Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Anomalia Berlusconi, anomalia Mediaset

L’Economist torna a occuparsi del presidente del Consiglio, ma questa volta si concentra sulle sue aziende. Che prosperano grazie a favoritismi di ogni sorta

«Squallido, ingiustamente favorito e coriaceo». Così l’Economist ha definito ad un tempo il gruppo Mediaset e i suoi prodotti, postulando che si tratti di caratteristiche direttamente discendenti da quelle del suo fondatore, Silvio Berlusconi. L’occasione per approfondire il tema è l’osservazione dell’andamento borsistico delle società collegate al Presidente del Consiglio, cresciute subito di valore dopo l’ottenimento della fiducia il 14 dicembre scorso. Giusto per fugare ogni dubbio rispetto al persistere di un conflitto d’interessi che grida vendetta.

Le aziende del presidente, ora politicamente indebolito, sostiene l’Economist, sembrano comunque essere più forti del fondatore. Una forza basata su programmi di bassissimo livello, buoni a soddisfare i gusti più grevi del pubblico meno preparato, ossia della maggioranza degli italiani. «Famosi per le donne in bikini», scrive il settimanale, i canali Mediaset, «ora sono il riferimento per trasmissioni come il “Grande Fratello”» o reality della stessa caratura. L’infima qualità dei prodotti sarebbe nulla se in Italia ci fossero mezzi alternativi di informazione e intrattenimento, dove rifugiarsi dalla melma made in Mediaset. Invece, segnala l’Economist citando i dati di una ricerca internazionale, i nostri giornali sono deboli e le nostre connessioni internet ancora preistoriche e lente. La prova sono le spese pubblicitarie, che per il 57% restano destinate alle réclame televisive. Un dato che negli USA viaggia attorno al 37%. E in questo contesto Mediaset domina il mercato televisivo come nessun altro in Europa, raccogliendo da sola 2 miliardi di euro di introiti pubblicitari.

Il tutto avviene nonostante la presenza di un competitore, Sky-TV, che all’estero rappresenta un colosso, mentre da noi ha un business reso rachitico dalla predominanza di Mediaset, favorita sul mercato da leggi ad aziendam. Non a caso, secondo le rilevazioni, un quarto degli abbonati Mediaset sono ex abbonati Sky, spinti a cambiare dalle politiche concorrenziali aggressive e scorrette, consentite, quando non favorite, dalla normativa. Il tutto, nota l’Economist, in un contesto tra il comico, il paradossale e lo squallido, come quando Sky si è accaparrata i diritti per la trasmissione delle partite di Champion’s League e Mediaset ha fatto ricorso all’authority per le comunicazioni accusando il competitore di voler «eliminare ogni forma di concorrenza».

Ma l’anomalia è anche un’altra, e l’Economist la ribadisce a chiare lettere. In un paese normale la commistione tra affari pubblici e privati non sarebbe nemmeno lontanamente concepibile. Ma pur in presenza di una siffatta irregolarità, la quasi disfatta di Berlusconi in Parlamento dovrebbe trasformare la sua vulnerabilità politica in una vulnerabilità economica per le sue aziende. Così non è. L’Economist ricorda che le coalizioni di centro sinistra che hanno governato tra il 1996 e il 2001, e tra il 2006 e il 2008, pur avendo promesso di mettere mano al conflitto di interessi, si sono ben guardate dall’agire. A riprova che il gruppo Mediaset resta coriaceo anche quando il suo riferimento politico diretto è fuori dai giochi.

L’Economist non è mai stato troppo tenero con il nostro Presidente del Consiglio. I suoi articoli e le sue inchieste sull’Italia berlusconiana si sono sempre distinti per un approccio inquisitorio, capace di stracciare i veli, spesso pietosi, posti a coprire gli aspetti più vergognosi della nostra vita apparentemente democratica. È così che il settimanale britannico si è meritato l’epiteto di “Ecomunist”, coniato manco a dirlo proprio dal Cavaliere. La redazione non si è lasciata impressionare e ha continuato a raccontare chi è il nostro capo del governo e quale galassia gli orbiti attorno.

L’unico errore è sui motivi della capacità di resistenza economica di Mediaset: nell’articolo della scorsa settimana si sostiene che il gruppo gode di un’audience e di introiti pubblicitari troppo ampi per poter essere intaccati, anche quando Berlusconi è politicamente debole. Il che è sicuramente vero, ma la reale polizza-vita della galassia berlusconiana è soprattutto quella contiguità di interessi che è tipica della scena italiana, quella politica dello scambio o del ricatto incrociato, che di volta in volta trasforma le opposizioni, di qualunque colore esse siano, da cane da guardia a docile barboncino. E che, tra l’altro, rende normali gli indegni cambi di casacca a cui abbiamo assistito proprio di recente.

 

Davide Stasi

Assange, sempre sotto tiro

Secondo i quotidiani del 21/12/2010