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I cervelli italiani? Vanno all’estero

Dal Rapporto Migrantes 2010 emerge un fenomeno sconcertante: il numero dei nostri emigrati risulta quasi uguale a quello degli stranieri che vengono in Italia

Hanno superato il tetto dei 4 milioni i cittadini italiani iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero. La cifra emerge dal Rapporto Migrantes 2010 presentato a Roma nella giornata di ieri, assieme ad una variegata analisi sulle forme e sulle caratteristiche dell’odierna migrazione verso altri paesi. 

Il primo dato di rilievo, apparentemente meno importante, è che la percentuale di nostri connazionali trasferitisi all’estero, il 6,7% dei circa 60 milioni di abitanti dello stivale, è quasi pari a quella degli stranieri residenti in Italia, con un curioso effetto di vasi comunicanti che però è tutt’altro che a saldo zero: nei flussi in uscita, infatti, c’è un elevato potenziale di cultura e ricerca, la perdita del quale va ad accrescere l’impoverimento della nazione, incapace di trattenere le sue menti migliori.

Da qui la seconda, amara constatazione che deriva dallo studio. A differenza del passato, quando ad andarsene erano i più poveri e incolti, oggi la nostra è una migrazione, per così dire, di qualità. Si tratta di persone, sottolinea il rapporto, con «un’istruzione secondaria medio-alta (67,2%), che si sentono per lo più integrate nel paese di accoglienza, dove non hanno problemi di lingua, sono proprietari di casa e si ritengono soddisfatti del lavoro che conducono». Tanto che pochissimi pensano ad un eventuale rientro in Italia. E più sale il livello culturale, meno questo desiderio viene avvertito.

Si pensi che tra i duemila ricercatori italiani all’estero iscritti alla banca dati “Davinci”,  «solo 1 su 4 intenderebbe ritornare in Italia, mentre gli altri si dicono soddisfatti della vita condotta, dal punto di vista sia sociale che lavorativo». E il fatto grave, come documentato dalla recente indagine del Centro  Nazionale delle Ricerche sulla Popolazione/CNR, è che si tratta in prevalenza di giovani cervelli impegnati in ambito scientifico che hanno preferito recarsi in Paesi dove hanno finalmente trovato gratificazione professionale, attrezzature adeguate e fondi sufficienti. Un problema costante che si è intensificato nell’ultimo anno, che ha visto partire verso destinazioni diverse 113 mila persone in più rispetto al 2009, e che pone seri interrogativi sull’attenzione del governo nei confronti del talento giovanile e dei percorsi, anche economici, utili a valorizzarlo. 

I vari programmi per il cosiddetto rientro dei cervelli hanno portato al reinserimento di appena 460 ricercatori, solo 50 dei quali su richiesta ufficiale dagli atenei italiani e «di essi solo un quinto avrebbe superato le forche caudine del Consiglio Universitario». Con tali sbarramenti, non è difficile capire che il percorso rimane in salita, tanto più in questo periodo di robusti tagli ai finanziamenti pubblici. Il Segretario confederale UGL Marina Porro sigilla la situazione con un commento lapidario: «l’aumento dell’emigrazione giovanile deve far riflettere sulla grave carenza di opportunità in Italia».

Siamo di fronte, insomma, a un fenomeno che deprime la competitività del Paese in vari e importantissimi settori – tecnologico, scientifico, farmaceutico ed energetico – generando ripercussioni di natura anche economica, che a loro volta si ripercuotono sulla progressiva diminuzione di sovvenzioni e fondi per la ricerca, alimentando nuovi trasferimenti all’estero, in un perfetto esempio di circolo vizioso. Basti pensare ad una curiosa ricerca che descrive la graduatoria degli scienziati italiani mediante l’indice di Hirsch (h-index) e che è stata condotta da Mauro degli Esposti, biochimico originario di Imola ma impegnato dal 2003 come docente di Molecular Toxicology all'Università di Manchester in Gran Bretagna. Secondo questo indice, che misura il grado di performance nella produttività degli scienziati, solo 7 su 10 dei nostri studiosi lavorano ancora in Italia, e tra quelli registrati nella parte alta della graduatoria 18 su 29 si trovano all’estero. «I risultati del nostro lavoro – conclude il prof. Degli Esposti – sono aperti a varie interpretazioni. Il primo che balza agli occhi è che tutti - o quasi - i top dei top sono all'estero, una situazione veramente anomala per una nazione con tanti talenti».

di Massimo Frattin 

Secondo i quotidiani del 7/12/2010

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