della mobilitazione della cosiddetta Onda del 2008 (nata per contestare il progetto di riforma della scuola secondaria) quando il movimento degli studenti riuscì a mantenere un carattere di sostanziale spontaneità limitando i tentativi di strumentalizzazione estremista, le attuali proteste vedono uniti in un unico fronte sia le espressioni del mondo della scuola (ricercatori, precari e studenti) che esponenti del sindacalismo di base e dell’antagonismo’ . Centri sociali e collettivi di Milano, Torino, Padova, Bologna, Genova, Firenze, Roma e Napoli vengono inclusi in quell’area antagonista che ‘con la sua forte valenza mobilitativa è destinata a proseguire sia con l’occupazione degli Atenei e dei luoghi simbolo nelle varie città, sia con cortei e sit-in che possono sfociare in scontri e incidenti’”.

4. Berlusconi: governo è saldo, arriverà a fine legislatura

Roma -“Le congratulazioni di Angela Merkel, i complimenti di Wilfried Martens e Josè Manuel Barroso, persino baci e abbracci di Jean-Claude Juncker, con il quale non è mai corso buon sangue e che invece oggi accoglie il Cavaliere come un vecchio amico, con la battaglia comune sugli eurobond che rafforza l’affettuosità. Era una delle scene che pregustava da giorni - racconta il CORRIERE DELLA SERA -, il suo ritorno sul palcoscenico comunitario da vincitore, da incontrastato rappresentante del Ppe in Italia. All’ora di pranzo, con i leader popolari riuniti nel castello di Meise, ha ottenuto quello che voleva: tante pacche sulle spalle, tanti sorrisi, il riconoscimento dei suoi pari che l’Italia è rappresentata ancora da lui, anche al tavolo dei moderati europei e almeno ancora per qualche anno. Al tradizionale incontro che precede il Consiglio europeo il capo del governo arriva per ultimo ma cattura l’attenzione di tutti. In molti, solo pochi giorni fa, non erano disponibili a scommettere sulla sua sorte, oggi se lo ritrovano davanti reduce da una vittoria politica che per l’ennesima volta ha invalidato i calcoli degli analisti, le previsioni della stampa internazionale, le convinzioni di una rete diplomatica che periodicamente tratta il Cavaliere con distacco e che periodicamente è costretta a ricredersi e a fare i conti con la sua longevità. Con questi pensieri si rivolge Berlusconi ai suoi pari grado, dalla Merkel a Juncker, non solo per dire loro che ‘in Italia esistono dei piccoli uomini che mi vedono come un ostacolo per il loro successo personale’ , riferendosi a Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini, ma anche per assicurare che è lui l’unico vero interprete degli ideali che i leader presenti condividono, quelli del Ppe. Per questo motivo aggiunge, con il sorriso di colui che sa di essere a volte ‘tollerato’ con qualche difficoltà dai suoi colleghi, che ‘non c’è proprio nulla da fare, mi dovrete ancora sopportare per due anni e mezzo a questi vertici, perché il mio governo arriverà sino alla fine della legislatura’ . Nei colloqui del suo pomeriggio europeo il presidente del Consiglio aggiunge poi al convinzione che anche a Strasburgo la componente finiana possa subire qualche smottamento, così come il gruppo che rappresenta l’Udc: ‘Ho un elenco di nomi pronti a passare con noi’ . Mentre in serata, ai giovani del Ppe, dice che in Italia ‘sono in otto pronti a venire da noi, ho passato l’altra notte a fare incontri’ . Un’ultima nota è ancora dedicata ai due ex alleati alle prese con il terzo polo: a dire del Cavaliere non sono campioni dello spirito nazionale, ‘come si proclamano, ma esattamente l’opposto’ , visto che ‘da voi’ , dice rivolto agli altri capi di Stato, ‘nessuno si sognerebbe mai di mettere in cattiva luce il proprio Paese all’estero’ . Da noi invece esiste un premier, dice ai giovani popolari, che ha ricevuto da una società l’anagramma del suo nome: ‘l’unico boss virile’”.

5. Fini all’attacco. Casini: convergenza dove serve

Roma -“Il giorno dopo la nascita ufficiale del Polo della nazione - scrive il CORRIERE DELLA SERA -, Avvenire saluta l’evento con una nota critica: ‘Dopo la stagione dei due pasticci non c’è bisogno di un terzo pasticcio ma di un di più’ . Lo scetticismo risiede, si legge, ‘nelle radici di questo soggetto dove ci sono seri grumi di sospetto (la storia politica di Fini e le posizioni assunte su importanti questioni valoriali), ma gli alberi si riconoscono dai frutti che danno’ . La nota del giornale della Conferenza episcopale italiana - e in quanto tale esprime l’orientamento ufficioso della Chiesa - non preoccupa in alcun modo Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, che ai valori cattolici si ispira. Casini infatti argomenta in proposito che ‘Avvenire si deve sempre leggere per un credente, con attenzione e considerazione. Il suo è un ‘monito’ di cui tenere conto ed è condivisibile’ . Fini, invece, risponde laconico: ‘Non l’ho letto, auf wiedersehen’ . E ricorda che fu un errore ‘non inserire un riferimento alle radici giudaico-cristiane nella costituzione europea’ . Per entrambi è la prima uscita pubblica dopo la sconfitta sulla mozione di sfiducia al governo respinta dalle Camere. Casini si presenta nel salotto tv di Michele Santoro: ‘Berlusconi ha vinto, ma il campionato è lungo’ , dice. dell’Udc, che ai valori cattolici si ispira. Casini infatti argomenta in proposito che ‘Avvenire si deve sempre leggere per un credente, con attenzione e considerazione. Il suo è un ‘monito’ di cui tenere conto ed è condivisibile’ . Fini, invece, risponde laconico: ‘Non l’ho letto, auf wiedersehen’. E ricorda che fu un errore ‘non inserire un riferimento alle radici giudaico-cristiane nella costituzione europea’ . Per entrambi è la prima uscita pubblica dopo la sconfitta sulla mozione di sfiducia al governo respinta dalle Camere. Casini si presenta nel salotto tv di Michele Santoro: ‘Berlusconi ha vinto, ma il campionato è lungo’ , dice. Fini parla Firenze a una cena di finanziatori di Futuro e libertà. Casini sceglie un registro diverso da quello che usa Fini. Nei suoi colloqui spiega che ‘il suo obiettivo è quello di stabilizzare il Paese’ e di frenare i più estremisti dei finiani. Ciò significa che ‘convergeremo su tutte quelle misure e provvedimenti che servono all’Italia’ . In questo quadro, aggiunge, ‘abbiamo votato il decreto sui rifiuti e ci accingiamo a sostenere la riforma dell’università, ora all’esame del Senato’ . Fini, affrontando il voto di martedì, sostiene che ‘una battuta di arresto non ferma chi vuole vincere’ . Critica ‘il governo che nasconde la polvere sotto il tappeto’ . E poi si sofferma sui rischi di possibili defezioni. ‘Da Futuro e libertà - osserva - può uscire qualche deputato: Silvio Berlusconi è un grande seduttore e si sa la carne è debole. Ma ogni volta che esce qualcuno entrano tante persone che chiedono di respirare un po’ di aria pulita. Di solito si tradisce per andare al governo. Chi sta con Fli lo fa perché ha una dignità’. Comunque, il futuro di Berlusconi è segnato, a suo avviso: ‘Occorre il coraggio civile di assumersi una responsabilità e dire che non è sufficiente continuare a governare con una maggioranza risicata, magari cercando di acquisire qualche parlamentare in più. Ciò che serve è uno scatto di reni, una svolta politica’ . Sintetizza Francesco Rutelli, un altro dei fondatori del Polo della nazione: ‘Noi siamo la speranza. È il destino di Berlusconi a essere precario’”.

6. Fra governo e Chiesa un sostegno reciproco

Roma -“È difficile valutare se in questi giorni le gerarchie cattoliche abbiano dettato l’agenda delle alleanze politiche; o se si siano limitate a far proprie ed a rilanciare le preoccupazioni del governo. Gli inviti al ‘dialogo doveroso’ - scrive Massimo Franco nella sua nota sul CORRIERE DELLA SERA - arrivati ieri dal presidente dei vescovi, Angelo Bagnasco; la ‘benedizione e la protezione’ invocate a ruota dal segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone ‘al popolo ed ai governanti italiani’ ; e nel recente passato i richiami dell’ex numero uno della Cei, Camillo Ruini, a salvaguardare la stabilità e a far avanzare il federalismo, sono una sorta di ‘appoggio esterno’ al tentativo del centrodestra di riuscire a sopravvivere alla propria crisi. Le prese di posizione riflettono il timore di un’Italia senza baricentro, ed esposta non solo al pericolo della speculazione finanziaria, ma di un collasso della sua coesione sociale: in questo riecheggiando anche gli appelli del Quirinale. Nella successione temporale degli interventi dei cardinali italiani più influenti, tuttavia, qualcuno potrebbe nota re anche una sottile concorrenza interna alla Chiesa: quasi nessuno volesse mancare all’appello al governo di Silvio Berlusconi perché vada avanti, perché non venga destabilizzato. In fondo, la tiepidezza con la quale la Chiesa ha registrato la nascita del Polo della nazione guidato, sembra, da Pier Ferdinando Casini, lo conferma. Il leader dell’Udc registra come un ‘monito’ le parole del quotidiano cattolico Avvenire sul rischio di un ‘terzo pasticcio’ rappresentato dall’accordo con Gianfranco Fini. E chiosa positivamente le parole di Bagnasco su una politica ‘punto di riferimento nell’arte del dialogo’ . Il suo è un invito ‘vero e leale, mai strumentale’ , dice. E ‘la Chiesa è un punto di riferimento’ . Eppure, Casini non sembra intenzionato a rinunciare all’alleanza col presidente della Camera, considerato dal Vaticano un interlocutore poco credibile: forse perché prima investiva su di lui. Pazienza se il progetto è giudicato di corto respiro; e destinato a fare emergere le contraddizioni con Fini, soprattutto sui temi etici. Nel Fli c’è già chi dice di non volere ‘morire democristiano’ : una critica all’atteggiamento filo-vaticano di Casini. Ma quanto avviene finisce per sottolineare che l’ipoteca ecclesiastica sulla politica è non più pesante ma più leggera”.

7. Fli, prime crepe sulla leadership. Campi: commessi errori

Roma -“Dopo l’euforia del primo giorno, emergono crepe nel fronte del terzo polo. Con Gianfranco Fini - scrive Paola Di Caro in un ‘Dietro le quinte’ sul CORRIERE DELLA SERA - in posizione volutamente defilata - meglio lasciare la scena a Casini, non dover pronunciare mea culpa né fare giravolte né tantomeno tornare a picconare - è appunto il leader dell’Udc ad apparire il vincitore di un’operazione che è pur sempre una iniziativa volta a raggruppare ma anche a tenere al loro posto i deputati che hanno perso la sfida della sfiducia. E sono proprio la centralità di Casini, il suo ruolo di leader ‘responsabile’ che può parlare con Berlusconi ‘senza odi personali né rancori’ (parole del pdl Osvaldo Napoli), i suoi rapporti con il Vaticano e le sue parole d’ordine, a non andare giù a una parte di Futuro e libertà, che si chiede oggi se abbia avuto senso, come si lamenta un alto esponente del partito di ‘aver lasciato una maggioranza dove eravamo sotto Berlusconi, per stare in un cantuccio all’opposizione sotto Casini...’ . Non è solo questione di fastidio per una leadership sul gruppo che, assicura Benedetto della Vedova ‘oggi è il nostro ultimo problema: quando e se andremo al voto, decideremo chi dovrà guidare il terzo polo e troveremo la figura necessaria, magari di una generazione e di un genere diverso da Fini e Casini’ . E anche duri e puri come Carmelo Briguglio e Fabio Granata difendono l’iniziativa: ‘In politica l’etica della responsabilità è un dovere. Contano gli obiettivi da raggiungere, poi avremo modo di distinguerci, abbiamo il congresso a febbraio’ , dice il primo. E il secondo si arrabbia: ‘Qui serve realismo politico, il terzo polo è un’iniziativa intelligente e soprattutto rappresenta un’alternativa politica. Serve il massimo dell’unità e della responsabilità attorno a Gianfranco Fini. Non è il momento dei distinguo ma quello della coesione’ . Bacchettata chiara ai distinguo che ieri sono arrivati, pesanti pure: Alessandro Campi, politologo vicinissimo a Fini, ha criticato duramente la strategia del leader: ‘Non si dovevano chiedere le dimissioni di Berlusconi’ , e non si doveva oscillare tra posizioni e formule diverse, dal Berlusconi bis al ribaltone. Dà voce al disagio di tanti anche Luca Barbareschi: ‘Vorrei capire se questo terzo polo può portare avanti azioni politiche comuni. Non si può essere solo un agglomerato. Fli ha molto più potenziale di tutto il terzo polo’ . Prese di distanza, dubbi, paure - visibili anche ieri attraverso insolite assenze in Aula - che fanno dubitare i centristi della capacità di tenuta del Fli: ‘Noi andiamo avanti sulla nostra linea, che è quella della responsabilità. Nonostante i tentativi di divisione, le lusinghe di Berlusconi, certe posizioni del Vaticano, teniamo la barra ferma: no all’antiberlusconismo, sì a sostenere il governo tutte le volte che ne condivideremo i provvedimenti. Se gli altri sono d’accordo con noi, bene. Se si sfaldano o hanno idee diverse, faremo da soli. Più che riunire tutti non potevamo, chi vuole starci ci sta. Vedremo a gennaio quello che succederà...’ , è il discorso che con i suoi fa Casini. E, interessati, nel Pdl stanno a guardare: avvertendo che non si sta aspettando il Messia, che l’operazione di allargamento ai singoli prosegue e punta sempre su 6-7 presunti delusi del Fli e 3-4 fra i centristi, ma che una possibilità di intesa futura non può essere esclusa ‘ma solo se ci arriviamo da un punto di forza’ . Motivo per cui, lo sanno bene Casini e Fini, il matrimonio può anche non essere d’amore, ma il divorzio non conviene a nessuno”.

8. Di Pietro: subito il matrimonio con Pd e Vendola

Roma -“‘Il Pd fa come l’asino di Buridano che, non sapendo scegliere tra il mucchio di fieno a destra e quello a sinistra, alla fine muore di fame’. Antonio Di Pietro - scrive REPUBBLICA - forza la mano a Bersani: ‘Si decida, è inutile che ci giriamo intorno. Il matrimonio è pronto, sposiamoci entro Natale. Tanto alla fine saremo noi tre: i Democratici, noi di Italia dei valori e Vendola’. Giornata di iniziative per Di Pietro che incontra Pier Luigi Bersani a Montecitorio e telefona a Nichi Vendola. Si è ripreso dalla "botta" dei due traditori Scilipoti e Razzi, l’ex pm. A due giorni dal ‘day after’ della fiducia incassata da Berlusconi alla Camera per tre voti, il leader di Idv dice che non ci si può permettere di aspettare, che se ‘il Pd vuole fare altre scelte, è libero ovviamente ma è tempo di dire sì o no, di uscire allo scoperto. Ma ho impressione che i Democratici vogliono vedere prima se ci sia qualcosa di meglio di Di Pietro...aspettare le decisioni dell’Udc è come rincorrere la luna’. Le elezioni sembrano sempre più vicine, la sentenza della Consulta sul legittimo impedimento l’11 gennaio scriverà anche la deadline dell’incertezza di Berlusconi. Ragiona l’ex pm: ‘E allora? Il centrosinistra dovrà trovare un candidato leader in fretta e furia’. Dal fronte democratico piomba il gelo sull’offerta dipietrista. Enrico Letta gli dà del provocatore: ‘Non c’è nessun matrimonio alle viste perché non c’è stato nessun fidanzamento. La provocazione di Di Pietro sembra fatta per destabilizzare più che per costruire ed è basata su elementi della fantasia più che della realtà’. L’irritazione è forte anche tra i Modem, la minoranza di Veltroni, Gentiloni e Fioroni. ‘Sposare Di Pietro non è la nostra bussola’, avverte Gentiloni. Stesso invito da Follini per il quale quel matrimonio non s’ha da fare: ‘Sconsiglio vivamente Bersani. Non mi metto nei panni di don Rodrigo ma fatico molto a vedere Vendola e Di Pietro insieme a noi nella parte di Renzo e Lucia’. In tutt’altra direzione si muove Nicola Latorre, il vice capogruppo dalemiano al Senato che immagina una ‘rifondazione’ del Pd con Vendola. Lo dice in un’intervista a "Gli altri", il settimanale di Sansonetti ed è come buttare benzina sul fuoco delle tensioni con i Popolari. Non proprio il giorno adatto. L’addio di Fioroni e di un gruppetto di altri democratici cattolici torna in un tam-tam insistente al punto da insinuare che sarebbero ‘acquistabili’ da Berlusconi. Fioroni ha un colloquio con D’Alema: ‘Forse do fastidio ma basta mettermi di mezzo’. Lo stesso segretario Bersani si sfoga: ‘È iniziata la stagione dei veleni; questi irresponsabili non si rendono conto del deterioramento micidiale che si aggrava tra società e istituzioni?’. I parlamentari popolari di cui si sono fatti i nomi - Giaretta, Baio, Bosone D’Ubaldo ma anche Graziano e Andria, tutti con un curriculum politico di rispetto - smentiscono indignati. Ma contrattaccano: ‘Queste voci vengono alimentate dall’interno del partito, prima si qualifica come "cretini e mentecatti" chi come noi pensa che l’attuale linea del partito vada corretta, poi si accreditano voci di uscita di parlamentari di area cattolica’. Al di là delle acque agitate, resta la scelta di alleanze a cui i Democratici e che nella direzione del 23 il partito dovrà fare. Di Pietro dal canto suo rincara: ‘Faremo ogni sforzo per fare capire al Pd che sta snaturando se stesso. Casini, cosa pensano che faccia? Diventerebbe il concubino subito dopo il voto. Tuttavia ci facciano sapere in fretta. Si sono presi ventiquattr’ore. Vogliono andare appresso all’Udc? Grazie, e buona fortuna, però noi ci organizziamo. Il progetto di Nuovo Ulivo di Bersani dov’è finito?’. Gennaro Migliore di Sel: ‘La coalizione è il minimo sindacale’”.

9. Bersani: ora alleanza con il Terzo polo

Roma -“Un patto per la riforma della Repubblica. Un’alleanza per lavoro e crescita. Pier Luigi Bersani - intervistato da REPUBBLICA - prepara una ‘piattaforma democratica’. E la offre a tutte le forze di opposizione, Terzo polo in testa, per andare ‘non contro Berlusconi ma oltre Berlusconi, oltre il populismo. Non penso a un Cln anti-Cavaliere. Il Pd vuole aprire una fase fondativa’. Segretario, dopo la vittoria numerica ma non politica di Berlusconi alla Camera, perché non chiedete le elezioni anticipate? ‘Se ci saranno le elezioni in primavera non avremo paura di affrontarle e vincerle. Ma non toglieremo le castagne dal fuoco a Berlusconi. Lui ha detto al Parlamento "voglio tre voti in più per la stabilità". Adesso vediamo quale stabilità e quale governo è capace di garantire. Se alla fine si andrà al voto dovrà pagare il prezzo: del suo fallimento e dell’ennesima promessa non mantenuta’. Intanto è fallita la vostra spallata al premier ed è tramontato il governo di responsabilità. Il Pd non deve cambiare linea? ‘Di quale fallimento stiamo parlando? Avevano 70 voti in più, ora ne hanno 3. Certo, nella nuova fase l’esecutivo di transizione sembra meno praticabile. Ma la sostanza politica c’è ancora. E il Pd, entro gennaio, vuole presentare una proposta a tutte le forze di opposizione di centro e di centrosinistra che può avere anche un profilo elettorale’. Qual è il senso di questa proposta? ‘Partiamo dalla situazione che abbiamo davanti. Il governo Berlusconi punta solo a una sopravvivenza spregiudicata. Cercherà di galleggiare rapinando qualche voto, spargendo veleni come la voce di dirigenti del Pd pronti a passare con lui, mostrando quindi il volto peggiore della politica. Tutti quelli che non vogliono cedere a questa deriva devono prendersi la responsabilità di essere non solo contro Berlusconi ma di andare oltre’. Come? ‘Guardando in faccia quello che ci consegna il tramonto del berlusconismo, la crisi di sistema in cui ci ha precipitato. Costruendo da subito una risposta positiva. Per mettere in sicurezza la democrazia e dare una speranza di futuro ai giovani. Noi ci candidiamo a presentare una piattaforma per la riforma della Repubblica, per la crescita e il lavoro’. Nel dettaglio cosa significa? ‘Posso dare dei titoli. Riforme istituzionali. Riforma elettorale. Misure per la legalità e sui costi della politica. L’informazione. La riforma della giustizia per i cittadini’. E sul fronte sociale? ‘Una riforma fiscale che carichi sull’evasione e le rendite alleggerendo lavoro, impresa e famiglie. Una nuova legislazione sul lavoro che affronti il dramma del precariato. Qualcosa l’abbiamo già detta: abbassare il costo del lavoro stabile, alzare quello del lavoro precario. Un pacchetto di liberalizzazioni’. Questa piattaforma con chi la discuterete? ‘Con tutte le forze di opposizione, con le forze sociali. E con il Paese. A gennaio comincerò un tour delle regioni per parlare dei problemi reali. C’è un Italia che vuole cambiare’.Il Terzo polo una risposta ve l’ha già data. In caso di elezioni andranno da soli. Né Pd né Pdl. Perché volete sbattere di nuovo il grugno? ‘Vedo che il terzo polo è stato battezzato con una certa urgenza per respingere le sirene berlusconiane. Li capisco, il timore è fondato. Ma se puntano a un ruolo di condizionamento del centrodestra presto dovranno convincersi che è un’illusione. Berlusconi non tratta, compra. L’idea stessa di un Berlusconi condizionato è un ossimoro. Perciò facciamo maturare nel Terzo polo una riflessione. Sapendo che l’idea e il confronto che proponiamo vivrebbero in ogni caso’. Nelle sue parole è scomparsa la formula Nuovo Ulivo. Di Pietro invece vi chiede un immediato matrimonio a tre. Volete abbandonare l’ex pm e Vendola? ‘No. Nessun abbandono di nessun genere. Ma chi vuol discutere con noi deve accettare di confrontarsi seriamente con l’esigenza che poniamo. Quella di una riforma democratica e di una riscossa italiana che richiedono da parte di tutti una straordinaria apertura politica’. Siete consapevoli che per allearvi con il terzo polo dovrete rinunciare alle primarie? ‘In nome di una strategia che chiede a ogni forza politica di non peccare di egoismo e di dare qualcosa, siamo pronti a mettere in discussione anche i nostri strumenti. Ci interessa l’obiettivo. Poi c’è un problema che riguarda soprattutto noi: le primarie per le amministrative. Possono inibire rapporti più aperti e più larghi non solo con i partiti ma con la società civile. E possono portare elementi di dissociazione dentro il Pd che non fanno bene a nessuno. Bisogna dunque riformarle’. È vero che la scorciatoia per stringere un patto con il Centro passa per l’offerta a Casini della candidatura a Palazzo Chigi? ‘Queste sono fantasie. Non banalizziamo il tema parlando di organigrammi’. Ma lei sarebbe disponibile a un passo indietro nella corsa alla premiership? ‘Non ho fatto passi avanti e non faccio passi indietro. Metto davanti a tutto il progetto’. Il Pd è impermeabile a nuove fughe e scissioni? ‘Sì. Lo ha dimostrato la manifestazione di Piazza San Giovanni, piena di giovani e famiglie, lo dimostrano le battaglie parlamentari di queste settimane. Siamo un partito elastico ma proprio per questo non ci spezziamo’. (…) I giovani hanno manifestato martedì scatenando la loro violenza. Come si può fermare in tempo questo fenomeno? ‘Tocca alla politica dare una risposta non ambigua di condanna rispetto alla violenza e noi lo facciamo, tocca alle forze dell’ordine fermare i violenti e pur nelle difficoltà l’impegno c’è stato. Bisogna però lavorare di più per prevenire infiltrazioni organizzate. Tocca agli studenti avere estrema attenzione nelle forme organizzative delle loro proteste, di rimarcare la distanza da ogni strumentalizzazione che può vanificare la loro voce, il loro comprensibile disagio’”.

10. Sì delle Regioni, accordo sul federalismo fiscale

Roma -“Nuovo passo in avanti per il federalismo. Dopo due giorni di serrata trattativa - scrive il CORRIERE DELLA SERA - governo e Regioni hanno raggiunto l’intesa sul decreto sul federalismo fiscale regionale, che contiene anche i costi standard sulla sanità. In cambio del via libera al decreto legislativo, per il quale era appunto previsto il parere delle Regioni, i governatori hanno ottenuto i soldi richiesti per il finanziamento del trasporto pubblico locale, cioè per gestire il servizio di autobus, tram e metropolitane. L’esecutivo, si legge nel testo dell’accordo, ‘si impegna ad assicurare, in aggiunta ai 425 milioni di euro previsti dalla legge di stabilità, ulteriori 75 milioni di euro per il 2011’ . Inoltre, il governo assicura, a fronte di un ‘completo adempimento da parte delle Regioni di quanto stabilito in materia di Fondo sociale europeo’ , il reintegro dei trasferimenti alle Regioni per un importo di 400 milioni di euro per il 2011. Infine, le spese per il trasporto pubblico locale saranno escluse dal calcolo ai fini del rispetto del Patto di stabilità interno per il 2011. In cambio le Regioni si impegnano a fare la loro parte anche l’anno prossimo per quanto riguarda il cofinanziamento della cassa integrazione in deroga e ad adottare ogni iniziativa per contrastare il fenomeno dei falsi invalidi e a ‘partecipare attivamente alla lotta contro l’evasione fiscale’ sulla base di ‘obiettivi di risultato predeterminati e verificabili’ . Risolto il contenzioso sul 2011, per l’anno successivo il documento precisa che ‘il governo, fermi gli obiettivi di finanza pubblica assunti in sede europea, si impegna, nei confronti delle Regioni che rispettino il Patto di alla lotta contro l’evasione fiscale’ sulla base di ‘obiettivi di risultato predeterminati e verificabili’ . Risolto il contenzioso sul 2011, per l’anno successivo il documento precisa che ‘il governo, fermi gli obiettivi di finanza pubblica assunti in sede europea, si impegna, nei confronti delle Regioni che rispettino il Patto di stabilità interno a rivedere, dall’anno 2012, i tagli dei trasferimenti (4 miliardi, ndr.) suscettibili di fiscalizzazione, e a prevedere dal 2012 la fiscalizzazione dei trasferimenti relativi al trasporto pubblico locale su ferro’ . Un allegato al documento rende poi più stringente il Patto di stabilità interno. In particolare, le Regioni non potranno impegnare spese correnti, al trasporto pubblico locale su ferro’ . Un allegato al documento rende poi più stringente il Patto di stabilità interno. In particolare, le Regioni non potranno impegnare spese correnti, al netto di quelle per la sanità, in misura superiore ‘all’importo annuale minimo dei corrispondenti impegni effettuati nell’ultimo triennio’ . Le Regioni che hanno previsto stanziamenti maggiori dovranno ridurli. Infine, le Regioni non potranno ricorrere all’indebitamento per finanziare gli investimenti e subiscono un rigido blocco delle assunzioni. Non potranno, infatti, procede ‘ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo, con qualsivoglia tipologia contrattuale, compresi i rapporti di collaborazione continuata e di somministrazione, anche con riferimento ai processi di stabilizzazione in atto. È fatto altresì divieto di stipulare contratti di servizio che si configurino come elusivi della presente disposizione’ . Il blocco non vale per il servizio sanitario delle Regioni che non sono soggette a piani di rientro. Molto soddisfatti i ministri per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, e per la Semplificazione, Roberto Calderoli. Entusiasta, come tutta la Lega, il governatore del Piemonte, Roberto Cota. Contento il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni, perché l’accordo ricalca il lodo Colozzi, dal nome del suo assessore al Bilancio. Più cauto il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani (Pd): ‘È stato fatto un passo avanti, ma siamo solo all'inizio di un percorso. Abbiamo evitato una situazione gravissima. Resta da verificare la concretizzazione di un federalismo sostenibile per dare vita a una nuova unità’”.

 11. Allarme di Confindustria: Italia malata di poca crescita

Roma -“‘La ripresa c’è, alcuni Paesi crescono molto ma l’Italia no, è un problema serio e il governo deve trovare una maggioranza per fare le riforme strutturali’ . La Confindustria di Emma Marcegaglia - scrive il CORRIERE DELLA SERA - torna a incalzare Palazzo Chigi ‘che ha fatto bene nel tenere i conti ma ora occorre stimolare lo sviluppo’ . I dati del centro studi rivedono al ribasso la stima di crescita che a fine anno aumenterà di un misero 1 per cento rispetto al precedente 1,2 per cento. ‘L’Italia delude, la malattia della lenta crescita non è mai stata vinta’ , si legge nella prefazione dell’ultimo rapporto di Scenari economici curato da Luca Paolazzi che indica in ‘almeno il 2 per cento’ il trend del Pil italiano necessario se il Paese vuole raggiungere entro il 2020 ‘il livello peraltro modesto tra il 2000 e il 2007’ . La critica confindustriale, all’indomani del devastante confronto parlamentare che ha visto la fiducia al governo Berlusconi ma con una maggioranza risicata, ha prestato subito il fianco a interpretazioni politiche. Per il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi si tratta di ‘esercizi che durano un giorno, non val la pena commentare’ . Per il coordinatore nazionale di Futuro e Libertà, Adolfo Urso, è l’occasione per ricordare che i capisaldi della svolta chiesta da Confindustria risicata, ha prestato subito il fianco a interpretazioni politiche. Per il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi si tratta di ‘esercizi che durano un giorno, non val la pena commentare’ . Per il coordinatore nazionale di Futuro e Libertà, Adolfo Urso, è l’occasione per ricordare che i capisaldi della svolta chiesta da Confindustria sono gli stessi proposti dai finiani. La ‘lepre’ da imitare è la dinamica locomotiva tedesca che si è messa a tirare l’Europa con uno scatto di oltre il 3,5 per cento. Ma perché l’Italia non si muove? Se lo è chiesto anche l’economista Daniel Gros, direttore del Centro di studi europei, confessando che ‘l’Italia resta il grande mistero d’Europa’ . ‘Non ha avuto la bolla immobiliare, le banche sono solide eppure è scesa come gli altri e ora recupera meno’ . Una spiegazione del Centro di studi europei, confessando che ‘l’Italia resta il grande mistero d’Europa’. ‘Non ha avuto la bolla immobiliare, le banche sono solide eppure è scesa come gli altri e ora recupera meno’ . Una spiegazione forse Gros ce l’ha quando dice che il Paese è bloccato dalla ‘rigidicurity’ , un neologismo per sostenere che ‘nessun italiano si muove verso il cambiamento perché convinto sia l’unico modo di proteggersi dalla crisi’ . E invece occorre investire in ricerca, istruzione, capitale umano, combattere l’economia sommersa, l’evasione e le rendite di posizione. ‘La Germania è il nostro benchmark’ , spiega la Marcegaglia ricordando che la Merkel in quattro anni ha ridotto del 4 per cento la spesa pubblica ‘mentre noi riusciamo solo a evitare che aumenti’ . Il direttore generale di viale Astronomia Giampaolo Galli ha menzionato le riforme Hartz sul mercato del lavoro e il nuovo clima sindacale che ha abbandonato da tempo l’antagonismo. ‘Forse è per questo’ , dice Galli, ‘che i tassi di disoccupazione tedeschi dal 2005 continuano a scendere contro ogni previsione’ . Critico anche l’ambasciatore Usa David Thorne: ‘Italia investe troppo poco nella banda larga, il ritorno è di oltre 10 volte’”.

12. A Bruxelles si discute, la Bce passa ai fatti

Roma - “Mentre nei saloni di palazzo Justus Lipsius si ragiona sui massimi sistemi, a Francoforte si decide - scrive LA STAMPA -. La Banca centrale europea ha inviato ieri un forte segnale politico ai ventisette capi di Stato e di governo dell’Ue riuniti a Bruxelles annunciando la decisione di aumentare il capitale sociale da 5,76 a 10,7 miliardi. Una mossa che ‘riflette l’aumentato rischio di credito’ afferma l’Eurotower che, in pochi mesi, ha sborsato 72 miliardi per comprare titoli di stato e puntellare i Paesi coi conti più fragili. Il presidente Jean-Claude Trichet vorrebbe che l’Unione facesse qualcosa d’analogo e raddoppiasse il suo fondo anticrac da 750 miliardi. Dai leader arrivano però solo le decisioni già scontate, almeno per il momento. Può essere il vertice ‘della aspirata concordia’ o ‘della paura’, le due cose coincidono. Intimoriti dalla possibilità che i malanni greci e irlandesi contagino Portogallo e Spagna, i grandi capi dell’Unione hanno cercato soprattutto toni comuni per affrontare le sfide future. Risultati della prima giornata (si chiude oggi): fronte compatto sull’impegno a ‘fare tutto ciò che è necessario per garantire la stabilità dell’euro’; intesa sulla creazione di un fondo anticrisi permanente (dal 2013) per intervenire a sostegno di chi nell’Eurozona rischiasse di fallire; via libera a una ‘leggera modifica al trattato’, senza referendum si precisa, per dare un senso più compiuto alla strategia. Il dibattito sui dettagli slitta alla primavera, sperando che il clima sia migliore. ‘I mercati non possono fare a meno di recepire questa unità di intenti’, ha assicurato il premier spagnolo Zapatero, capo di uno dei governi sotto osservazione. Ha aiutato la pazienza con cui i leader sono venuti incontro alla Germania, che all’ultimo momento ha chiesto altre puntualizzazioni. Ne consegue che l’utilizzo del fondo anticrisi avverrà ‘se indispensabile’ e che l’erogazione dei finanziamenti garantiti sarà sempre vincolata a strette condizioni. Sedati anche i britannici, con un importante accordo - frutto di un’intesa tra francesi e tedeschi alla quale s’è unita anche l’Italia - che si profila sul congelamento del bilancio comunitario dal 2011. Si è fatto un gran parlare dietro le quinte dell’ipotesi di istituzionalizzare il ricorso agli eurobond per raccogliere almeno in parte i mezzi necessari per finanziare i bilanci sovrani. Il presidente dell’Eurogruppo Jean Claude Juncker, autore della proposta insieme col ministro Tremonti, ha confermato di averne discusso con la Merkel, ‘e non era la prima volta’. Le emissioni a dodici stelle piacciono al parlamento europeo, ma non al premier svedese Reinfeldt. I tedeschi non ne vogliono sapere e il direttore del Fmi, Dominique Strauss-Kahn, dice che sarà meglio valutarli più avanti. Il francese di Washington vorrebbe comunque più sostanza. ‘L’approccio è frammentario - ha detto a Bloomberg -, il Consiglio europeo non otterrà molto’. ‘Bisogna lavorare e non parlare’, avverte il presidente della Commissione, José Manuel Barroso. Buona idea. La nuova governance dell’Eurozona si avrà in marzo, con la stretta sulla sorveglianza di bilancio e sui debiti. È una prospettiva che preoccupa l’Italia che, alla fine, potrebbe riuscire a disinnescarla. Ci sarà tempo per discutere l’eventuale raddoppio del fondo anticrac e duellare sugli eurobond. Trichet a cena ha illustrato ai Ventisette la sua ricetta di consolidamento dell’area euro e le ragioni del raddoppio del capitale Bce, motivato dalla volatilità e dal peso dei mercati finanziari che cresce. Qualcuno sussurra che pure la Bce avrebbe dei problemi, ma non c’è conferma. L’Eurozona risponde con una paginetta in cui invita a consolidare i debiti, a portare i deficit sotto il 3 per cento entro il 2013, a fare le riforme e rafforzare il Patto di stabilità che governa la moneta unica entro l’estate 2011”. (red)

13. Alitalia-Af alleati fedeli: per ora nessun matrimonio

Roma -“‘Mariage? Pas de mariage...’, dice abbozzando un sorriso Jean-Cyril Spinetta, il grande timoniere di Air France, oggi presidente della compagnia e membro del board della nuova Alitalia. Il matrimonio con les italiens - scrive REPUBBLICA - è ancora lontano, sostiene allontanando i sospetti e la curiosità che hanno stretto ieri d’assedio i vertici di Cai riuniti a Milano per l’ultimo consiglio di amministrazione del 2010. Spinetta, il manager parigino con sangue corso nelle vene, ha ‘piena fiducia’ delle potenzialità di Alitalia. L’uomo che nel 2008 giunse ad un passo dalla conquista del vettore italiano, ma rifiutò l’accordo all’ultimo istante, è però tornato di nuovo sotto i riflettori. Il suo ‘oggi no, nessun matrimonio in vista’ - una frase pronunciata poco prima di incontrare il presidente di Cai-Alitalia Roberto Colaninno e Gaetano Miccichè, consigliere di Cai e capo del corporate banking di Intesa-Sanpaolo - è in realtà un ‘sì’ mascherato, un bluff coperto solo dal vincolo di lockup che impone ai soci di non cedere le quote prima del gennaio 2013. Nessuna fusione in vista, al momento, anche perché i conti di Air France si stanno riprendendo dalla durissima mazzata subita nel bel mezzo della crisi, con perdite per un miliardo e mezzo nel 2009. Oltre a queste ragioni, ce ne sono altre di ordine "filosofico" a tirare il freno all’operazione: c’è da superare un ostacolo che oggi pare insormontabile e che è rappresentato da Colaninno. Il manager mantovano crede nel progetto di una compagnia italiana e - a nome degli azionisti - è già intervenuto nelle scorse settimane per stoppare le improvvise ripartenze dell’amministratore delegato Rocco Sabelli, grande sostenitore dell’ipotesi di fusione. In questo scenario, l’attenzione dei dipendenti e dei soci di Cai è concentrata sulle iniziative prese nelle ultime settimane dal management sul fronte dei conti. Ieri nel cda si è parlato di preconsuntivo, di chiusura del 2010 con target ampiamente raggiunti. Soddisfatti i soci che guardano al prossimo anno tirando un sospiro di sollievo. E Sabelli, intanto, proprio per portare il bilancio 2011 al più volte annunciato pareggio, ha deciso di tagliare il costo del lavoro. Una trentina di milioni il target, con 700 uscite volontarie a Roma e 400 esternalizzazioni. Sono cessioni dei rami aziendali che si occupano del carico e scarico bagagli in tutti gli scali (ad eccezione di Fiumicino). Bisognerà però aspettare i primi mesi del 2011 per capire come andranno le cose. Al momento la Iata, l’associazione che rappresenta gran parte delle compagnie aeree mondiali, vede il bicchiere della ripresa mezzo vuoto. L’ultimo report è di ieri: il mercato del trasporto aereo in Europa stenta a ripartire anche se nel Continente il 2011 è visto in pareggio. Nell’ottobre del 2007 i passeggeri business europei - quelli che gonfiano i bilanci delle compagnie aeree - pesavano per quasi un terzo sul totale mondiali e per l’11 per cento come ricavi. Oggi quelle quote non esistono più, sono crollate, rispettivamente, al 23,6 per cento e al 7,2 per cento. Segno che per riportare i bilanci in pareggio come vorrebbe Alitalia, occorrerà competere di più sul medio e lungo raggio, puntare sulla qualità e non soltanto sul taglio dei costi”.

14. Basilea 3, per le banche italiane un impatto da 40 mld

Roma -“La cura ricostituente anti-crisi prevista dall’accordo di Basilea 3, che chiede alle banche di detenere più capitale e di maggior qualità per garantire la propria stabilità, se fosse operativa fin da oggi (la fotografia è al giugno 2010) richiederebbe un incremento di fondi per 40 miliardi - scrive REPUBBLICA -. Sono queste le proiezioni diffuse ieri da Banca d’Italia, in concomitanza con le elaborazioni della Banca dei regolamenti internazionali di Basilea, che indicano in 600 miliardi le medesime esigenze di capitalizzazione per l’intero sistema bancario del G20. Un monito dunque alle banche italiane a tenere presenti gli obiettivi, anche se - come ha spiegato il direttore generale di Via Nazionale Fabrizio Saccomanni - l’impatto delle nuove regole sarà ‘graduale’: inizieranno ad operare dal 2013 e entreranno pienamente in vigore a partire dal 2018. Le banche italiane sono ‘solide’, ha assicurato Saccomanni e ha spiegato che l’impatto della riforma è ‘assorbibile senza particolari problemi’. Inoltre dei 40 miliardi ‘teorici’ di capitale di ‘qualità’ necessari, ben 16 sono dovuti alla sfavorevole normativa sulla deducibilità fiscale delle svalutazioni e delle perdite su crediti che generano ingenti necessità per imposte anticipate: un aspetto che potrebbe essere ammorbidito da un imminente intervento del Tesoro. Anche la redditività delle banche italiane ‘tiene’: è stimata in 14,5 miliardi all’anno, sebbene il Roe delle prime cinque banche italiane nel primo semestre del 2010 sia sceso al 4 per cento, un punto in meno rispetto allo stesso periodo del 2009. Nessun assillo da ingolfamento da raccolta di fondi: Bankitalia infatti sottolinea che le eventuali risorse supplementari ‘non dovranno essere cercate subito sul mercato’. Un aspetto rilevante se si pensa che nel 2011 i primi cinque gruppi bancari dovranno fronteggiare, analogamente agli altri intermediari europei, scadenze obbligazionarie pari in media al 26 per cento delle passività. ‘Sono fiducioso che grazie alla gradualità non ci sarà un impatto negativo sulla crescita e sulla capacità di erogare credito’, ha osservato Saccomanni. Le proiezioni di Bankitalia parlano infatti di una riduzione del Pil di un minimale 0,08-0,12 per cento per ogni punto di incremento del nuovo ratio patrimoniale delle banche. ‘Le banche italiane più piccole - ha osservato Andrea Enria, capo del servizio normativa e politiche di vigilanza - sono meglio posizionate rispetto ai a Basilea 3 e questo assicura più tranquillità al sostegno dell’economia visto che le piccole sono più legate alle pmi’. Infine l’Isvap che ieri ha ribadito il divieto per le banche di erogare mutui e contemporaneamente distribuire polizze ad essi connesse (sulla vita o sul bene immobile). La normativa va tutela dei consumatori: le commissioni percepite dalle banche - che erano ricorse al Tar - su queste polizze arrivano infatti fino all’80 per cento del premio”.

15. Generali risponde all’Isvap, Borsa nervosa su utile 2010

Roma -“Le Generali presentano le loro risposte all’Isvap, dettagliando i poteri del ceo di gruppo Giovanni Perissinotto, i suoi rapporti con l’amministratore delegato Sergio Balbinot, ed entrando nello specifico di alcuni casi, come i rapporti con il socio ceco Petr Kellner, che oltre a essere consigliere del Leone è anche suo socio nella joint-venture Generali-Ppf che opera in Est Europa. Su quest’ultimo tema - scrive LA STAMPA - ieri avrebbe chiesto ripetutamente informazioni - ottenendole - anche Vincent Bolloré, vicepresidente del Leone e grande azionista della Premafin che controlla la concorrente FonSai. Le risposte alle osservazioni dell’autorità di vigilanza sulle assicurazioni - che erano state lette nel consiglio dell’11 novembre dal presidente Cesare Geronzi - sono state esaminate dal cda che si è tenuto ieri e verranno inviate all’Isvap forse già oggi. Su alcune questioni, come il potere di firma d’urgenza che nella nuova governance definita dopo l’assemblea di aprile Perissinotto detiene ‘in solitaria’, la compagnia dovrebbe esprimere la sua volontà di rettificare immediatamente la situazione, reintroducendo la doppia firma che era presente quando gli amministratori delegati erano due. Più complesso è stato spiegare la modulazione dei rapporti tra Perissinotto, da aprile unico capo azienda, e Balbinot che con i galloni di amministratore delegato si occupa dell’estero. Alla struttura di comando va poi aggiunta adesso anche la figura di Paolo Vagnone, il manager che è stato scelto per guidare l’Italia, ossia il maggior singolo mercato del gruppo, e che proprio ieri è stato ufficialmente nominato dal cda. Vagnone, che si è presentato ieri al consiglio, sarà di fatto una sorta di amministratore delegato per il mercato domestico del gruppo, rispondendo anch’egli direttamente a Perissinotto. Il quadro della nuova governance del gruppo verrà poi completato con l’introduzione di un dirigente responsabile per la gestione di tutte le attività finanziarie (Chief Investment Officer) e uno che si occuperà invece di gestire tutti i rischi (Chief Risk Officer). Ma la riunione di ieri è stata anche centrata sull’approvazione del budget per il 2011, che secondo le indiscrezioni dovrebbe prevedere un utile netto superiore a quello dell’anno in corso. Proprio su questo tema, però, la Borsa si è dimostrata assai nervosa. In mattinata, infatti, indiscrezioni di stampa riportavano che l’utile del prossimo anno era previsto superiore a un risultato netto 2010 all’incirca di 1,6 miliardi di euro. Siccome il consenso degli analisti si era finora attestato su un utile 2010 nell’ordine degli 1,9 miliardi, il titolo Generali ha cominciato a perdere in Borsa, scendendo di oltre il 3 per cento. Una precisazione è giunta in mattinata dalla società, secondo cui ‘non è possibile fare oggi una previsione’ sull’utile netto, visto che è legato anche all’andamento dei mercati a fine anno. Le Generali hanno ribadito comunque che il risultato operativo si posizionerà nella parte alta della forchetta tra 3,6 e 4,2 miliardi di euro. Notizie che hanno rassicurato solo in parte il mercato, con il titolo del Leone che ha chiuso in calo del 2 per cento a 14,72 euro”.

16. Telecom, cda respinge l’azione di responsabilità

Roma - “In una riunione tutt’altro che tranquilla, il consiglio di amministrazione di Telecom Italia - racconta LA STAMPA - chiude la porta a un’azione di responsabilità nei confronti dei precedenti vertici targati Pirelli. E solo un consigliere indipendente, Luigi Zingales, prende pubblicamente le distanze, esprimendo la sua ‘totale contrarietà’. All’ordine del giorno non era prevista nessuna decisione in merito, che anzi andava rinviata, come avrebbe chiesto l’ad Franco Bernabè, al 24 febbraio quando è prevista la riunione del Cda per approvare il bilancio 2010 e convocare l’assemblea degli azionisti il 12 aprile. Ma dopo che Deloitte ha illustrato ‘le risultanze essenziali’ del rapporto che ripercorre le tappe di anni travagliati tra i costi eccessivi della security, sim card fantasma, vendite anomale di telefonini e caso Sparkle, è scattata la mossa imprevista. I due legali - Franco Bonelli per lo studio Bonelli-Erede e Pappalardo e Bruno Cova per lo studio Paul Hastings - hanno espresso i loro pareri: per entrambi è possibile l’azione di responsabilità, ma mentre per l’avvocato Cova per questa ci sarebbero probabilità di successo, al contrario per Bonelli le chance sarebbero ridotte al lumicino. L’incertezza sull’esito della causa avrebbe aperto un aspro dibattito al termine del quale è prevalso l’orientamento del consiglio di non porre la questione in votazione. Bernabè e Zingales si sono così ritrovati isolati in un Cda deciso ad archiviare in tutta fretta l’ipotesi dell’azione, senza approfondire ulteriormente i quattro fascicoli di Deloitte, un rapporto assai voluminoso da esaminare che solo per la parte security consta di 300 pagine. La decisione del Cda di chiudere l’argomento sarebbe maturata anche per non andare incontro ad altre spese legali e soprattutto per evitare un logorio mediatico che si sarebbe trascinato oltre le festività natalizie. Il Cda dunque non vota ma ‘anche in base al parere dei consulenti legali’, come recita la nota diffusa dal gruppo ‘non ritiene di introdurre all’ordine del giorno della prossima assemblea dei soci l’eventuale esercizio di azioni di responsabilità nei confronti degli amministratori in carica all’epoca dei fatti esaminati’, a cominciare dall’ex presidente Telecom, Marco Tronchetti Provera, dall’ex vice presidente esecutivo Carlo Buora e da Riccardo Ruggiero, l’ex ad. La discussione finisce qui e Zingales chiede che il suo dissenso sia reso pubblico. La vicenda è chiusa? Non proprio. La palla ora passa al collegio sindacale che potrà decidere di proporre all’assemblea l’azione contro i vecchi amministratori. L’ultima chance è nelle mani dei piccoli azionisti, ovvero l’Asati, che ieri parlava di ‘decisione scandalosa’, ‘pagina vergognosa del capitalismo italiano’, minacciando le vie legali ‘penali e civili’. All’Asati, che rappresenterebbe lo 0,45 per cento di Telecom, tocca un compito arduo, raccogliere il 2,5 per cento del capitale, a norma del codice civile, per promuovere in autonomia un’azione di responsabilità presso un tribunale civile prima delle prescrizioni. A settembre 2011 saranno passati 5 anni da quando Tronchetti ha lasciato la presidenza Telecom e contro di lui non potrà più essere promossa alcuna azione di responsabilità. Per Buora e Ruggiero, invece, la prescrizione è prevista nel 2012. Intanto nei prossimi giorni, come riferisce l’Asati, la Consob incontrerà l’associazione dei piccoli azionisti che ha fatto un esposto, denunciando i conflitti d’interesse dei consiglieri di Telecom. Dalla Consob l’Asati si aspetta anche una verifica sulle operazioni immobiliari condotte da Telecom, nel periodo 2001-2007. Da registrare, in ultimo, che solo contro Stefano Mazzitelli, ex ad di Telecom Italia Sparkle, arrestato nell’ambito dell’inchiesta sul maxi riciclaggio, è stata avviata un’azione di responsabilità”. (red)

17. Londra, Assange torna libero

Roma -“Davanti alla volta gotica delle Royal Courts of Justice, simbolo dello stato di diritto, e a due passi da Fleet street, per secoli casa del giornalismo, Julian Assange - scrive REPUBBLICA - torna in libertà dopo nove giorni di carcere. Alza un braccio in segno di saluto e di vittoria. Partono l’urlo dei fan e le mitragliate di flash dei paparazzi. ‘È fantastico poter annusare di nuovo l’aria fresca di Londra’, annuncia alla folla il profeta di WikiLeaks, appena messo piede fuori dall’Alta Corte. Ringrazia i suoi avvocati, ‘i media che non hanno creduto alle menzogne’, i Vip che hanno versato i soldi della cauzione, non ultimo la giustizia britannica, che ha dimostrato, ‘almeno un poco’, di funzionare. ‘Nel tempo che ho trascorso in isolamento, nei bassifondi di una prigione vittoriana, ho avuto modo di riflettere su coloro che nel mondo versano in condizioni simili e molto peggiori’, continua, mentre svolazzano fiocchi di neve. ‘Anch’essi hanno bisogno del vostro appoggio. Io spero di continuare il mio lavoro per un’informazione senza segreti e per difendere la mia innocenza’. Poi gira sui tacchi, contornato dai legali, dagli amici, dalla mamma, per andare a festeggiare il sospirato rilascio. Il regalo di Natale, qualche volta, arriva in anticipo. È una libertà su cauzione, vigilata e carica di condizioni: ma passare dall’umida cella in cui giacque Oscar Wilde alla tenuta nel Suffolk in cui verrà ospitato è comunque un’importante vittoria simbolica. ‘Questa sentenza vendica almeno in parte il suo nome’, dice Vaughan Smith, l’ex-ufficiale dell’esercito e presidente del Frontline, il club dei corrispondenti di guerra, nella cui magnifica residenza di campagna Assange andrà ad abitare. E se Assange ieri ha vinto, non c’è dubbio che a perdere sia stata la Svezia, il Paese che vuole processarlo per la controversa accusa di stupro da parte di due sostenitrici di WikiLeaks e che ha messo in moto il mandato di cattura e la richiesta di estradizione nei suoi confronti. Quando martedì un tribunale di Londra ha deciso di concedere ad Assange la libertà provvisoria, dietro cauzione di 240mila sterline (280mila euro) più una serie di severe condizioni (braccialetto elettronico, residenza coatta, coprifuoco notturno, firma una volta al giorno nel più vicino commissariato), la magistratura svedese si è opposta, sostenendo che c’era il rischio che scappasse. Il caso è finito così davanti alle Royal Courts. E il Lord Law incaricato di dirimerlo, il giudice Duncan Ouseley, non solo ha respinto il ricorso, sancendo il rilascio di Assange, ma ha condannato pure la procura svedese a pagare le spese legali: chi fa perdere tempo allo stato, da queste parti, paga. Lo stemma di un leone alato e di un unicorno, marmi, velluti e lampadari a goccia, pareti rivestite di legno odoroso e imbottite di antichi volumi, avvocati in toga e parruccone: incrocio tra il refettorio di Harry Potter e i college di Oxford, tra favola e storia, l’aula 4 delle Royal Courts of Justice trasuda secoli di tradizioni. Il giudice intende farle rispettare. ‘Niente Twitter, computer o telefonini in aula’, avverte, dopo che nelle udienze precedenti noi cronisti avevamo fatto una specie di cronaca diretta digitale per siti, radio e tivù. ‘Se scopro qualcuno che sta registrando, è vilipendio della corte: passerà la notte dietro le sbarre’, ammonisce l’alto magistrato. Ma il giudice Ouseley non è cattivo. È buono, anzi giusto. Ascolta le arringhe di accusa e difesa, bacchetta entrambe dall’alto del suo scranno e della sua sapienza, però dopo un paio d’ore di dibattimento conclude che ‘un uomo determinato a fuggire non si consegna volontariamente alla polizia’, come Assange ha fatto dieci giorni or sono. L’Alta Corte conferma dunque nella sostanza il verdetto di primo grado: non riscontra ‘sostanziali motivi’ per rifiutare la libertà su cauzione al fondatore di WikiLeaks, in modo da permettergli di prepararsi meglio, insieme ai suoi avvocati, al processo vero e proprio, quello che si terrà a partire dall’11 gennaio, sempre a Londra, per concedere o meno l’estradizione in Svezia. Fidarsi è bene, tuttavia, ma non fidarsi è meglio: il giudice rafforza il numero di garanti della cauzione, ‘se Assange fuggisse tradirebbero non soltanto la loro fiducia, ma anche la propria reputazione’, e richiede che la polizia vada a fargli firmare il registro delle presenze sulla porta di casa, nei giorni in cui il piccolo commissariato del Suffolk resterà chiuso per le festività natalizie. ‘La preoccupazione adesso non è la Svezia, bensì l’America - commenta John Pilger, celebre reporter australiano che è tra i seguaci e garanti di Assange - lo spettro che ci tormenta è che Julian finisca in una prigione negli Usa’. Le accuse svedesi, per dirla tutta, non preoccupano il team dei suoi legali: l’avvocato Robertson, lo stesso principe del foro che difese Salman Rushdie, spiega che le imputazioni di abusi sessuali contro Assange non costituirebbero nemmeno stupro secondo le leggi britanniche. Il timore è che gli Stati Uniti decidano di incriminarlo per spionaggio o cospirazione di qualche tipo, come scrive il New York Times citando fonti governative. Una ragione di più per Assange per restare nel Regno Unito, Paese che avrà anche una alleanza speciale con Washington ma possiede una magistratura indipendente, come ribadito dalla sentenza dell’Alta Corte. (…)”.

18. Afghanistan, Obama tira dritto: ritiro da luglio

Roma -“‘La guerra in Afghanistan procede come da programma, siamo sulla buona strada, anche se il progresso è lento e il bilancio di perdite umane molto pesante’. A un anno esatto dalla sua decisione di lanciare una escalation militare inviando 30.000 truppe aggiuntive - scrive REPUBBLICA -, Obama soppesa le parole presentando il suo primo bilancio dell’operazione. Conferma la scadenza del luglio 2011 per l’inizio del ritiro delle truppe, ‘grazie alla transizione e al trasferimento di responsabilità alle forze afgane’. Ma i militari della Nato resteranno almeno fino al 2014, e la presenza potrà prolungarsi ben oltre. Il punto debole di tutto il bilancio è il Pakistan, dove la lotta contro i taliban e Al Qaeda dà risultati ‘diseguali’. Un eufemismo, secondo Bill Harris che fu il massimo funzionario civile dell’Amministrazione Obama a Kandahar: ‘Siamo su un treno ad alta velocità che ci porta verso l’insuccesso in Afghanistan, se cerchiamo di vincere questa guerra mentre i santuari dei nostri nemici restano aperti in Pakistan’. Il linguaggio usato da Obama è meno esplicito ma evita comunque di diffondere illusioni. ‘Siamo in una posizione migliore di un anno fa - dice - nel dare alle nostre truppe sul terreno tutti i mezzi necessari per completare la loro missione’. Più che insistere sull’inizio del ritiro, il presidente usa di preferenza la parola ‘transizione’, che allude al progressivo trasferimento ai militari afgani dei compiti di combattimento, in modo da poter lasciare alla Nato funzioni di addestramento e consulenza, oltre che cooperazione civile e ricostruzione economica. La scadenza del luglio 2011 secondo Obama ha avuto l’effetto positivo di ‘galvanizzare’ sia la coalizione Nato sia gli afgani, accelerando la transizione. È una risposta implicita alla destra: i ‘falchi’ repubblicani, a cominciare dal suo ex rivale John McCain, hanno spesso criticato quella data come un segnale che l’America vuole andarsene e quindi che la riscossa dei taliban è possibile. Il bilancio ufficiale di Obama, sintetizzato in cinque pagine, sostiene che i militari Usa continuano a uccidere leader di Al Qaeda e quindi a ridurre la loro capacità di lanciare attacchi a partire da quella regione. Un messaggio che giunge proprio mentre la stessa Amministrazione ha dovuto alzare il livello di allerta sul territorio americano per il rischio di attentati terroristici ‘contro obiettivi cristiani sotto Natale’. Il rapporto di Obama riconosce comunque che anche la ritirata dei taliban in Afghanistan è il frutto di vittorie ‘fragili e reversibili’, che potrebbero essere cancellate se non si attaccano con determinazione i rifugi usati dagli stessi taliban in Pakistan. Il rapporto invoca ‘una maggiore cooperazione delle autorità pachistane’ e non solo sul terreno strettamente militare. Anche in Pakistan la sconfitta dei taliban, per essere durevole, va affiancata con lo sviluppo economico e sociale delle aree dove sono insediati. Ma se Obama evita di rivolgere accuse specifiche contro il governo pachistano, di tenore ben più negativo sono gli studi fatti circolare dalla Cia, che descrivono come un ostacolo grave la mancata cooperazione pachistana per chiudere le basi di Al Qaeda. Su tutto l’andamento del conflitto sembra riaprirsi una diatriba tra i capi militari americani e i servizi, con la Cia su posizioni molto più scettiche e pessimistiche riguardo alla situazione sul terreno. Il bilancio di Obama è anche cauto verso il governo Karzai: nessuna critica gli viene rivolta in modo esplicito. Eppure su quel fronte si addensano le perplessità della Cia, che vede nella corruzione e nella debolezza delle istituzioni un’altra grave incognita per il piano di trasferimento delle responsabilità fra il 2011 e il 2014. Queste riserve possono aprire un nuovo fronte di dissenso interno agli Stati Uniti. Il partito democratico, già insofferente verso tutte le aperture bipartisan del suo presidente (ieri alla Camera la sinistra ha bloccato la maximanovra fiscale), l’anno prossimo potrebbe rifiutarsi di rifinanziare la missione in Afghanistan se non ci sono dettagli credibili sul numero di soldati americani che torneranno a casa a luglio. Nel rapporto di Obama non compaiono cifre”.

19. Strage di Viareggio, sono 38 gli indagati

Roma - “Sarà un incidente probatorio, che si preannuncia affollatissimo - scrive LA STAMPA -, a dare risposta ai tanti perché che ancora incombono sul disastro ferroviario di Viareggio, che in una notte - quella del 29 giugno del 2009 - spazzò via 32 vite e decine di abitazioni a ridosso della stazione. Ma intanto la Procura di Lucca ha rotto un silenzio durato diciotto mesi e ha messo i primi punti fermi di un’inchiesta dolorosa quanto complessa. Trentotto gli indagati - tra questi c’è anche l’ad di Fs Mauro Moretti - e due certezze con cui tutti, adesso, dovranno fare i conti: l’assile, che presentava una vistosa crepa, non si sarebbe dovuto rompere e la cisterna che trasportava il pericolosissimo gpl sarebbe dovuta rimanere integra, evitando così la fuoriuscita del gas che, in pochi attimi, incendiò tutto. Proprio in questi giorni gli inquirenti hanno inoltrato la richiesta per effettuare l’accertamento irripetibile atteso da tempo che promette di dirimere alcuni punti di cruciale importanza per l’accertamento delle responsabilità: tra i destinatari di questi avvisi ci sono tutti coloro la cui posizione è al vaglio della Procura. E l’indagine, partita da quattro iscrizioni iniziali, si è allargata in questi mesi a macchia d’olio. Gli avvisi di garanzia non sono diretti solo a Moretti, ma a tutti i vertici delle società del gruppo: gli amministratori delegati di Rfi, Michele Elia, di Trenitalia, Vincenzo Soprano, e di Fs logistica Gilberto Galloni, oltre al direttore della divisione cargo Mario Castaldo. Tra i destinatari anche i responsabili della Gatx Rail, proprietaria del carro che deragliò e l’ad della ditta di riparazioni Cima di Mantova, che aveva montato l’asse crepato che si ruppe prima del deragliamento. Ad otto enti verrebbero invece contestate violazioni del decreto sulla responsabilità amministrativa. Le accuse ipotizzate dal procuratore Aldo Cicala, che ha coordinato l’inchiesta insieme ai sostituti Giuseppe Amodeo e Salvatore Giannino, sono: disastro ferroviario, omicidio colposo, lesioni e incendio colposo. Per i familiari delle vittime, che da mesi chiedono un’accelerazione delle indagini, si tratta di un passo avanti importante. Daniela Rombi, madre di Emanuela, una vita spezzata a soli 21 anni, si spinge oltre: ‘Chiediamo con forza al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che tolga subito l’onorificenza di cavaliere del lavoro a Moretti perchè non è degno. Aspettiamo l’esito della magistratura e poi, se proprio vogliono, gliela renderanno’. Anche Moretti ha commentato la svolta investigativa impressa dagli inquirenti. ‘È giusto che la magistratura abbia fatto una rosa ampia di avvisi di garanzia per l’incidente probatorio che dimostrerà che il picchetto non ha rotto la cisterna. Le indagini sono ancora in corso ma noi siamo estremamente sereni perchè lavoriamo da sempre seguendo gli standard internazionali come dimostrano gli studi delle Università di Napoli, Roma, e del Politecnico di Milano’. Quello di cosa abbia provocato lo squarcio nella cisterna - per una lunghezza di 40 centimetri - è uno dei punti più controversi. Secondo la procura, a provocarlo fu un picchetto, cioè uno spezzone di rotaia sporgente, utilizzato per tracciare le curve. Per Rfi, invece, che ha già disposto una consulenza sulla questione, responsabile fu l’impatto con la cosiddetta ‘deviata a zampa di lepre’, una componente dello scambio. Se verrà confermata l’ipotesi degli investigatori, potrebbero emergere responsabilità per Fs: al vaglio dei pm c’è infatti una vecchia disposizione interna in cui si prenderebbe in considerazione la sostituzione dei picchetti, ritenuti pericolosi. La deviata a zampa di lepre, così come il picchetto, l’assile e la cisterna sono stati posti sotto sequestro: tutti questi pezzi saranno analizzati nel corso dell’incidente probatorio chiesto al gip”.

20. Italia al gelo e sulle spiagge arriva la neve

Roma - “L’annunciato e temuto gelo dell’Artico è arrivato - scrive LA STAMPA - ed ha investito praticamente tutta l’Italia. Temperature bassissime da Nord a Sud e molta neve: colpite particolarmente Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Puglia e Calabria. Sulla A14, (l’’Adriatica’), è nevicato per oltre sessanta ore: nel tratto tra Pescara e Val di Sangro la circolazione è rimasta bloccata ed è scattato il piano di assistenza agli automobilisti. La società Autostrade per l’Italia ha impegnato su più tratti oltre 300 mezzi spargisale. Preallarme per rischio neve a Milano, dove ieri sera la Protezione Civile ha messo in allerta il Centro Operativo di Coordinamento in vista dei disagi che questa mattina potrebbero avere i milanesi: nella notte, infatti, la temperatura potrebbe aver raggiunto i 6 gradi sotto zero. L’ondata di freddo è attesa anche a Roma, e non è escluso che oggi porti qualche fiocco di neve: ieri pomeriggio il Comune ha attivato una task-force di 50 associazioni di Protezione civile che, con 300 volontari, assicureranno lo spargimento di sale contro il ghiaccio (nella notte la colonnina di mercurio non avrà superato i 5/7 gradi). Infine, per gli amanti della neve, una pessima notizia: il 26 dicembre uno sciopero potrebbe bloccare gli impianti di risalita”. 

21. Sesso&mafia, il kamasutra del padrino

Roma -“Fra la contabilità del pizzo e l’ordine di nuovi attentati - racconta REPUBBLICA - dispensava consigli erotici ai suoi picciotti. ‘Adoratissimo amicone del mio cuore - scriveva Sandro Lo Piccolo, trentaduenne erede del potente clan di Tommaso Natale - mi appresto con gioia a rispondere alla tua del 20 settembre. Le avventure erotiche, come tu osi chiamarle, sono una filosofia… o è solamente una filosofia quella di lingua e dito, che tutti quelli come te vi ci rifugiate?’. Il giovane padrino sentenziava: ‘Bello mio, la donna preferisce altro’. E descriveva il concetto con un neologismo: ‘Acciaioso’. Così proseguiva: ‘Mi dispiacerebbe tanto se tu le lasciassi insoddisfatte. Io sono qui’. Se non fosse per il seguito della lettera, infarcita di ordini per mettere a posto estorsioni e appalti, sembrerebbero le parole di un giovanotto come tanti, in un vortice di luoghi comuni. ‘Caro porcellone, leggo che scopi alla grande’. Lo Piccolo proseguiva la costruzione del suo improvvisato discorso sulla ‘filosofia’ delle avventure erotiche in un altro pizzino: ‘Tutto Buono e Benedetto. Solo io non scopo più. Divertiti e non ne lasciare nessuna. Caro fratellino, ti mando di tutto cuore un’infinità di abbracci e baci. Inoltre un bacetto l’uno per i tuoi figli’. Sono alcuni frammenti degli ultimi pizzini che la Scientifica è riuscita a ricostruire esaminando il nastro della macchina per scrivere trovata nel covo di Sandro e del padre Salvatore. Dieci pagine che lunedì hanno consentito l’ultimo blitz della squadra mobile contro altri 63 fedelissimi dei boss di Tommaso Natale. I frammenti di quel curioso (e banale) discorso sull’erotismo sono invece l’ultimo spunto per tracciare l’identikit dei nuovi giovanissimi padrini, che sembrano tanto dei tronisti di un talk show televisivo. Forse, questo è proprio il segno della crisi di Cosa nostra, sostiene qualcuno. Altri, fra gli addetti ai lavori, mettono in guardia: ‘E se fosse invece il segno che i giovani mafiosi hanno già assunto nuovi codici subculturali, innanzitutto quelli di certa televisione spazzatura?’. Di certo Lo Piccolo dedicava molto tempo a definire la sua immagine di capomafia. In alcuni pizzini annotava le frasi più efficaci che sentiva in televisione, oppure che leggeva nelle lettere del vecchio Provenzano. In quei foglietti c’è il suo dizionario del perfetto padrino. Una frase doveva essergli particolarmente piaciuta, l’aveva sottolineata: ‘Nella vita c’è un valore umano che vale più della libertà, l’onore e la dignità’. Intanto, le sue fidanzate gli recapitavano messaggi. ‘Continui a rubarmi l’amore’, scriveva una ragazza a Lo Piccolo. E un’altra: ‘Ti giuro che non faccio nulla per mettermi in mostra, al lavoro vado con jeans e scarpe da tennis. Ma ho diversi colleghi che mi fanno il filo, uno ha perso la testa. Però non preoccuparti’. Anche il primo amore gli scriveva: ‘La mia vita è stata un calvario da quando me ne sono andata per dimenticarti, sposandomi con uno che non amavo’. Lui rispondeva: ‘Ti amo. Vedi? Disgraziata, sei riuscita a farmi sbottonare’. Poi si compiaceva: ‘Sento che hai sulla spalla un tatuaggio con la S’. E si preoccupava ancora della sua immagine: ‘Perdo molto in quella foto che mettono sui giornali’. Alla fine, al giovane mafioso riaffiorò solo un ricordo: ‘Ci pensi quando a Monte Pellegrino quel figlio di puttana di maniaco si è scaraventato addosso per abusare di te? Pur essendo piccolo glieli ho dati quattro cazzotti. Cornuto e carabiniere, che se lo incocciavo il pomeriggio era la fine per lui. Io ho sempre in visione la tua immagine impaurita’. Sono le parole di un giovane che a 20 anni aveva già ucciso due volte”.

Annozero. Politicanti vs studenti

Strage di Viareggio: nel mirino i vertici FS