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Acqua avvelenata, ma quasi legale

La Ue ha stabilito che le deroghe italiane riguardo all’arsenico sono illegittime,  ma quasi tutti i Comuni non fanno niente, in attesa del recepimento formale della normativa comunitaria

A fine novembre l'Unione Europea ha negato al nostro ministero della Salute la deroga ai limiti comunitari in materia di acqua potabile. La richiesta prevedeva la possibilità di innalzare provvisoriamente il limite consentito di arsenico a 50 microgrammi per litro (ne abbiamo parlato qui). È stato quest’atto ad accendere i riflettori sulla questione, coi conseguenti problemi di utilizzo e i legittimi dubbi sui rischi per la salute che fino ad allora erano stati evidentemente trascurati. 

Oggi, a quasi un mese di distanza, la situazione non sembra essere molto migliorata. La richiesta di deroga è stata presentata nell’estate del 2009. Laddove da quella data i valori siano rientrati nei limiti, non c’è altro da fare che effettuare nuovi esami e dichiarare cessata l’emergenza. In tutti gli altri casi però, visto che è passato più di un anno, la decisione dell’Unione Europea avrebbe dovuto spingere i sindaci e le Province a sospendere l’erogazione o, comunque, a vietarne l’uso a scopi alimentari. 

In realtà solo due Comuni hanno avuto il coraggio di prendere provvedimenti di questo tipo. Il primo è Luson, in provincia di Bolzano, dove è prevista a breve l’installazione di un impianto di filtrazione delle acque. Il secondo è Velletri, in provincia di Roma, dove è stata dichiarata la non potabilità per le utenze di quattromila abitanti. Non solo. In attesa della soluzione definitiva del problema, nello stesso Comune sono stati collocati dei distributori di acqua “a prova di arsenico” per i bambini fino a 3 anni. 

Nel resto d’Italia in linea generale ci si è limitati a litigare nelle riunioni comunali per decidere non ancora cosa fare ma semplicemente cosa dire alla cittadinanza. Per esempio a Latina, la città che ha praticamente il triste primato della privatizzazione dell’acqua peggiore d’Italia, martedì scorso si è tenuta una riunione proprio di questo tipo. Durante l’incontro – finito in zuffa e in un nulla di fatto grazie anche all’assenza della Asl nella persona della dott.ssa Rocchi, capo servizio igiene e alimentazione del Dipartimento di prevenzione locale – il Presidente della Provincia,  Armando Cusani, è stato capace di minimizzare la questione della tossicità dell'arsenico, dichiarando che «ai neurotrasmettitori del cervello umano potrebbe non essere così nocivo», visto che si tratta di un fattore «naturale» causato dalla conformazione geologica del territorio. Parecchi veleni sono di origine naturale ma nessuno si sognerebbe di metterseli nel bicchiere, se non per farsi del male. Inoltre non bisogna dimenticare che in molti casi, come ammoniva Paracelso, "è la dose che fa di una sostanza un veleno". E proprio in questo abbiamo passato il segno: i comuni interessati dal problema hanno percentuali di arsenico pari anche a cinque volte il massimo consentito, che in ambito Ue è di 10 mg per litro.

Riunioni analoghe si stanno tenendo in tutte le province e regioni, da Mantova a Viterbo. Ma l’informazione al cittadino non arriva. Così, in mancanza di dichiarazioni ufficiali e univoche delle amministrazioni locali, l’utente finale non sa se può bere o meno l’acqua del rubinetto, se può usarla per cucinare o se può, almeno, lavarci le padelle.

La mancanza di provvedimenti immediati è gravissima. Anche perché dettata da motivazioni ben lontane da un’effettiva mancanza di pericolo per la salute. Al contrario, ci si arrampica sugli specchi sostenendo che, fino a quando il ministero della Salute non avrà recepito formalmente la decisione europea, la deroga concessa all'inizio dell'anno rimane ancora valida. E così ad esempio la Provincia di Viterbo ha risolto - temporaneamente - il problema dei suoi 60 Comuni con l’acqua all’arsenico: ha diramato una nota nella quale dichiara che «ad oggi il limite di arsenico nell'acqua consentito dalla legge è ancora pari a 50 microgrammi/litro e resterà tale fino a nuova comunicazione, cioè fino a quando la Regione Lazio stessa recepirà la nuova direttiva dell'Unione Europea». 

Legalmente la nota è ineccepibile. Le direttive hanno bisogno infatti  del “recepimento”, ossia dell’adozione da parte dello Stato di misure che conformino la legislazione nazionale alla direttiva Ue, per diventare obbligatorie a tutti gli effetti. Ma i tempi del recepimento non sono infiniti. Variano dai 6 mesi ai 2 anni. Già da ora sarebbe però il caso - se si avesse più a cuore la salute dei cittadini che non i codicilli e le carte bollate - di non far scorrere negli acquedotti altro veleno, nonostante la legge lo consenta. 

Sara Santolini

 

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