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Secondo i quotidiani del 7/12/2010

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Yara, l’accusa si sfalda”. Editoriale di Marcello Messori: “La rete di protezione”. Di spalla: “Torino-Lione un’opera ad alto rischio (di figuracce)”. A centropagina con fotonotizia: “Se Lennon fosse ancora vivo” e “Fini tra gli studenti: ‘Non farò ribaltoni’”. A fondo pagina: “Perché la benzina aumenta proprio quando c’è il ponte” e “A Bolzano si vive meglio. E non è solo per i soldi”.

LA REPUBBLICA - In apertura: “Yara, si ricomincia da zero”. Di spalla: “Fini: niente ribaltoni. E Casini al premier ‘Sei catacombale’”. A centro pagina con fotonotizia: “Draghi: servono stabilità e crescita” e “LA Svizzera blocca i conti di Assange”. A fondo pagina: “Il dossier di Don Ciotti: ecco la mafia all’Aquila” e “L’Italia che pedala pericolosamente”.

LA STAMPA - In apertura: “‘Fini: no a ribaltoni ma il premier deve essere più umile”. Editoriale di Federico Geremicca: “Le strategie dietro agli insulti”. Di spalla: “L’Italia non è un Paese per ciclisti”. A centropagina con fotonotizia: “Carla: voglio un altro figlio” e “Il doppio no di Berlino su fondo ed Eurobond”. A fondo pagina il “Buongiorno” di Massimo Gramellini: “Uomini e topi”.

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Draghi: ‘Crescita, rigore, euro’”. Editoriale di Roberto Perotti: “Herr Klaus e i fratelli prodighi”. Di spalla articolo di Jean-Claude Juncker e Giulio Tremonti: “E-bond per accelerare l’uscita dalla crisi”. A centropagina: “Marchionne: su Mirafiori abbiamo diversi piani B” e “Cassa integrazione -8 per cento a novembre, è il primo calo dall’inizio della recessione”. A fondo pagina: “Euro-sterlina, da guerra delle valute a ratto delle zecche”.

IL GIORNALE - In apertura: “Gli affari dei finiani nelle terre di Gomorra”. Editoriale di Massimo de’ Manzoni: “I futuristi odiano le critiche e querelano chi le fa”. Di spalla: “Il vero candalo è il presidente della Camera” e “Congeliamo’ politici e giudici per due anni”. A centropagina con fotonotizia: “Il marocchino forse scarcerato ma è polemica sugli immigrati” e “Cala la cassa integrazione. Ci siamo: parte la ripresa”. A fondo pagina: “Cari medici, basta fare i Dottor House”.

IL MESSAGGERO - In apertura: “Yara, presto scarcerato Fikri”. Editoriale di Marco Fortis: “LA sfida di unire davvero l’Europa”. A centropagina: “Draghi: crescita e rigore nei conti” e “Berlusconi: grave danno cambiare la legge elettorale”. A fondo pagina: “Assange tratta la resa con Scotland Yard. I dossier: aziende italiane spiate dagli Usa” e “‘Venduta dalla zia per la coca’”.

IL TEMPO - In apertura: “Hanno sbagliato mostro” Editoriale di Marlowe: “Occhio ai tedeschi e al nostro portafoglio”. A centropagina con fotonotizia; “Berlino: la crisi? Arrangiatevi” e “Fini si rimangia pure il ribaltone”. A fondo pagina: “La protesta alla Regione degenera in guerriglia”.

L’UNITÀ - In apertura: “Riserva fissa”. Di spalla: “Mandiamo a casa il Caimano. L’onda dei lettori sul nostro sito” e “Yara, l’immigrato non c’entra. ‘Intercettazione tradotta male’”. A fondo pagina editoriale di Concita De Gregorio: “Il valore di una firma”.

IL FATTO QUOTIDIANO - In apertura: “Trufferai”. Editoriale di Antonio Padellaro: “Un mondo capovolto”. Di spalla editoriale di Marco Travaglio: “L’indulto occulto”. A centropagina: “Datemi il voto, vi darò lo Stelvio” e con fotonotizia: “Yara, né il corpo né il colpevole”. A fondo pagina: “A lavorare o all’inferno!” e “Assisto due disabili vengano ad aiutarmi”.

ITALIA OGGI - In apertura: “Finanziaria al traguardo”. A centropagina: “La Gelmini blinda le graduatorie”. A fondo pagina: “Al Corriere nuovi contratti al minimo sindacale” e “Supersconti di Natale nelle catene di elettronica”.

MF - In apertura: “Tremonti stana la Merkel”. Editoriale di Angelo De Mattia: “Cari politici, la palla adesso passa a voi”. A centropagina: “Draghi: solo un Pil in crescita è garanzia di stabilità” e “La Cassazione fa un pasticcio sull’Iva”.

LIBERO - In apertura: “I traditori ci minacciano”. Editoriale di Maurizio Belpietro. A centro pagina: “Le ultime parole famose di Gianfranco…”. Di spalla: “Studiate ragazzi. Fare soldi oggi è più difficile” e “Il Cav invita ad Arcore Renzi: rottamiamo insieme il Pd”. A fondo pagina: “Intercettazioni, errori, razzismo. Non c’è ancora pace per Yara”.

IL FOGLIO- In apertura: “Putin, l’uomo nero”. Di spalla: “I voli misteriosi dei finiani della Farnesina (all’insaputa di Frattini)” e “Un Draghi patriottico smorza i timori sull’Italia. Elogiando la flemma”. Editoriale di Giuliano Ferrara: “Yara, la logica del dossier”. (red)

2. Fini: non ci sarà nessun ribaltone, Silvio sia più umile

Roma -“La giornata ‘Meno sette’ dice il conto alla rovescia: martedì - scrive LA STAMPA - si vota la fiducia al governo ed è strano che, con tanti patiti delle scommesse, nessuno abbia ancora organizzato una riffa sul risultato. Ce la farà Berlusconi a strappare una maggioranza in entrambi i rami del Parlamento? Il pronostico varia a giorni alterni; nel weekend prevaleva la tesi che no, al massimo il governo può raccogliere 310 voti laddove gli oppositori sono 317; adesso ritorna in auge l’altra scuola, secondo cui Silvio starebbe facendo leva su certi casi di coscienza, ed è naturale che non se ne sappia nulla, lo scopriremo solo al momento delle votazioni... Trattativa fantasma Appare e poi si dilegua in un batter d’occhi. Ieri mattina sulla ‘Stampa’ Cicchitto (capogruppo Pdl) aveva lanciato un’esca nella direzione di Fini. Lasciando intendere che, forse, chissà, vedi mai, a certe condizioni qualche richiesta futurista potrebbe essere accolta. Però niente scherzi, a Palazzo Chigi deve rimanere Silvio... A sentire la corte berlusconiana, il Capo non la pensa così: lui è rigido, inflessibile, chi osa proporgli una trattativa con l’odiato Gianfranco viene proiettato fuori dalla finestra. La realtà sta nel mezzo: il Cavaliere non compie certo il primo passo, però il secondo magari lo farebbe, perché il rischio di doversi dimettere gli dà un certo brivido nella schiena. Fini parlerà stasera In realtà si pronuncia tutti i giorni. Però c’è attesa particolare per una sua intervista a ‘Ballarò’. L’entourage sostiene che dovrebbe ribadire la linea di Perugia, senza deflettere di un millimetro. Eppure nel giro delle ‘colombe’ (tanto Pdl quanto Fli) si è sparsa la voce secondo cui Fini potrebbe profittare della tivù per fare qualche apertura tattica all’avversario, in modo da alleggerire la pressione e rilanciare la palla nel campo nemico. Per ora fanno testo i suoi giudizi formulati con gli studenti del liceo ‘Orazio’: davvero sprezzanti. Interessi di bottega Sono quelli in cui Berlusconi ha dato il meglio di sé, gli rinfaccia l’ex co-fondatore. Il quale cita la ‘tante promesse non mantenute da parte di chi aveva parlato di legge uguale per tutti e poi si è occupato solo degli affari propri’, appunto. Altra legnata, indovina a chi: ‘Se qualcuno fosse più umile e pensasse di avere torto lui, invece di invocare sempre il complotto, e riconoscesse che alcuni impegni non sono stati mantenuti, le cose sarebbero migliori’. Morale: ‘C’è un limite oltre il quale non si può andare, prima viene la dignità’. E sembrerebbe insomma un capitolo chiuso, con Berlusconi mai più nemmeno un coffee. Tuttavia...Niente ribaltoni Sarebbero ‘un sovvertimento della volontà popolare’. Dice anche questo, Fini, facendo rizzare le orecchie sull’altra sponda: ‘Non credo che ci saranno’. Entra nel merito della riforma elettorale che potrebbe piacergli, fondata su collegi uninominali, meglio se piccoli. Potrebbe essere l’oggetto di un negoziato dinanzi al quale La Russa grida un ‘vade retro!’, gli excolonnelli di Fini lo vedono come il diavolo. Della Vedova, che della linea Fli è interprete credibile, fa capire quale potrebbe essere l’apertura stasera: ‘Nessuna preclusione a un Berlusconi-bis, ma prima lui deve dimettersi...’. Detto da Fini, però, e con qualche solennità. Le catacombe di Casini Per un democristiano come lui sono sinonimo di antichità. Logico che le tiri in ballo per ribattere a Berlusconi: ‘Se siamo vecchi noi, ed è vero, allora lui è catacombale. Noi siamo vecchi ma non vogliamo una poltrona; lui è più vecchio e vuole rimanerci sopra’. Spara forte, l’astuto Pier, perché ha ‘uncinato’ Fini e non gradisce che tratti col Cavaliere. Se trattativa dovrà esserci, dopo il 14 dicembre, a condurla vuole essere lui. ‘I terzopolisti sono già in tensione’, si frega il berlusconiano Napoli; mentre Napolitano, citando il grande predecessore Pertini, ne rimpiange ‘le prove di spirito nazionale, di senso dello Stato, di impegno democratico e civile’. Parole, ahinoi, desuete”.

3. Berlusconi: ho i numeri, non mi lascio ricattare

Roma -“Dice di essere pronto alla conta, sicuro che ‘avremo la fiducia sia alla Camera che al Senato e potremo continuare a governare per portare a termine il nostro programma’. Giura, quindi - scrive Paola Di Caro in un retroscena sul CORRIERE DELLA SERA -, che non ha alcuna intenzione di dimettersi prima del 14 dicembre, perché non si fida di Fini e Casini: ‘Ci sono dei piccoli partiti che vogliono aprire la crisi in modo irresponsabile - dice il Cavaliere -. Vogliono consegnare il Paese alla sinistra e io non lo permetterò. C’è chi ha tradito i nostri elettori, le alleanze e ora vuole tradire se stesso, visto che aveva dato la fiducia al governo solo poco tempo fa’. E ancora: ‘Sarebbe un grave danno cambiare legge elettorale’ perché senza premio di maggioranza si tornerebbe ‘alla prima Repubblica’. Eppure, c’è chi ancora spera che l’esile filo della trattativa non si spezzi. Ci lavora Gianni Letta, come al solito, che sente tutti, riferisce e replica. E tanti altri dicono la loro, perché la pressione sui rispettivi leader, perché si giunga a qualche forma di accordo che impedisca che la situazione vada in mille pezzi, è forte da entrambe le parti. Al momento però, risultati di tanto lavorio non se ne vedono. Al massimo, da sponda berlusconiana, si parla di un premier che ‘per la prima volta’ avrebbe cercato di capirne di più su questa storia delle dimissioni con reincarico che gli continuano a offrire i finiani, ieri con Italo Bocchino che ha negato perfino l’interesse del suo partito per posti di governo e ha parlato di ‘crisi pilotata’. Un discorso che stasera, a Ballarò, potrebbe ripetere Fini: ‘Ribadirà le nostre posizioni’, dice il suo entourage. Ma nello stesso tempo, al Cavaliere e ai suoi non sfuggono le durissime parole di Casini, che ogni giorno ribadisce il suo no a un Berlusconi bis e ripete la controfferta: va bene chiunque, tranne il Cavaliere. In questo clima, si capisce come Berlusconi non sia disponibile a offrire la sua testa senza avere in cambio assicurazioni. E ottenerle da un avversario che, come il fronte terzopolista, è attraversato da vere o presunte divisioni interne è ancora più difficile, tanto più se il timore è che Casini e Fini ‘giochino di sponda’ per rassicurare le proprie truppe e poi colpire meglio. ‘Il comportamento dei finiani - dice Paolo Bonaiuti – è a parole aperto, ma nei fatti c’è chiusura’. Non è forse vero infatti, come ha detto ieri La Russa, che Fini ha impedito ai suoi di incontrare pontieri del Pdl come Andrea Augello, che avrebbero potuto facilitare la trattativa? E non è vero che l’offerta di un incontro a Casini arrivata al telefono qualche giorno fa da Palazzo Grazioli è stata gentilmente declinata? Per questo il premier con i suoi continua a ripetere che non c’è spazio per dimissioni al buio, che il 14 ‘ci saranno sorprese perché sono in tanti che non vogliono andare a votare’, e chiede a deputati e senatori una sorta di patto di fedeltà non solo in vista del voto del 14, ma anche per dopo: l’obiettivo è di evitare che in caso di caduta del governo si stacchino componenti del Pdl per sostenere un eventuale governo alternativo, e la profferta che verrebbe fatta a tutti - lunedì sera, quando si terrà una cena tra il premier e i parlamentari - sarà la rielezione certa e blindata. Ma mentre si muove per ottenere una fiducia che i numeri al momento non gli rendono affatto sicura, Berlusconi si prepara anche allo scenario alternativo. Il suo discorso alle Camere non sarà né provocatorio né di cedimento, e potrebbe contenere la disponibilità ad aprire una fase nuova per il dopo voto, se avrà la fiducia, con un appello alle forze che hanno intenzione di votargli contro. In realtà però, secondo alcuni fedelissimi, il suo vero obiettivo sarebbe un altro: andare al voto sia in caso di fiducia minima, sia in caso di bocciatura, per ‘fare un reset - spiegano -, perché lui sa bene che così non si può seriamente proseguire’. (…)”.

4. Bossi studia la sua road map 

Roma -“Penso che sarebbe da 118 sovvertire il voto popolare: il popolo sovrano decide e ha deciso che a governarlo dal 2008 fosse Berlusconi’. Roberto Maroni, dai microfoni di Radio 24 - scrive LA STAMPA -, fa il verso alle parole domenicali di Pier Ferdinando Casini (‘se Berlusconi otterrà una fiducia risicata e decidesse di andare avanti comunque chiamo il 118’, ndr). ‘Non credo che una qualsiasi operazione di palazzo o di altro tipo possa sovvertire questo chiarissimo volere del popolo. Queste pulsioni di ritorno al passato le respingo. Poi se il governo il 14 dicembre non avrà la maggioranza e non potrà stare più in piedi, per noi l’unica soluzione possibile è tornare a votare’, ribadisce il mantra bossiano il ministro dell’Interno. Che prova ad abbozzare una simil road map: ‘mettiamo che il 14 il governo perda e che le opposizioni abbiano 317 voti. Si formerebbe un governo con finiani ex Pdl, Udc, Di Pietro e Bersani’, fa di conto Maroni. ‘Un governo del genere alla prima manovra in Parlamento va sotto subito, durerebbe una settimana. Invece nel giro di 80 giorni dallo scioglimento delle Camere si potrebbe avere un nuovo governo’. Il fatto che a fissarlo sia proprio Maroni, da sempre tra i leghisti più attivi nel cercare di tenere vivo il filo del dialogo per non interrompere questa legislatura, restituisce il senso della mediazione dentro via Bellerio, nonostante le guerre intestine all’ombra di Umberto Bossi. Per il titolare dell’Interno, infatti, ‘il valore supremo non è finire la legislatura bensì un governo stabile che governi. Non penso che le elezioni sarebbero una perdita di tempo e che possano aggravare la crisi economica. Lo sarebbe un governo debole che va avanti a maggioranze variabili’. Sarebbe ‘un suicidio’. In tempi rapidi, dunque, ‘se non c’è una maggioranza, si torni al voto con una nuova e solida maggioranza’. Naturalmente Maroni chiosa le schermaglie terzopoliste in vista del B-Day di metà dicembre. Una lunga vigilia in cui tutte le forze politiche stanno cercando il miglior posizionamento. ‘Ma noi saremo più cruciali di tutti’, nota una fonte leghista. ‘Passa dalle nostre scelte il futuro della legislatura. Sia che il governo cada sia che strappi la fiducia per una manciata di voti’. Per ora segnali di smottamento nel Carroccio non s’intravedono, l’asse con Berlusconi tiene. Ma Bossi rimane sornione in riva al fiume in attesa di capire come andrà la conta in Parlamento. Solo dopo si apriranno i giochi veri. Senza tabù. ‘A quel punto potrebbe esserci alternativamente un mini rimpasto con qualche democristiano che puntelli la maggioranza nel caso Berlusconi ce la faccia per pochi voti; un nuovo esecutivo (anche a guida non berlusconiana) in cambio della certezza sul federalismo in tempi brevi, se il Cavaliere non ottenesse la fiducia e ci fosse un’emorragia dal Pdl; oppure il voto anticipato che per noi sarebbe un grande successo’, ragiona un colonnello leghista. Quel che non può darsi, è il paletto fissato in casa Lega, ‘è un governo che metta tutto il nord vincitore all’opposizione: Pdl e Lega. Il Colle non lo avvallerebbe, Napolitano non è Scalfaro’. Ma questi, come detto, sono appunti per il dopo. ‘Oggi la concentrazione è tutta sull’attuazione del federalismo entro febbraio (giovedì ci sarà un passaggio importante al tavolo governo-Regioni sui costi standard nel settore sanitario)’, spiega il capogruppo alla Camera, Marco Reguzzoni. Che derubrica alla stregua di ‘tatticismi’ la proposta Bocchino sul Berlusconi bis, e l'apertura di Fabrizio Cicchitto sul cambio della legge elettorale”.

5. Bersani: per ora basta che il premier lasci

Roma -“Altro che un governo Berlusconi bis: ‘Sarebbe il quinto, un po' troppo, abbiamo già dato. Basta, accontentiamoci di quello che abbiamo avuto’, ironizza il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani - scrive LA STAMPA -. Mentre sono all'orizzonte movimenti nel campo del centrodestra - ipotesi di nuovo incarico al premier, Gianfranco Fini dice no e, dalle pagine della ‘Stampa’ Fabrizio Cicchitto apre a un cambiamento della legge elettorale predicato dal Terzo polo -, Bersani, ospite in un convegno a Fiesole, traccia la road map democratica. ‘In caso di crisi cerchiamo di portare la nostra idea al Quirinale, e poi aspettiamo la decisione del Presidente della Repubblica’, niente nomi di un ipotetico nuovo premier per rispetto delle prerogative del Capo dello Stato, ma l'idea è sempre quella del governo di responsabilità;. Da fare con chi ci sta, anche con il centrodestra di Fli se necessario: ‘È un momento di emergenza democratica’, giustifica l'ipotesi al Tg3 il capogruppo Dario Franceschini, ‘quando i nostri genitori e i nostri nonni salirono sulle montagne per fare la Resistenza, non si chiedevano l'un l'altro a quale partito appartenessero’. Un esecutivo per affrontare la crisi e la legge elettorale: riforma a cui nel Pd stanno lavorando Gian Claudio Bressa e Luciano Violante e che invece, si dice convinto Bersani, il Pdl, nonostante il possibilismo di Cicchitto, non vuole cambiare: ‘Non ci credo a queste aperture, c'erano due anni per discutere e si è discusso di tutt'altro’. Ma il leader del Pd è consapevole che ‘ogni giorno ha la sua pena’ e ‘il percorso per uscire dal berlusconismo non è breve’. La settimana prossima, dopo il fatidico 14 dicembre, ‘magari Berlusconi salta, magari fanno una roba interna al centrodestra e noi saremo contro, oppure c'è una cosa nuova, meglio! Comunque noi dal 14 combattiamo da una posizione più avanzata. In tutti i casi se va a casa Berlusconi siamo già avanti di un bel pezzo’, si accontenta. Dal Berlusconi bis all'esecutivo sponsorizzato da Casini a guida Gianni Letta, Tremonti o Alfano, sarebbero soluzioni tutte interne all'altro schieramento negative per il Pd. ‘Sono opzioni che non preoccupano perché non sono realistiche’, confida però Matteo Orfini, giovane leva dalemiana in segreteria nazionale: ‘Anche con un governo a guida Letta le contraddizioni politiche di quella parte resterebbero in piedi: altro che Unione, sarebbe un mostro politico…’. In attesa di capire come evolverà la situazione, continuano a registrarsi fibrillazioni nel partito, accerchiato dalle pressioni di Vendola e del nascente Terzo polo, che Bersani giudica così: ‘In Italia il bipolarismo è radicato più di quanto crediamo, questo non significa che non ci possano essere posizioni centrali, non nel senso di una nuova Balena Bianca, ma come una formazione che può dare flessibilità al sistema bipolare scegliendo opzioni diverse’. Continuano malumori e voci di partenze: ieri l'ex sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, ha annunciato che ‘Letta, Fioroni ed altri dopo il voto se ne andranno’. Pronta e categorica la smentita di entrambi. In vista del 14, intanto, è previsto tra oggi e domani un incontro di Bersani con il leader radicale Marco Pannella. ‘Parleremo di politica, missioni internazionali, giustizia, carceri’, anticipa Bersani. Ma anche di quei sei voti che ancora i Radicali non assicurano alla sfiducia”.

6. Da Fassino a Napoli, tutti i guai del Pd

Roma -“Torino è l’esempio più significativo, ma è un po’ tutta la mappa del Pd italiano - scrive il CORRIERE DELLA SERA - che rimanda all’immagine della ex Jugoslavia. Dovunque, o quasi, lotte intestine; dovunque, senza eccezioni, il partito locale non si piega alle richieste del partito nazionale. Torino, dunque. A Roma è stata lanciata la candidatura di Piero Fassino. Il sindaco Sergio Chiamparino non ha dubbi: ‘Se c’è Piero, vince sicuramente’. Insomma, il Pd manda in pista un pezzo grosso, l’ex segretario dei Ds, ma nel capoluogo piemontese i competitor di Fassino non arretrano. Anzi, nell’attesa delle primarie, si moltiplicano. E lui li ha dovuti vedere a uno a uno in una tre giorni torinese in cui è stato costretto a dare conto ai giovani, ai circoli, ai potentati del Pd locale. ‘Voglio verificare come sia recepita la mia candidatura’. In altri tempi non vi sarebbero stati dubbi, il partito manda un ex segretario che, tra l’altro, ha molte chance di vincere, e a livello locale magari si soffre ma non ci si ribella. Oggi non è più così. Tanto che l’altro giorno Fassino ha avuto uno scatto: ‘La mia candidatura ha senso se il partito vi si riconosce, altrimenti mi faccio da parte senza drammi: se ci sono cinque, sei candidati non c’è bisogno di me’. Comunque l’ex leader dei Ds si è preso qualche giorno per decidere il da farsi. Sarebbe veramente incredibile se si ritirasse, come teme Diego Novelli, ex sindaco comunista di Torino. Dal Piemonte alla Sicilia: lì sono fioccate le autocandidature a sindaco, visto che il Pd non si muove. Di nuovo al Nord, a Bologna: il partito è diviso a metà, il candidato caldeggiato da Roma, Virginio Merola, è il favorito, ma per ottenere qualche consenso in più deve dire che lui non è l’uomo scelto ufficialmente dal Pd. Salendo più su, Venezia: il sindaco Orsoni e il Partito democratico sono ai ferri corti. Il Pd accusa il primo cittadino di decidere tutto per conto suo. Di nuovo giù. In Puglia, questa volta. Il segretario regionale Sergio Blasi e il sindaco di Bari Michele Emiliano sono in lite continua. Roma non ci può far niente anche perché Emiliano ha dichiarato ‘urbi et orbi’ che lui a Bersani preferisce i rottamatori di Matteo Renzi. Ancora giù. In Campania questa volta. Il candidato sindaco sostenuto da Roma è Umberto Ranieri. Antonio Bassolino non è convinto, gli altri ras locali non lo vogliono. Insomma, la situazione è tale che i vertici del partito stanno pensando di non fare le primarie. Restando in Campania. A Roma il Pd dice che tutti devono accollarsi i rifiuti di Napoli. A Salerno il sindaco Enzo De Luca (una potenza: ha indotto Bersani ad andare a palazzo Chigi quando si discuteva il provvedimento ad hoc) ha detto papale papale: ‘Se fossi un governatore del Nord non prenderei i rifiuti di Napoli’. E ora nell’Umbria, regione rossa: la presidente Catiuscia Marini è stata contestata e bocciata dagli ex margheritini del Pd perché era disposta a prendersi l’immondizia partenopea (…).Già, perché gli scenari del prossimo futuro sono favorevoli al sindaco di Firenze. Se elezioni saranno, il Partito democratico difficilmente riuscirà a raggranellare la stessa percentuale del 2008. Il che significa che si aprirà una guerra intestina con conseguente cambio segreteria. Se invece resterà Berlusconi o nascerà un nuovo governo di centrodestra si profilerà lo stesso identico scenario: guerra intestina con conseguente cambio di segreteria. E Renzi aspetta solo che sia la sua ora, nell’uno o nell’altro caso. Nel frattempo, con una regolarità più svizzera che fiorentina, il sindaco del capoluogo toscano va una volta alla settimana a Roma. E fa tanti incontri. Un giorno i suoi interlocutori sono alla segreteria di Stato del Vaticano, un giorno a Bankitalia. Il sindaco di Firenze ha capito che l’ex Jugoslavia è una terra da conquistare. E che per farlo basta aspettare l’esplosione del Partito democratico”.

7. Renzi-Berlusconi, incontro ad Arcore

Roma -“I due si annusano a distanza da tempo. C’è una curiosità reciproca - scrive LA REPUBBLICA - e, almeno da parte del Cavaliere, anche una corrente di schietta simpatia per quel giovane così ‘diverso dai soliti parrucconi della sinistra’. ‘Un po’ mi somiglia, è fuori dagli schemi’, ha confidato a un amico. Insomma, alla fine forse era inevitabile che accadesse e infatti è accaduto: Matteo Renzi, il sindaco della rossa Firenze e leader dei ‘rottamatori’ del Pd, ha varcato ieri il cancello di Arcore. Per carità, ci saranno state ottime ragioni ‘istituzionali’, come usa dire, a giustificare quel faccia a faccia così poco istituzionale e così tanto politico. Renzi, come ogni sindaco d’Italia, è alla canna del gas, ha un disperato bisogno di fondi per chiudere un bilancio altrimenti "lacrime e sangue". E l’ultimo vagone che si può agganciare è quel decreto ‘Milleproroghe’ che il Consiglio dei ministri si appresta a varare alla fine della settimana. Renzi sperava in una legge speciale per la città di Dante, contava di riuscire a portare a casa qualche norma di vantaggio. Quando ha compreso che non sarebbe stato possibile, è andato a bussare direttamente al portone di Arcore. Soldi chiede, ma non se li aspetta dal governo. Vorrebbe farseli dare dai milioni di turisti che si fermano a visitare gli Uffizi o le altre meraviglie fiorentine, imponendo a ciascuno un piccolo ‘contributo’, una tassa di soggiorno. Pochi euro per il singolo turista, molti per la città: 17 milioni all’anno, calcolano i tecnici del comune. Ma per imporre la tassa serve il via libera del governo. Da qui la visita di ieri ad Arcore. Eppure non è solo questo, almeno non da parte del Cavaliere. Il premier è infatti davvero intrigato da questo giovane amministratore del Pd. ‘Ce ne avessimo come lui’, sospira. Renzi gli ha toccato il cuore la scorsa settimana, quando Berlusconi annaspava senza trovare una soluzione al problema dei rifiuti a Napoli. I leghisti non ne volevano sapere di dare una mano ai ‘terroni’ e Berlusconi, disperato, ha fatto chiamare Renzi al telefono. ‘Salve sindaco, mi consente di darle del tu? Dammi del tu anche tu’. Un approccio subito confidenziale, che sortisce l’effetto desiderato. Al termine di una telefonata molto amichevole, il sindaco di Firenze tende al Cavaliere una mano preziosa: ‘Presidente, ti possiamo mandare a Napoli sei camion compattatori per raccogliere l’immondizia dalle strade’. ‘Grazie Matteo, affare fatto. Grazie a Firenze’. Un’amicizia nata nella difficoltà, di quelle che possono prolungare i loro effetti ben oltre l’emergenza. (…)”.

8. Yara, il maghrebino fermato per una traduzione errata

Roma -“Quando la giovane traduttrice davanti al giudice delle indagini preliminari Vincenza Maccora riascolta per l’ennesima volta il nastro su cui è incisa la voce di Mohamed F., il marocchino di 22 anni accusato della scomparsa di Yara Gamberasio, scuote decisa la testa - racconta LA STAMPA - e spiega che non si sta dicendo ‘per Allah, non l’ho uccisa io’, ma che in quelle poche parole confuse, mormorate in attesa che un interlocutore risponda e registrate il giorno della sua partenza per Tangeri, Mohamed, come tutti i ragazzi della sua età e gli italiani nel mondo, sta semplicemente imprecando perchè il tempo passa e lui vorrebbe salpare. E allora: ‘il quadro indiziario non è sufficientemente grave da poterne chiedere l’arresto’, conclude il pm Letizia Ruggieri con un gesto di onestà intellettuale e giuridico che arriva dopo 48 ore passate in un crescendo di nervosismo, voci, smentite, interrogatori, consultazioni frenetiche. E la sensazione che il fermo di Mohamed, giovane muratore immigrato, bloccato con uno spettacolare arrembaggio del traghetto Berkane a largo di Genova, sia stato il culmine di una pista investigativa partita male e gestita peggio. Con l’aggravante di aver illuso i genitori di Yara che si fosse vicini alla fine delle loro angosce, anche se con un epilogo drammatico. Certo: la Procura chiede che il fermo venga convalidato, un’apparente contraddizione in termini ma che si spiega con l’esigenza che si riconoscano le necessità di privare della libertà per due giorni un cittadino straniero, un lavoratore immigrato il cui comportamento aveva destato sospetti. Di non lasciare insomma nulla d’intentato. E oggi il gip deciderà. Ma il fatto che gli inquirenti non chiedano contestualmente l’emissione di un provvedimento restrittivo, ma anzi ne propongano la scarcerazione, significa che contro Mohamed - che per altro all’inizio della scorsa settimana era già stato sentito come testimone per un paio d’ore dai carabinieri come tutti gli altri operai del cantiere di Mapello - non ci sono poi tante altre certezze, se non la sua decisione di prendere un traghetto, con un biglietto regolarmente acquistato a Montebelluna lunedì scorso, 29 novembre, e quella frase poco comprensibile captata dai computer della Procura. Va da sé, ovviamente, che non ci sono né poteva avere altri complici italiani. Mohamed F., come spiegano i suoi avvocati nominati d’ufficio, Roberta Barbieri e Giovanni Fedeli, ieri durante l’interrogatorio davanti al gip, durato poco più di un’ora, ha ripetuto parola per parola, senza sbavature né contraddizioni, quanto aveva già dichiarato nell’immediatezza del fermo, ‘smontando con una certa efficacia le accuse che gli venivano rivolte’. Avrebbe cioè spiegato che il suo viaggio in Marocco era programmato da tempo, che lo faceva tutti gli anni e sempre in questo periodo, che non era un mistero tanto da averlo concordato con il suo datore di lavoro. E ovviamente di non avere nulla a che fare con la scomparsa di Yara, anche se ieri le ricerche sono proseguite sempre nel bosco sulla collinetta che separa Ambivere a Mapello, il paesino dove sorge il cantiere in cui Mohamed ha lavorato, fino al giorno della scomparsa di Yara. Come se si fosse voluto fare un ultimo tentativo prima di gettare la spugna sulle responsabilità del marocchino che non è escluso rimanga indagato a piede libero per gli stessi reati ipotizzati dall’accusa: sequestro di persona, omicidio, occultamento di cadavere. E dunque si torna di nuovo al punto di partenza di una storia che sembra non avere sbocchi e prefigura ormai soltanto un finale drammatico: Yara, 13 anni, manca da casa da 13 giorni e nessuno ha idea di che fine abbia fatto. Anche se non ci crede quasi più nessuno, la ragazzina potrebbe perfino essere ancora viva. Ma il fatto che la vicenda di Mohamed sia finita in nulla, significa soltanto che una pista si è rivelata cieca. Altre ipotesi rimangono intatte e gli investigatori, che dispongono di moltissimi elementi, alcuni non ancora rivelati, stanno già seguendo altre tracce. Non solo i carabinieri ma anche la polizia si è attivata e si rispolverano episodi sembrati insignificanti i primi giorni ma che adesso potrebbero venire rivestiti di nuova luce”.

9. L’appello di Draghi: adesso la priorità è crescere

Roma -“Mario Draghi avverte il governo: per la stabilità servono crescita e conti in ordine - scrive LA REPUBBLICA -. Con le sue parole: ‘La crescita è fondamentale. Solo crescendo si pagano i debiti. Nel 2011 il Pil italiano è sotto la media Ue’. E ancora: ‘Di fronte alle tensioni che in questi giorni colpiscono più Paesi europei, bisogna proseguire nel consolidamento dei conti pubblici’. Infine, sulle sorti della divisa Ue: ‘L’euro non è in discussione. È uno dei maggiori successi dell’integrazione Ue. Tutti i Paesi hanno avuto benefici straordinari dalla moneta unica’. Il governatore della Banca d’Italia parla a Roma, presentando il primo numero del nuovo ‘Rapporto sulla stabilità finanziaria’. Ed è quasi un appello al governo perché faccia scelte che consentano all’economia di svilupparsi, salvaguardando le banche. ‘Per preservare la stabilità del sistema finanziario la priorità oggi è adottare politiche che aumentino il potenziale di crescita’. Fino ad ora la crisi ha colpito ‘solo indirettamente’ le banche italiane, ma esiste un ‘legame inscindibile’ che unisce la stabilità finanziaria alla crescita economica. Perciò, ‘i rischi per gli intermediari derivano soprattutto dalle debolezze dell’economia, prima la bassa crescita’. Le analisi contenute nel documento sottolineano la ‘forte connessione’ tra la solidità del sistema e quella dei conti pubblici. Draghi è circondato da mezzo Direttorio quando illustra l’ultima fatica del suo ufficio studi, un documento che sarà utilizzato anche nei lavori del Comitato europeo per il rischio sistemico (European systemic risk board). Non vuole sbilanciarsi sulla proposta, cara al ministro Tremonti, di speciali eurobond da lanciare sul mercato: è in discussione in queste ore a Bruxelles, meglio non commentare ‘in contemporanea’. Risponde invece a qualche domanda sulle tensioni dei mercati e i rischi per l’economia. Anzitutto i temuti spread, cioè il differenziale tra i titoli di stato dei Paesi colpiti dalla speculazione e il bund tedesco: ‘Il loro allargamento non riflette la situazione di finanza pubblica’ dei partner sotto tiro. Alla base dell’attuale evoluzione di questo differenziale c’è piuttosto un ‘inevitabile riprezzamento dei titoli del debito pubblico’ visto che la crisi ‘ha fatto saltare i rapporti del debito pubblico’ e la caduta del prodotto ‘ha esacerbato’ le relazioni debito/Pil e deficit e Pil. Questo riprezzamento è stato ‘traumatico, veloce e io credo anche eccessivo’. Sulle banche, toccate marginalmente dalla crisi ‘a differenza dell’economia reale, i cui risultati sono sotto i nostri occhi’, Draghi vede sei ragioni alla base della loro forza: qualità dei bilanci, solida raccolta, poca finanza innovativa, molto credito tradizionale, un quadro normativo prudente, una bassa esposizione verso i paesi a rischio. ‘È ovvio, comunque, che alcune devono rafforzare la solidità del patrimonio’ perché hanno troppe sofferenze e devono adeguarsi ai nuovi requisiti di capitale. Nel complesso, tuttavia, le sofferenze hanno smesso di crescere ed è ripreso il credito all’economia. Draghi difende l’operato della Bce e parlando delle famiglie nota con preoccupazione ‘la rapida crescita dei mutui a tasso variabile’”.

10. Il doppio no tedesco frena Ue su fondo ed Eurobond

Roma -“L’Europa insegue una soluzione per ridare equilibrio all’euro e, al solito, si scontra con i ‘nein, nein’ di Berlino - scrive LA STAMPA -. I ministri economici dell’Eurozona, riuniti ieri pomeriggio a Bruxelles, hanno trovato sul tavolo la proposta con cui il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker e il titolare del Tesoro Giulio Tremonti suggeriscono di ‘lanciare gli E-Bond per porre fine alla crisi’. E-bond ovvero Eurobond, titoli del debito collocati attraverso un’apposita Agenzia, prosecuzione del giovane fondo anticrac, l’European Financial Stability Facility (Efsf). Una soluzione, secondo molti. ‘I Trattati non lo consentono’, secondo la cancelliera Merkel. Il è come dire ‘nein, nein’. È un problema di soldi e credibilità. Dopo aver salvato l’Irlanda, e nell’attesa di consolidare le regole del governo dell’economia che bilanci la moneta unica, l’attenzione è focalizzata su come creare un solido muro di capitale che rende inattaccabile l’eurozona. Nel fine settimana la presidenza belga e il Fmi ha fatto circolare l’ipotesi di raddoppiare la dotazione dell’Efsf, da 750 a 1500 miliardi, soldi che garantirebbero eventuali interventi a favore degli stati che fatichino ad approvvigionarsi sul mercato e rischino la bancarotta. Puntale è arrivato il ‘nein’. ‘Al momento - ha detto Frau Merkel - non c’é necessità di ampliare il Fondo’. Secondo tentativo respinto. Questo non vuol dire che a Bruxelles si demorda. La mossa di Juncker e Tremonti è un tassello rilevante nel puzzle di interventi che si va componendo in vista del vertice Ue de 16 dicembre, momento in cui i leader caleranno le carte da giocare per spazzar via ogni dubbio sul futuro della loro integrazione monetaria. Emessi dall’Agenzia europea del debito che potrebbe essere operativa entro l’anno, gli E-bond sancirebbero ‘l’irreversibilità dell’euro’ e invierebbero un messaggio di impegno a sostegno dell’euro. Secondo l’insolito duo, i bond dovrebbero puntare gradualmente a rappresentare il 40 per cento del debito lordo dell’Ue e dei singoli stati membri, permettendo ai paesi dell’Eurozona di finanziarsi con un ombrello comune. Prenderebbe così forma una strategia di uscita dalla crisi, secondo i suoi fautori composta e convincente. La macchina degli eurobond, spiegano a Bruxelles, potrebbe essere lanciata subito e considerata uno strumento a medio termine. In tale prospettiva, sarebbe possibile aumentare l’operatività dell’Efsf e coprire le spalle alla Bce, che la scorsa settimana ha acquistato titoli di stato per 1,9 miliardi. Il gioco delle due istituzioni potrebbe essere agevolato dalla prospettiva della Agenzia del debito a cui, alla lunga, l’attività finirebbe per fare capo. Il ministro austriaco, Josef Proell, si è detto ‘molto molto contrario’. ‘Idea attraente dal punto di vista intellettuale - ha aggiunto il commissario all’economia, Olli Rehn, poco entusiasta - ma se ne discute da tempo’. Il tedesco Wolfgang Schäuble sostiene che gli eurobond richiederebbero ‘cambiamenti fondamentali nei trattati europei’. Eppure, in un intervista al Financial Times, ha lasciato la porta aperta. Se si chiedesse oggi al Bundestag di esprimersi sulla rinuncia all’autorità di bilancio nazionale, ha argomentato Schauble, ‘non si otterrebbe un voto positivo’. Ma ‘se voi ci deste qualche mese per lavorarci, e con la speranza che gli altri stati fossero d’accordo, allora vedrei una possibilità’. Fonti comunitarie riferiscono di manifestazioni di interesse informali per lo schema degli E-bond da grandi banche europee, da Morgan Stanley a Goldman Sachs, passando per la tedesca Commerzbank. ‘Il problema è Berlino’, dicono nei corridoi del Consiglio Ue. Juncker, a tarda sera, ha spiegato che la lettera con Tremonti serve a spiegare che l’eurobond ‘non è stupido come sembra’. La Merkel contro? ‘Nel 2005 ho proposto il semestre europeo e non mi hanno ascoltato - ha affermato l’ammiccante lussemburghese -. Se n’è riparlato in febbraio, e ancora niente. Poi l’abbiamo approvato e oggi ha molti padri’. Probabile che pensasse anche a una madre, nel recitare il suo auspicio per un futuro di concordia. Ma stavolta non lo ha detto”.

11. Assange, conto bloccato. L'avvocato tratta la resa

Roma -“A piccoli passi, Julian Assange esce dal suo rifugio. L’avvocato britannico - scrive il CORRIERE DELLA SERA - ha annunciato di aver aperto una trattativa con Scotland Yard per fissare ‘data e ora’ di un incontro dove il fondatore di Wikileaks è pronto a rispondere alle domande: ‘Ma nulla è stato ancora fissato’. L’apertura del legale, che conferma le indiscrezioni dei giorni scorsi, è una conseguenza di un importante sviluppo. La polizia britannica ha ricevuto una nuova versione del mandato di cattura svedese per le accuse di stupro, un documento che contiene i chiarimenti richiesti ed è stato ‘purgato’ dai vizi di forma. È chiaro che a questo punto per Scotland Yard è difficile non procedere. Ecco allora la mossa del negoziato. Assange punta a un interrogatorio in Gran Bretagna e vuole evitare di finire in Svezia perché teme possano, poi, consegnarlo agli Stati Uniti. Ma il mandato di cattura chiede proprio l’estradizione verso Stoccolma. A rendere difficile la posizione dell’australiano non ci sono solo le accuse delle donne che hanno parlato delle violenze. Diffondendo, nella notte, un elenco di società strategiche sparse in tutto il mondo (ne riferiamo in dettaglio in altra parte del giornale, ndr) - comprese la Glaxo di Parma e il gasdotto Trans-Med - Wikileaks ha aperto un nuovo fronte con polemiche che investono gli apparati di sicurezza e la stampa. Il Guardian - uno dei giornali che ha ricevuto in anticipo i file - si è rifiutato di pubblicare la lista, cosa che invece hanno fatto i concorrenti del Times di Londra. Con conseguente scambio di accuse. Ma ben più pesante è quello che rischia Julian Assange. Il segretario alla Giustizia statunitense Eric Holder ha annunciato di aver autorizzato ‘iniziative significative’ per reagire ad atti che mettono in pericolo funzionari e lo ‘stesso popolo americano’. La tesi è che sono stati esposti obiettivi sensibili e dunque è compromessa la sicurezza nazionale in decine di Stati, visto che nel cablo sono citate, ad esempio, industrie europee o il Canale di Panama. Per questo c’è chi lo accusa di ‘tradimento’ e ‘spionaggio’. Un risvolto sul quale è intervenuto anche il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, che ha precisato: ‘Ignoravamo la presenza di questa lista. Forse si tratta della più grave delle uscite di Wikileaks’. Per il responsabile della Farnesina rendere note queste informazioni equivale a ‘raccontare’ ai terroristi ‘cose che non avrebbero dovuto sapere’. Ancora più esplicito il Dipartimento di Stato: ‘È come se avessero offerto una lista di bersagli ad Al Qaeda’. Prese di posizione che pesano sul futuro di Assange. (…)”.

12. Russia, il giallo del rapporto Usa

Roma -“Benché sia chiaro che la diplomazia americana lo consideri più filorusso di quanto converrebbe per tutelare al meglio compattezza e interessi dell’Alleanza atlantica - scrive il CORRIERE DELLA SERA -, Silvio Berlusconi ieri non ha esitato a diffondere una smentita per prevenire fastidi verso di sé da una parte di Mosca. Nel circuito dell’informazione è stato rilanciato il rapporto che l’ambasciatore americano a Roma David Thorne, il 21 settembre 2009, scrisse dopo aver compiuto il giorno 18 la sua prima visita al presidente del Consiglio italiano. L’informativa sottratta agli Stati Uniti e pubblicata sul sito Wikileaks era classificata ‘confidenziale’. Aveva tra i destinatari Casa Bianca, Dipartimento di Stato, ambasciata americana in Russia, rappresentanza alla Nato. Nel riferire dell’incontro, Thorne segnò: ‘Il primo ministro ha offerto una lunga e familiare trattazione sulle (ai suoi occhi) qualità molto buone di Putin come leader, definendo il presidente Medvedev in modo alquanto liquidatorio un ‘apprendista’ di Putin’. È risaputo che l’attuale primo ministro russo Vladimir Putin, 58 anni, vede diventare un potenziale concorrente Dmitri Medvedev, 45 anni, l’ex numero uno di Gazprom al quale l’ex agente del Kgb, non potendo avere un altro mandato consecutivo da capo di Stato, offrì ogni aiuto elettorale per lasciargli nel 2008 la presidenza della Russia. Palazzo Chigi è ricorsa a una nota ufficiale. ‘Berlusconi non ha mai pronunciato le frasi sul presidente russo Medvedev che gli vengono attribuite nelle ultime rivelazioni di Wikileaks né ha mai tracciato paragoni, né in pubblico o in privato, tra il presidente Medvedev e il primo ministro Putin’, è stata la versione della presidenza del Consiglio in un comunicato. Con un commento: ‘Niente di nuovo, quindi. Mentre continua a imperversare il gossip fine a se stesso, parlano i fatti attraverso i tanti risultati concreti dei vertici italo-russi, compreso quello che si è appena concluso a Sochi con la conferenza stampa congiunta dei due presidenti’. La nota chiama così Berlusconi e Medvedev, e in effetti lo sono, ma il primo presidente del Consiglio, e dunque di un governo, l’altro di uno Stato. Nel rapporto, Thorne descriveva Berlusconi ‘inebriato’ dalla decisione di Barack Obama sulla difesa missilistica’, la rinuncia a installare missili in Polonia e Repubblica Ceca (sgraditi a Mosca). ‘Medvedev e Putin sono un dono di Dio’, ha dichiarato il 10 settembre scorso Berlusconi. Generosamente equanime. È Putin però il suo ospite russo preferito in Sardegna, Putin quello che nell’ottobre 2009 raggiunse a Pietroburgo per una ‘rimpatriata tra vecchi amici’. L’ora è problematica. Pur facendo sottolineare che in un rapporto americano è stato giudicato ‘di forte reputazione internazionale’, il ministro degli Esteri Franco Frattini, in un altro ritenuto poco più di ‘un messaggero’, ha annullato un incontro con la stampa estera a Roma. Quante domande avrebbe ricevuto su Wikileaks?”.

13. L’Iran riapre il negoziato nucleare

Roma “Alla vigilia gli iraniani avevano detto che dei dettagli del loro programma nazionale per il nucleare non si sarebbe parlato se non in termini assolutamente marginali. Invece - racconta LA STAMPA -, alla fine del primo round di incontri ginevrini fra i delegati di Teheran e i membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nella formazione ‘5+1’, una fonte ha rivelato che della questione atomica ieri mattina s’è discusso ‘per tre quarti del tempo’. Usa, Russia, Francia, Cina e Regno Unito, più la Germania e l’Alto rappresentante dell’Unione europea, Catherine Ashton, hanno ribadito l’appello perché il regime di Mahmoud Ahmadinejad ponga fine al suo programma di arricchimento dell’uranio. La risposta di Teheran è stata la solita, ‘su questo non si negozia, visto che non c’è alcuna intenzione di utilizzare le loro possibili nuove risorse come armamento’. Nessuno ci crede, per la verità, ma è la classica situazione in cui l’ex premier britannico Winston Churchill avrebbe detto che ‘jaw-jaw è meglio di war-war’, che muovere le mascelle è meglio di fare la guerra. Ipotesi che né gli Stati Uniti, né Israele, hanno escluso qualora il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non dovesse riuscire a convincere alla ragione l’Iran. Il quale, ai sensi dell’ordinamento internazionale, ha diritto ad avviare un programma interno di arricchimento dell’uranio. Il fatto però che abbia deciso di farlo di nascosto e rifiutando la cooperazione con l’Aiea, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, ha fatto sorgere numerosi sospetti sul progetto. Il timore che si punti alla fissione per ragioni offensive trova terreno fertile in numerose capitali occidentali. Intanto si va avanti, dopo oltre un anno di ‘jaw-jaw’. ‘È un punto di partenza’, assicura la ministra degli Esteri Ue, Lady Ashton, che invita a non farsi troppe illusioni. Al negoziatore nucleare di Teheran, Said Jalil, i ‘5+1’ hanno detto che ‘per l’Iran le possibilità sono molto chiare, può affrontare un ulteriore isolamento, oppure collaborare’. Immediata la replica: ‘Qualunque questione concernente le attività nucleari iraniane va risolta nell’ambito dell’Aiea’. Segnale che, nella complessa logica della trattativa globale, mina l’esito della due giorni ginevrina. Dopo una mattinata comunque ‘fruttuosa’ e un’anatra alle olive servita a colazione, i delegati si sono concessi una serie di incontri bilaterali. Nel frattempo il ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki, in visita ad Atene, ha affermato che i colloqui ‘dipendono dall’approccio della controparte’, che è stata invitata a abbandonare la ‘politica della pressione e del dialogo allo stesso tempo’. Certo aiuterebbe che Teheran concedesse una tregua, mentre domenica ha annunciato la produzione del primo lotto di concentrato di uranio necessario per sfornare combustibile nucleare. Oggi volata finale sul lago Lemano. Prossimo appuntamento l’anno venturo, in Turchia, sede scelta da Ahmadinejad. Nel frattempo ci sarà altro ‘jaw-jaw’ informale. Churchill non avrebbe nulla da ridire”.

14. Fiat, Marchionne: ho piani B su Mirafiori

Roma -“In America la traversata del deserto di Sergio Marchionne alla guida della Chrysler sembra quasi finita: dopo la ‘carestia’ dell’anno post bancarotta (massicci tagli dei costi e anche riduzione della produzione per sostenere i prezzi, in assenza di nuovi modelli) - racconta il CORRIERE DELLA SERA - lo scaffale delle novità comincia a popolarsi: la nuova Jeep Grand Cherokee, la Cinquecento ‘americana’, le due nuove medie Chrysler 200 e Dodge Avenger presentate ieri al governatore del Michigan, Jennifer Granholm, nello stabilimento di Sterling Heights che le produrrà. Un’altra ‘festa della rinascita’ con manager, sindacalisti e politici che si congratulano l’un l’altro. In Italia, invece, il Marchionne leader della Fiat continua a fronteggiare una situazione molto tesa dopo l’interruzione del negoziato per Mirafiori e un irrigidimento del nuovo leader della Cgil Susanna Camusso che sta spalleggiando i suoi metalmeccanici Fiom con parole d’ordine più dure di quelle fin qui utilizzate da Guglielmo Epifani. Ancora una volta il manager italo-canadese sfrutta una manifestazione pubblica della Chrysler per mostrare la radicale differenza delle relazioni sindacali nei due Paesi - concordia e collaborazioni con Afl-Cio e lavoratori negli Usa, ostilità, sfiducia e conflitto in Italia - e torna sul delicato tema del ‘Piano B’, qualora non si trovasse l’accordo sullo stabilimento torinese : ‘Produrre negli Usa? È un’opzione, ma ce ne sono altre. Ho in mente diversi piani B. Questa, però, non è una minaccia’. Ma gli argomenti di Marchionne, che invita l’Italia a fare un bagno di realismo guardando quello che accade in giro per il mondo e adeguandosi, irritano la Camusso e la spingono a ostentare insofferenza: ‘Sono assurde le motivazioni della Fiat e anche i comportamenti che seguono’ dice il leader della Cgil a ‘Repubblica tv’, in un’intervista registrata prima della nuova sortita di Marchionne. ‘Ci propongono di sederci davanti a un foglio bianco per discutere, ma poi si scopre che quel foglio è già scritto e che se non fai come dice l’azienda c’è la disoccupazione. Non è così che si negozia, è insopportabile’. La distanza da General Holifield, il numero due dell’UAW, il sindacato dell’auto, che ringrazia Marchionne e non risparmia elogi (‘La mamma e il papà hanno lavorato bene con lui. E lui sta lavorando bene con noi’) è abissale, ma questa non è più una novità. Così come è ormai ben noto che, a differenza del sindacato italiano, quello Usa ha un interesse diretto, immediato, nel buon andamento finanziario dell’azienda-Chrysler di cui è azionista di maggioranza. L’UAW è, anzi l’interlocutore più interessato alla massima valorizzazione borsisti c a delle nuove azioni Chrysler che verranno messe sul mercato l’anno prossimo (l’amministratore delegato ha confermato il collocamento per il secondo semestre 2011), perché è proprio vendendo queste azioni che potrà finanziare l’assistenza sanitaria per i dipendenti e i suoi pensionati. (…)”.

15. Benzina, prezzi ai massimi dal 2008

Roma -“Se intendete fare il pieno alla macchina e partire per il ponte dell’Immacolata mettete in conto una spesa imprevista: da ieri la benzina è più cara - scrive LA REPUBBLICA -. La verde, ora, supera quota 1,45 euro al litro - il massimo degli ultimi due anni - il diesel si mantiene su 1,33. Per un pieno su una vettura di media cilindrata si spendono 72 euro, sette euro in più rispetto ad un anno fa. Nel fine settimana, dunque, i prezzi al consumo - raccontano la Staffetta Quotidiana e Quotidianoenergia.it - hanno assorbito gli aumenti delle quotazioni internazionali dei prodotti raffinati scambiati nell’area del Mediterraneo. Il risultato, per chi sta dietro al volante, è stato un aumento fra uno o e due centesimi, messo in atto da tutte le società: la palma del rialzo va alla Tamoil, marchio più caro sia per la verde (1,453 al litro), che per il gasolio ( 1,333). Un adeguamento, quello dei marchi, contestato dai consumatori che parlano di ‘stangata festiva’ arrivata alla ‘velocità della luce’. Com’è possibile - si chiede Adusbef-Federconsumatori che la benzina si trovi allo stesso prezzo praticato nei giorni in cui il petrolio viaggiava sui 118 euro al barile, mentre oggi siamo a quota 90? ‘È vero che l’euro ha perso terreno rispetto al dollaro, ma appare evidente che la benzina si dovrebbe attestare ad almeno 7-8 centesimi in meno rispetto al prezzo a cui viene venduta oggi’ commentano Elio Lannutti e Rosario Trefiletti, presidenti delle due associazioni. Una posizione condivisa anche dal Codacons: ‘Come sempre avviene in occasione di festività, ponti, esodi e spostamenti di massa di cittadini, i listini dei carburanti si impennano - spiega il presidente Carlo Rienzi - Grazie ai rincari di questi ultimi giorni, gli automobilisti in movimento per l’Immacolata spenderanno complessivamente 25 milioni di euro in più per il carburante rispetto allo scorso anno’. I consumatori chiedono ‘misure che contrastino le volontà speculative’, fra cui ‘la commissione istituzionale sulla doppia velocità dei prezzi; la razionalizzazione della rete e l’apertura alla vendita attraverso il canale della grande distribuzione; il blocco settimanale degli aumenti’. A loro fianco in queste richieste - per quanto strano possa sembrare - trovano i petrolieri. Anche Pasquale De Vita, presidente dell’Up, chiede infatti l’applicazione di quelle misure annunciate lo scorso aprile e di fatto mai decollate. De Vita non accetta le accuse del doppio ritmo praticato dalle aziende nell’adeguare i prezzi della benzina all’andamento del dollaro (lento quando si tratta di abbassarli, veloce quando si tratta di rialzarli). ‘I listini sono in linea con le quotazioni internazionali del greggio e dei prodotti Platts’ ha detto nel corso dell’incontro con Roberto Sambuco, Mister Prezzi. L’impennata è dovuta all’ondata di gelo che ha investito il Nord Europa e che ha fatto fare un balzo al prezzo al barile di Brent e Crude’. Le cause di tale aumento, secondo il presidente dell’Unione Petrolifera, sono due. Da una parte la questione internazionale ovvero ‘l’assenza di libertà nel mercato’ che permette ai paesi produttori ‘di tenere fermi 5 milioni di barili nei pozzi pur di far aumentare i prezzi’. Dall’altra la questione nazionale: ‘Dobbiamo portare avanti la riforma - ha detto De Vita - solo così possiamo evitare queste polemiche sui prezzi che arrivano a cadenza fissa’”.

16. Manager, fidi e banca unica: la transizione di Unicredit

Roma -“‘È un momento di transizione: non si è ancora chiusa una fase, non è iniziato il nuovo ciclo’. Un banchiere di lungo corso - scrive il CORRIERE DELLA SERA - spiega così lo ‘spaesamento’ in Unicredit, quella sindrome da perdita di orientamento che sembra aver colpito gli alti ranghi, dove le defezioni sono all’ordine del giorno. L’uscita traumatica del leader carismatico Alessandro Profumo, sfiduciato dai soci il 21 settembre scorso, spiega solo in parte le dimissioni eccellenti piovute sul tavolo del neo amministratore delegato Federico Ghizzoni. L’Unicredit senza Profumo sarebbe rimasto un posto sufficientemente attraente persino per due fedelissimi del capo come Sergio Ermotti, il responsabile dell’investment bank chiamato a Ubs e Rino Piazzolla, il direttore delle risorse umane. La stessa ascesa del rassicurante Ghizzoni, lunga carriera all’estero con la maglia di Piazza Cordusio e galloni di ‘uomo-di-Profumo nella Nuova Europa’, avrebbe potuto addolcire le inevitabili scosse di assestamento nel management. I movimenti tellurici nelle prime linee non accennano invece a diminuire e anzi sono aumentate d’intensità con l’esito della campagna acquisti di altri gruppi internazionali, che ha visto lo stesso Ermotti mortificato dalla mancata promozione a direttore generale di Unicredit volare in Ubs con la responsabilità di Europa, Africa e Medioriente e il capo economista Marco Annunziata arruolato da General Electric. Il doppio schiaffo ha messo il nuovo vertice sotto una pressione straordinaria, aumentato confusione e veleni. Il toto-dimissioni e il toto-nomine vanno solo relativamente a braccetto. Se da una parte c’è il timore di una fuga dei talenti, dall’altra c’è il partito di chi spera che l’ondata di uscite trascini via anche qualche finto ‘fenomeno’. Si ragiona su cosa accadrà nella Banca Unica guidata dall’apprezzato Gabriele Piccini e di cosa accadrà nella ‘filiera’ più internazionale di Ermotti. Lo ‘spaesamento’ di Unicredit è anche l’irritualità vista con Profumo e con Ermotti di non aver preparato la successione. Ci vorrà ancora qualche settimana, pare, per individuare il nuovo capo dell’investment & corporate banking, una divisione che ha perso peso nel nuovo corso. Mentre sarebbero in dirittura d’arrivo le sostituzioni di Ghizzoni nell’area dell’est (il candidato sarebbe Alessandro Decio) e di Piazzolla al personale (Paolo Cornetta) nel consiglio di amministrazione del 14 dicembre. La confusione, poi, è fatta di voci allarmanti come quella che narra di un errore, o addirittura di una scelta temeraria, che avrebbe portato al coinvolgimento non gradito in una complessa operazione immobiliare a Milano. Malumori e tensioni si sono sviluppati poi intorno alla vicenda della ristrutturazione del debito del gruppo Ligresti (che di Unicredit è anche azionista) e all’eventuale partecipazione al consorzio per l’aumento di capitale. Alla fine in tanti concordano sul fatto che a far impazzire almeno temporaneamente le bussole è stato il subitaneo cambio di governance (…)”.

17. Elogio del Trentino Alto Adige

Roma -“Sono anni che davanti ad ogni inchiesta, analisi, tabella, dossier che segnala cose che non vanno nel Mezzogiorno - scrive Gian Antonio Stella sul CORRIERE DELLA SERA - assistiamo a un levare di scudi in difesa dell’onore ferito. Basti pensare al documento dei medici dell’ospedale di Vibo Valentia che, dopo una serie di scandali, si lagnarono della ‘attenzione della stampa, sempre vigile sull’‘ospedale killer’, unico esempio tra gli ospedali italiani e d’Europa nel quale gli eventi infausti e le disgrazie portano alla persecuzione quotidiana e selvaggia di un’intera categoria...’. O l’ira degli avvocati di Catanzaro dopo la scoperta degli esami truccati: ‘La ferocia demolitrice con cui la stampa, la radio e la televisione hanno aggredito...’. O ancora la risposta di Raffaele Lombardo a un’inchiesta dell’Economist corredata da una cartina geografica ironica in cui il Sud Italia veniva ribattezzato Bordello: ‘Sarà pure humor inglese ma assomiglia tanto ad un proclama violentemente antimeridionale’. Nessuno stupore, quindi, se anche stavolta davanti ai dati del Sole 24 Ore dovessimo assistere a nuove lamentele sul modo in cui, come teorizzò anni fa un convegno della ‘Fondazione Premio Napoli’, ‘la stampa italiana racconta male il Mezzogiorno, oscillando tra la criminalizzazione ed il paternalismo’. Un vittimismo che certo non aiuta il Sud ad affrontare i problemi. Certo, le province di Trento e Bolzano godono grazie all’autonomia di forti contributi statali. Gli stipendi dei presidenti provinciali, dei sindaci dei due capoluoghi, dei primi cittadini dei comuni più piccoli, di tutti coloro che hanno un ruolo pubblico sono nettamente superiori alla media italiana. Ed è vero che il flusso di denaro in questi decenni è stato tale che talvolta, da quelle parti, si sono tolti degli sfizi altrove impensabili (si pensi ai contributi ad alberghi e pensioncine per saune e piscine) che hanno scatenato l’invidia di tanti centri appena al di là dei confini che vorrebbero aggregarsi ai cugini più ricchi. Tutto vero. E anche noi del Corriere non abbiamo mai mancato di fare le pulci ad alcune spese eccessive. Detto questo, però, va ricordato che Trento e Bolzano si fanno carico di una serie interminabile di spese (dalle strade, visto che l’Anas non c’è, a tutte le scuole dalle materne all’università...) che altrove sono a carico dello Stato. Che i soldi, se ci sono, bisogna anche saperli spendere. E che in ogni caso lo stacco rispetto ad altre realtà del Paese non è poi così abissale quanto lo stacco nella qualità della vita. Qualche dato? Nel 2008, nella tabella dei trasferimenti dallo Stato e dalle Regioni, la città di Bolzano era al 309° posto con 1.121 euro e quella di Trento al 317° con 1.113. Certo, tanti soldi rispetto ad altre città capoluogo. Ma per trovare il primo comune altoatesino (Ponte Gardena) nella lista di quelli privilegiati occorre scendere al 69° posto e per trovarne uno trentino (Grauno) all’80°. Preceduti entrambi da decine di municipi aostani e molisani, sardi e friulani, siciliani e perfino toscani o piemontesi. Per non dire delle tabelle pubblicate dallo stesso Sole un anno e mezzo fa con la differenza tra entrate tributarie e spesa pubblica pro capite. Dove emergeva che ogni lombardo, tra dare e avere, ci perdeva complessivamente 4.850 euro, ogni emiliano 3.450, ogni veneto 2.900 e per contro ci guadagnavano soprattutto i lucani (2.550 euro a testa), i s ardi ( 2. 650), i calabresi (2.750) e gli aostani: 3.000 tondi tondi. Certo, nelle pagelle dell’economia, dell’occupazione, della giustizia, della sanità, il Mezzogiorno è drammaticamente in ritardo. Ma non meno interessanti, per far saltare un po’ di stereotipi, sono le graduatorie ‘servizi, ambiente e salute’ delle pagine del quotidiano economico curate da Rossella Cadeo. In quella delle infrastrutture, per dire, elaborata sui dati dell’istituto Tagliacarne, ecco Napoli e Brindisi nella pattuglia di testa ed ecco Sondrio, Belluno e Aosta in quella di coda. Quanto alla pagella ecologica, compilata su dati di Legambiente utilizzando 26 parametri (dallo smaltimento dei rifiuti alla qualità dell’acqua, dalle isole pedonali alle piste ciclabili) ecco la provincia di Salerno, quella di Terni e di Avellino davanti a Verona, Milano, Vicenza, Alessandria... (…)”.

18. Se John Lennon fosse ancora vivo

Roma “Immaginiamo, il verbo non è scelto a caso visto che in inglese farebbe ‘imagine’, che John Lennon sia ancora fra di noi. Che quel maledetto, almeno per la storia del rock, 8 dicembre 1980 Mark David Chapman non avesse ucciso l’ex Beatles a colpi di pistola. Immaginiamo - prosegue il CORRIERE DELLA SERA - che tutto sia solo un brutto sogno. Come del resto ha detto Julian, il primo figlio dell’artista, in un documentario trasmesso lo scorso fine settimana dalla Cnn: ‘È dura pensare che sia vero. Ancora oggi mi sembra un sogno. È molto più che triste il fatto che lui non ci sia più, ma non c’è nulla che nessuno di noi possa fare’. Proviamo quindi a immaginarci che Lennon, a questo punto settantenne, sia ancora tra di noi. E giochiamo alla fantastoria del rock, anche per rendere meno dolorosa la sua assenza. Che farebbe? In questi anni ci siamo abituati anche alle reunion più clamorose. A colpi di milioni di dollari anche le litigate più dure e le incompatibilità di carattere più insanabili, vedi alla voce Police, si sono ricomposte. Si sarebbero fatti convincere anche i Beatles? Yoko Ono, la vedova considerata da molti responsabile dello scioglimento dei Beatles, lo avrebbe mai permesso? Magari lei e John avrebbero divorziato e proprio la causa milionaria avrebbe spinto John al dialogo con gli ex compagni. Mille le ipotesi possibili anche per i musicisti italiani interpellati. ‘Sicuramente farebbe ancora musica. Non avrebbe avuto bisogno di fermarsi o sparire per far nascere la leggenda Lennon. La leggenda era già nata con quello che aveva fatto prima’, commenta Giuliano Sangiorgi dei Negramaro. ‘E me lo immagino ancora impegnato culturalmente - aggiunge -. Oggi ci sono gli stessi motivi per gridare, la pace nel mondo ad esempio, che c’erano allora’. Eros Ramazzotti punta sull’uomo più che sull’artista: ‘Non sarebbe per nulla felice delle situazione generale nel mondo - dice -. Anzi, sarebbe ancora più incazz...’. Omar Pedrini, che domenica ha dedicato proprio a Lennon la puntata del suo programma ‘Rock e i suoi fratelli’ su Rai 5, gioca con le ipotesi: ‘La prima: me lo vedo a fare un altro bed in per la pace con Yoko Ono. Seconda: gli chiederebbero di fare il giudice in un talent show e chissà, magari in difficoltà economiche, che cosa risponderebbe. La mia preferita: me lo immagino ritirato in Provenza a dipingere quadri, capelli lunghi e ancora i suoi occhialini tondi magari un po’ scassati’. Proprio come lo hanno ritratto in molti in questi giorni su Internet. Come si fa con i latitanti, qualcuno ha provato a fare un identikit di John a 70 anni, che avrebbe compiuto il 9 ottobre. L’idea è venuta anche a Shannon, l’artista che ha dipinto i ritratti dei Beatles nell’hotel a loro dedicato a Liverpool. Biagio Antonacci la vede così: ‘Forse oggi Lennon apparirebbe un po’ come un intruso e il suo esser schivo e mai invadente avrebbe fatto a cazzotti con questo mondo. Sarebbe risultato ancora più scomodo di quando era in vita. E secondo me non avrebbe mai accettato questa morale corrotta che ha pervaso il mondo dello spettacolo a livello internazionale’. Enrico Ruggeri sogna invece i duetti mancati: ‘Lo vedo come nume tutelare delle nuove generazioni. Credo che avrebbe pensato a collaborazioni con Blur e Oasis, ma anche con i Massive Attack. E gli sarebbe piaciuto certamente uno come Kurt Cobain’. Chi è sicuro della reunion è Alberto Fortis: ‘Mi azzardo a dirlo. Anni fa incontrai il figlio Julian che mi disse quanto forte fosse stata la spinta di Paul McCartney. Era andato due volte a incontrare John a New York per convincerlo’. John però non c’è più. E allora ci sono le celebrazioni. Da ieri a sabato, ogni sera alle 20.30, Radio2 Rai propone un radio-documentario scritto da Valeria D’Onofrio - titolo ‘Free as a bird’ - sulla vita e carriera di Lennon. E domani alle 21 Cielo (digitale terrestre) trasmette in prima tv ‘Naked’, il documentario della Bbc con Christopher Eccleston nei panni del mito. Purtroppo dobbiamo accontentarci del sosia”.

“We Want Sex”. Le operaie al tempo del 68

I cervelli italiani? Vanno all’estero