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Mine antiuomo. L’infamia continua

Nonostante 156 paesi abbiano firmato il Trattato di Ottawa, il problema rimane irrisolto. All’appello, del resto, mancano i maggiori produttori, come Stati Uniti, Cina, Russia, India e Israele 

Sta andando a scuola ed è in ritardo. Decide di prendere una scorciatoia. Cammina veloce, o forse corre, e non nota quello strano dischetto che lo fa inciampare. Sente un sibilo. Un botto. E poi il dolore, lancinante. La gamba si è staccata dal suo corpo. Ha messo il piede su una mina antiuomo. Il ragazzo è vivo, ma mutilato per sempre.

Di storie come questa se ne potrebbero raccontare a migliaia. Solo nel 2009 le persone vittime di incidenti simili sono all’incirca quattromila. E proprio in questi giorni, per discutere del problema, è iniziato il decimo “Meeting degli Stati Parte al Trattato di Ottawa” cui parteciperanno i 156 paesi che l’hanno ratificato. Firmato nel 1997, il suo scopo è impedire la produzione, l’uso, lo stoccaggio e l’esportazione di mine antiuomo, oltre al distruggere quelle già esistenti, bonificare le aree minate, offrire assistenza tecnico-finanziaria per le operazioni e provvedere all’assistenza per le vittime. Tutte attività che per essere efficaci hanno bisogno, com’è ovvio, di fondi. E l’Italia è la prima ad averli ridotti. Come spiega Santina Bianchini, Presidente della Campagna Italiana contro le mine, «Proprio mentre la Campagna Internazionale lancia un appello ai Governi affinché prevedano fondi pluriennali per le attività di Mine Action, noi in Italia ci troviamo a difendere da anni il Fondo per lo sminamento Umanitario, vero fiore all’occhiello dell’impegno del nostro paese sulla lotta contro le mine, ma che, negli anni, ha subito tagli di oltre l’80%»

A questo va aggiunto che solo il 9% dei fondi internazionali per la “Mine Action” viene destinato all’assistenza delle vittime che soffrono, oltretutto, anche dell’assenza di un adeguato trattamento da parte dello Stato che tende a dimenticarle. Evidentemente non sono abbastanza funzionali al sistema produttivo, che richiede capitale umano perfettamente integro. In più, sottolinea Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna Mine, «il Fondo per lo Sminamento Umanitario istituito con legge 58 nel 2001, è stato recentemente modificato nella sua denominazione "Fondo per lo sminamento umanitario e la bonifica di aree con residuati bellici esplosivi". Questo anche in vista di un suo ampliamento per accogliere gli oneri relativi alla speriamo prossima ratifica della Convenzione sulle Munizioni Cluster, malgrado ciò negli ultimi anni, dopo il tentativo del 2008 di azzerarlo, definitivamente, sopravvive con uno stanziamento minimo».

Insomma, come al solito manca completamente la volontà politica di risolvere, una volta per tutte, la situazione. Anche se dall’entrata in vigore del Trattato di Ottawa sono stati distrutti 44 milioni di mine, ad oggi ancora non si conosce la reale dimensione del problema, perché non ci sono stime attendibili né sulla quantità totale di ordigni disseminati nei diversi paesi, né si conoscono le zone precise in cui si trovano. L’unico dato, più o meno certo, riguarda i produttori. Stati Uniti, Cina, Russia, India, Israele sarebbero in cima alla lista. E infatti, guarda caso, sono gli unici a non aver firmato il Trattato. Secondo la “Landmine Monitor e Cluster Munition”, un’associazione che si occupa di monitorare i progressi del Trattato di Ottawa, a utilizzarle sistematicamente come arma sarebbe però solo la Birmania.

In altri paesi, le mine arriverebbero grazie al commercio illegale. E l’Italia, che invece il Trattato l’ha sottoscritto, tramite le sue banche contribuisce comunque alla loro produzione. Eurizon Capital, la società di investimenti del Gruppo Intesa-San Paolo, Sistema Ducato, cioè il Gruppo Montepaschi, e la società di asset management di Unicredt, hanno investito nelle principali aziende americane produttrici di mine, ovvero la Lockheed Martin, l’Alliant Techsystems e la General Dynamic. Con un piccolo particolare. Lo scorso anno il portavoce della Casa Bianca, Ian Kelly, aveva dichiarato che gli Stati Uniti non potevano aderire al Trattato perché, diversamente, «non saremo in grado di assicurare la sicurezza nazionale per noi e per i nostri alleati». Poi però, ci ha tenuto a precisare che gli Usa non esportano più mine antiuomo dal 1998, e che di recente ne avrebbero sospeso la produzione. Se così fosse, avrebbero già tutte le carte in regola per sottoscrivere le direttive stabilite ad Ottawa. O no?

Pamela Chiodi

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