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Secondo i quotidiani del 2/12/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Italia-Russia, tutti i dossiere Usa”. Editoriale di Mario Monti: “Titoli europei in aiuto all’euro”. Di spalla: “Camera ferma fino al 13: si aspetta la fiducia”. Al centro con fotonotizia: “La Clinton ricuce: elogi al Cavaliere” e “Polemica sull’eutanasia dopo la morte di Monicelli”. In basso: “‘Basterà farsi capire’. Il test per gli stranieri” e “Austerity americana: in pensione a 69 anni”.

LA REPUBBLICA - In apertura: “WikiLeaks, il dossiere Berlusconi-Putin”. Di spalla: “Niente guerre di religione sulla morte di Monicelli”. Al centro con fotonotizia: “Da Boccaccio a Moby Dick, i libri della rivolta”. In basso: “Colosseo, restauro flop” e “I mille paesi d’Italia abitati dai fantasmi”.

LA STAMPA - In apertura: “Troppi rischi, la Camera chiude”. Editoriale di Marcello Sorgi: “Le pistole sul tavolo”. In taglio alto: “Berlusconi-Putin. La Georgia accusa: ‘Affari sui gasdotti’”. Di spalla: “Il solito miracolo del Nord-Est”. Al centro con fotonotizia: “Stagione al via, sulle Alpi tutto aperto per neve”. In taglio basso: “Crolli e nuovi allarmi, gli ultimi giorni di Pompei” e “E la Cina teme di perdere un modello culturale”.

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “La Bce risolleva i mercati”. Editoriale di Giorgio Santilli: “Un piano casa tanto carino senza soffitto senza cucina”. Di spalla: “I segreti di BankAmerica e l’orecchio di WikiLeaks. Al centro: “Bene il gettito delle imposte. Deficit giù di 11,8 miliardi” e “ le Entrate: una legge per regolare le liti sull’abuso di diritto”. In basso: “I Supermen del Tesoro contro il mostro Debito Pubblico”.

IL GIORNALE - In apertura: “Camera chiusa per guerra”. Editoriale di Alessandro Sallusti. Di spalla: “Follia Vendola: paragonare l’Italia al Cile”. Al centro con fotonotizia: “Così i finiani fanno danni all’economia del Paese”” e “Monicelli e gli avvoltoi del suicidio”. In basso sullo sciopero dei calciatori: “Lo sciopero è un errore. Ma hanno ragione loro” e “Macché, sono miliardari che difendono i privilegi”.

IL MESSAGGERO - In apertura: “Sandri, omicidio volontario”. Di spalla: “Italia-Russia, nei dossier sospetti e accuse sul gas. La Clinton: ‘Berlusconi è l’amico migliore’”. Editoriale di Giuseppe Mammarella: “L’ombra di Mosca”. Al centro con fotonotizia: “Napolitano: rispetto per Monicelli. Eutanasia, scontro in Parlamento” e “Governo in bilico, Camera chiusa. Udc: pronti a mozione di sfiducia”. In basso: “Pompei, crollano altri due muri” e “’Ndrangheta al Nord, inchiesta a Roma”.

IL TEMPO - In apertura: “Caccia al prof dissidente”. Di spalla: “Orazioni sinistre. Il suicidio di Monicelli diventa caso politico”. In basso: “Omicidio volontario. Nove anni a Spaccarotella”.

LIBERO - In apertura: “Silvio ok, sinistra ko”. Editoriale di Maurizio Belpietro. Di spalla: “Suicidio Monicelli. L’amara commedia sull’eutanasia”. Al centro: “Gli studenti agitati da aspiranti rivoltosi”. In basso: “Non è colpa mia né di Libero se al Nord c’è la ‘ndrangheta”.

L’UNITÀ - In apertura con fotonotizia: “Paura?”. A fondo pagina: “Napolitano: ‘Si deve rispettare la scelta di Mario Monicelli” e “De Gregori: ‘Malgrado tutto, amo l’Italia”.

IL FATTO QUOTIDIANO - In apertura: “‘Salvateci ci stanno ammazzando’”. Al centro: “Lega-‘ndrangheta: pentito accusa, Castelli si arrabbia”. In basso: “‘Rivolta no stop’. Ma studiare in Italia conviene?”.

MF - In apertura: “Obama costretto a tifare euro”. Al centro: “CityLife vince su tutta la linea” e “Ibra card”. In basso: “Enel vende Endesa Ireland per 450 milioni di euro”.

ITALIA OGGI - In apertura: “La pensione parte on-line”. Al centro: “Avvocati, specializzazioni ko”. In basso: “Lagardère venderà i periodici esteri” e “Audiweb rileverà anche la navigazione sul mobile”. 

2. H. Clinton elogia Belrusconi: il nostro amico migliore

 Roma -“Ci sono tutti in questo vertice organizzato nella capitale del Kazakhstan nata dal nulla per volere del suo padre/presidente Nursultan Nazarbayev. Dal cardinal Bertone per il Vaticano - racconta il CORRIERE DELLA SERA - ad Aleksandr Lukashenko, in passato definito l'ultimo dittatore d'Europa ma corteggiato da Stati Uniti e Unione Europea da quando è ai ferri corti con la Russia di Vladimir Putin. E naturalmente alla riunione dell'Osce, l'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, è arrivato anche il segretario di Stato americano Hillary Clinton, che per la prima volta dopo la bufera WikiLeaks si trova accanto a tutti quei personaggi che i suoi diplomatici hanno sbeffeggiato e criticato. Così Astana serve soprattutto a ricucire e a spiegare in una serie di incontri bilaterali. Innanzitutto quello con Silvio Berlusconi che si era fatto una risata di fronte alle affermazioni dell'incaricata d'affari dell'ambasciata Usa a Roma. In una dichiarazione davanti alle telecamere, la Clinton ha detto che gli Stati Uniti ‘non hanno amico migliore. Non c'è nessuno che appoggia la politica americana consistentemente come il primo ministro Silvio Berlusconi’. Sarà pure visto a volte come ‘avvocato difensore della Russia di Putin’, ma al Dipartimento di Stato hanno, ufficialmente, un'altra idea: le amministrazioni Usa, ‘tanto quelle repubblicane che quelle democratiche, sanno di poter contare sul sostegno del primo ministro alle scelte politiche e ai valori che l'Italia e gli Stati Uniti condividono’. Alla Clinton sono toccate anche tante altre iniziative per riparare i guasti. Con la cancelliera Angela Merkel, con lo stesso Nazarbayev, da molti etichettato come un tiranno ma che garantisce la stabilità in un paese ricco di gas e petrolio fondamentale per gli assetti dell'Asia Centrale. Poi con il vice premier britannico Nick Clegg e con il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, al quale Clinton ha forse spiegato come venga vista esattamente in America la relazione tra Batman e Robin (ai quali sono stati paragonati Putin e il presidente Dmitrij Medvedev). Non è arrivato ad Astana il presidente francese Nicolas Sarkozy e la cosa avrebbe irritato i kazaki. Nessun incontro della Clinton, naturalmente, con Lukashenko, anche se il riavvicinamento è evidente. La Bielorussia ha appena aderito (assieme all'Ucraina e al Kazakhstan) al progetto americano per l'eliminazione dei depositi di scorie di uranio arricchito. Con Mosca sembra che il processo di reset delle relazioni avviato dall'amministrazione Obama e dalla Nato vada avanti. Ma i problemi da risolvere sono molti. Non a caso ieri Putin ha ripetuto che se non si troverà un'intesa sullo scudo missilistico, ‘si tornerà alla corsa agli armamenti’. Collaborazione, dunque, ma con un occhio a quella che è da sempre la priorità del Cremlino: la difesa intransigente dei suoi interessi nazionali”.

3. “Corriere della sera”: un’alleanza da rinsaldare

Roma -“Quando si tratta di ricucire gli strappi provocati da Wikileaks con alleati e amici degli Usa, Hillary Clinton non è seconda a nessuno. Al vertice Osce di Astana - scrive Franco Venturini in un editoriale sul CORRIERE DELLA SERA -, previsto da mesi ma diventato prezioso per la sua involontaria tempestività, il segretario di Stato ha distribuito sorrisi e cordialità come mai prima la si era vista fare. Ed era nelle cose che a Silvio Berlusconi, il più sbeffeggiato dei leader europei nelle carte di Wikileaks, venisse data una patente di prima classe. ‘L’America non ha amico migliore di lui’, ha detto Hillary. E benché il nostro presidente del Consiglio non sia stato l’unico partecipante toccato dalla grazia statunitense, le parole impegnative utilizzate dalla Clinton meritano qualche riflessione che poi, al pari di buona parte degli scoop di Wikileaks, non rivela gran che di nuovo. Non è certamente sfuggito a Washington che i dispetti del signor Assange hanno provocato in Italia reazioni ben più vivaci di quelle registrate nelle altre capitali europee (ieri Hillary ha visto anche Angela Merkel, mentre Sarkozy ha preferito l’assenza). La circostanza è spiegabile con la nostra rissosità permanente, ma anche perché viviamo una campagna elettorale virtuale e una ulteriore destabilizzazione potrebbe esercitare qualche influenza negativa sull’avvicinamento alle nostre sponde della crisi dell’euro. Maggiori i danni maggiore la riparazione, deve essersi detta la Clinton. Una seconda e cruciale spiegazione dell’enfasi ricucitrice del Segretario di Stato riguarda la nuova fase che i rapporti tra Italia e Usa attraversano all’interno della scontata cornice di continuità nell’amicizia e nella alleanza. Con George Bush, è arcinoto, Berlusconi aveva uno stretto rapporto personale. Eppure è l’ambasciatore Usa di quel periodo, come ha scritto ieri il Corriere, a dirsi contrariato per le iniziative di Berlusconi all’indomani del conflitto in Georgia. Nulla di strano, dal momento che Bush, rapporti personali o no, non gradì affatto le mosse pacificatrici e per lui troppo filo-russe di Sarkozy e di Berlusconi. Oggi le cose stanno in modo diverso. Non perché siano sparite certe preoccupazioni americane su Berlusconi (eccessiva intimità politica con i dirigenti moscoviti, accentuazione della dipendenza dalle forniture energetiche russe, apparente sudditanza nei confronti di Gheddafi, comportamenti che il linguaggio diplomatico definirebbe imprevedibili), ma piuttosto perché sono cambiate le priorità e le politiche dell’Amministrazione statunitense. Così, l’Italia conta oggi in America soprattutto per la sua presenza militare in Afghanistan e la sua volontà di proseguire nella missione. Tutto il resto viene dopo, e sottovoce. Così, la stessa Russia che nei dispacci di Wikileaks viene descritta come uno Stato mafioso oggi è utile anch’essa in Afghanistan, oltre che nel tentativo di creare senza troppa ostilità uno ‘scudo’ anti-balistico. Perciò alla Russia Obama tende la mano, e con Mosca prosegue la politica del reset. Il pragmatismo degli interessi e delle conseguenti politiche, insomma, è cosa diversa dai singoli dispacci dei diplomatici. È questo, in definitiva, che la Clinton ha voluto ribadire a Berlusconi. Magari augurandosi, ma questo non lo avrà detto, che la permanenza italiana in Afghanistan non diventi argomento di una eventuale campagna elettorale. A che punto siamo, allora, con le ricadute delle fughe di notizie firmate Wikileaks? Nei rapporti Usa-Italia dopo ieri ve ne saranno poche, salvo una certa maggior prudenza nel parlare con i diplomatici Usa. Altrove, dal Pakistan alla Turchia e soprattutto nello scacchiere Iran-Golfo Persico, Julian Assange ha fatto più danni. E poi è in arrivo un nuovo Congresso che potrà più facilmente disturbare Obama (e ancor più Hillary Clinton, s’intende). Quello di un regolamento di conti contro Obama e i suoi collaboratori rimane, volendo trovarne uno, il ‘complotto’ più verosimile. Certo, qualcosa è cambiato, ma non c’è stato e non ci sarà nessun 11 settembre della diplomazia. Almeno fino a quando Wikileaks non diffonderà le opinioni dei diplomatici francesi, tedeschi e inglesi sugli americani”.

 4. “La Stampa”: Le forche caudine di Hillary

Roma -“Come volevasi dimostrare (e avevo scritto), se Wikileaks ha fatto male al governo italiano, ne ha fatto infinitamente di più a quello di Washington - scrive Lucia Annunziata in un editoriale sulla STAMPA -. Solo l’ossessivo ripiegamento dell’Italia su se stessa può spiegare la completa inversione di ruoli con cui il nostro mondo politico ha affrontato in questi giorni le rivelazioni di Wikileaks. Quei dispacci sono stati un indubbio danno nel rapporto Italia-Usa innanzitutto perché, al di là delle valutazione individuali su Berlusconi, hanno reso pubblico il fatto che Washington dubita della collocazione stessa dell’Italia nel fronte occidentale: per un Paese come il nostro, sempre di frontiera nel mezzo secolo passato, non è un bel sentire. Ma il danno Wikileaks ha colpito soprattutto gli Stati Uniti e su un fronte così vasto da rendere la vicenda italiana, vista nell’insieme, meno rilevante, e, per Silvio Berlusconi, meno scottante. Paradossalmente, proprio il bisogno che hanno gli Stati Uniti ora di ‘recuperare’ le gaffes fatte con tutti i loro alleati fornisce alla crisi da tempo latente fra Roma e Washington un inatteso respiro. Basta vedere, appunto, quello che succede in queste ore in Kazakistan, dove il capo della diplomazia americana è arrivata per il vertice Osce (l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), inseguita da richieste minoritarie ma forti di sue dimissioni. Il summit avrebbe dovuto essere il primo trionfale ingresso sulla scena internazionale del leader kazako Nursultan Nazarbayev, e si è tramutato per Hillary in una sorta di forche caudine. Ad Astana il segretario Usa si trova in queste ore infatti nella non invidiabile posizione di chi deve guardare negli occhi alleati di cui ha appena parlato malissimo - e scusarsi. Dopo le feste a Berlusconi, dovrà far dimenticare a Dmitri Medvedev di essere stato definito il ‘Robin di Batman’ (Putin), ad Angela Merkel di ‘essere poco creativa’, e al padrone di casa Nazarbayev quei dispacci che ne descrivono il lusso esagerato, oltre a raccontare un primo ministro che (s)balla da solo in un night club. L’affettuosa foto di ieri fra Hillary e Silvio va guardata, dunque, come la prima di una lunga serie per cui il capo della diplomazia americana dovrà posare per ammorbidire, calmare, ricucire con tantissimi leader mondiali. Posizione molto inusuale per l’altera signora, che per la prima volta si trova a essere non giudicante ma giudicata. In quanto capo del Dipartimento di Stato è su di lei infatti che una parte consistente della tempesta Wikileaks si scarica. Sua in particolare è forse la più discussa direttiva finora scoperta: la richiesta a tutti i diplomatici americani nel mondo di ‘raccogliere informazioni’ dettagliate, incluse quelle ‘biometriche’ su vari leader politici. Fra questi i rappresentanti all’Onu delle maggiori nazioni, Russia, Cina, Francia, e persino l’alleatissima Inghilterra, incluso il segretario generale Ban Ki-moon; ma anche i leader palestinesi di Fatah e di Hamas. Naturalmente, i diplomatici hanno sempre raccolto informazioni, ma in questo caso c’è un salto di qualità tale da far parlare di spionaggio. Quello che Hillary chiede ai suoi uomini e donne, in un ordine di servizio dall’inquietante titolo di ‘national human intelligence collection directive’, è di ottenere orari di lavoro, mail, numeri di fax, cellulari, linee private, diverse identità web, password, carte di credito, numero di tessere da ‘frequent flier’, e persino informazioni ‘biometriche’, cioè Dna, impronte digitali e impronta dell'iride. Per il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon la Clinton chiede anche dettagli ‘sullo stile di gestione e sulla sua reale influenza dentro il Segretariato’. È un approccio ai limiti della legalità internazionale, come si può capire, che ha già creato forti tensioni nel Palazzo di Vetro. E la responsabilità pare essere davvero tutta della Clinton. Se è vero, infatti, che questa richiesta di informazioni è il proseguimento di una politica avviata da Condoleezza Rice, l'attuale Segretario ha portato l’operazione a un maggiore livello di profondità e di integrazione con il lavoro delle altre agenzie, creando un legame, oltre che con la Cia, anche con il Secret Service Us,e con l’Fbi. Al di là delle decisioni generali attribuibili a tutto il governo di Washington, da Wikileaks emergono bene, insomma, il pugno di ferro, il decisionismo e una certa mancanza di scrupoli con cui ‘la donna più potente del mondo’ ha gestito finora il suo potere. Quanto peserà ora nelle relazioni internazionali una Hillary a cresta bassa, è tutto da vedere”.

5. Berlusconi: caso chiuso, opposizione provinciale

Roma -“Con le parole della signora Clinton per me il caso è chiuso. L’opposizione provinciale e anti-italiana è servita’. E nell’opposizione ci mette pure Fini, che si accredita come il ‘pupillo’ dell’Amministrazione americana. Silvio Berlusconi gongola. Il primo giorno al summit Osce - scrive Amedeo La Mattina in un retroscena sulla STAMPA - gli riserva la graditissima sorpresa di Hillary Clinton che, formalmente, prende le distanze dalle rivelazioni di Wikileaks. I dispacci della diplomazia americana partiti da Roma descrivono il nostro premier come ‘vanitoso’ e ‘debole politicamente e fisicamente, assiduo frequentatore di feste selvagge’. Cose ancor più delicate: sospetti sull’amicizia con il premier russo(‘Berlusconi sembra il portavoce di Putin’, ha scritto la numero due dell’ambasciata Usa Dibble). Guarda caso proprio domani il Cavaliere tornerà ad incontrare il suo ‘amico-strategico’ a Soci per rafforzare l’asse Roma-Mosca. Ma l’attestato di stima che gli è venuto dalla Segretaria di Stato serve ad archiviare il più presto possibile l’incidente Wikileaks. Del resto, ‘un alleato come l’Italia in Afghanistan non si può perdere’, osserva con realismo uno dei collaboratori al seguito del premier. La Clinton sta cercando di neutralizzare la pirateria di mister Assange, di recuperare i rapporti con i governi amici, quella che a Washington definiscono un’operazione di ‘damage control’. E ieri per Berlusconi, in una città sotto una bufera di neve, il calore diplomatico della Clinton è stato un toccasana politico. Era girata voce che l’incontro tra i due fosse stato sollecitato da parte italiana, ma non c’è alcuna conferma di ciò. Anzi, lo staff berlusconiano ha spiegato che ora è soprattutto americano l’interesse a mostrare grande amicizia. Del colloquio che si è svolto a margine del vertice si è voluto far sapere che la Clinton si è soffermata su un aspetto personale: ha infatti ricordato quando, in veste di First Lady, venne a Napoli nel ‘94 per partecipare al G8 insieme al presidente Bill Clinton. Dunque una lunga conoscenza, una ‘simpatia personale’ con Berlusconi che si salda con storici rapporti tra Paesi. Lunghe relazioni, ha detto la signora della diplomazia americana, che non possono essere scalfite da segnalazioni di ambasciata: ‘Non rispecchiano né la mia opinione né tantomeno quella del presidente Obama’. Berlusconi ha ascoltato e ha ringraziato: ‘Non avevo dubbi. Per me il caso è già chiuso’. Il Cavaliere, che fa buon viso a cattivo gioco, può spendere questo successo di immagine. Anche con la Russia, ricordando che proprio Obama gli avrebbe riconosciuto il ruolo positivo nell’aver avvicinato Mosca a Washington. Tanto che lo stesso Presidente Usa avrebbe chiesto al nostro premier di spiegargli la mentalità di Putin. In tutto questo c’è molta propaganda, naturalmente: il Cavaliere sa bene quanta diffidenza statunitense ci sia nei suoi confronti sulle vicende del gasdotto South Stream e dei rapporti con Gazprom. Affari, gas e petrolio per la nostra Eni che non mancano nemmeno qui in Kazakhstan il cui presidente a vita Nursultan Nazarbayev è un altro amico di Berlusconi. Ieri sera, nella cena ufficiale, il Cavaliere ha elogiato l’efficienza del governo kazako: ha detto di essere ‘impressionato e colpito’ dall’organizzazione del summit Osce e dal fatto che la capitale Astana sia sorta dal nulla in 10 anni. Le parole della Clinton fanno molto gioco al premier italiano sul fronte interno, man mano che si avvicina il voto del 14 dicembre. In vista del giro di boa che per lui può rivelarsi mortale, Berlusconi ha confidato che le dichiarazioni della signora americana servono a smentire e spazzare via ogni strumentalizzazione della sinistra e di Fini. Il quale si sarebbe vantato di avere rapporti privilegiati con Washington; e i suoi uomini metterebbero in giro la voce che oltreoceano vorrebbero Fini a Palazzo Chigi. Quanto all’opposizione che attribuisce a lui il danno di immagine che subisce l’Italia all’estero, eccoli serviti. ‘Purtroppo abbiamo un'opposizione che non perde occasione per dimostrare il suo livore anti-italiano. Ora sono rimasti ammutoliti’”.

6. Camera chiusa fino alla fiducia

Roma -“Dieci giorni di tregua parlamentare, con la Camera chiusa il 3 dicembre e riaperta lunedì 13, giorno delle comunicazioni del presidente del Consiglio prima del voto di fiducia del 14 - scrive LA STAMPA -: alla riunione dei capigruppo i finiani accettano la richiesta avanzata da Cicchitto del Pdl di sospendere i lavori la prossima settimana. Con il risultato di rinviare i voti sulle mozioni di sfiducia Pd-Idv a Bondi e Calderoli e sullo spinoso tema del pluralismo in Rai. Tre nodi che potevano trasformarsi in altrettante sconfitte per la maggioranza, in balia ogni giorno degli agguati studiati dai finiani in tandem con le opposizioni. Il Pd fa la voce grossa, con Franceschini che avrebbe preferito ‘andare avanti per assestargli altri due o tre colpi prima del 14 dicembre’, ma in realtà non batte i pugni sul tavolo, perché sa che gli alleati del campo avverso sono alacremente al lavoro. Intesa Fini-Casini-Rutelli Insomma, dietro la commedia delle parti, che fa apparire il congelamento della guerriglia ad opera dei finiani come un arretramento, in realtà la crisi accelera: l’Udc ha dato mandato al suo leader di presentare la sua mozione di sfiducia nei modi che ‘riterrà più opportuni’. E stamane si terrà quel vertice tanto atteso tra Fini, Casini e Rutelli in cui i tre leader potrebbero concordare di dare mandato ai capigruppo di cominciare a raccogliere le firme per la presentazione di una mozione comune di sfiducia al premier. Un incontro cui parteciperanno anche i liberaldemocratici di Tanoni e gli esponenti dell’Mpa per sancire se possibile un accordo nel terzo polo che, unito, somma un’ottantina di deputati. Il problema sta anche nei numeri: per presentare una mozione ci vogliono almeno 63 firme, il 10 per cento dei componenti dell’assemblea, fa notare Bocchino, che tira ancora il freno per calmare le “colombe”: tranquilli, ‘decideremo il 13 dicembre’. Riforma Gelmini a rischio E se questa pausa nelle ostilità evita al Pdl il Vietnam quotidiano in aula (anche ieri per un soffio si è evitato un incidente sui poteri speciali ai sindaci nel decreto sicurezza), ancora una volta si trasmette l’immagine di un Parlamento paralizzato per le esigenze della politica. Tanto più che ben altra carne viene congelata: le mozioni sul fisco del Pd e la proposta di legge costituzionale per la soppressione delle Province, un tema molto sensibile sul nodo sempre aperto dei costi della politica. E anche se il vicecapogruppo del Pd in Senato Zanda definisce la chiusura della Camera ‘un atto di scadimento del Parlamento’, pure Palazzo Madama è paralizzato: alla richiesta della maggioranza di procedere con l’esame della riforma Gelmini subito dopo il varo della manovra, la Finocchiaro risponde no, minacciando l’ostruzionismo e di ‘far saltare ogni accordo sul ddl di stabilità’. Perché il calendario era frutto di un’intesa bipartisan per mettere al riparo i conti pubblici e le opposizioni non vogliono che il governo ne approfitti per far passare una riforma così osteggiata. ‘Ma è urgente approvarla - avverte la Gelmini - altrimenti sono a rischio concorsi e finanziamenti’. La rabbia del premier Non sorprende dunque che Berlusconi voglia dare l’impressione di ‘un governo del fare’ opposta a quella di una politica che spreca tempo in ‘chiacchiere’, perché ‘noi andiamo avanti e lasciamo agli altri le manovre e gli agguati di Palazzo. E se il 14 dicembre non avremo una fiducia forte e consistente, saranno usate tutte le nuove tecnologie in campagna elettorale’. Il suo alleato più fedele, Bossi, si dice convinto che ‘il governo prenderà la fiducia tranquillamente’, malgrado le manovre in corso dei finiani: ‘Ognuno sceglie di morire come vuole’, taglia corto il Senatùr. Ma dalle parti del Fli tira vento di tempesta: ‘Il Berlusconi quater è finito’, sentenzia Della Vedova. E quando si domanda a Granata perché Fli abbia accettato la tregua, la risposta è una scrollata di spalle: ‘Che motivo abbiamo di fargli dispetti fino a quando voteremo la sfiducia?’”.

7. Università, Gelmini: subito la riforma o saltano i fondi

Roma -“Il governo e la maggioranza premono per approvare definitivamente la riforma dell’Università prima del 14 dicembre, giorno in cui Silvio Berlusconi si presenterà in Parlamento per chiedere la fiducia. Dopo il ‘sì’ della Camera di due giorni fa - scrive il CORRIERE DELLA SERA -, stamattina la conferenza dei capigruppo deciderà quando mettere il ddl Gelmini all’ordine del giorno del Senato. E sarà un braccio di ferro. Anna Finocchiaro - presidente dei senatori pd - vuole che la questione venga discussa dopo il 14 dicembre. ‘Altrimenti - avverte - facciamo saltare l’accordo sulla legge di Stabilità’, cioè la decisione di approvare la Finanziaria prima del dibattito sulla fiducia al governo, come chiesto dal capo dello Stato. Ma la maggioranza vuole chiudere prima, anche perché nessuno sa se dopo il voto di fiducia il governo ci sarà oppure no. Per questo il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini dice che ‘l’approvazione è urgente, altrimenti sono a rischio concorsi e finanziamenti’. Cosa salterebbe senza il via libera alla riforma che studenti e ricercatori continuano a contestare? Non partirebbero i concorsi per professori associati (4.500 in tre anni) infilati nel disegno di legge per provare a placare la protesta dei ricercatori, anche se in ogni caso bisognerà aspettare i decreti attuativi. Non si potrebbero bandire nemmeno i concorsi per ricercatori, visto che le regole in vigore scadono alla fine del 2010, cioè fra un mese, e la maggioranza ha bocciato la proposta del Pd di prorogarle in attesa di quelle nuove. Non ci sarebbero nemmeno gli scatti di merito che, su proposta del gruppo dei finiani, prenderebbero il posto di quelli di anzianità già cancellati fino al 2013. In realtà in gioco ci potrebbe essere ancora di più. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha detto più volte che il sistema delle università sarebbe stato rifinanziato a patto di approvare la riforma. Nella legge di stabilità, per gli atenei, c’è un miliardo di euro che non elimina i tagli già decisi in passato ma che è necessario per tenere in piedi il sistema. Cosa succederebbe ai fondi per l’Università se si dovesse votare la legge di stabilità prima della riforma? Sensibile a questa pressione il presidente della Crui, la conferenza dei rettori, torna a far sentire la sua voce a sostegno dell’approvazione: ‘Suscita allarme ed apprensione - dice Enrico Decleva - il fatto che il dibattito possa slittare. Si può solo fare appello al senso di responsabilità di tuttii gruppi politici’. Una posizione che, come già avvenuto più volte in questi giorni, viene condivisa dalla presidente di Confindustria: ‘Il senso dell’interesse generale - dice Emma Marcegaglia - deve prevalere sulle litigiosità e sui calcoli politici. La riforma deve seguire un percorso veloce e diventare subito legge’. Ma siamo ancora al muro contro muro. I sindacati e le associazioni dei ricercatori continuano a chiedere il ritiro della riforma, come chi ancora ieri ha manifestato in piazza. Al ritiro non crede nessuno ma adesso la partita si gioca tutta sui tempi. Se il Pd dovesse insistere per far discutere il ddl Gelmini dopo il 14 dicembre, la maggioranza non esclude di mettere la fiducia sulla legge di Stabilità. Così farebbe cadere tutti gli emendamenti e accorcerebbe i tempi del dibattito. Con il risultato di aprire una nuova finestra nel calendario dei lavori dove infilare la riforma dell’Università prima del voto di fiducia sul governo. Per recuperare qualcosa sul calendario è possibile che il Senato lavori anche l’8 dicembre, festa dell’Immacolata. Oggi la conferenza dei capigruppo discuterà di calendario e precedenze ma è chiaro che sul tavolo non c’è solo la riforma dell’Università. E la questione da accademica è diventata tutta politica”.

8. Berlusconi-Putin, ecco il dossier sul gas

Roma -“Vladimir Putin al centro del sistema di corruzione russo, basato su una gestione personalizzata delle risorse energetiche che ruota attorno a una società svizzera ed ha come interlocutore anche Silvio Berlusconi. Questo - scrive LA STAMPA - emerge dai nuovi dispacci diplomatici Usa resi pubblici da Wikileaks che parlano di ‘gravi episodi di corruzione nel potere russo’ riportando i commenti di diplomatici americani a Mosca su legami fra il ‘potere politico’ e il ‘crimine organizzato’ riferendosi in particolare al ruolo del sindaco di Mosca, Yuri Luzhkov, che in settembre ha dato le dimissioni. In uno dei dispacci Luzhkov viene accusato di gestire la municipalità ricorrendo a ‘criminali ordinari e ispettori corrotti’. L’accusa a Putin è di essere al centro di questo sistema di potere fondato su ‘un oligarchia gestita dai servizi segreti’ facendo leva sulle immense risorse nazionali, a cominciare da petrolio e gas. Ed è in tale contesto che si parla dei rapporti con Berlusconi. All’origine del dispaccio in questione c’è un incontro avvenuto a Mosca fra un diplomatico italiano ed uno americano. È l’italiano a parlare di ‘esasperazione’ per gli ‘stretti rapporti’ fra i due leader: ‘Berlusconi e Putin hanno una linea diretta, il ministero degli Esteri italiano e l’ambasciata italiana a Mosca apprendono solo a posteriori le conversazioni’ e ‘solo dopo che sono avvenute’ senza peraltro ‘entrare nei dettagli’. L’impressione dell’americano è che Berlusconi tratti con Putin scavalcando lo Stato italiano e il suo interlocutore lo conferma: ‘La relazione che hanno non è l’ideale dal nostro punto di vista e può provocare più danni che benefici ma a volte è utile’. Il riferimento è all’intervento di Berlusconi nella trattativa per vendere a Gazprom il 20 per cento delle azioni di Gazpromneft detenute dall’Eni: ‘Gazprom insisteva per pagare le quote un prezzo inferiore a quello del mercato ma alla fine fece marcia indietro per le pressioni di Berlusconi su Putin’ spiega la fonte italiana. Washington sospetta che Putin conduca simili trattative non tanto per conto di Mosca quanto a favore di propri investimenti, come la società svizzera Gunvor, la cui specializzazione è nel trading petrolifero: ‘Una delle fonti della misteriosa ricchezza di Putin’ sostiene un documento. Un altro aspetto dei rapporti Berlusconi-Putin emerge da un telegramma datato 26 gennaio 2009 e firmato dall’allora ambasciatore Usa a Roma Ronald Spogli nel quale si legge: ‘L’ambasciatore georgiano a Roma ci ha detto che il suo governo crede che Putin abbia promesso a Berlusconi una percentuale dei profitti di ogni gasdotto Gazprom costruito assieme all’Eni’. La figura chiave nelle relazioni fra i due leader è Valentino Valentini, ‘l’uomo ombra che viaggia in Russia diverse volte al mese e sovente appare vicino a Berlusconi quando incontra altri leader mondiali’. È lui, deputato del Pdl e consigliere diplomatico del premier, ‘l’uomo che cura - secondo il cablo di Spogli - gli interessi di Berlusconi in Russia’. Dai cablo emerge anche una scarsa considerazione nei confronti del ministro Frattini: ‘Ha risorse ed esperienza scarse - scrive Spogli -, è largamente considerato solo il portavoce della politica russa di Berlusconi’. Dubbi americani anche sui giornalisti italiani: ‘C’è il sospetto che l’Eni abbia dei giornalisti sul proprio libro paga - si legge in altro cablo -. E i membri di ambedue gli schieramenti ci hanno detto che è uno dei maggiori contribuenti finanziari di diversi think-tank’”.

9. WikiLeaks, tutto il mondo a caccia di Assange

Roma -“Per l’America Julian Assange è ormai a tutti gli effetti un terrorista. Nella prima mossa intrapresa di persona - scrive LA REPUBBLICA -, quattro giorni dopo l’inizio della clamorosa fuga di notizie, il presidente Barack Obama ha nominato il numero due del National Counterterrorism Center, Russel Travers, a capo dell’Interagency Policy Committee for Wikileaks. La task force avrà il compito di ‘individuare e sviluppare le riforme strutturali necessarie alla luce della fuga di notizie di WikiLeaks’. Ma la nomina di Travers significa che la Casa Bianca, che aveva già definito ‘gravi crimini’ quelli dell’hacker australiano, ha deciso appunto di trattare il caso come terrorismo. Peccato solo che per gli americani che lo accusano di spionaggio, e gli australiani pronto a metterlo in galera per piccoli crimini legati al web, le vie per prendere Assange passino per ora da quell’avviso rosso che ha fatto scattare la caccia all’uomo in tutto il mondo. Per crimini sessuali commessi in Svezia. Anzi, come ricorda il New York Times, il giornale che pubblica negli Usa i file di Wikileaks, ‘per due preservativi rotti’. Perché questa è l’accusa di due donne: non essersi fermato, per due volte, in un atto dapprima consensuale e poi diventato stupro di fronte agli inutili appelli quando, in un caso e nell’altro, i condom si sarebbero rotti. Assange ha contestato la ricostruzione appellandosi alla Corte suprema svedese. Ma ormai è troppo tardi. La polizia inglese, uno dei 188 paesi che aderiscono all’Interpol, ricorda che "l’avviso rosso" ricevuto non è una richiesta d’arresto e la caccia, teoricamente, non è scattata: ‘Non abbiamo segnalazioni di Julian Assange a Londra’ dice Scotland Yard ‘ma se le avremo lo troveremo e lo estraderemo’. Fosse facile. Julian Assange ‘è in una località segreta nelle vicinanze di Londra insieme ai suoi hackers e ai fedeli di WikiLeaks’ dice l’inglese The Guardian. Julian Assange è nascosto a Mosca, Julian Assange è nascosto all’Avana, suggerisce il tam tam sul web che raccoglie le ultime dichiarazioni dello stesso fondatore di Wikileaks, che aveva ipotizzato la fuga ‘preoccupato dalle attività degli inglesi e degli americani’. I cellulari dei suoi due più fedeli collaboratori sono spenti: una segreteria avverte che sono ‘fuori dall’Inghilterra’. A Londra il capo di WikiLeaks era arrivato a settembre. Per sfuggire all’arresto svedese, dopo aver fatto base a Stoccolma proprio per la legislazione libertaria in fatto di web. Ma soprattutto per organizzare la pubblicazione dei cable dello scandalo: ‘sviluppando’, scrive il New York Times ‘stretti contatti con il giornale The Guardian’. E a Londra Assange ha dato appuntamento a un cronista americano che voleva intervistarlo: ‘Ti aspetto a gennaio’. Ricercato in tutto il mondo, in un posto sicuramente Julian Assange non c’è. Da ieri, i file di Wikileaks non sono più ospitati sui server virtuali di Amazon: la compagnia di Jeff Bezos ha accolto il pressing degli Usa che non potevano tollerare la beffa del nemico rifugiatosi nel web americano. ‘Se Amazon non si trova a suo agio con il primo emendamento’, quello sulla libertà d’espressione ‘forse dovrebbe uscire dal business dei libri’ rispondono gli uomini di Assange. ‘La verità verrà fuori contro ogni tentativo di annichilirci: siamo diventati il primo Samizdat globale’. Che con i server bloccati, ormai vola quasi solo su Twitter”.

10. Quirinale a Csm: più cautela nel difendere i pm

Roma -“Uno strumento del quale - secondo alcuni - negli ultimi anni si è abusato, inflazionandolo. Un ‘istituto’ - scrive il CORRIERE DELLA SERA - cui la magistratura è spesso ricorsa anche per casi piuttosto generici, in risposta a quelli che si potrebbero definire rumori di fondo più che accuse mirate a singole persone. Un mezzo di difesa che in qualche circostanza si è rivelato motore di nuove polemiche. Sono questi gli snodi critici delle cosiddette ‘pratiche a tutela’, sulle quali il presidente della Repubblica ha lanciato ieri un richiamo affinché siano rispettati limiti istituzionali e sobrietà da parte del Csm. Lo ha fatto con una lettera inviata al suo vice a Palazzo dei Marescialli, Michele Vietti, in replica alla nota indirizzatagli da alcuni consiglieri laici espressione della maggioranza (Marini, Brigandì, Palumbo, Romano e Zanon) che, manifestando ‘vivo sconcerto’, avevano chiesto un suo intervento il 9 novembre scorso. Quel giorno i giornali riferirono di una spaccatura nell’organo di autogoverno dei giudici a proposito di una pratica a tutela per Fabio De Pasquale, pm nel processo Mills che vede Berlusconi imputato e che era stato oggetto di pesanti insulti (‘famigerato’) da parte del premier il 3 ottobre durante una festa del Pdl, nella quale le toghe furono definite una ‘associazione a delinquere’. La pratica per De Pasquale, chiesta dai consiglieri togati, era stata invece aspramente contestata dai laici eletti dal centrodestra. Scrive ora Giorgio Napolitano, esprimendo il proprio allarme: ‘In una delicatissima fase della vita istituzionale, la mia responsabilità di capo dello Stato deve prevalere rispetto a interventi su questioni che riguardano la dialettica interna al Consiglio. Mi appello perciò al senso di responsabilità di tutti invitando al riserbo, ad evitare il verificarsi di situazioni che possono creare inopportune tensioni’. Temi ‘delicati e complessi’, spiega i l presi dente, quelli ‘delle pratiche a tutela e delle anticipazioni di stampa su procedure consiliari non ancora definite’. Temi, ricorda, su cui a suo tempo ‘intervenne più volte il vicepresidente del Csm Nicola Mancino’. Tanto che a suo avviso si ‘potrebbe rendere opportuna l’introduzione, nel regolamento interno, di ulteriori, specifiche previsioni che modifichino l’attuale disciplina, al fine di scongiurare questo grave inconveniente’. Lo stesso Napolitano, aggiunge la lettera, aveva già ‘espresso perplessità sulla natura e sull’efficacia di un istituto che si risolve in una dichiarazione unilaterale esposta al rischio di un’ulteriore spirale polemica’. Proprio per questo, fin dai suoi primi interventi al Consiglio superiore, il capo dello Stato aveva ‘invitato a una riflessione sui limiti dell’istituto e sulla necessità di un’espressa disciplina’. Un invito, conclude, al quale aveva fatto seguito, nel 2009, ‘l’inserimento nel regolamento interno di un’apposita norma, che gli stessi firmatari della nota potranno eventualmente proporre di sottoporre a revisione’. In definitiva: nessuna bocciatura all’’istituto’, ma il suggerimento a utilizzarlo con serenità e responsabilità, oltre lo spirito di difesa corporativa, dato il ‘delicatissimo’ momento. Perché - si sottolinea - il Csm deve ‘svolgere esclusivamente le alte funzioni attribuitegli dalla Costituzione’. Astenendosi quindi da iniziative che possano avere un’impronta politica e che in quanto tali ‘alimentano polemiche dannose per le istituzioni’. Una linea largamente lodata dal Pdl. Fabrizio Cicchitto ha parlato di ‘considerazioni molto ragionevoli’”.

 11. Pd, Marini: se entra Vendola il partito è finito

Roma -‘L’aggressione speculativa all’Italia ci sarà di certo, se si va alle elezioni. Dobbiamo puntare a un governo di responsabilità nazionale, anche guidato da una personalità del centrodestra. E il Pd deve essere all’altezza della situazione. Purtroppo è ammalato del virus della vanità, dell’io che prevale sul ‘noi’ e dell’amore sviscerato per il palcoscenico...’. Franco Marini - intervistato dalla REPUBBLICA - aggredisce i problemi. L’ex presidente del Senato da tempo non interviene nel dibattito politico. Ma ora, alla vigilia della sfiducia a Berlusconi, denuncia qualche ‘sbandamento’ di troppo nelle file democratiche. Senatore Marini, ma lei è allarmato perché torna la pace tra D’Alema e Veltroni? ‘Per me si possono pure amare, a patto che nessuno cambi le scelte fatte tutti assieme. Sento parlare di ‘rifondare il Pd’, imbarcando Vendola. È il tuffo in un passato remoto, uno sbandamento. Se qualcuno coltiva davvero questa idea la declassi a nostalgia del Pci altrimenti offre un segnale di fine dell’esperienza dei Democratici’. Minaccia di lasciare il Pd, se c’è un allargamento a sinistra? ‘Io lo voglio rafforzare il Pd. Ci ho creduto molto e ci credo ancora, ritenendolo una necessità della politica italiana. Dico che si aprirebbe un fronte assai caldo all’interno del partito perché significherebbe rinnegare la scelta fondativa di centrosinistra. Non lo dico da ex dc o da popolare, ma da riformista. Un partito riformista che coniughi libertà economica e giustizia sociale e che si contrapponga a un partito conservatore è nella logica della democrazia dell’alternanza. Il ‘pilastro Vendola’ chiude la possibilità di espansione verso i ceti moderati che, malgrado la crisi, sono per la loro estensione fondamentali per assegnare la responsabilità di governare. I nostri ‘nostalgici’ guardino all’esperienza delle socialdemocrazie europee dove non si corre dietro ai vari radicalismi per poi allearsi con i moderati sul mercato. È nella natura del partito riformista includere direttamente ampie fasce della rappresentanza sociale’. In un momento drammatico dal punto di vista economico-sociale, con in più lo stravolgimento compiuto da WikiLeaks - il Pd guarda al proprio ombelico? ‘Il Pd ha contratto un virus che si manifesta con il prevalere dell’io sul ‘noi’. Noi siamo una forza collettiva: nessuno vuole cancellare le individualità ma una parte dei dirigenti non schioda dall’io e dall’amore sviscerato per il palcoscenico. Questo è il male dei Democratici e Bersani mi piace perché parla della ditta, in modo forse un po’ rustico ma la ditta è ‘noi’. E parla del merito dei problemi. Un partito riformista è indispensabile perché se no i moderati sono risucchiati dalla destra e per riportare al centro il problema dell’eguaglianza’. La maggioranza si frantuma però questo Pd non ne trae vantaggio? ‘Lo dice qualche sondaggio. Ma il Pd ha contribuito alla crisi del centrodestra. C’è un fallimento vero del governo che ha avuto una maggioranza mai avuta da altri’. Siamo allo showdown del berlusconismo? ‘Penso che la fase di questo governo sia finita. Dobbiamo essere consapevoli dei rischi per l’economia italiana perché la Ue ci chiederà interventi drastici per ridurre il debito. Abbiamo centinaia di migliaia di cassintegrati con cassa integrazione in deroga che non è detto possano rientrare al lavoro. Ci vuole un governo di larga responsabilità anche affidato a una personalità del centrodestra’. A Tremonti, a Gianni Letta o a Pisanu? ‘Non spetta a me fare nomi. Se nascerà, sarà un governo di responsabilità con pochi obiettivi: difendere il lavoro, mettere mano a questa montagna di debito pubblico, riattivare la domanda interna, riformare la legge elettorale’. C’è un’Opa ostile di Vendola sulle primarie cittadine, come scrive ‘Europa’? ‘Naturale. Gli abbiamo aperto con le nostre regole un’autostrada. Questo meccanismo va corretto".

12. Monicelli, Napolitano: rispettare la sua volontà 

Roma -“Al rione Monti, nel quartiere tra Colosseo e Fori Imperiali dove ha vissuto per decenni, sulle note di ‘Bella ciao’ e ‘Brancaleone’, gli abitanti che lo amavano lo salutano con una commossa cerimonia laica cui partecipano persino le campane della chiesa del quartiere, ‘perché erano anche sue’, dice il parroco. Più o meno alla stessa ora - ricorda LA STAMPA -, a ricordare con un applauso Mario Monicelli, il grande regista che si è tolto la vita lunedì sera lanciandosi dalla finestra della sua stanza d’ospedale, è anche l’Aula della Camera: un addio che però, nei palazzi della politica, riesce a trasformarsi in polemica sul diritto a morire. Tanto che è il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, mentre rende omaggio al feretro alla camera ardente della Casa del Cinema, a invocare rispetto: ‘Mario Monicelli se ne è andato con un’ultima manifestazione forte della sua personalità, un estremo scatto di volontà che bisogna rispettare’. A Montecitorio, all’inizio dei lavori, prende la parola Walter Veltroni per ricordare l’autore di ‘Amici miei’, ‘un uomo dalla schiena dritta’ che ‘non avrebbe sopportato parole tristi e di maniera’. Un artista che ‘ha vissuto, non si è lasciato vivere e non si è lasciato morire, ha deciso di andarsene’, ricorda. A quel punto interviene la radicale Rita Bernardini, per chiedere che l’assemblea ragioni sulla ‘dolce morte’: ‘Almeno una riflessione il maestro Monicelli ce la impone con il suo gesto’. Ecco fatto: evocata l’eutanasia, il ricordo lascia il posto alla discussione. ‘Basta, per piacere, con spot a favore dell’eutanasia partendo da episodi di uomini disperati, perché Monicelli era stato lasciato solo da famiglia e amici e il suo è un gesto tremendo di solitudine, non di libertà’, sbotta Paola Binetti, Udc ex Pd. A ruota intervengono in tanti: attacca ‘l’elegia del suicidio da parte di Rita Bernardini’ il Pdl Enrico La Loggia. ‘Penso che il rispetto nei suoi confronti lo si manifesti solo evitando di interpretare e utilizzare nella polemica pubblica la sua tragica uscita di scena’, dice il sottosegretario Eugenia Roccella. Mentre i deputati si accapigliano sul diritto alla dolce morte, a pochi chilometri da piazza Montecitorio centinaia di persone, vip e gente comune, tantissimi ragazzi, affollano la Casa del Cinema per salutare il maestro. Lo ricorda con affetto il sottosegretario Gianni Letta, ‘mi dispiace che una persona che ha dato tanto agli altri, che ha fatto tanto ridere e sorridere, se ne sia andato tanto tristemente, in maniera amara’, ma ‘mi attengo all’invito del Presidente della Repubblica, ci vuole rispetto’. Tra gli altri sfilano Giuliano Montaldo, Francesca Archibugi, Athina Cenci, Sergio Rubini. ‘Non se ne è andato, ha deciso di andarsene - ricorda Paolo Villaggio -. A 95 anni ha detto: la morte me la decido io nel modo migliore. Vorrei avere io il suo coraggio’. ‘Non sono per nulla triste, anche perché Mario Monicelli non è morto affatto. Anzi è uno che ha scelto anche come morire, in maniera spavalda, com’era lui’ spiega Ettore Scola. ‘Nel suo caso non si tratta di eutanasia: è stata una scelta di uscire di scena così, perché ormai era arrivato a un punto in cui non riusciva più a vivere con se stesso. La cosa mi ha molto intenerito’, confida Pupi Avati. A dare una riposta alla polemica politica interviene il medico curante, Danilo Nuccetelli, ricordando che ‘Monicelli non era solo né abbandonato dalla famiglia: i politici, da una parte e dall’altra, in particolare la Binetti, farebbero bene a lasciarlo in pace’”.

13. Pompei, tre crolli in 24 ore

Roma -“E sono due. Anzi tre. Tanti quanto i muri dell'antica Pompei venuti giù in meno di ventiquattrore - scrive LA STAMPA -. Colpa della pioggia soprattutto, aiutata però anche da anni di mancata programmazione di manutenzione di questo immenso, quanto fragile, patrimonio archeologico. ‘Si tratta di episodi possibili nel corso della vita di un vasto sito archeologico di duemila anni, soprattutto in condizioni climatiche come quelle di questi giorni e che non devono generare alcun allarmismo né casi sensazionalistici’, dichiara la soprintendente Jeannette Papadopoulos, con contratto che scade alla fine dell'anno ma che potrebbe essere sostituita anche nel nuovo giro di nomine previste proprio domani. Due le zone interessate dai cedimenti: un muro alto due metri di una bottega in via Stabiana, nella zona dei teatri, e la parete d'accesso di un ambiente laterale del ‘piccolo lupanare’, un edificio chiuso al pubblico alle spalle Casa del Centenario. Il tutto sarebbe stato causato dalla perdita di coesione della malta antica, facilitata dalle intense piogge di questi giorni, anche se nel primo caso la stabilità del muro è stata minata pure da una grossa radice che ha fatto capolino dal terreno. Entrambe le zone sono state transennate per permettere i primi interventi. Successivamente sono intervenuti i carabinieri che hanno sequestrato le aree, così come ordinato dalla Procura di Torre Annunziata. Il nastro rosso e bianco sta diventando un orpello abbastanza diffuso in tutta l'area degli scavi. Sulla Campania cade da 15 giorni una pioggia quasi ininterrotta ed i rischi per i reperti dell'area archeologica di Pompei aumentano. E la manutenzione? La Pompei antica sorge su un'area di circa 66 ettari: 44 sono stati riportati alla luce, 22 no. Nove macroregioni divise in isolati che contano in totale 1500 ambienti, spesso solo un perimetro delimitato da mura. Il tutto sotto la sorveglianza di 4 architetti e 3 assistenti addetti alla manutenzione. Tanto che le uniche segnalazioni sullo stato di conservazione - e spesso sugli avvenuti crolli - vengono effettuate dai custodi che durante i loro giri di ronda annotano lo stato del bene archeologico. ‘Avevamo una manodopera specializzata, non esiste più. La carenza di personale è paurosa. Non abbiamo più restauratori. - accusa Antonio Pepe, del coordinamento Cisl dei siti archeologici di Pompei - Pompei incassa 24 milioni di euro all'anno e potrebbero bastare per la manutenzione del sito, ma i soldi finiscono alla Soprintendenza di Napoli che li usa per gli interventi su tutta l'area napoletana’. ‘Qui i muri crollano da anni - incalza Antonio Irlando, responsabile di Osservatorio Patrimonio Culturale e autore di numerose pubblicazioni sul sito archeologico - ma adesso la Procura di Torre Annunziata vuole sapere di ogni pietra, ed ecco che questo tipo di notizie si moltiplicano’. Dobbiamo preoccuparci? ‘Interi gruppi di case sono a rischio - continua Irlando - ma non sono solo i muri a preoccupare, ma anche l'intonaco decorato che sta cadendo a pezzi. La situazione è drammatica’. Il ministro per i Beni culturali Sandro Bondi se da un lato respinge le accuse di Pd e Idv, dall'altro è al lavoro per la costituzione della Fondazione che avrà il compito di gestire e valorizzare il sito di Pompei con enti locali e istituzioni private. E mentre il medico studia, il malato muore. E anche stanotte su Pompei la pioggia continua a cadere”.

14. Omicidio Sandri, per i giudici fu volontario

Roma -“La corte d’appello di Firenze ha condannato ieri pomeriggio l’agente di polizia Luigi Spaccarotella a nove anni e quattro mesi di reclusione - scrive LA REPUBBLICA - per l’assassinio del ventiseienne tifoso della Lazio Gabriele Sandri. Omicidio volontario, sentenziano dunque i giudici di secondo grado, e non semplice omicidio colposo come scrisse invece la corte aretina. Brusii e lacrime di commozione dei genitori alla lettura del verdetto, e non la rabbia, le invettive e le minacce ai giudici che accolsero come fosse un’assoluzione la condanna per omicidio colposo della corte d’assise di Arezzo nel luglio 2009. Gli amici, gli ultras della Lazio, stavolta hanno aspettato fuori dall’aula per poi salutare l’uscita dei familiari con un lungo applauso e altrettanto lunghi abbracci. Spaccarotella, che sparò da un’area di servizio all’altra dell’autostrada del Sole pensando di fermare così il gruppetto di tifosi biancocelesti dopo uno scontro con supporter juventini, è stato condannato per omicidio volontario, con le attenuanti generiche e la riduzione di un terzo della pena per la richiesta di rito abbreviato presentata ma non accolta in primo grado (l’accusa aveva chiesto 14 anni di reclusione). Secondo il pm Giuseppa Ledda e il procuratore generale Aldo Giubilaro, Spaccarotella non voleva uccidere quando l’11 novembre 2007, nell’area di sosta di Badia al Pino, esplose il colpo che raggiunse al collo Sandri seduto in auto, ma sparando accettò coscientemente il rischio di ammazzare. Dolo eventuale, dunque. E quindi omicidio volontario. ‘È una giustizia che era dovuta - ha commentato Giorgio Sandri, il padre di Gabbo, cercando di trattenere l’emozione - Oggi sono orgoglioso di essere italiano, ringrazio i ragazzi che ci hanno sostenuto in tutto il Paese’. La madre Daniela, che ha deciso di restare in piedi tra il pubblico durante la requisitoria della difesa, è scoppiata a piangere alla lettura del verdetto: ‘È stata fatta giustizia, provo pietà per Spaccarotella che per noi non ha mai avuto gesti di comprensione’. L’agente ieri non era in aula, così come non c’era il 14 luglio 2009 per la sentenza di primo grado. ‘Sono affranto, ma spero ancora’ ha detto in serata al suo avvocato Federico Bagattini dopo aver tenuto spento il telefono per tutto il pomeriggio. ‘È abbattuto, e non soltanto per la sentenza - hanno spiegato i legali - Spaccarotella è sospeso dal servizio e percepisce il salario minimo, circa 600 euro’. Ha annunciato che proporrà ricorso in Cassazione: se non lo facesse finirebbe subito in carcere. La sentenza è stata commentata tra gli altri dal sindaco di Roma Gianni Alemanno (‘è dolorosa ma rende giustizia alla famiglia’), dal presidente della Regione Lazio Renata Polverini (‘è un segnale che va nella direzione che tutti avevamo auspicato’) e da Walter Veltroni, che ha definito il verdetto ‘equilibrato’ e in grado di ristabilire ‘un principio di verità e giustizia’”.

15. Austerity americana: in pensione a 69 anni

Roma -“Quattromila miliardi di dollari di tagli di spesa e maggiori entrate fiscali nei prossimi dieci anni per bloccare l'esplosione del debito pubblico Usa e riportarlo al 60 per cento del Pil entro il 2023. Il piano pubblicato ieri (prima ancora di voltarlo) dalla Commissione ‘bipartisan’ - scrive il CORRIERE DELLA SERA - incaricata da Obama di proporre una ricetta antideficit efficace e percorribile, non verrà di certo recepito per intero e tradotto in legge dal Congresso. I primi a saperlo sono i due copresidenti, il democratico Erskine Bowles e il repubblicano Alan Simpson che, presentando questo documento di 59 pagine, si sono detti consapevoli che da domani un'infinità di ‘lobby’, categorie e gruppi di interesse toccati dalle misure proposte, cercheranno di bloccare tutto. Eppure questo Rapporto sulla Responsabilità Fiscale viene già considerato come uno spartiacque politico, indipendentemente da come voteranno venerdì i 18 commissari. Per obbligare il Congresso a recepire le misure e a voltarle servirebbero 14 ‘sì’, ma si sa già che sei dei membri dell' organismo non sono disposti a sottoscriverne le conclusioni. Tutti, però, concordano sull'analisi iniziale sull'entità e la gravità del fenomeno che deve essere affrontato. È per questo che il rapporto assume fin dal suo titolo - ‘Il momento della verità’ - il valore di un documento storico, di svolta. Da domani nessuno potrà continuare a parlare - come è stato fatto tante volte anche nella recente campagna elettorale - del contenimento del deficit pubblico come di un problema non urgente o che può essere affrontato con misure limitate. ‘Non so quanti voti avremo’ ha detto ieri il democratico Bowles, ‘ma so di certo che da oggi risulta evidente a tutti che il problema è reale, grave e non rinviabile. Che tutte le soluzioni possibile sono dolorose: non abbiamo davanti scelte facili’. Prima erano singoli economisti a sostenerlo. Oggi lo ammette un organismo politico nel quale siedono parlamentari dei due schieramenti, compresi alcuni degli uomini-chiave del partito repubblicano sui conti pubblici. A impressionare non sono tanto le singole misure quanto la massa complessiva di cose che andrebbero fatte per rimettere in ordine la ‘casa fiscale’ degli americani: drastica riduzione delle spese militari, innalzamento dell'età pensionabile a 69 anni (l'ultimo gradino nel 2075), riduzione del 10 per cento del numero di dipendenti federali (senza blocchi del ‘turn over’ ma rimpiazzando, d'ora in poi, solo due impiegati pubblici su tre che escono dai ranghi). E poi, tagli radicali delle spese discrezionali del Congresso, un forte contenimento della erogazioni per la sanità pubblica per gli anziani (Medicare) e un aumento del prelievo fiscale (1.700 dollari l'anno in più per il contribuente medio) come risultante della cancellazione di un gran numero di detrazioni e deduzioni fiscali e di un contenimento delle aliquote fiscali sul reddito (quella federale massima non dovrebbe superare il 29 per cento). Oggi la spesa federale ha raggiunto il 24 per cento del Pil (il livello più elevato dalla Seconda Guerra mondiale) mentre le entrate fiscali sono scese al 15 per cento del reddito nazionale: un livello così basso era stato toccato solo nel 1950. Continuando così, scrivono i commissari, entro 10-15 anni gli Usa si troveranno nelle condizioni della Grecia o dell'Irlanda. Per riequilibrare la situazione le spese dovranno scendere al 22 per cento del Pil e le entrate salire al 21. Un piano che infrange il ‘tabù’ antitasse dei repubblicani che hanno promesso agli elettori ‘Stato minimo’ e pochi tributi (anche se nel piano le entrate salgono riducendo le esenzioni, non con nuovi tributi). Nonostante ciò, le reazioni più dure, per ora, non vengono dai conservatori ma dalla sinistra progressista che non accetta tagli di spesa così drastici: sostiene che sono socialmente insostenibili e rischiano di trascinare il Paese in una fase prolungata di stagnazione-recessione”.

16. Borse ed euro tirano il fiato

Roma -“I mercati tirano il fiato, dopo la tempesta. Euro e Borse recuperano. Si allentano le tensioni sui titoli di Stato. Ma le autorità Ue - scrive LA REPUBBLICA - si stanno attrezzando per fronteggiare il rischio-contagio, sempre presente. In loro soccorso arrivano gli Usa che, preoccupati per i contraccolpi della crisi, si dicono pronti a sostenere il Fondo europeo per la stabilità (Efsf) con denaro contante: le maggiori risorse sarebbero affidate al Fmi; si parla di raddoppiare le disponibilità, fino a 1500 miliardi. Sebbene una nota successiva precisi che ‘al momento’ la questione non è in discussione, un alto esponente del Tesoro americano è già in missione a Madrid, poi andrà a Berlino e Parigi. Contemporaneamente - e proprio sul caso Europa- i ministri finanziari del G20 si riuniscono in teleconferenza: è chiaro che un eventuale contagio sarebbe un problema enorme per l’economia globale. Oggi a Francoforte, vertice della Bce. S’intrecciano mille voci sui mercati, in questo giorno di relativa quiete, tutte connesse con il tourbillon di contatti in corso tra le autorità monetarie. Una ipotizza la possibilità di far intervenire la Cina per acquistare titoli emessi da paesi euro. Un’altra parla di estendere il programma di acquisto di bond dei paesi periferici di Eurolandia da parte della Bce: c’è chi pensa che nuove misure verranno annunciate proprio oggi. Di più: secondo alcuni traders, sarebbero già partite con acquisti ieri di titoli portoghesi e irlandesi. E ancora: non si esclude una emissione di eurobond da parte di diversi paesi membri. E soprattutto, non si esclude che la Bce segua l’esempio della Federal Reserve Usa, comprando titoli e riversando liquidità sui mercati. Giusto ieri la Fed ha avviato una grossa operazione-trasparenza. Ha cioè reso pubblici i nomi dei beneficiari dei fondi erogati durante la crisi finanziaria, con i dettagli di ben 21 mila transazioni: da Goldman Sachs, alla Bce, passando per McDonald’s, Harley Davidson e Caterpillar. Non solo: il suo beige-book conferma che l’economia Usa continua a migliorare e che i consumi vanno meglio. Nel frattempo, in Europa, i paesi colpiti dalla speculazione cercano di correre ai ripari. La Spagna di Zapatero annuncia a sorpresa un nuovo piano anti-crisi che blocca i sussidi di disoccupazione, concede agevolazioni fiscali alle imprese e avvia n grosso piano di privatizzazioni che coinvolge le lotterie e gli aeroporti. Le misure sono salutate dal Commissario Ue Almunia come ‘molto positive e necessarie’. In Portogallo, altro paese colpito dalla speculazione, va in porto un’asta di titoli di Stato, anche se i rendimenti salgono. Ecco, tutte queste notizie e tutte queste voci, insieme a probabili ricoperture tecniche, contribuiscono a placare gli animi. e Borse Ue sono tutte in positivo con Milano che guadagna il 2,4 per cento e Madrid il 4,4. In rialzo anche Wall Street. L’euro torna sopra quota 1,31. Si distendono i temuti spread , cioè i differenziali tra i titoli di stato dei paesi deboli e i bund tedeschi. In Italia, questo spread torna a quota 170, dal record di 210 di martedi. ‘I mercati si stanno tranquillizzando’, commenta il vicedirettore generale della Banca d’Italia, Ignazio Visco. In Spagna gli spread oscillano a quota 250, dal boom di 310. E pure in Portogallo (390 da 458)”.

17. Auto, nuovo tonfo delle vendite Fiat

Roma -“Nuovo crollo del mercato dell’auto in Italia. A novembre - scrive LA REPUBBLICA - il calo è stato del 21,1 per cento rispetto allo stesso mese dello scorso anno. E ancora una volta i marchi del gruppo Fiat perdono più del mercato con il meno 26 per cento rispetto al novembre 2009. Unica consolazione per il Lingotto il fatto che a ottobre il calo sullo stesso mese dello scorso anno era stato del 28 per cento per cui si può parlare di un piccolo segnale di risalita. Dovuto, secondo fonti torinesi, al successo della Punto Mylife. Ma è evidente che Torino sta pagando gli effetti della crisi molto più duramente dei suoi concorrenti stranieri. Tra i tre principali l’unico marchio in controtendenza è l’Alfa Romeo grazie al successo della Giulietta ma la quota di mercato è, anche in questo caso, esigua, inferiore al 3 per cento. Nello stesso mese in cui la Fiat ha perso il 26 per cento, il gruppo Volkswagen ha ceduto in Italia l’8,1 per cento e tutti i principali concorrenti, tranne Psa, perdono meno del mercato. Marchionne, unico italiano nella classifica degli uomini d’affari stilata da Fortune, si consola negli Usa dove i marchi Chrysler balzano in alto nelle quote di mercato. In Italia si prepara dunque un 2011 particolarmente difficile. Il Centro studi Promotor di Bologna prevede che il prossimo anno si concluderà, come il 2010, leggermente al di sotto dei 2 milioni di auto vendute. È con queste premesse che oggi riprende a Torino la trattativa sul futuro dello stabilimento di Mirafiori. Trattativa che si annuncia in salita perché, stando ai segnali delle ultime ore, la Fiat intenderebbe replicare l’accordo di Pomigliano: ‘Temiamo - dice Giorgio Airaudo della Fiom - che la pagina bianca di cui parla Marchionne sia solo una trovata mediatica. Andremo comunque al tavolo con le nostre proposte’. La Fiom presenterà dunque un pacchetto di soluzioni e chiederà le assemblee di fabbrica. Questa mattina l’argomento verrà affrontato in un’assemblea di operai con Maurizio Landini. La Fiom è divisa sul da farsi? ‘Assolutamente no - dice Airaudo - stiamo seguendo alla lettera le linee scelte e votate all’unanimità dall’organizzazione’. E le polemiche degli ultimi giorni? ‘Siamo un’organizzazione plurale. Evidentemente Cremaschi interviene senza conoscere a fondo la vicenda’. A poche ore dalla ripresa del negoziato il clima si inasprisce. A Torino la Fim accusa la Fiom di aver assunto un atteggiamento intollerante durante le assemblee. Secondo le indiscrezioni oggi la Fiat potrebbe presentarsi al tavolo con un testo scritto da discutere. L’ipotesi di intesa potrebbe essere raggiunta entro il fine settimana. Martedì dovrebbero svolgersi le assemblee e venerdì 10 il referendum. Tra le proposte del Lingotto quella di un regolamento, identico a quello di Pomigliano, da tradurre in un contratto vero e proprio fuori da Confindustria. Ipotesi che sarebbe saltata nelle ultime ore per l’opposizione non solo della Fiom ma anche della Uilm. Un ulteriore problema per Marchionne sarebbe il rapporto con il partner Usa: ‘È certamente molto ambizioso - osserva Airaudo - realizzare a Torino una joint venture con denaro Chrysler che proviene, in ultima istanza, dal Tesoro americano’”.

18. Nuovo miracolo a Nord-Est: il Veneto è ripartito. Da solo

Roma -“A Vicenza hanno appena acceso i festoni di Natale dal centro storico fino al ponte degli Angeli - scrive LA STAMPA -, dove il Bacchiglione ha rotto gli argini allagando le vie. Un mese dopo la grande alluvione che ha piegato il Veneto, epicentro la città del Palladio (160 milioni di danni), tutto sembra aggiustato. Non fosse che per qualche mobile appoggiato fuori dai portoni in attesa della discarica, o per i sacchi di sabbia sulla strada, non si direbbe che 30 giorni fa in questi vicoli si è scatenato l’inferno. ‘È un’abitudine molto veneta - spiega il sindaco Achille Variati, fresco di sospensione della seconda rata Ici per chi ha subito danni - qui ci si tira su le maniche e si fa da sé’. Come Claudio Bagante, titolare della Sdb di Ponti di Debba, periferia berica. Il lunedì mattina dell’alluvione ha dovuto spedire dal computer di casa l’ordine per non perdere una commessa buona dalla Russia. I pc aziendali erano tutti finiti nel fango. Quaranta centimetri di melma in magazzino, bobine di rame da buttare e fatture appese ad asciugare su un filo di corda. Ma insieme ai suoi 20 dipendenti non si è perso d’animo: ‘A metà novembre - racconta - avevamo già riattivato le linee di produzione’. La Sdb fa cavi speciali per le linee ad alta trasmissione dati. I danni? ‘Trecentomila euro ma chi ci riconoscerà il fermo produzione? Se non facciamo da noi, nessuno ci aiuta’. Già. Una ripartenza sprint che nell’Italia pigra e dimentica rischia di diventare un boomerang, perché se i danni non si vedono, i soldi non arrivano. Solo dopo molte pressioni il governo ha concesso una mini proroga dei pagamenti Irpef e Inps rispettivamente al 10 e al 20 dicembre). Per alcuni ambienti industriali è una ‘mini beffa’; per il ministro Sacconi sarà il decreto Milleproroghe a contenere il rinvio dei versamenti fino a giugno 2011. Ma i veneti sono diventati tanti piccoli San Tommaso. Anche perché i 300 milioni annunciati in pompa magna dal premier Berlusconi non si vedranno almeno fino a Natale. Una frustrazione che riporta alla tremenda sperequazione di un territorio che manda 100 a Roma e si vede ritornare 30. Tanto più oggi che il conto dell’alluvione è salato: 328 Comuni coinvolti, 2 morti, 4100 persone costrette a lasciare la casa, 140 km quadrati allagati e 3433 imprese danneggiate per 1,2 miliardi di danni. A Caldogno, dov’è morto nella piena del Timonchio Giuseppe Spigolon e si è allagata persino la chiesa, il sindaco Marcello Vezzaro ha dovuto spostare i tornei a carte degli anziani negli spogliatoi del campo sportivo (il centro ricreativo è inagibile) e avviare una raccolta fondi per ricomprare il pulmino dei disabili. Ma se uno passasse dal paese di Roberto Baggio non si accorgerebbe di nulla. Il suo collega di Bovolenta, l’ex parà Vittorio Meneghello, conta 23 milioni di danni, 35 aziende colpite e 45 famiglie allagate di cui 6 alloggiate in palestra (da domani finalmente trasferite in casette/roulotte)”.

Ddl Gelmini, Pisa grida NO

Non maltrattarci, Washington. Ché ci spezzi il cuore