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Poveri noi, schiavi dell’automobile

Tutti a inorridire per la strage di ciclisti di domenica scorsa in Calabria. Nessuno che punti il dito sulla follia di questo modello di vita e di trasporto, frenetico e costoso 

Qualche volta è utile leggere oltre la cronaca, perché se da un lato la maggior parte delle notizie di omicidi e morti di vario tipo riempiono quotidiani e telegiornali per il solo motivo di fare audience (il che porta già di per sé a un giudizio sulla natura del pubblico) accade però che certi eventi abbiano la capacità di innescare delle riflessioni, spesso amare, sulla società nel suo complesso.

Quella dei ciclisti nei pressi di Lamezia Terme di domenica è stata una strage in piena regola. Mero incidente stradale, si sarebbe portati a pensare, come ne accadono molti sulle strade. I dettagli sono su ogni quotidiano. Ma superare lo sgomento della cronaca, la morte di sette persone che avevano deciso di passare la domenica all'aria aperta, senza inquinare né dare fastidio ad alcuno (silenziosi, passeggiavano in bicicletta senza dissacrare nulla, in nessun modo, dell'ambiente circostante) tanto che solo un sorpasso azzardato poteva comportare una strage del genere, può servire ancora una volta, purtroppo, a mettere a fuoco il dato di fondo: ma in che mondo stiamo vivendo?

E attenzione, non importa, non ora, non qui, il fatto che il conducente del veicolo che ha disintegrato i ciclisti come birilli sia uno "straniero", patente o meno, droga o meno. Gli incidenti stradali accadono. Il mondo attuale, che privilegia la velocità e le automobili rispetto a mezzi e stili di vita più vicini a quelli naturali dell'uomo, ci porta a eventi del genere praticamente ogni giorno. Ce ne accorgiamo dai resoconti dei media. Ce ne accorgiamo semplicemente girando per le nostre città, dove la guerra per il centimetro in più è affare quotidiano. Dove improbabili quarantenni si inventano scooteristi, senza aver mai messo il sedere su qualsiasi mezzo a due ruote, perché con l'automobile non ce la fanno più e i mezzi pubblici, tra disservizi e scarsità, praticamente sono inutilizzabili. Sono messi in condizione di essere inutilizzabili.

Ci sono automobili da vendere, finanziarie da far "lavorare" con le comode rate, assicurazioni lasciate libere di aumentare i premi come meglio credono, un infinito indotto collegato. E i pedaggi per i parcheggi, le tasse, le multe. E il carburante da far comperare e consumare, anche se vi annida il cancro nei nostri polmoni (che poi richiederà vane e costosissime cure mediche). La benzina è arrivata a 1.45 euro al litro: percorrere 30 kilometri al giorno, tra dover andare e tornare dal luogo di lavoro, costa ormai diverse ore di scrivania a molti di noi, in un circolo vizioso infernale. Basta fare un conto, tra costo dell'auto più tutto il resto a essa collegato, carburante incluso, e poi dividere il tutto per il denaro che percepiamo al lavoro per capire quante ore al mese lavoriamo unicamente per quelle quattro ruote ferme in coda. Oltre alle ore inutili in più che ci passiamo dentro, litigando con il mondo intero.

Le nostre strade (non, ovviamente, le autostrade e le superstrade: queste fantastiche opere architettoniche che tagliano in due paesaggi altrimenti incontaminati...) erano state costruite per un transito differente, con altri mezzi, o comunque con automobili di altro tipo, con altre prerogative. Sinteticamente, per un tipo differente di uomo. Il motivo di incidenti di questo tipo è da ascrivere alla velocità, quando non ad altre componenti che vi si sommano (droghe, alcol). Ma non solo. Vogliamo dire che è proprio dal punto di vista antropologico che l'uomo moderno è profondamente cambiato. È nella fretta, nello stress, nel livore quotidiano, nell'attitudine inconscia di fare un dispetto nel traffico o nell'evitare che altri lo facciano a noi che si svela il nuovo uomo, perché tutta la furia interna che si accumula nella vita, in qualche modo deve pur uscire fuori. E motivi di innesco, in automobile, non mancano.

L'automobilista furioso, perennemente irritato dalla situazione del traffico, se la prende con il proprio vicino di coda, con l'anziano che attraversa la strada, con il ciclista che parte lento allo scattare del semaforo. Se invece di porre nei confronti del prossimo tale rabbia, la convogliasse contro chi è ai vertici del sistema che tale rabbia gli fa venire fuori, la cosa avrebbe un senso. Il nemico non è nel vicino di pianerottolo o di quartiere che parcheggia fuori dalle strisce. Il nemico è nel direttore dell'azienda che produce le automobili, nella gestione della cosa pubblica che impone di utilizzare l'automobile per spostarsi (difatti nei fine settimana le corse extraurbane pubbliche sono peggio che dimezzate: come dire che sei "costretto" a utilizzare l'auto anche per andare a divertirti o per intrattenere un minimo di relazioni sociali) in chi ha tutto l'interesse di tenerci legati a questo sistema di vita. 

È un mondo che produce scontenti, derelitti umani che si spostano come automi senza sapere il perché, livore e irritazione per cose irrilevanti. Un mondo in cui magari non si muore in guerra per difendere la propria casa, il proprio paese, i propri cari, ma semplicemente perché si attraversa una strada nel proprio quartiere, perché si pensa, per strada, che raggiungere in tempo il posto di lavoro - sempre troppo lontano da dove si abita - è una legge che va rispettata a discapito della propria stessa vita. Perché si decide di fare una passeggiata in bicicletta una domenica mattina.

Ivan Illich, tra gli altri, scrisse un libro, "Elogio della Bicicletta", dove naturalmente la parte fondamentale non risiede tanto nell'elogio di questo mezzo, ma nella demolizione - scientifica, oltre che filosofica - dell'automobile e del mondo che gli è stato costruito attorno. L'automobile, anziché moltiplicare l'energia umana per lo spostamento, di fatto la distrugge.

La sua lettura è un balsamo, oltre che uno spunto di riflessione. Da leggere a casa, in tranquillità, magari mentre gli altri, in questo periodo, sono in coda per raggiungere il centro commerciale. Lo potete trovare anche qui.

 

Valerio Lo Monaco

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