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TAV: ma ci serve davvero?

Anni fa la questione si impose all’attenzione dei media a causa delle proteste in Val di Susa. Poi, a poco a poco, i riflettori si sono spenti, lasciando tutto in stand-by 

TAV è una sigla ormai famigliare anche al grosso pubblico, ma siccome è molto che non se ne parla può essere utile ricordare di cosa si tratta esattamente. Essa, infatti, identifica la società privata facente capo alla Ferrovie dello Stato S.p.A. con il compito di pianificare, progettare e costruire linee ferroviarie “ad alta velocità e alta capacità”, da installare in alcune aree del territorio italiano. Tra le altre, la più nota è quella che va da Lione all’Ucraina e che dovrebbe tagliare orizzontalmente il nord Italia garantendo, nelle parole dei progettisti e dell’Unione Europea (che la sponsorizza), un collegamento finalmente funzionale ed efficiente nel trasporto delle merci e delle persone, ma soprattutto delle merci, sia in ambito comunitario che verso i mercati dell’est.

Com’è noto, della TAV si è discusso molto al tempo delle proteste che i lavori relativi a una sua specifica tratta, la Lione-Torino, suscitarono tra le popolazioni della Val di Susa. Proteste che in alcune circostanze si sono tramutate in veri e propri tumulti. Come a Venaus, nel dicembre 2005, quando la polizia sgomberò violentemente il presidio dei cittadini che avevano occupato le aree del cantiere, suscitando poi un’ulteriore manifestazione nei giorni successivi, durante la quale ci furono nuovi incidenti. Ne seguì un’indagine della magistratura, con il conseguente sequestro dei cantieri, e da allora il governo promette consultazioni con i movimenti e i sindaci che si oppongono all’operazione. In realtà, però, il confronto non è mai partito. A capo della commissione creata ad hoc è stato messo Mario Virano, prontamente contestato in quanto coinvolto in alcune delle società appaltatrici dei lavori. Da quel momento il dissidio è entrato in una fase diversa. Assumendo un aspetto che si potrebbe definire carsico. I lavori rimangono come una spada di Damocle sulla testa dei cittadini della zona, fra i quali, come riportato da una recentissima inchiesta de “La Stampa”, le divisioni tra favorevoli e contrari permangono, in proporzioni e con modalità diverse.

Ed è così che anche in Val di Susa accade ciò che è accaduto in altri territori quando si è profilata l’ipotesi di questa o quella “grande opera”. Viene in mente la storia del Vajont, raccontata così bene da Marco Paolini, con i cittadini prima preoccupati, poi organizzati, poi divisi e infine “comprati”, in parte, dai grandi interessi, attraverso un’opera di corruzione assidua e strisciante. In Val di Susa al momento i vari comitati restano sul chi vive, e i loro componenti vivono la militanza con la passione di chi è convinto che l’opera progettata sia inutile, dannosa sotto una miriade di aspetti e per di più costosissima. In breve, la solita “italianata” a base di soldi pubblici distribuiti alle cricche e agli amici degli amici, alla faccia della reale utilità e della salute pubblica. Di contro, esiste anche un fronte tutt’altro che irrilevante di persone favorevoli. La cui presenza è molto meno evidente, perché preferiscono esprimere la propria posizione con moderazione o con il silenzio: i pochi che si espongono lo fanno con timore, perché il confronto tra gli opposti schieramenti ha già assunto i toni della battaglia in passato, e non è semplice muoversi e vivere in un contesto di contrapposizioni così radicali.

Ripartiamo dalla domanda fondamentale, quindi: la TAV è davvero utile? Al di là dei dati controversi sulla possibile ricaduta occupazionale, sullo sconvolgimento ambientale e sui possibili danni alla salute dei cittadini, il problema sembra stare nelle premesse. La “vecchia” linea ferroviaria risulta utilizzata al 30% della sua reale capacità, e la direttrice autostradale parallela lo è per meno del 50%. Perché mai, allora, bisognerebbe aggiungere una nuova infrastruttura? In nome di una crescita futura, rispondono i sostenitori della TAV. Peccato che quelle previsioni siano sballate in due sensi: primo, non tengono conto della crisi, benché sia sempre più chiaro che essa non è affatto transitoria ma strutturale; secondo, si basano sull’idea della crescita infinita, per cui ad ogni punto di PIL si genererebbe una crescita aggiuntiva dei volumi di traffico pari all’1,4 per cento.

Proprio il già citato Virano, d’altronde, è appena incappato in una gaffe involontaria.  Annunciando la diffusione imminente di nuovi dati di previsione elaborati alla luce della crisi, ha citato come esempio la linea ad alta velocità Madrid-Bacellona, realizzata comunque anche se a fronte di previsioni negative. «Il governo», racconta Virano, «decise comunque di procedere alla realizzazione, ritenendo prevalente l’interesse nazionale di connessione socio-territoriale». 

E infatti, viene da dire, ora la Spagna va a gonfie vele.

Davide Stasi

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Secondo i quotidiani del 3/12/2010