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Secondo i quotidiani del 20/12/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Maroni contro le scarcerazioni”. L’editoriale di Piero Ostellino: “I diritti e la legge”. In alto: “La neve su mezza Italia. A Firenze caos e accuse”. Al centro: “L’Italia rilancia il piano degli eurobond anti crisi”. Al centro, in un riquadro: “La sfida di Berlusconi: i moderati li unisco io”. In basso: “‘Finmeccanica, vi racconto le tangenti’”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Il governo contro i giudici: ‘Studenti liberi, un errore’”. Di spalla, la fotonotizia: “Neve e gelo spaccano in due l’Italia. Strade e treni bloccati, caos a Firenze”. Al centro: “‘Così Finmeccanica pagava le tangenti’”. In basso: “Se in nome di Assange nasce il partito del web”. E ancora: “E l’Ara Pacis diventa un palco per le auto”.

LA STAMPA – In apertura: “Studenti scarcerati a Roma, Alfano manda gli ispettori”. In alto: “Emergenza maltempo, la neve ha diviso in due l’Italia”. L’editoriale di Luca Ricolfi: “Fini può essere un problema nel Terzo Polo”. Il Buongiorno di Massimo Gramellini: “L’amato leader”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Rigore per difendere l’euro”. Al centro: “Addio alla ‘Tia’ sui rifiuti”. La fotonotizia: “Il maltempo manda in tilt strade e ferrovie”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Neve e gelo, Italia in tilt”. L’editoriale di Romano Prodi: “Se la politica gioca a Risiko mentre il paese soffre”. Al centro: “Maroni e Alfano contro le scarcerazioni. Roma, caccia all’aggressore di un 15enne”. Ancora al centro, la fotonotizia: “Fontane ghiacciate in centro, tutti in coda sulle consolari. I soccorsi arrivano in ritardo”. In basso: “L’Europa unita a difesa dell’euro. Moody’s declassa il rating dell’Irlanda”. E ancora: “Enav e Selex, le accuse di Cola”.

IL GIORNALE – In apertura: “Spiato mezzo governo”. L’editoriale di Alessandro Sallusti: “Il metodo Scilipoti (e quello Woodcock)”. Al centro: “‘Orgoglioso del mio passato, Fini invece…’”. In basso: “Che caso, per le feste aumenta la benzina”.

LIBERO – In apertura: “Teppisti e immigrati, ribaltone dei giudici”. L’editoriale di Maurizio Belpietro: “I qui quo qua del terzo polo andranno d’accordo finché non conteranno nulla”. Al centro: “Fini salva Di Pietro”. Ancora al centro: “Anche il Papa dà la fiducia a Silvio”.

IL TEMPO – In apertura: “Arriva la linea dura”. L’editoriale di Mario Sechi: “Mascalzoni in famiglia”. Al centro, la fotonotizia: “‘Minacce di morte anche a mia figlia’”. Di spalla: “Fini pensa alla resa. Non ha più sponsor”. In basso: “Due fiocchi e la città si imballa”.

L’UNITA’ – In apertura: “Chi soffia sul fuoco”. In basso: “‘Patti politicisti? Chi lo dice non ha capito un tubo’”.

ITALIA OGGI – In apertura: “Parte la riforma fiscale”. Al centro: “Imprese in perdita, arriva la gdf”. In un riquadro: “In Vaticano proprio non capiscono perché Casini insiste con il terzo polo”. (red)

 2. Scontri, polemica governo-magistrati su scarcerazioni

Roma - “È di nuovo aspra polemica, tra governo e magistratura. La scarcerazione quasi immediata dei 23 fermati martedì scorso? ‘Una decisione che rispetto, ma non condivido— ha detto ieri al Senato il ministro dell’Interno, Roberto Maroni —. Questi violenti ora avranno la possibilità di reiterare i reati. Logico sarebbe stato mantenere per loro le misure restrittive...’”. Lo scrive IL CORRIERE DELLA SERA. “E il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha disposto addirittura l’invio degli ispettori ministeriali a piazzale Clodio, allo scopo ‘di effettuare l’accertamento urgente sulla conformità formale e sostanziale alle norme del provvedimento disposto dall’autorità giudiziaria’ . Subito è arrivata la reazione dell’Associazione nazionale magistrati: ‘Siamo di fronte ad un’indebita interferenza che rischia di pregiudicare il regolare accertamento dei fatti e delle responsabilità dei singoli’ . Anche l’Unione delle Camere Penali Italiane è insorta, esprimendo ‘profonda preoccupazione’ per l’iniziativa del Guardasigilli. Il ministro Alfano ha replicato: ‘Invito l’Anm a non trincerarsi dietro un sindacalismo esasperato. Il mio dovere è stare dalla parte dei cittadini, anche quando non sono togati. Nessuna interferenza. Faccio il mio dovere tenendo conto della Costituzione. Ho annunciato che gli ispettori svolgeranno accertamenti. Non ho emesso giudizi preventivi’ . E sul punto, inaspettatamente, il governo ha incassato anche l’appoggio dei finiani: ‘Condivido in pieno l’iniziativa del ministro Alfano’ , ha dichiarato l’ex ministro Andrea Ronchi. Mercoledì prossimo, 22 dicembre, il ddl Gelmini approderà in Senato per l’approvazione definitiva e si annunciano nuove manifestazioni. Maroni ieri ha lanciato un appello: ‘Invito le componenti democratiche del movimento degli studenti a isolare i violenti e a collaborare con le forze dell’ordine per garantire il regolare svolgimento dei cortei, invece che prendere i poliziotti a picconate...’. Gli scontri di martedì scorso? ‘Quei cortei dove era presente una maggioranza di studenti — ha chiarito il ministro al Senato — sono stati presi in ostaggio da gruppi organizzati di violenti’ . Era il black bloc? Macché, erano i centri sociali, secondo Maroni. Stessa lettura ha dato Silvio Berlusconi, ieri da Bruxelles: ‘Ci sono molte infiltrazioni dei centri sociali dentro queste manifestazioni. Ma quella universitaria è una buona riforma e io non sono preoccupato per l’ordine pubblico. Forse però un torto il governo l’ha avuto, non abbiamo comunicato a sufficienza i contenuti della Gelmini, che di tutto può essere accusata tranne che di essere una riforma negativa per gli studenti’ . Infine, una proposta del sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano: estendere il Daspo alle manifestazioni di piazza. In pratica tutti i denunciati sarebbero per 5 anni obbligati a firmare in commissariato ogni volta che ci fosse un corteo. Come oggi succede agli ultrà violenti degli stadi. ‘Roba da Stato di polizia’, secondo il radicale Mario Staderini”. (red)

3. Scontri, Anm: Lassismo? No, giudici coraggiosi

Roma - “‘Ma quale lassismo dei giudici? Questi colleghi sono stati coraggiosi. Perché era immaginabile una simile reazione della politica. Guai però a fare da cinghia di trasmissione fra l’emotività della piazza e le decisioni processuali’. Il pm Giuseppe Cascini – intervistato dal CORRIERE DELLA SERA -, segretario dell’Anm, trova ‘pericolosa l’idea che si sta facendo passare: ovvero che i colpevoli la facciano franca grazie alle maglie larghe della magistratura’. Perché? ‘Perché le immagini che abbiamo visto in tv mostrano comportamenti gravi. C’era resistenza e lesioni ai pubblici ufficiali, danneggiamenti gravi, abbiamo visto blindati dati alle fiamme. Ma non è che i colleghi abbiano sottovalutato questi comportamenti’ . Allora perché scarcerare quei giovani? ‘Perché la libertà personale è un bene primario e può essere limitata solo in base a regole processuali. Servono le prove per stabilire che davvero chi è stato fermato abbia compiuto quei reati. Si deve valutare anche la personalità del fermato. E questi erano tutti ragazzi giovanissimi privi di precedenti penali’ . Il ministro Maroni non ha condiviso le scarcerazioni e il ministro Alfano ha inviato gli ispettori. ‘Questo è gravissimo. Devono essere i giudici a stabilire se ci sono i presupposti della custodia cautelare, e in questo caso sono stati almeno 4. Non può stabilirlo la richiesta di carcerazione di un ministro, accompagnata dalla minaccia’ . Minaccia? ‘Sì, la minaccia di sanzioni disciplinari ad un magistrato che ha scelto di svolgere il proprio dovere indipendentemente da pressioni esterne. E per fortuna che il disegno di Berlusconi non è diventato legge costituzionale’ . Cosa c’entra ora? ‘Perché mai come in questo caso, nel quale si stabilisce se un ragazzo deve rimanere in carcere in attesa del processo che valuterà se è colpevole, si dimostra ciò che abbiamo sempre detto: l’indipendenza della il proprio dovere indipendentemente da pressioni esterne. E per fortuna che il disegno di Berlusconi non è diventato legge costituzionale’ . Cosa c’entra ora? ‘Perché mai come in questo caso, nel quale si stabilisce se un ragazzo deve rimanere in carcere in attesa del processo che valuterà se è colpevole, si dimostra ciò che abbiamo sempre detto: l’indipendenza della magistratura serve soprattutto ai cittadini’ . Il ministro Alfano dice di essere dalla parte dei cittadini. ‘Ma sono cittadini anche gli arrestati. Anche i loro diritti devono essere tutelati al pari di quelli di altri imputati. E in questo momento l’istanza che viene dalla politica è di punizione esemplare. Un giustizialismo tante volte rinfacciato a noi’ . È una rivalsa? ‘No. Io sono garantista sempre. Mi piacerebbe lo fossero anche quei politici che lo sono per i potenti ma ora chiedono di "tenere dentro"i manifestanti ‘ . Maroni teme una reiterazione della violenza. ‘Sia il ministro Maroni, nelle comunicazioni al Senato, che il ministro Alfano, nel comunicato in cui annuncia l’ispezione, esprimono un pregiudizio di colpevolezza. Dando per acquisito che gli scarcerati siano i responsabili dei gravi atti di violenza. E invece le responsabilità sono ancora tutte da accertare’”.

4. Scontri, sconcerto delle toghe: è interferenza

Roma - “Il ministro Roberto Maroni dice che non condivide la decisione della magistratura romana. Il ministro Alfano annuncia che manderà gli ispettori ministeriali. E la procura? Attende serenamente. Non una voce di togato s’è alzata a protestare, se non quella istituzionale dell’associazione nazionale magistrati”. Lo scrive LA STAMPA. “Protestano pure gli avvocati dell’Unione delle Camere penali, che malsopportano un centrodestra forcaiolo. Non i diretti interessati, invece, che si sono dati la consegna del silenzio A farsi un giro di corridoio nel palazzo di Giustizia, però, era evidente lo sconcerto dei magistrati romani alla notizia che a presto giungeranno gli 007 ministeriali a fare le pulci al loro lavoro. Dice un pm, con la garanzia dell’anonimato: ‘Non c’è proprio spazio per un’ispezione del genere, né in tribunale, né in procura. E il ministro dovrebbe saperlo bene, ma evidentemente serviva fare la voce grossa... L’Esecutivo però non può e non deve intromettersi nell’attività giurisdizionale, altrimenti vorrebbe dire che la famosa riforma della giustizia, quella che vorrebbe portare la giustizia sotto il governo, ma non si può dire, è già cosa fatta. Ricordiamoci sempre che il processo penale non si fa mai ai fenomeni sociali, ma alle singole persone per singoli fatti di reato’. Fuor di gergo giuridico, lo sfogo di questo magistrato significa che nella vicenda dei 23 fermati dalla polizia a caldo e poi scarcerati dal magistrato il giorno dopo si entra nel delicatissimo campo del libero convincimento dei giudici. E la legge prescrive che le ispezioni ministeriali si possono effettuare solo per decisioni palesemente ‘abnormi’, non quelle normali che pure possono non piacere ai politici. Ricostruisce intanto un altro magistrato che sa bene come sono andate le cose: ‘I 23 erano tutti studenti e incensurati. Appena maggiorenni o giù di lì. Nessun precedente, nemmeno un Daspo per violenze allo stadio... Le imputazioni, poi, di resistenza a pubblico ufficiale, e in qualche caso di danneggiamenti, erano leggere perché questo dicevano le relazioni della polizia. In quasi tutti i casi, poi, era prevedibile che per essi sarebbe scattata la condizionale, vista l’età e l’assenza di precedenti, e la legge dice che, in questa situazione, il magistrato non chiede misure cautelari’. Il retroscena del giorno dopo, in effetti, racconta di una procura presa di sorpresa dal fatto che i 23 fossero ragazzini o poco di più e senza precedenti specifici. Sotto i 21 anni, peraltro, la legge stabilisce che una pena fino a 2 anni e mezzo rientri nella condizionale (e per questi neomaggiorenni era un esito scontato); per quelli che hanno superato i 21 anni, la condizionale copre le pene fino a 2 anni. Il finale del processo, dunque, in buona parte è già scritto. Condanne lievi se non proprio assoluzioni per i 23. Inimmaginabile che si possa calcare la mano con custodie cautelari. Il che non significa che in qualche caso la procura avesse chiesto al giudice giudicante di adottare qualche piccola precauzione (due ai domiciliari; alcuni obblighi di dimora) e che il togato abbia scelto diversamente. Alla fine della giornata i domiciliari sono stati decisi per un solo caso e gli obblighi ridotti a una firma in commissariato per tre giorni a settimana. ‘Ma anche questo rientra nella normale dialettica processuale e certo non può essere materia d’ispezione ministeriale’, si commenta in procura. Se mai a piazzale Clodio arriveranno gli ispettori, comunque, i magistrati titolari dell’inchiesta hanno già pronta la loro risposta migliore: sono in attesa di ulteriori relazioni della Digos, che è stata incaricata di individuare, visionando i filmati e le fotografie, i responsabili degli atti più gravi. Si spera di arrivare all’identificazione, ad esempio, di chi ha lanciato una molotov contro un mezzo della nettezza urbana. ‘Non è mica finita qui e anzi gli sviluppi più importanti potranno arrivare tra qualche giorno. Un conto sono i ragazzini fermati in flagrante nel corso di operazioni di ordine pubblico; altro le informative ben studiate della polizia giudiziaria. Le prime sono figlie di situazioni disordinate, confuse, convulse. È un classico che questi arresti finiscano nel nulla. Le altre sono operazioni impeccabili, svolte con qualche giorno di indagine, e confortate da prove vere’".

5. Ottimismo di Berlusconi, Terzo Polo contenitore ambiguo

Roma - “Per quanto indebolito, l’impressione è che Silvio Berlusconi continui a sentirsi più forte dei suoi avversari; e probabilmente è così. Ma la sicurezza con la quale proietta il proprio governo sul resto della legislatura appare ottimistica: l’ipotesi di elezioni anticipate continua ad essere tutt’altro che inverosimile”. Lo scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA. “Eppure, per il modo in cui si è formato, il Polo della Nazione tra Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini e altri viene osservato come un contenitore ambiguo. Il centrodestra lo bolla come una formazione contraddittoria, nella quale l’identità cristiana dell’Udc fa fatica a conciliarsi col laicismo del Fli; e soprattutto è esposto alle incursioni berlusconiane. Il sottosegretario Eugenia Roccella chiede a Fini di esprimersi sull’eutanasia. E l’ex An Silvano Moffa punta ad un gruppo autonomo per sottrarre al Fli qualche parlamentare cattolico. Il capo del governo sembra convinto di riuscire a sottrarre altri pezzi al gruppo finiano, già indebolito; e di indurre Casini a entrare nella coalizione. Ieri, reduce dal Consiglio europeo a Bruxelles, il presidente del Consiglio ha fatto capire che l’offensiva per calamitare l’Udc nell’orbita della maggioranza ‘non è chiusa’ . L’idea di riunire ‘tutti i moderati in un unico movimento’ è una parola d’ordine non nuova e finora frustrata. Potrebbe funzionare solo se la legislatura supererà le colonne d’Ercole di gennaio. Sarà quello il mese decisivo. Da quanto succederà nelle prime tre settimane del 2011 dipenderanno le elezioni anticipate, le dimissioni di Fini da presidente della Camera, e le alleanze del Pd. Insomma, il voto di fiducia ottenuto da Berlusconi non ha stabilizzato la situazione. Ha solo certificato che non sarà possibile creare governi diversi dall’attuale: a meno che lo stesso premier e la Lega non li avallino. Ma ha anche confermato che il centrodestra vincitore alle politiche del 2008 non esiste più dopo il passaggio all’opposizione del gruppo finiano. Dunque, o Berlusconi riesce ad allargare l’attuale, o il voto sarà inevitabile. ‘Abbiamo trenta giorni per provarci’ , conferma il Guardasigilli, Angelo Alfano. Il problema è se e come il governo riuscirà a raggiungere l’obiettivo. L’idea di attrarre singoli parlamentari da ogni settore del Parlamento allunga un’ombra di precarietà sull’operazione. Lo stesso Quirinale segue queste dinamiche con una miscela di speranza e di perplessità. Probabilmente ha ragione Berlusconi quando dice che la crisi del suo governo avrebbe potuto danneggiare l’Italia. Il premier sostiene anche che con il ‘fondo permanente’ deciso ieri a Bruxelles per proteggere gli Stati in bilico si sarebbe raggiunta ‘una sicurezza irreversibile dell’euro’ , e c’è da sperare che sia vero. Ma pensare che una maggioranza raccogliticcia possa scongiurare una crisi è azzardato. Non fa i conti con il timore della Lega di un logoramento ‘stile Prodi’ ; né della sua voglia di capitalizzare questi due anni e mezzo al governo andando alle urne”.

6. Un piano per spingere Fini a lasciare la Camera

Roma - “Non si era mai visto un premier annunciare una visita al Quirinale per mettere in mora un presidente della Camera. Né si era mai visto un presidente della Camera convocare un’assemblea di partito per chiedere le dimissioni di un premier. Ecco cosa ha innescato – scrive Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - lo scontro tra Berlusconi e Fini, protagonisti di una crisi politica tracimata in una crisi istituzionale, che ha costretto ripetutamente Napolitano a intervenire persino sul calendario dei lavori parlamentari. E c’è un motivo se, ignorando i maldipancia delle opposizioni, il Quirinale impose a suo tempo che il dibattito sulla fiducia si svolgesse dopo l’approvazione della legge di Stabilità, per salvaguardare così i conti pubblici e l’interesse nazionale. Il fatto è che nel duello con il Cavaliere, il presidente della Camera ha finito per esporre anche il ruolo che ricopre. E ora che il premier ha vinto la sfida con il voto di fiducia, il centrodestra ha accentuato la pressione sull’inquilino di Montecitorio. Senza mai chiederne formalmente le dimissioni, ha iniziato ad appellarsi al ‘senso di opportunità’ , e siccome non esistono strumenti parlamentari per sfiduciarlo, starebbe approntando un’iniziativa per indurre Fini al passo indietro. Non è dato sapere quale possa essere lo strumento, è certo che lo ‘strappo istituzionale’ resta uno dei fattori della crisi. E sarà destinato ancora a pesare. l’approvazione della legge di Stabilità, per salvaguardare così i conti pubblici e l’interesse nazionale. Il fatto è che nel duello con il Cavaliere, il presidente della Camera ha finito per esporre anche il ruolo che ricopre. E ora che il premier ha vinto la sfida con il voto di fiducia, il centrodestra ha accentuato la pressione sull’inquilino di Montecitorio. Senza mai chiederne formalmente le dimissioni, ha iniziato ad appellarsi al ‘senso di opportunità’ , e siccome non esistono strumenti parlamentari per sfiduciarlo, starebbe approntando un’iniziativa per indurre Fini al passo indietro. Non è dato sapere quale possa essere lo strumento, è certo che lo ‘strappo istituzionale’ resta uno dei fattori della crisi. E sarà destinato ancora a pesare. Perché con le sue mosse da leader di partito, Fini ha rotto ‘la prassi’ , così scriveva Giuliano Ferrara ieri sul Foglio, invocando l’intervento del presidente della Repubblica, la sua capacità di persuasione ‘privata e pubblica’ presso la terza carica dello Stato, in modo da rendere ‘indisponibile la presidenza della Camera per giochi politici hard core’ . In realtà Napolitano è già intervenuto, in forma ‘privata’ e anche ‘pubblica’ . Accadde il tre dicembre, quando Fini — nei panni di capo del Fli— disse che le elezioni sarebbero state scongiurate anche se Berlusconi fosse caduto: ‘Il capo dello Stato sa cosa fare, di più non posso dire’ . Con una nota non ufficiale, qualche ora dopo, il Colle sottolineò che nessuna presa di posizione politica, di qualsiasi parte, poteva oscurare le prerogative di esclusiva competenza del presidente della Repubblica. Ma quella sera, rivolgendosi al Quirinale con un greve ‘noi ce ne freghiamo’ , il coordinatore del Pdl Verdini spostò interamente su di sé i riflettori. Dall’inizio il doppio ruolo di Fini è parso a Napolitano ‘una novazione’ istituzionale, sebbene abbia tenuto a difenderne la figura dagli attacchi se Berlusconi fosse caduto: ‘Il capo dello Stato sa cosa fare, di più non posso dire’ . Con una nota non ufficiale, qualche ora dopo, il Colle sottolineò che nessuna presa di posizione politica, di qualsiasi parte, poteva oscurare le prerogative di esclusiva competenza del presidente della Repubblica. Ma quella sera, rivolgendosi al Quirinale con un greve ‘noi ce ne freghiamo’ , il coordinatore del Pdl Verdini spostò interamente su di sé i riflettori. Dall’inizio il doppio ruolo di Fini è parso a Napolitano ‘una novazione’ istituzionale, sebbene abbia tenuto a difenderne la figura dagli attacchi Accadde il tre dicembre, quando Fini — nei panni di capo del Fli— disse che le elezioni sarebbero state scongiurate anche scomposti del Pdl. Ma nell’escalation del conflitto con Berlusconi, lo stesso Casini ha avuto modo di confidare le proprie perplessità su alcune sortite dell’inquilino di Montecitorio: specie alla vigilia del voto di fiducia, quando — nel corso di un’intervista tv— anticipò che il Fli avrebbe ‘comunque’ votato contro il premier, ‘a prescindere’ dal discorso che si apprestava a fare davanti alle Camere. Così, paradossalmente, Fini aveva colpito se stesso, il ruolo di custode solenne del confronto nelle Aule parlamentari. Dopo averlo battuto, il centrodestra pare abbia intenzione di chiudere il conto con l’ex alleato. Nelle argomentazioni— che sono giunte anche al Quirinale — viene fatto notare come si sia creato a Montecitorio un ‘pericoloso precedente’ da sanare per evitare che il successore di Fini possa avvalersi della ‘novazione’ istituzionale. C’è anche questo nodo nel complesso negoziato in corso tra la maggioranza e il leader centrista, Casini, interessato a usare il mese e mezzo di tregua con il Cavaliere per evitare le elezioni anticipate. Ogni possibile elemento di conflitto va depotenziato, con beneficio reciproco per le parti. Così la mozione di sfiducia contro il ministro Bondi, già posticipata, potrebbe non avere impatto sul governo al momento del voto grazie a un atteggiamento di ‘responsabilità’ del terzo polo. E nel frattempo la maggioranza al Senato potrebbe accettare la delibera della Camera sull’interpretazione della legge elettorale europea, dando il via libera all’udc Trematerra per il seggio a Strasburgo. Non solo. Un clima rasserenato, senza più la presidenza della Camera al centro del conflitto, potrebbe consentire di discutere sulle norme da adottare nel caso in cui la Consulta a gennaio dovesse bocciare la costituzionalità del legittimo impedimento, legge che fu ideata proprio dai centristi. Ma la tregua regge su fondamenta instabili. Dovessero cedere, il presidente della Camera tornerebbe nel mirino della maggioranza. A quel punto, a fine gennaio, con le elezioni ormai certe, Fini potrebbe lasciare Montecitorio: magari a Milano, proprio nel giorno in cui Futuro e libertà diventerà ufficialmente un partito".

7. Terzo Polo, la diffidenza della Chiesa

Roma - “Gelo. Diffidenza. Timore. E anche qualche inaspettata apertura da parte dei gesuiti. Non sono uniformi gli umori cattolici sul nuovo Terzo polo di Fini, Casini e Rutelli. Ma sul progetto – scrive LA REPUBBLICA - cala, soprattutto, quella che nelle Segrete stanze viene definita come ‘una prudente indifferenza’. Eppure tanta indifferenza non si registra, nel mondo cattolico. E in fondo nemmeno nelle alte gerarchie ecclesiastiche, sul neonato Partito della nazione. Attenzione, semmai. Esternazioni pubbliche, per ora, poche. Molto cauto si è subito mostrato Marco Tarquinio, direttore del quotidiano della Conferenza episcopale italiana "Avvenire", che - rispondendo l’altro giorno ad un lettore - aveva puntualizzato che ‘non c’è bisogno di un terzo pasticcio, ma di un "di più", di un’azione convincente che indichi una volontà e una prospettiva diverse’. Altrettanto prudente è parso il cardinale presidente della Cei, Angelo Bagnasco, il quale ha invitato ‘tutte le forze politiche a costruire il bene comune attraverso un dialogo vero e concreto’. Bagnasco, 24 ore prima, aveva "benedetto" la fiducia incassata dal governo Berlusconi come un ‘segno di desiderio di governabilità che arriva dal paese’. E non meno guardingo appare oggi il cardinale Camillo Ruini, predecessore di Bagnasco alla Cei, che confida lapidario a un amico: ‘Non siamo schiacciati su Berlusconi. Ma attenzione a credere agli apprendisti stregoni del Terzo Polo’. Il Vaticano - ufficialmente - tace, anche se ieri un riferimento alla politica italiana è stato fatto dal Papa quando - ricevendo il nuovo ambasciatore italiano presso la Santa Sede, Francesco Greco - ha sottolineato i ‘valori sociali della concordia e della condivisione’. In Segreteria di Stato si spiega che ‘non c’è una posizione ufficiale’ sul nuovo soggetto politico. ‘Ogni raggruppamento - si aggiunge - ha tutto il diritto di costituirsi e fare il proprio cammino. Ma quel che non si capisce bene è se questo progetto possa andare avanti, quanto, e di che collante sia composto’. Un’attentissima fonte interna chiosa: ‘Da parte della Santa Sede non c’è alcuna intenzione di ingerirsi in questa faccenda. Ci troviamo davanti a una situazione molto incerta, e il marasma è stato evitato dal voto di fiducia. La Santa Sede, dunque, non entra in merito. Se invece i vescovi ritengono opportuno farlo, liberissimi’. Linee diverse di approccio, quindi, fra Segreteria di Stato e Cei. ‘Più che definirlo gelo, quella del Vaticano per il Terzo polo - rivela un grande economista cattolico - è la paura di discontinuità che nasce anche per la mancanza di un programma. Naturale e logica è allora la prudenza del mondo ecclesiastico. E poi è quasi certo che almeno uno dei tre leader (non lo dice, ma è Casini, ndr), stia giocando, per poi trattare. Come in un gioco di scacchi: si sacrifica magari un cavallo, per poi dare scacco matto’. Diffidente è anche Andrea Olivero, presidente delle Acli, la più grande organizzazione di lavoratori cattolici con oltre 600 mila iscritti, ‘perchè - spiega - questo Terzo polo è un gruppo troppo disomogeneo, un soggetto ibrido con differenti visioni sui valori della politica, della cultura della vita; unito per ora solo dall’antiberlusconismo. Non c’è dubbio che le posizioni di Fini sulla bioetica non siano in sintonia con la Chiesa, per cui è bene che tutti sappiano che sui temi della difesa della vita, della famiglia, dalla condanna dell’aborto e dell’eutanasia, i cattolici non accetteranno mai di essere ridotti al silenzio’. Così pure Lucio Romano, presidente di Scienza&Vita, organismo Cei impegnato sul fronte della bioetica. ‘Noi - spiega - promuoviamo i nostri valori morali che sono tutti in difesa della vita nascente fino alla fine naturale, della maternità e della salute: valori non negoziabili a cui non saremo mai disposto a rinunziare’. Meno drastico il gesuita Bartolomeo Sorge, ex direttore di Civiltà Cattolica e attualmente direttore del mensile Aggiornamenti Sociali. ‘Se c’è diffidenza su questo nuovo Terzo polo è perché si tratta di una creatura nuova che sta per affrontare una avventura altrettanto nuova. Ma io credo che occorra aspettare prima di dare giudizi negativi. In fondo è una esperienza politica che vale la pena seguire con interesse. Specialmente se guardiamo a quel 40 per cento di italiani che non vanno più a votare’".

8. L’incubo di Berlusconi: Casini “nuovo Prodi”

Roma - “Le operazioni mediatiche sono quelle che meglio riescono a Berlusconi. Batte il tasto dei nuovi arrivi nella maggioranza e mette paura agli avversari finiti per il momento in un angolo. Schiaccia a sinistra il ‘traditore’ Fini e ai deputati dell’Udc ricorda che il loro leader Casini ha perso un’occasione d’oro: entrare nel governo dalla porta principale di ministeri e sottosegretariati. Ma quello che ora il Cavaliere teme veramente – scrive Amedeo La Mattina su LA STAMPA - è una possibile alleanza in divenire tra il nascente terzo polo e il Pd ‘depurata’ da Di Pietro e Vendola. Un centrosinistra di nuovo conio per dirla con un’espressione in voga un po’ di tempo fa e inventata da Rutelli. Berlusconi lo teme perché non potrà dire con tanta credibilità che i suoi vecchi partner si sono consegnati a comunisti e forcaioli. Soprattutto se il ‘nuovo Prodi’ si chiamerà Casini, democristiano di provata fede, tra i fondatori del centrodestra. Il suo avversario ideale è il governatore della Puglia, orecchino, gay, onestamente e dignitosamente comunista anche se postmoderno. Contro di lui il Cavaliere potrebbe dire le umane e le inumane cose, tanto rimane minoranza. Per non parlare dell’ex Tonino nazionale che ha perso l’onore politico da quando i suoi due deputati hanno salvato il nemico numero uno dell’Idv. Di Casini, che è stato all’opposizione e ce l’ha mandato proprio lui, bisognerebbe lavorare di fino per dire tutto il male possibile. Tanto più se il leader Udc sarà alla testa del battaglione democratico, che alla sua sinistra farebbe strage di voti utili non facendo scattare il 4%. È vero che sarebbe un’ammucchiata anche Patto della Nazione più Pd ‘depurato’, ma per Berlusconi sarebbe una concorrenza al centro e sulle fasce moderate che non potrebbe sottovalutare. Ovviamente non può ammettere di averne paura. Noi glielo abbiamo chiesto alla fine del vertice Ue: teme un’alleanza di questo tipo? E lui: ‘Non mi preoccupa perché non hanno elettori’. Una risposta insolitamente breve, come se non avesse ancora messo a fuoco il problema che potrà trovarsi di fronte. Del resto un sondaggio ad hoc non ce l’ha, e quindi che può dire? Il premier è persona pratica, procede passo dopo passo. Non si pone un problema che non è andato a maturazione. Adesso è interessato all’espansione della maggioranza e i suoi messaggi si fanno incalzanti e quotidiani. Erano mesi che non si offriva ai giornalisti come in questi giorni così a lungo e in tutte le circostanze. Quando non lo fa, annullando viaggi e conferenze stampa, è perché le cose gli vanno male o sta incubando qualcosa. Da quando invece ha superato la rischiosa boa della sfiducia, nonostante possa contare solo su 3 voti di maggioranza, il premier parla a iosa (anche alle 2 di notte come è accaduto l’altra sera nella hall del Conrad). Ieri, all’uscita vip del Justus Lipsius, è stato l’unico leader che si è fermato con i giornalisti. Si mostra sicuro, ostenta il suo ritorno a Bruxelles da vincitore. ‘Ditelo che non riuscite a stare senza di me. Non è facile abbattere un combattente veterano come me’, ha scherzato con alcuni colleghi al vertice Ue. Colleghi che gli avrebbero fatto tanti di quei complimenti per la fiducia ottenuta da averlo imbarazzato. Del resto, ha osservato, la caduta del governo avrebbe creato instabilità anche in Europa e avrebbe fatto male alla tenuta dell’euro. ‘Anche questo dimostra l’irresponsabilità di una manovra per come era stata pensata e cercata di portare avanti’. Ecco, per fortuna un governo a Roma c’è ancora e a Bruxelles è stato approvato il fondo permanente ‘salva-Stati’. Ora l’euro a suo avviso è in ‘sicurezza irreversibile’, grazie al clima di concordia tra i 27. Non è passata la proposta, sostenuta fortemente dall’Italia, di emettere eurobond. C’è la contrarietà della Merkel e di Sarkozy. Il Cavaliere nega che ci sia uno strapotere franco-tedesco, anche perché spesso le loro iniziative incontrano la ‘mancata adesione degli altri Paesi’. Ammette però che in Europa serpeggia ancora la voglia di ‘un protagonismo nazionalistico’. In Italia invece deve fare i conti con il duo Fini-Casini. Li considera perdenti, soprattutto il primo, mentre per il secondo usa toni più soft, lasciando la porta socchiusa. Il suo bersaglio è comunque il presidente della Camera: è il Fli che vuole dissanguare, saccheggiare”.

9. Casini apre a Bersani: Giusto andare oltre Berlusconi

Roma - “Una premessa. A Casini e all’Udc non interessano le offerte. ‘Né quelle che vengono da una parte né quelle che vengono dall’altra, per la semplice ragione che non siamo sul mercato’, dice il leader centrista ora unito a Fini, Rutelli, Lombardo e i repubblicani. Però – scrive LA REPUBBLICA - ammette che c’è del buono nel ragionamento con cui Bersani (nell’intervista a Repubblica) offre un’alleanza al terzo Polo, una sorta di patto costituente per superare Berlusconi, disposto persino, il leader Pd, a sacrificare le primarie. ‘Ci sono elementi da valorizzare in quanto ha detto Bersani, primo tra tutti il fatto che voglia aprire una fase fondativa: è un’autocritica rispetto a quanto fatto finora’. E a proposito di chi sarà il leader del Terzo Polo, Casini risponde infastidito: ‘Da noi valgono i progetti, non i predellini, poi faremo sapere’. A chiudere è invece Italo Bocchino, il capogruppo dei finiani alla Camera: ‘L’offerta non ci interessa, non ci alleiamo con la sinistra. Abbiamo creato il Terzo Polo per lanciare un’Opa sull’elettorato di centrodestra’. Del resto, la carta messa sul tavolo dal segretario democratico apre critiche aspre anche tra i militanti online: sul sito di Bersani è quasi una sollevazione. ‘Come si può pensare a un’alleanza con Udc e Fli che hanno votato le leggi del ministro Sacconi?’; oppure ‘Giuro che se il Pd si allea con il terzo Polo io sosterrò Vendola. Caro Bersani rifletti’. Consenso tra i big democratici. Va bene alla corrente Areadem, di Dario Franceschini e Piero Fassino: ‘Bersani con realismo indica la strada giusta’. Piace a Marco Follini: ‘Apprezzo la svolta al centro di Bersani. Mi pare che oggi sia sceso dai tetti e si sia insediato in un territorio di grande buonsenso’. Per Anna Finocchiaro è ‘un’ottima proposta che ci rende protagonisti’. Se si trattasse di un primo cambio di rotta del segretario, ci starebbero anche i Modem, la minoranza veltroniana, . Sulle barricate sono invece gli ulivisti e Ignazio Marino (‘No all’Unione di centrodestra e al sacrificio delle primarie’). Arturo Parisi, il "fondatore" dell’Ulivo di Prodi e l’ideatore delle primarie, bolla il progetto bersaniano come ‘restaurazione della Prima Repubblica: invece di andare oltre Berlusconi vuole tornare a prima di Berlusconi’. I "rottamatori" di Renzi e di Civati sono ipercritici: ‘Se Bersani vuole lasciare il Pd noi non lo seguiamo’. Sandro Gozi giudica sbagliato ‘inseguire un Polo incerto che vira a destra’. I Democratici devono anche chiarire come rispondere al pressing di Di Pietro che chiede ‘un matrimonio’ subito tra Pd-Idv e Vendola. Duro il giudizio del leader di Sel: ‘No alle alchimie di Palazzo, a un modesto programma di sopravvivenza’; e poi: ‘Le primarie sono nel cuore del popolo democratico, sono l’alternativa alla furbizia, al tatticismo, al barricarsi nel Palazzo’. Altrettanto tranciante la replica del Pd a Vendola: ‘Sulle primarie non accettiamo lezioni; sono state inventate da noi e ne conosciamo bene il valore’. La direzione del Pd convocata per l’anti vigilia di Natale, il 23, dovrà sciogliere molti nodi".

10. Ciancimino: Posso vedere la banca dati dei magistrati

Roma - “La prossima settimana Massimo Ciancimino tornerà dai pubblici ministeri palermitani per consegnare nuovi documenti e ricordi sulla presunta trattativa fra Stato e mafia dal 1992 in avanti. Per le cose che lui stesso ha portato e detto, il figlio dell’ex sindaco corleonese di Palermo è stato indagato per concorso in associazione mafiosa ed è finito sotto accusa a Caltanissetta per calunnia nei confronti del prefetto De Gennaro”. Lo scrive IL CORRIERE DELLA SERA. “Da ultimo, a Reggio Calabria, l’hanno inquisito per riciclaggio, e ieri è stato interrogato il suo presunto complice: Girolamo Strangi, imprenditore sospettato di essere vicino alla potente famiglia di ’ ndrangheta dei Piromalli, dal quale Ciancimino jr si recava, a Verona, dopo aver eluso la scorta che solitamente lo accompagna. A Strangi i magistrati di Reggio hanno contestato i colloqui intercettati nel suo ufficio con il figlio di ‘don Vito’ Ciancimino. In particolare quello del 1° dicembre scorso, nel quale i due parlano dello scambio fra denaro contante (di Ciancimino) e assegni (di Strangi) e altre vicende. Comprese le preoccupazioni giudiziarie dell’imprenditore calabrese, che il suo interlocutore si propone di risolvere. ‘A me mi stanno addosso...’ , dice Strangi. E Ciancimino: ‘Se hai problemi dimmelo.. A Verona ti faccio nominare un avvocato che, praticamente, è il professore all’Accademia della Guardia di finanza’ . Poi sostiene di essere in grado di verificare l’esistenza di qualsiasi indagine grazie alla banca dati dei magistrati di Palermo, di cui afferma di poter disporre pressoché a suo piacimento: ‘Io me la vado a vedere nel registro... C’è la convergenza nazionale dei dati... e ti stampano tutto, quelle in corso e tutto... Se gli digito un nome mi dice se c’è l’iscrizione in un’indagine, anche dei vigili urbani. È la banca dati del Ministero... della Dda, dell’antimafia, ce li ha tutti i dati, pure se hai perso il passaporto... Se ti serve saperlo io... quando ho un attimo guardo...’ . Strangi si mostra interessato ma dubbioso: ‘Non vorrei innescare un meccanismo che tu vai a vedere e quello... Non vorrei causare casini’ , e Ciancimino ribatte: ‘Sennò regalo un i-phone a qualcuno e glielo faccio vedere’ . È probabile, anzi quasi certo secondo gli stessi inquirenti, che quelle del figlio dell’ex sindaco mafioso siano millanterie per mostrare ad un possibile socio in affari di essere poco meno che onnipotente. Come quando dice: ‘Io faccio quello che minchia voglio là dentro... L’altra volta mi sono andato a vedere un file dove c’erano le barche da sequestrare’ . E poi, riferendosi a inchieste fiscali a suo carico (ce n’è una a Forlì) e alla trasmissione Annozero alla quale aveva appena partecipato: ‘L’hai vista? Sono un’icona per loro! Se io dico, mi vogliono fottere con una minchiata, mi vogliono coinvolgere e robe varie, loro... in gioco io c’ho molto di più di un’inchiesta fiscale... E allora gli dicono a quelli: guardate che è il nostro teste principale d’accusa su quel che è successo negli ultimi vent’anni, non me lo screditate per una cazzata..’ . Se queste possono essere vanterie di un personaggio che ha interesse a mostrarsi spavaldo e influente col suo interlocutore, più concrete sembrano le frasi in cui Ciancimino appare intenzionato a concludere lo scambio di contanti contro assegni: ‘Li porto in Italia i miei cento e poi li do a Paolo?...’ . E ancora: ‘Una volta che abbiamo messi questi cento, mi devi dare settanta di assegni, giusto?’ . Centomila contro settantamila, par di capire. Perché Massimo Ciancimino — già condannato per riciclaggio di una parte del ‘tesoro’ di provenienza mafiosa accumulato dal padre — sostiene di avere molto contante in Francia, che deve far rientrare in Italia sotto altre forme: ‘Per me il contante è micidiale! Io faccio tutto con carta di credito... A me serve.. Perché girano le tue aziende, che poi riesci a farmele avere come consulenze... L’ideale sarebbe creare una società all’estero a cui io fatturo consulenza tipo informatica, energie... cose varie... e loro mi pagano’ . Ciancimino dice a Strangi che per lui i contanti ‘sono carta straccia’ , e spiega che se venisse sorpreso a versare, spendere o spostare banconote ricomincerebbero i suoi guai ‘Vado su tutti i giornali del mondo, "Ciancimino è andato a recuperare il tesoro", sono rovinato’ . Il denaro sta a Parigi, i due discutevano di come farli rientrare. Un intermediario, tale Paolo, sarebbe dovuto andare a Parigi e portare il denaro in macchina fino in Calabria, ma Ciancimino è perplesso: ‘Ti fidi a fare tutto questo percorso in macchina con i soldi? Io non ho problemi, che sono con scorte e tutto, passo ovunque...’ . Da quel che dice il figlio di ‘don Vito’ , quei contanti da riconvertire in altre forme sembrano derivare dalla vendita della società Gas Natural, vicenda già passata al setaccio nel processo in cui è stato condannato: ‘Questi sette (presumibilmente milioni di euro, ndr) miei in nero, alcuni li ho spesi e poi sono rimasti...’ . In tutto sarebbero cinque milioni: ‘Io ce ne ho un pacco ancora da cinque che è sottovuoto... la banca me li dà sottovuoto cinque milioni...’ . E in un altro passaggio Ciancimino jr si lamenta: ‘Stanno là a fare la muffa!’”. (red)

11. Clandestini espulsi, non punibili indigenti che restano

Roma - “La Corte Costituzionale fa cadere un altro pezzo del pacchetto sicurezza, in relazione al reato di clandestinità: non è reato restare nel nostro Paese per povertà. Non è quindi punibile penalmente lo straniero che in ‘estremo stato di indigenza’ , o comunque per ‘giustificato motivo’ , non ha obbedito più di una volta all’ordine di allontanamento del questore, continuando a rimanere illegalmente in Italia. Lo ha stabilito una sentenza, la 359 – scrive IL CORRIERE DELLA SERA -, destinata a far molto discutere, la prima firmata dal neopresidente De Siervo. La Corte ha così bocciato una delle disposizioni della legge del 2009 che doveva servire a rendere più strette le maglie della permanenza degli immigrati irregolari sul nostro territorio. Se lo Stato intende espellere i clandestini, secondo la Corte, lo dovrà fare caricando su un aereo il clandestino, a spese della collettività. La nuova norma era stata invece pensata proprio per ‘invertire’ l’onere dell’esecuzione del provvedimento, vista l’impossibilità pratica di un numero elevatissimo di accompagnamenti alla frontiera e il pesante costo dei rimpatri a carico dello Stato. La sentenza è stata apprezzata da Rosy Bindi, Barbara Pollastrini e Livia Turco del Pd e da Fabio Granata di Futuro e Libertà. ‘Il rimedio ordinario previsto dalla legge per la presenza illegale nel territorio dello Stato del destinatario di un provvedimento di espulsione, occorre ricordarlo, è l’esecuzione coattiva del provvedimento stesso’ , annota la Consulta. ‘In assenza di tale misura amministrativa, l’affidamento dell’esecuzione allo stesso soggetto destinatario del provvedimento incontra i limiti e le difficoltà dovuti alle possibilità pratiche dei singoli soggetti, in un ragionevole bilanciamento tra l’interesse pubblico all’osservanza dei provvedimenti dell’autorità, in tema di controllo dell’immigrazione illegale, e l’insopprimibile tutela della persona umana’ . Tale tutela — sempre secondo la Consulta — ‘non può essere esclusa o attenuata in situazioni identiche, ancorché successive, senza incorrere nella violazione dell’articolo 3, primo comma, della Costituzione’ . In sostanza, cioè, la Corte Costituzionale (nonostante il richiamo alla tutela della persona umana) non ha riscontrato la violazione dell’articolo 2, cioè quello che stabilisce che ‘la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo’ , ma quella del successivo articolo 3 per disparità di trattamento tra diverse situazioni inerenti allo stesso soggetto. I giudici della Consulta hanno ritenuto fondata la questione sollevata dal Tribunale di Voghera che doveva giudicare una donna straniera arrestata dopo che per la quarta volta non aveva dato seguito all’ordine del questore di lasciare il territorio nazionale. Il caso era particolarmente grave dal punto di vista umanitario, visto che quando la donna era stata rintracciata nel sottoscala di uno stabile dove soggiornava, in stato di abbandono e priva di ogni servizio essenziale, e persino di riscaldamento, nonostante la temperatura di molti gradi inferiore allo zero. Ma, ora, al di là dei casi-limite umanitari, il principio del ‘giustificato motivo’ fissato anch’esso dalla Corte potrà essere usato su larga scala. Si chiede Carolina Lussana della Lega Nord: ‘Quale clandestino ora verrà non dichiarato indigente? Si garantisce così a tutti gli immigrati irregolari l`impunità’".

12. Finmeccanica, Cola ai pm: Vi racconto le tangenti

Roma - “‘Negli ultimi tre anni la Grossi non poteva davvero lamentarsi perché ha ricevuto un sacco di lavori per effetto della circostanza che il sistema costruito pagava tangenti attraverso le sovrafatturazioni’ . È il 9 dicembre 2010. Nel carcere di Regina Coeli, di fronte al procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo e al sostituto Paolo Ielo, parla Lorenzo Cola, il consulente di Finmeccanica arrestato a luglio per riciclaggio e ora accusato anche di frode fiscale e corruzione aggravata”. Lo scrive Fiorenza Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA. “Dopo aver consegnato due memoriali ha deciso di collaborare con i magistrati e nell’interrogatorio rivela il sistema corruttivo che avrebbe consentito alla Selex — società controllata da Finmeccanica e amministrata dall’ingegner Marina Grossi, moglie del presidente della holding Pierfrancesco Guarguaglini — di ottenere appalti dall’Enav, l’ente di assistenza al volo. Il ‘consulente globale’ Nelle scorse settimane, nell’ambito dell’indagine sui ‘fondi neri’ che sarebbero stati creati dal colosso specializzato in sistemi di Difesa e dalle aziende partecipate, i magistrati avevano ordinato perquisizioni nelle case e negli uffici della stessa Grossi, del presidente di Enav Luigi Martini, dell’amministratore delegato Guido Pugliesi, del responsabile delle relazioni esterne di Finmeccanica Lorenzo Borgogni e di numerosi amministratori delle società che avevano ottenuto i lavori. Tutti accusati di aver fatto parte del meccanismo che, attraverso fatture false o maggiorate, creava plusvalenze utilizzate poi, secondo l’accusa, per pagare ‘mazzette’ a manager e politici. Un meccanismo che adesso Cola e il commercialista Marco Iannilli, anche lui finito in carcere per le stesse accuse e scarcerato ieri, confermano svelandone i dettagli. Sono soprattutto le dichiarazioni di Cola (messe a disposizione della difesa che ha presentato ricorso contro i provvedimenti di sequestro al tribunale del Riesame) a fornire elementi decisivi per le indagini perché, come lui stesso chiarisce, ‘il mio ruolo in Finmeccanica è di consulenza globale. Dal 2005, in particolare, mi ritrovo a collaborare continuamente con i vertici di Finmeccanica (Guarguaglini, Borgogni e Zappa). Da quel momento non ho specifici settori di intervento, sono un consulente che si occupa a richiesta, in relazione ai singoli settori su cui mi si richiede un contributo’ . Già nel verbale del 14 ottobre 2010 Cola aveva mostrato di voler rivelare ruoli e compiti dei vertici manageriali: ‘Effettivamente sono venuto a conoscenza da Paolo Prudente, all’epoca direttore generale dell’ex Alenia, che le aziende che lavoravano dovevano pagare, nel senso che dovevano retrocedere delle somme che in precedenza venivano corrisposte come plusvalenza. In pratica, previo accordo con l’azienda cui veniva affidato l’appalto, veniva pagata dall’Alenia una somma superiore a quella realmente dovuta e veniva poi retrocessa in nero, con pagamento in contanti, la somma pagata di più. Sono venuto a conoscenza, per avermelo detto all’epoca Prudente, che una delle aziende che avevano effettuato questo pagamento in nero era la Seit o Xeit che aveva un grosso appalto con il cliente tramite il ministero dei Trasporti e che aveva retrocesso in contanti a Prudente la somma in più pagata con l’appalto. La Datamax era una società cliente dello studio Iannilli che restituiva in nero i soldi ad Alenia e in particolare a Prudente e all’altra persona che lavorava con Prudente, mi pare si chiamasse Nobili’ . I soldi di Enav Racconta Cola: ‘Io ho fatto ottenere, diversificando l’attività dell’azienda delle nuove commesse per cui sono stato poi pagato in nero dall’azienda medesima che grazie a me era riuscito a ottenere quelle nuove commesse. Io ero riuscito a far ottenere quelle commesse in quanto evidentemente per la mia opera vantavo dei "crediti"nella società che concedeva l’appalto per cui avevo chiesto di far lavorare quell’azienda e poiché avevo fatto realizzare grossi affari alla ""società madre" non potevano rifiutarmi tale "cortesia"e cioè di affidare l’appalto all’azienda da me segnalata. Evidentemente quando mi riferisco alla "società madre"intendo Finmeccanica e la società del gruppo che dava gli appalti su mia indicazione a Easy era Selex sistemi integrati, ex Alenia’ . A questo punto il consulente entra nei dettagli: ‘Voglio riferire in relazione a operazioni recenti che hanno riguardato Enav e Selex sistemi integrati. Io so, per avermelo detto loro, che Iannilli, per quanto riguarda la società Arc Trade, e Di Lernia, per quanto riguarda la società Print Sistem, avevano avuto richieste di denaro da parte di soggetti di Enav, rispettivamente da tale Floresta (l’ex consigliere di amministrazione Ilario Floresta, anche lui già indagato, ndr) e dall’amministratore Pugliesi per poter lavorare con Selex negli appalti Enav. Iannilli e Di Lernia mi hanno detto che successivamente all’ottenimento da Selex dei subappalti in ordine ad appalti ricevuti da Enav, hanno pagato delle somme di denaro rispettivamente a Floresta e a Pugliesi’ . Una circostanza che entrambi hanno negato, accusando Cola di calunnia. Ma il diretto interessato dice: ‘In sostanza succedeva che Selex per ottenere gli appalti da Enav pagava i soggetti di Enav per tramite di Iannilli e Di Lernia, che a loro volta riconoscevano a me un compenso in ragione del fatturato da loro raggiunto grazie a me che avevo introdotto tale società in Selex’ . Le tangenti di Selex I verbali di Iannilli sono pieni di ‘omissis’ , ma su questo punto il commercialista conferma le parole di Cola. Chiede il pubblico ministero: ‘Per quale ragione Selex e il suo amministratore usavano Di Lernia per far approvare in Enav gli aumenti dei costi dei lavori che Enav affidava a Selex?’ . Risponde l’indagato: ‘Di Lernia ha sempre mantenuto ottimi rapporti con il board amministrativo di Enav, prima Nieddu e Pugliesi, poi solo Pugliesi. Mi diceva che tali rapporti gli comportavano un sacco di spese e cioè li pagava. L’utilità che egli ne traeva era che così facendo, Selex, che beneficiava delle sue attività, subappaltava i lavori poi alla sua società Print Sistem’ . Un giro di soldi che— sostiene Cola— l’ingegner Grossi conosceva perfettamente. E così lo racconta: ‘Il sistema delle sovrafatturazioni ha origine almeno dal periodo di Prudente. È continuato successivamente e certamente l’ingegner Grossi ne era al corrente. Ciò dico perché l’ingegner Grossi ne parlava con l’ingegner Fiore e con l’avvocato Colucci. Costoro me lo riferivano, soprattutto quando c’erano problemi. Costoro me ne parlavano in quanto ero consulente del gruppo e mi occupavo di Enav. L’ingegner Grossi sapeva anche che con le disponibilità extracontabili venivano pagati i vertici di Enav per l’assegnazione dei lavori a Selex. Si parlava con l’amministratore delegato Grossi del fatto che per lavorare in Enav occorreva pagare tangenti. È un sistema che lei ha ereditato e che ha continuato a realizzare. Con me, in particolare, ne ha parlato in un’occasione specifica, dicendomi: con questi di Enav è molto difficile lavorare, ogni cosa bisogna pagare. Io risposi: occorre fare come faceva Prudente’ . Più volte nelle scorse settimane l’ingegner Grossi ha negato di aver creato ‘fondi neri’ e di aver versato tangenti".

 

13. Internet, il Garante spegnerà i siti “pirata”

Roma - “Negli Stati Uniti si chiama "notice and take down". Ovvero prima avverti e poi chiudi. In Italia saranno trattati allo stesso modo i siti che ospitano file coperti dal diritto d’autore oppure che "linkano" a server dove siano archiviati film, fiction, canzoni. E per gli utenti? Nessuna conseguenza, anche in caso di file sharing (cioè di condivisione dei contenuti), mentre i "pirati" subiranno – oltre all’oscuramento dei siti - ammende salate”. Lo scrive LA REPUBBLICA. “L’Autorità per le Comunicazioni ha approvato una bozza di delibera sul diritto d’autore che per due mesi sarà al vaglio di tutti i soggetti attivi nel settore, perché suggeriscano modifiche. Nel 2011 il varo definitivo delle nuove regole. Oggi la distribuzione illegale sta mettendo a dura prova il mondo del cinema, della musica e la stessa avanzata trionfale dei libri digitali. Ci sono blog o siti che pubblicano link a file pirata (poi scaricabili da altri siti in modalità rapidshare). Ci sono blog o siti che offrono motori di ricerca per individuare questo o quel film. Oggi le armi dei detentori dei diritti sono spuntate. Allo stesso modo, alcune regole sulla protezione di questi contenuti appaiono stanche e in ritardo sui tempi. Per questo la proposta dell’Autorità non calca la mano sugli utenti, semmai su chi materialmente mette in rete file protetti da copyright e su chi li ospita. I detentori dei diritti (come le associazioni che rappresentano aziende di software, case discografiche o cinematografiche, editori) potranno chiedere la rimozione immediata dei file illegali. Passati inutilmente due giorni dalla richiesta, la palla passerà all’Autorità che, accertato l’abuso, impedirà - in parte o del tutto - l’accesso al dominio accusato di irregolarità. Questo passaggio, per la verità, è ancora poco chiaro: a chi toccherà la responsabilità di inibire l’accesso all’indirizzo dei siti? Sarà forse chiamata in causa l’autorità giudiziaria (con tutti i problemi di super lavoro che già pesano sulle Procure), o sarà direttamente l’Autorità a stilare la "black list" e a chiedere ai gestori delle reti l’oscuramento? E non è nemmeno chiaro se l’oscuramento dei siti nel mirino sarà un obbligo per i fornitori di servizi adsl (provider) o una semplice facoltà. All’orizzonte, intanto, si affacciano anche le sanzioni pecuniarie (si parla di alcune migliaia di euro, in media 12 mila per ogni infrazione) che andranno a pesare sulle teste dei "pirati" informatici e non su chi scarica contenuti vietati. Una serie di azioni favorirà, inoltre, la diffusione di una "cultura del diritto d’autore". Come il via libera alla promozione di un’ampia offerta di contenuti legali. Interessante anche la possibilità di utilizzare licenze collettive. Il presidente dell’Autorità Calabrò sottolinea l’importanza di questo pacchetto di regole che non ‘censura le libertà di Internet’. Paolo Gentiloni del Pd sottolinea che ‘l’Autorità ha abbandonato l’idea di una velleitaria crociata contro il peer-to-peer per concentrarsi invece su misure concrete’. Merito anche dell’azione di alcuni componenti dell’Autorità come Nicola D’Angelo. Ma un altro commissario Stefano Mannoni ribatte che l’Autorità non ha mai voluto perseguire l’uomo della strada: ‘Abbiamo sempre avuto un approccio tecnico al problema’".

 

 (red)

14. Feltri torna a “Libero”, sarà editore con Belpietro

Roma - “‘Io non sono berlusconiano, è Berlusconi che è feltriano’: Vittorio Feltri questa battuta l’ha fatta tante volte, un po’ per il gusto del paradosso, ma molto per reagire a chi lo arruolava tra le truppe d’assalto del Cavaliere. Probabilmente è soprattutto per rimarcare questa indipendenza che Feltri, dopo solo un anno e mezzo, lascia il Giornale per tornare a Libero, la sua creatura. Dicono – scrive Michele Brambilla su LA STAMPA - che fosse stufo dell’asse venutosi a creare tra Alessandro Sallusti, che del Giornale è direttore responsabile, e Daniela Santanchè, che del Giornale gestisce la pubblicità e che di Berlusconi è il consigliere più ascoltato. Dicono che riteneva la linea troppo ingessata: va bene sostenere il premier, pensa Feltri, ma qualche volta si può anche criticarlo. Comunque sia, che avesse voglia di andarsene l’aveva lasciato intendere qualche settimana fa a Luca Telese del Fatto. Da quel giorno erano partite voci incontrollate, smentite, assicurazioni, mezze ammissioni. Ieri l’ufficialità: da martedì prossimo Feltri ritorna a Libero. Naturalmente Belpietro non se ne va, perché il senso dell’operazione è anche quello di mettere insieme i due pezzi da novanta del giornalismo di centro-destra. Belpietro resta direttore responsabile, Feltri sarà direttore editoriale. E non è tutto. I due acquisiranno dagli editori, cioè dalla famiglia Angelucci di Roma, una cospicua quota azionaria. Di minoranza, pare: ma come detto cospicua. Si parla del 40 per cento, con l’assicurazione di avere mano libera nella gestione di tutto. Mercoledì 22, in una conferenza stampa, Feltri e Belpietro spiegheranno i dettagli. I due formano, come detto, una coppia esplosiva: tipo mettere insieme Messi e Cristiano Ronaldo. Ma sono anche una coppia che si risposa dopo aver divorziato. Feltri s’era preso come spalla Belpietro già più di vent’anni fa, in un quotidiano di Bergamo. Poi avevano fatto coppia fissa all’Europeo, all’Indipendente, al Giornale. A un certo punto Belpietro se n’era andato per camminare con le sue gambe e i rapporti fra i due erano diventati un po’ freddi. Perfino gelidi a un certo punto, se è vero che in un’intervista Feltri liquidò così l’ex sodale: ‘Belpietro è il numero uno dei numeri due’. Precisando poi in un’altra occasione: ‘Arriverebbe secondo anche se corresse da solo’. E tuttavia Belpietro ha dimostrato di saper fare anche il numero uno. Soprattutto quando ha ereditato il Giornale orfano proprio di Feltri, nel 1997. Tutti pensavano che il Giornale, via Feltri, sarebbe morto. E invece no: ha resistito perfino quando Feltri, fondando Libero, gli ha fatto la più micidiale delle concorrenze. Belpietro ha poi ripetuto il mezzo miracolo proprio l’anno scorso, quando appunto è andato a dirigere Libero. Anche qui tutti dicevano: via Feltri, Libero chiude. Invece Libero ha resistito. Funzioneranno queste seconde nozze? O presto inizierà sotto traccia una sfida su chi è più numero uno dell’altro? Per ora l’unica cosa certa è che Libero, almeno in apparenza, prende la leadership della stampa di centro destra. Feltri da solo è uomo da portarsi appresso venti-trentamila copie. E Libero già adesso sembra più ricco di firme: oltre a Belpietro ci sono Pansa, Giordano, Facci, Mughini, la Maglie, Socci. E il Giornale? Pare scontato che perderà pure Veneziani, che segue sempre Feltri. In via Negri, nella sede del quotidiano fondato (in un altro universo) da Montanelli, ora c’è preoccupazione, ovvio. Per il direttore Sallusti sarà una sfida difficile. E per Berlusconi? Che ne penserà di questo nuovo terremoto? L’anno scorso lo scambio di panchine tra Giornale e Libero era dipeso soprattutto da un fatto: la vicenda Noemi, che aveva inasprito lo scontro e convinto Berlusconi ad alzare i toni della stampa di sua proprietà o a lui vicina. Era stato abbandonato l’esperimento con Mario Giordano, che aveva cercato di ringiovanire il Giornale, ed era stato richiamato Feltri proprio per rispondere con più vigore alle bordate dei giornali di sinistra: à la guerre comme à la guerre. Anche Belpietro, che quando dirigeva il Giornale aveva il mandato di farne una specie di Figaro italiano, e cioè un giornale schierato ma moderato, a Libero ha seguito lo stile aggressivo di Feltri. Risultato: due quotidiani tosti invece di uno, con il Cavaliere ormai persuaso che – contrariamente a quanto lui stesso pensava – per la lotta politica lo strumento più efficace è ancora la stampa, e non la televisione. Il Giornale e Libero, messi insieme, vendono meno della sola Repubblica, perché in Italia il pubblico di centrodestra legge meno di quello di centrosinistra. Ma provate a ripassare l’ultimo anno, e guardate se non sono state le battaglie del Giornale (su Boffo, su Fini, eccetera) a dettare nel bene o nel male, a seconda di come la si pensa, l’agenda politica. Il nuovo Libero di Feltri, sull’esempio vincente del Fatto, punterà molto anche su Internet. Ma comunque in tutta questa storia c’è, tra tante cose, pure il profumo di rivincita della vecchia carta stampata, troppo presto data per morta".

15. Lo stop della Merkel che non serve all’Ue

Roma - “Sospettata già da mesi di anteporre i suoi interessi elettorali alla salvezza dell’euro, Angela Merkel ha fornito al vertice dei Ventisette una nuova prova della sua determinazione. E anche del suo potere, dal momento che nel varo del nuovo meccanismo permanente salva-Stati, previsto per il 2013, tutto è andato come la Germania voleva. Si farà l'emendamento al Trattato di Lisbona”. Lo scrive Franco Venturini sul CORRIERE DELLA SERA. “Il futuro strumento di mutuo soccorso entrerà in campo soltanto ‘se sarà indispensabile’ . Banche e fondi privati parteciperanno alle perdite in caso di default pilotato. Le risorse del fondo di sostegno attualmente esistente non saranno per ora aumentate. Nein alla proposta di Tremonti e Juncker, sostenuta ieri da Berlusconi ma anche da altri, di far ricorso all'emissione di eurobond. La Merkel, insomma, non si è mossa di un centimetro. Intendiamoci, le misure gradite a Berlino non sono certo ‘contro’ la difesa dell'euro e il contenimento del contagio debitorio nell'eurozona. Ma è difficile non scorgere, nell'agenda del Cancelliere, il tentativo di conciliare due volontà: primo, rassicurare l'elettorato tedesco stufo di ‘pagare per gli altri’ ; secondo, contenere i mercati, la speculazione e le agenzie di rating Usa in quello che somiglia sempre più a un vero e proprio assalto all'euro. Primo e secondo, nell'ordine. Con il risultato di lanciare ai medesimi mercati che si voleva placare un segnale di perdurante vulnerabilità dell'eurozona almeno fino alla fine del 2013. Torna così ad emergere, in maniera sempre più evidente, una ‘questione democratica’ che pone in oggettiva I rotta di collisione gli interessi elettorali della Merkel e quella che secondo molti potrebbe essere da subito la più efficace difesa dell'euro. A ben vedere l'Europa che esce da Bruxelles è prigioniera di un paradosso. Frau Merkel ha bisogno di parlare oggi ai suoi elettori, per avere il tempo di assecondare il loro umore in vista delle urne nazionali che si apriranno proprio a fine 2013, e anche perché nel 2011 dovrà affrontare ben sette elezioni regionali e locali. Sarkozy la segue scontando una evidente subordinazione, perché per l'Eliseo si vota nel 2012 di gruppo di Stato e di governo posano la foto di gruppo durante summit Ue ieri: Berlusconi è il primo da sinistra e i l Presidente non vuole apparire isolato. Ma, ecco il paradosso, tanta rigidità potrebbe addolcirsi dopo le verifiche elettorali francese e tedesca, perché la Merkel avrà allora un margine di manovra meno condizionato da interessi di potere oppure perché altri, molto critici della sua politica, avranno conquistato la cancelleria. Mantenendo l'essenziale dell'accordo concluso ieri nulla vieta che ad esso possano allora affiancarsi nuovi strumenti, compresa quella emissione di eurobond che è ormai per l'Italia un cavallo di battaglia. Ma tenere lo sguardo fisso sul dopo 2013, come hanno fatto ieri i ‘ ventisei più uno’ , potrebbe rivelarsi presto una strategia miope e pericolosa. Le ratifiche nazionali dell'emendamento al Trattato di Lisbona, per quanto ‘leggere’ , potrebbero comportare sorprese paralizzanti. Nel corso del 2011 i Paesi dell'eurozona dovranno rifinanziare un ammontare record di debiti sovrani, il più alto da quando è stata creata la moneta unica. Il Portogallo viene considerato una vittima quasi sicura, la Spagna una vittima possibile (l'Italia per fortuna è ancora al di là dell'orizzonte, ma per quanto?), e tornano a crescere le preoccupazioni per le ‘salvate’ Irlanda e Grecia. La crisi debitoria che scuote l'euro, insomma, non ha lo stesso scadenzario della Merkel e dell'opinione pubblica tedesca. Il problema è tutto qui, perché non poche delle posizioni di Berlino appaiono giuste in linea di principio. E non si può far carico soltanto ad Angela Merkel, al di là del suo interessato nazionalismo odierno, della più generale ri-nazionalizzazione delle politiche che da anni caratterizza tristemente la UE. Oggi fa orrore al Cancelliere e al suo elettorato che ‘venga trasmessa a tutti la debolezza di alcuni’ (con gli eurobond). Forse dopo il 2013 questo orrore potrà essere superato da una più lungimirante leadership politica, forse si potrà discutere allora — è stata la stessa Merkel a farlo intendere — di una vera politica economica comune. Ma chi specula sull'euro azzoppato non ha alcun motivo per concedere una tregua in attesa di tempi migliori per l'Europa. Il che spiega l'amara ironia di un diplomatico francese: ‘Questa è una linea Maginot e rischia di fare la stessa fine, ma i tedeschi stavolta scopriranno di essere dalla nostra stessa parte’”.

 16. Irlanda declassata da Moody’s, Fmi: Rischio contagio

Roma - “Torna l’allarme in Irlanda, preoccupando l’Europa e l’Fmi. Nonostante le misure varate dal governo di Dublino per risanare le sue banche e la sua economia, a dispetto dell’impegno preso per aiutare l’Isola di Smeraldo da parte di Unione Europea e Fondo monetario internazionale, l’agenzia di rating Moody’s ha declassato ieri di ben cinque livelli il rating dell’Irlanda, portandolo da Aa2 a Baa1”. Lo scrive LA REPUBBLICA. “Un passo indietro di cinque gradini che fa avvicinare l’Irlanda a un baratro spaventoso: ancora tre gradini più in basso, infatti, e i titoli di stato irlandesi entrerebbero nel campo dei "junk-bonds", i cosiddetti titoli-spazzatura, investimento sinonimo di alto rischio e speculazione da casinò, insomma esattamente quello da cui l’Irlanda ha bisogno di stare lontana, se vuole rimettersi in piedi dallo sboom che ha sofferto negli anni della grande recessione globale. Ma non è solo l’Irlanda a rischiare. Il Fondo monetario non nasconde la sua preoccupazione per un contagio della crisi del debito europeo. Per questo Dominique Strauss-Kahn, il numero dell’Fmi, invita l’Europa a varare in fretta un piano coordinato, senza il quale c’è il rischio che i mercati comincino a sparare contro i paesi più deboli, colpendoli uno alla volta. ‘Sono preoccupato e perciò sto premendo sugli europei affinché trovino una soluzione comune, visto che questo approccio frammentato chiaramente non funziona’, dice Strauss-Kahn. ‘I mercati stanno solo aspettando di vedere chi sarà il prossimo’. Quanto all’Irlanda, l’Fmi fa sapere che ‘senza misure aggiuntive c’è il rischio che non possa restituire il prestito di salvataggio concordato’. In piena armonia con Moody’s. L’indice dell’agenzia di rating, che misura proprio la capacità di restituire i crediti ricevuti in base a una scala standardizzata e viene considerato un barometro dello stato di salute finanziaria delle nazioni, sparge dunque nuovi tremori da Dublino alle altre capitali d’Europa. L’agenzia spiega la decisione di declassare il rating irlandese con la passività delle banche, l’accresciuta incertezza dello scenario economico e il declino della forza finanziaria. Competitività e agevolazioni fiscali, afferma un comunicato, sono "credit-positive". Uno stato di generale debolezza che secondo gli analisti di Moody’s potrebbe ulteriormente peggiorare se la crescita del Pil irlandese dovesse dimostrarsi inferiore alle previsioni e i costi per riportare la stabilità nel sistema bancario superassero le stime. Sei banche irlandesi, calcola Moody’s, potrebbero avere bisogno di oltre 90 miliardi di euro di finanziamento da parte della Banca Centrale Europea, più altri 40 miliardi di euro da parte della Banca centrale irlandese. Ieri intanto Bce e Bank of England hanno accordato una linea di credito temporanea a Dublino fino a 10 miliardi di sterline”.

17. Giappone si riarma: Cina è minaccia per Asia orientale

Roma - “Nei giorni scorsi il premier giapponese Naoto Kan è volato 1.100 chilometri a sud di Tokyo, fino a Iwo To, l’isola del Pacifico che, quando si chiamava Iwo Jima, vide massacrarsi americani e truppe nipponiche: sono stati trovati lì nuovi resti, forse 2.200 morti, e il primo ministro ha promesso che li porterà a casa. Sono stati anche i giorni delle più massicce esercitazioni militari nippo-statunitensi. Ed è con questi antefatti che ieri Tokyo ha diffuso le ‘Linee guida programmatiche della difesa nazionale’”. Lo scrive IL CORRIERE DELLA SERA. “Il piano prevede un potenziamento delle ‘forze di autodifesa’ giapponesi, già ora superiori alle forze armate britanniche, e indicano due minacce: la Corea del Nord e la Cina. La quale ‘inquieta’ la comunità internazionale con la sua ‘mancanza di trasparenza’ . Pechino reagisce: ‘Noi non minacciamo nessuno’ . Naoto Kan ha ereditato da Yukio Hatoyama la maggioranza di centrosinistra uscita dalle elezioni del 2009, dominate dal Partito democratico. Tuttavia il piano annunciato ieri costituisce una svolta epocale in un Paese che la costituzione di marca statunitense e il dopoguerra hanno sempre preteso ‘pacifista’ . È come se la crisi diplomatica di settembre, con il peschereccio cinese fermato alle isole Senkaku (che Pechino chiama Diaoyu e rivendica), avesse azzerato radicati pudori. Occorre armarsi, dice Tokyo, perché la Cina a sua volta si arma e fa paura. E quella con gli Usa ‘resta un’alleanza irrinunciabile per la sicurezza e la pace’ del Giappone. Addio alle promesse di Hatoyama, che vagheggiava un’emancipazione da Washington e un ponte verso la Cina. Avanti con gli Usa, e non a caso ieri Kan ha cercato di persuadere il governatore di Okinawa, Hirokazu Nakaima, che lo spostamento dell’avversatissima base Usa di Futenma all’interno dell’isola sia necessario e ragionevole. Le ‘Linee guida’ indicano il budget militare per 5 anni in 280 miliardi di dollari. Alle aziende del ramo sicurezza viene data la possibilità, se non ancora di esportare, almeno di sviluppare operazioni con l’estero. Soprattutto, Tokyo intende modificare le priorità. Meno truppe di terra e potenziamento delle forze aeree e marittime: raddoppio delle basi antimissilistiche (da 3 a 6), incremento dei sottomarini (da 16 a 22), più caccia, e altro. L’epicentro dello sforzo va spostato al sud dall’isola più settentrionale, Hokkaido, sulla quale durante la Guerra Fredda incombeva l’Urss. È sotto Okinawa che gli attriti con la Cina si fanno vistosi. Il ministro degli Esteri, Seiji Maehara, un mese fa al nazionalista Global Times aveva detto (invano?): ‘Voglio essere amico dei cinesi’ . Però gli approcci diplomatici non hanno stemperato la tensione. La gestione della crisi del peschereccio era costata a Kan buona parte del consenso e ora il suo gradimento è precipitato poco sopra il 20%. La Cina ieri ha affidato alla portavoce degli Esteri, Jiang Yu, la sua controffensiva: Tokyo dice cose ‘irresponsabili’ e ‘non può rappresentare la comunità internazionale’ , lo ‘sviluppo cinese ha offerto grandi opportunità anche al Giappone’ . Pechino agita preoccupazioni speculari a quelle nipponiche. E mentre Tokyo insegue amicizie fra Australia, India e Sud-Est Asiatico, ieri il premier cinese Wen Jiabao era in Pakistan, vecchio alleato. Il risiko continua”.

Bielorussia. La verità indigesta

Clandestini. Nuovo colpo al decreto Sicurezza