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“We Want Sex”. Le operaie al tempo del 68

Una storia vera accaduta nell’Inghilterra di quarant’anni fa. Quando il ricatto della delocalizzazione non era possibile e i lavoratori erano ancora capaci di lottare insieme  

We Want Sex, di Nigel Cole, ovvero: quando le donne marciano unite non ce n’è per nessuno. Ne bastarono, infatti, 187 per mettere in ginocchio la Ford, almeno nel 1968 quando la lotta, e la classe, operaia erano un’altra cosa: un film che, quindi, ha una chiave di lettura estremamente attuale, specie nel paese dove il fazismo si inchina a Marchionne.

Il film, prodotto anche dalla BBC, racconta la lotta di un gruppo di operaie, addette alle macchine da cucire della Ford inglese e guidate da Rita O'Grady, per ottenere parità di trattamento salariale rispetto ai loro colleghi maschi, ponendo così le basi per la Legge sulla Parità di Retribuzione che fu adottata due anni dopo per poi diffondersi in gran parte del mondo industrializzato. Un principio oggi incontestabile, anche se non sempre realizzato e dato per scontato, ma molte delle conquiste dei lavoratori sono maledettamente recenti e di nuovo messe costantemente in discussione. Anzi, ammettiamolo, regolarmente calpestate.

Il film di Cole è leggero e ironico, quindi molto efficace nel veicolare il messaggio, nel descrivere una classe lavoratrice, non solo operaia, che non c’è più: ancora orgogliosamente decisa e risoluta nelle sue rivendicazioni. Quelli, però, erano gli anni Settanta e il ricatto globalizzato della delocalizzazione non era praticabile. Poteva sì essere tentato ma non era credibile, cosa che la Ford all’epoca fece, adducendo “incontrovertibili” giustificazioni sull’insostenibilità industriale della parità di trattamento uomo-donna, cosa che invece la storia ha mostrato essere pienamente attuabile. Ancora il capitale sostiene la vecchia storia dell’insostenibilità di cose ben sostenibili, a prezzo certamente di  ridurre gli ampi margini di profitto del padrone o i vergognosi superstipendi di manager che, invece, sono, quasi sempre, i primi responsabili dello stato di crisi. Come si dice, però: il pesce comincia a puzzare dalla testa, ma nel sistema capitalista è la testa del pesce a decidere quale parte tagliare prima. 

La classe operaia dei bei tempi ne esce bene dal film, anche se viene, realisticamente, mostrato che “i maschi” ebbero qualche difficoltà a capire e sostenere le rivendicazioni delle loro colleghe, spesso mogli oltre che colleghe; ma era il 68 e certe cose, che per noi sono ovvietà, non erano per nulla scontate: il femminismo era agli inizi e, nonostante alcuni eccessi fu un movimento necessario, peccato le sue attuali involuzioni da sociologia da talk show e attiviste da Palazzo Grazioli. 

Modernissimo e attualissimo, specie se visto in chiave italiana, è soprattutto il sindacato: per nulla teso alla tutela del lavoratore, ma interessato solo alla tutela di se stesso. Un sindacato autoreferenziale e distaccato dalla realtà del lavoro. Un’organizzazione che vive di liturgie oscure che, obnubilando il lavoratore, ne permettono la sopravvivenza senza reale conflitto con padroni e potere politico, sì da garantirle carriere sul sudore altrui.

Si dovesse fare un remake italiano del film non ci sarebbe bisogno di provini per la parte del sindacalista viscido che vuole strumentalizzare la lotta delle operaie ai suoi fini per poi tradirla. Il ruolo è già assegnato: Bonanni, anche se forse sarebbe troppo grottesco, ma con una “regia alla Neri Parenti” andrebbe anche bene come caricatura di sindacalista.

Il film suscita un po’ di nostalgia dei tempi andati in cui il lavoratore, lottando, otteneva i suoi diritti, nonostante il mancato appoggio di un governo sedicente di sinistra. Ma questo accadeva prima della globalizzazione, prima che si desse per scontato che: se non c’è indegno margine di guadagno è giusto spostare la produzione dove il lavoratore può essere spremuto peggio di uno schiavo. Tanto, si sa ed è condiviso da tutti, i dazi sono anacronistici e protezionismo è una parolaccia: l’unica cosa che va tutelata è il “marchio”, poco importa se il marchio “italiano” sia prodotto in Cina.

La “fiaba” di We Want Sex, però, è ambientata nel 68 e allora un happy ending era ancora possibile, oggi, invece, non è più così, ma proprio su questo deve farci incazzare questo film “leggero”: perché allora era possibile? Allora 187 donne di “bassa condizione sociale” sconfissero la Ford, perchè oggi non dovrebbe essere più possibile? Certo loro seppero lottare, compatte e risolute, contro convenzioni sociali, sindacato, politici, padroni e così vinsero senza che violenza fosse necessaria. Oggi, invece, tutti marciano spocchiosamente separati, lasciandosi imbonire da convenzioni sociali, sindacato, politici, padroni e supinamente accettando che la violenza non è mai necessaria e che discredita, di per sé, una causa. Ma, visto che parliamo di cinema, ricordiamo le ultime parole pubbliche di Monicelli: invocavano la Rivoluzione e di solito i cineasti sanno interpretare la realtà meglio dei teorici della politica. 

 Ferdinando Menconi

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