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Wikileaks. A chi giova?

Accantoniamo pure la questione della buona fede di Assange: resta il fatto che il suo operato potrebbe condurre a molte e importanti conseguenze. Tutte da indagare 

Posto che, come è stato detto su questo giornale web nell’edizione di martedì, le rivelazioni di Wikileaks hanno un valore relativo in quanto filtrate da un pugno di testate mainstream e, aggiungiamo noi, già di loro nient’affatto stupefacenti, esse assumono in ogni caso un oggettivo ruolo di pedine nella lotta di potere internazionale fra i grandi interessi geopolitici ed economici. 

In altre parole, le fughe di notizie distribuite secondo criteri ancora misteriosi dal sito di Julian Assange, per quanto non abbiano finora un contenuto rivoluzionario rispetto a quanto già si sapeva sui rapporti diplomatici fra gli Usa e il mondo, possono essere usate come armi di disinformazione di massa. Esattamente alla stregua delle altre veline e degli altri dossier fatti circolare ad arte dai servizi segreti, dalle centrali mediatiche e dagli spin doctor dei governi e dei sovrapoteri finanziari che reggono il gioco delle nostre vite. Non stiamo dicendo che Assange, che si professa un libertario impegnato a combattere, in una sorta di neo-anarchismo informatico, una battaglia planetaria per l’individuo contro le istituzioni, sia un bluff al soldo di qualche barba finta più o meno deviata o, come ipotizza qualcuno, dell’unica grande potenza uscita indenne dall’hackeraggio eccellente, la Cina. Su questo, non avendo alcun elemento di prova, non ci permettiamo di avanzare sospetti. Ciò che sosteniamo convintamente, invece, è che egli fornisca, rendendo di pubblico dominio certi giudizi diplomatici in certe zone calde del globo, nuove giustificazioni ai piani di cancellerie particolarmente guerrafondaie. 

La vera notizia nel marasma di pettegolezzi, banalità e cose risapute uscite fino ad ora fa riferimento al quadrante mediorientale. Non che non si fosse a conoscenza dell’ostilità, condita di motivazioni religiose ma ben assestata sulla rivalità petrolifera, fra la sunnita-wahabita Arabia Saudita e lo sciita Iran, l’una gendarme filo-americana l’altra fiero popolo riottoso al divieto statunitense di nuclearizzarsi. Tuttavia, venire a sapere che re Abdullah all’America ha chiesto, papale papale, di muovere guerra al più presto a Teheran, e che in questo è assecondato dagli altri Stati arabi alleati dell’Occidente (Egitto, Bahrein ecc), ha due effetti, entrambi da brividi. Il primo è rafforzare la posizione di Israele, unico a detenere l’arma atomica nella regione, che da tempo chiede un attacco preventivo di stampo bushista contro l’Iran. Nethanyau non è più solo, insomma: con lui ci sono anche i cosiddetti musulmani moderati, e questo fatto legittima agli occhi dell’opinione pubblica mondiale un’eventuale escalation anti-iraniana, spacca ancora di più l’universo islamico, mette nero su bianco che la politica sanzionatoria e vessatoria ai danni degli ayatollah non è un’ossessione yankee ma un’esigenza condivisa anche dagli Stati vicini. Il secondo effetto consegue al primo, e cioè regala a Washington ulteriori argomenti per continuare e, volendo, accelerare la politica di assedio all’Iran. Non è poco, dato che negli States che piangono quotidianamente i propri morti in Iraq e Afghanistan, Obama deve fare i conti con la forte contrarietà a un’altra invasione militare, che contro gli iraniani si prevede ben più difficile e incerta rispetto sia alla vittoria sugli scalcagnati irakeni di Saddam sia all’occupazione, per quanto perdente, degli afghani armati di sola fede e kalashnikov. 

Se poi qualcuno insiste col far notare lo sputtanamento a sfondo energetico degli strettissimi rapporti fra Putin e Berlusconi, ebbene questa è una non-notizia. Del gasdotto Southstream che dovrebbe portare il gas dalla Russia all’Europa passando per il Mar Nero, un business gigantesco per cui il nano italiano s’è coltivato per bene il capo del governo di Mosca e la Gazprom con cui è in affari l’amico Bruno Mentasti della Centrex, si sapeva. Come si sapeva che oltre oceano osteggiano l’operazione preferendole un tracciato alternativo nel Caucaso, il cosiddetto progetto Nabucco. Così come non è una novità che i legami diretti fra il nostro premier da una parte e quella vecchia canaglia di Gheddafi dall’altra sono giudicati un mezzo affronto. 

Ma anche qui, nell’ottica della politica di potenza, a ben vedere uno scarto c’è. Se prima tali questioni così delicate e decisive erano rimaste nell’ambito degli osservatori e degli analisti, oggi sono arrivate alla massa degli spettatori distratti. Che sicuramente non ci trovano ragioni sufficienti per indignarsi, di fronte alla sempreverde commistione affari pubblici-affari privati, ma che ora sono al corrente del fatto che gli alleati americani non sono per niente contenti. E siccome l’alleanza con l’altra sponda dell’Atlantico è un totem intoccabile che esige i suoi sacrifici, gli italiani potrebbero essere indotti a ricredersi riguardo a questa strategia delle mani libere (e sozze di tornaconto personale, com’è d’abitudine per Berlusconi). L’America, detta altrimenti, potrebbe giovarsene anche in questo caso. Morale della storia: la rabbia e gli strepiti della Clinton forse non sono del tutto sinceri. Lo scandalo Wikileaks, così come potrebbe regalare agli Usa il pretesto per una stretta liberticida sulla Rete, così potrebbe rivelarsi, cinicamente com’è uso in diplomazia, un utile strumento di manipolazione a fini di realpolitik

Alessio Mannino

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