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Clandestini. Nuovo colpo al decreto Sicurezza

La Corte Costituzionale ridimensiona la norma che prevede il carcere per chi non rispetta gli ordini di espulsione. Nessun reato, per chi versa in condizioni di «estrema indigenza»

Il decreto sicurezza è stato bocciato, in parte, in via costituzionale. Nel pacchetto era stata infatti inserita una norma in base alla quale chi non rispetta gli ordini di espulsione, disposti dalla Questura per gli immigrati trovati senza regolare permesso di soggiorno, rischierebbe fino a 5 anni di reclusione. La Corte Costituzionale ha invece deciso che non incorre in tale sanzione chi rimanga in Italia a causa della sua «estrema indigenza», non avendo cioè i soldi necessari per tornare in patria, oppure per altre circostanze indipendenti dalla sua volontà, quali «indisponibilità di un vettore o di altro mezzo di trasporto idoneo, difficoltà nell’ottenimento dei titoli di viaggio, etc». Detto in breve, la sussistenza di un «giustificato motivo» esclude la «configurabilità del reato». 

Le reazioni alla sentenza, la 359/2010, sono quelle che era facile prevedere. Mentre l’opposizione plaude, salutando il pronunciamento come una vittoria dei diritti civili, la maggioranza di governo denuncia la (presunta) faziosità dei giudici. Ad alzare i toni, come al solito, è soprattutto la Lega.  Bossi parla di una decisione «molto grave perché cancella la legge del Parlamento per fare delle scelte che farebbe la sinistra». Se l’incipit è aggressivo, la conclusione è intimidatoria. Ricorrendo alla solita confusione tra sovranità diretta e indiretta – in spregio all’articolo 1 della Costituzione che recita, appunto, «la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione» - il segretario della  Lega Nord sbraita che «è il popolo che ha il potere, non la Corte Costituzionale».  Quella assunta «è una scelta ideologica e non è amata dalla gente che sta dall’altra parte. E noi stiamo dalla parte del popolo». Riccardo De Corato, vicesindaco e assessore alla sicurezza del Comune di Milano, preferisce volare più basso e si limita alla questione specifica, affermando che «sostenere l'alibi dell'indigenza, per chi non ha documenti e alcuna tracciabilità dei guadagni, è un gioco da ragazzi». In effetti lo è. Ma a giudizio della Suprema Corte non è un’argomentazione sufficiente a salvare il ddl. Semmai, se ne deduce, dovranno essere le autorità a dimostrare che quello stato di «estrema indigenza» non trova riscontro nei fatti, divenendo perciò, come asserisce De Corato, «un alibi».

Di fatto, comunque, la sentenza affibbia un nuovo colpo al decreto sicurezza, che già aveva dovuto rinunciare all’aggravante della “clandestinità” e alla possibilità di rimpatrio per i clandestini con figli minori. Allo stesso tempo, conferma l’idea che le norme siano state scritte senza andare tanto per il sottile, più per blandire certi settori dell’elettorato che per conseguire risultati concreti. E durevoli. 

Che non pochi dei clandestini si trovino in condizioni di estrema povertà è un dato di fatto. Si tratta di persone che pur di arrivare in Occidente hanno pagato cifre per loro altissime, di solito nella speranza di trovare un lavoro e migliorare le proprie condizioni di vita, e che poi non hanno i soldi per tornare indietro. Oppure, ancora, di famiglie sfuggite alla guerra o alla miseria che rischierebbero la vita tornando nei Paesi d’origine e che, pertanto, non hanno nessuna intenzione di ripercorrere al contrario la strada intrapresa. Inoltre, è di dominio pubblico che spesso i clandestini espulsi rientrano nello stesso Paese che li ospitava in tempi brevissimi. 

In questa situazione, che non può sfuggire al Parlamento e tanto meno al Governo, le leggi sulla sicurezza a maglie strettissime, con la definizione di nuovi e improbabili reati, le espulsioni forzate e gli accordi con la Libia, si riducono a essere innanzitutto delle trovate propagandistiche. Che non risolvono il problema e che anzi rischiano di aggravarlo, soffiando sul fuoco della xenofobia. È stato così con la Francia di Sarkozy, quando tra luglio e settembre è scoppiato il caso della espulsione coatta dei Rom, ed è e sarà così in Italia dove non si riesce a trovare il giusto mezzo tra interesse pubblico e tutela delle persone, che siano clandestine o meno. 

 

Sara Santolini

 

Secondo i quotidiani del 20/12/2010

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