Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 9/12/2010

Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Berlusconi bis, così si tratta”. In rilievo: “Quella bozza d’intesa nelle mani di Letta”. Di spalla editoriale di Beppe Severgnini dal titolo: “Uno straniero alla Scala”. Al centro pagina: “I giovani professionisti andranno in pensione con il 25 per cento del reddito”. Accanto: “Per Assange la prima cyberguerra mondiale”. In basso: “Miracolo in Sicilia, sono tutti da premiare” e “Patto internazionale per salvare Pompei”.

LA REPUBBLICA – In apertura “Camera, il mercato dei voti”. Di spalla editoriale del direttore Ezio Mauro: “Il ciclone Wikileaks e il bisogno di capire”. Al centro pagina: “Roma, la parentopoli di Alemanno”. Accanto: “L’America condanna l’asse Cavaliere-Putin, ‘esporta corruzione’”. In basso: “Il ricordo di Yoko Ono, quell’ultimo tè con John”. 

LA STAMPA – In apertura “Bankitalia, allarme mutui”. In rilievo: “Cyberguerra contro le manette di Assange”. Al centro pagina: John Lennon, cosa avrei voluto fare”. Accanto articolo di Lucia Annunziata dal titolo: “Obama, sul web la vendetta della storia” e “Contro il Nobel al dissidente Pechino inventa il Premio Confucio”. 

IL MESSAGGERO – In apertura “Yara, si riparte dal diario”. Di spalla editoriale di Giovanni Sabbatucci dal titolo “La sfida cruciale della cultura”. Al centro pagina: “Berlusconi-Fini, si tratta sul governo”. Accanto “La Roma si fa rimontare ma agguanta gli ottavi”. In basso: “Le ferrovie italiane salgono sui treni tedeschi”. 

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “La manovra parte dalla casa”. Di spalla “Scuola Italia 2010, ecco i promossi e i bocciati”. Editoriale di Daniele Bellasio: “Wikileaks e Assange, la legge vale per tutti”. Al centro pagina: “Sanzioni più severe contro le regole Ue sui servizi finanziari”. In basso: “Il tricolore svenduto per 178 euro, un decreto da bocciare”. 

IL GIORNALE – In apertura: “Confindustria paga i sindacati”. Al centro pagina: “Adesso Fini vuol tornare a casa”. In basso, intervista a Bruno Vespa: “Chi non sta a sinistra, è servo. Ma se sbottano i moderati”. In basso: “Quelli che senza stipendio vincono sempre”. 

IL TEMPO – In apertura: “Tutte le Yara d’Italia”. Di spalla editoriale di Francesco Perfetti, “Nessuno vuole il voto”. In rilievo: “La proposta di Fli, dimissioni del Cav e reincarico in 72 ore”. In basso, “Roma, tutti pazzi per lo shopping, il centro storico è un salotto”.

L’UNITA’ – In apertura: “Manovre occulte”. In basso, “Una famiglia su venti non riesce a pagare il mutuo”. Accanto “Io, Visconti, la politica. Maselli racconta i suoi 80 anni”. 

ITALIA OGGI – In apertura: “Le Casse in pressing”. Al centro pagina: “Il Pd surclassa Nichi Vendola a Caserta ma non riesce nemmeno a farlo sapere”. In rilievo: “Assange si è arreso agli inglesi perché sono questi che gli tengono bordone”. In basso: “Prolungati gli ammortizzatori”. 

IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “Sistema Alemanno, piazzare parenti e amici”. Di spalla editoriale di Marco Travaglio dal titolo: “Romanzo di un giovane vecchio”. Al centro pagina: “Sistema Ennio Doris, utili dopati col fisco irlandese”. In basso, articolo di Dario Fo, “Liu Xiaobo, la Cina che vogliamo”. 

LIBERO – In apertura: “Crisi di panico tra i finiani”. Di spalla editoriale di Maurizio Belpietro dal titolo: “Quella futurista è una tremarella da voto anticipato”. Al centro pagina: "una palla di cristallo per il Colle”. Al centro pagina: “Il paese di Yara si ribella ai giornalisti tv”.

IL FOGLIO – In apertura: “Il gran rompicapo della mediazione (im)possibile tra il Cav. e Fini”. Accanto: “i secchioni di Shanghai e le mezze pippe globali”. Editoriale: “Marchionne sfida i padroni del vapore”. (red)

2. Governo, "Berlusconi bis: così si tratta"

Roma - “Sarà una riunione convocata per stamattina dell’intero gruppo parlamentare di Fli e poi dei coordinatori regionali del partito, ai quali parlerà Gianfranco Fini, a dare il la a quella che potrebbe rivelarsi la giornata di svolta della crisi. È infatti dall’atteggiamento che alla fine deciderà di assumere il presidente della Camera, che dovrà tenere conto delle posizioni dei suoi, che si capiranno due cose. La prima – scrive il Corriere della Sera -, se esiste una via per evitare la conta sempre più incerta del 14 dicembre. La seconda, se il terzo polo esiste ancora ed ha una posizione comune. Una sola cosa infatti finora sembra sicura, ed è l’assoluta indisponibilità di Silvio Berlusconi a salire al Quirinale per rassegnare le dimissioni prima del 14 dicembre: «Posso trattare su tutto — ripete ai suoi il Cavaliere — ma solo se mi voteranno la fiducia». Tutto il resto, in una giornata complicatissima di trattative e stop, colpi di scena e passi indietro, è ancora poco chiaro e molto imprevedibile”. “Sì perché ieri, per la prima volta in maniera pubblica, sono emerse posizioni discordanti nel Fli che suonano come un grosso campanello d’allarme per la compattezza del terzo polo. Dopo che infatti è venuta alla luce la trattativa per un Berlusconi bis portata avanti dallo stesso Italo Bocchino che si è incontrato con il premier (il capogruppo smentisce, ma dall’entourage del premier confermano il faccia a faccia), uno dei più autorevoli esponenti dei moderati tra i futuristi, Silvano Moffa, ha messo sul piatto una nuova posizione. A differenza di quanto ancora due sere fa scandiva Fini — o si dimette Berlusconi, o votiamo la sfiducia —, Moffa ha ipotizzato che un nuovo accordo per un patto di legislatura si possa siglare anche «senza le dimissioni del premier». 

Una posizione dirompente, che i dialoganti del Pdl hanno subito colto: «C’è spazio per una mediazione, se si evita di chiedere a Berlusconi un "atto di dolore"», dice Andrea Augello. Ma le parole di Moffa — che vengono sostanzialmente condivise da una decina di «colombe», da Menia a Ronchi, da Consolo alla Polidori, e che potrebbero essere formalizzate in un documento se si arrivasse a una spaccatura nel gruppo —, hanno provocato l’immediata reazione degli altri. Carmelo Briguglio ha espresso la necessità di mettere in pista il «partito della Nazione» con Casini e di sfidare Berlusconi «alle elezioni», e — dopo Adolfo Urso che ha definito «probabile» il Berlusconi bis ma solo dopo un passaggio al Quirinale — Bocchino è dovuto intervenire per rilanciare la posizione ufficiale: «Per noi servono le dimissioni, ma siamo disponibili a un reincarico anche 72 ore dopo» se si fa un nuovo patto che prevede, tra l’altro, una legge elettorale riformata. Insomma, allo stato Fini non mollerebbe su un punto che, gli dicono i «falchi», gli farebbe «perdere la faccia». E perdere definitivamente il rapporto con Pier Ferdinando Casini. Il leader dell’Udc preferisce non calcare la mano, dice che a lui «non risultano» trattative segrete tra il collega co-presentatore della mozione di sfiducia e Berlusconi, ma alla fine — è la riflessione che fa con i suoi — se Fini si accorderà con il premier sono «problemi suoi»: sarà lui a dover giustificare al Paese perché ha aperto una crisi così drammatica, per chiuderla rientrando nello stesso governo di un mese fa.

Ne almeno una quota di loro batta un colpo con decisione e decida che è meglio far emergere un dissenso formale piuttosto che «suicidarsi», percorrendo sino in fondo quello che, visto dal salotto del Cavaliere, è il cul de sac nel quale si sarebbe cacciato Gianfranco Fini. Per Berlusconi infatti quello di Fini è una sorta di suicidio politico a prescindere dal risultato del voto in Parlamento. Anche se il governo venisse sfiduciato, magari soltanto per qualche punto, si aprirebbe comunque uno scenario che l’inquilino di Palazzo Chigi non desidera, ma non disdegna: andare in crisi per mano di coloro che sarebbero additabili agli italiani come «traditori», puntare diritto al voto con una campagna elettorale in cui sarebbe facile, si aggiunge, denunciare le tante contorsioni politiche dell’ex leader di An. Insomma il Cavaliere è ancora convinto di avere le carte in mano. Dice che non vede alcun motivo di dimettersi, diffonde ottimismo ai suoi parlamentari sui numeri per la settimana prossima e continua a puntare su quella fetta di Futuro e Libertà che a suo dire non vuole suicidarsi andando incontro ad un ignoto in fondo al quale c’è anche un possibile, ma indigesto, patto elettorale con la sinistra. «Sono stato eletto dal popolo», continua a ripetere Berlusconi, «e solo gli italiani hanno diritto di decidere il mio destino». (red)

3. Governo, quella bozza nelle mani di Letta

Roma - “Non è solo l’ottimismo della volontà che porta Gianni Letta a essere «molto fiducioso» sulla mediazione con il Fli, per evitare quel voto di fiducia del 14 dicembre che — a suo dire — "va scongiurato". Se il braccio destro del Cavaliere – scrive il Corriere della Sera - confida in una soluzione a tempo ormai scaduto ci sarà un motivo. Se per Letta il nodo della vertenza tra Berlusconi e Fini è "sulle garanzie" reciproche, vuol dire che il negoziato si è spinto molto avanti, nonostante i duellanti si mostrino ancora la faccia feroce. E in effetti la bozza d’intesa — di cui è custode il sottosegretario alla presidenza — è già zeppa di appunti: passa da un accordo sulla politica economica, tiene dentro l’approvazione del federalismo fiscale e la riforma del sistema elettorale. Tutto fatto, dunque? Niente affatto. Perché sull’iter della crisi non c’è intesa. L’ipotesi caldeggiata dal Fli è che il premier presenti in Parlamento il suo programma, recepisca nel corso del dibattito l’apertura dei finiani, e prima del voto di fiducia salga al Colle per dimettersi, in modo che — come diceva ieri Bocchino — "entro 72 ore" riceva il reincarico. Il Cavaliere però non fa mostra di recedere, vuole il voto delle Camere e la "prova di fedeltà" del Fli, «almeno l’astensione», così da passare dopo dal Quirinale e avviare un «rafforzamento del governo». Niente Berlusconi bis, insomma. Al massimo un rimpasto. D’altronde sulle «garanzie» non c’è convergenza. Letta aveva sondato Fini in tal senso, perché — in caso di dimissioni — ci fosse già una rete di protezione, un documento sottoscritto da i due (ex) alleati che garantisse il percorso della crisi. Ma il presidente della Camera ancora ieri sera resisteva: «La precondizione è che Silvio si dimetta. Per il resto, niente documenti, deve giocare a fidarsi. Altrimenti il 14 si vota. E se non ha i numeri, o riesce ad ottenere le elezioni o si va a un nuovo governo». È chiaro che se Fini facesse oggi un passo indietro, darebbe di sé e del suo gruppo l’immagine dei soldati iracheni che ai tempi di Desert Storm si arrendevano alle troupe televisive. 

Ed è altrettanto chiaro che nemmeno il premier ci pensava (e ci pensa) a consegnarsi. Tuttavia Letta continua a essere «fiducioso», e chissà se il suo ottimismo si fonda sulle vistose crepe che appaiono nel Fli, nelle parole pronunciate dal finiano Moffa, secondo cui «non è indispensabile che Berlusconi si dimetta» per dar vita a «un patto che porti l’Italia fuori dalla crisi». Il dirigente futurista da mesi manifesta il suo dissenso interno, al pari di altri sostiene di aver firmato la mozione di sfiducia contro il governo solo come «strumento di pressione negoziale per arrivare a un accordo prima del voto». Ma non è disposto ad andare oltre, non crede all’opzione del terzo polo, e dice apertamente di interpretare «il sentimento di molti» nel gruppo. Se l’argine del Fli dovesse cedere, se Fini si accertasse in queste ore che non tutti i suoi sono disposti a seguirlo nello show-down con il premier, allora sì che cambierebbe tutto, non solo i numeri alla Camera che il Cavaliere dice già di avere. Muterebbe il quadro politico, obiettivo al quale Berlusconi ha lavorato nelle ultime settimane. «Con l’Udc si è capito che si perde tempo», ha sentenziato due sere fa, dopo che Casini aveva rifiutato un invito a cena organizzata dal capo del governo per il suo compleanno. Il capo dei centristi non sta al gioco, a suo avviso «nemmeno Fini»: «Se poi Gianfranco volesse davvero riformare l’alleanza con Silvio, che sarebbe per lui un suicidio, io comunque non ne farei parte». Casini puntava (e punta) al superamento del berlusconismo, ha lavorato di sponda con il presidente della Camera perché il premier si dimettesse prima del voto di fiducia e passasse la mano, ma proprio Letta — a cui avrebbe dato il suo sostegno per un nuovo esecutivo — ha criticato la sua tattica: «Pier, state sbagliando tutto. Berlusconi non si dimette. Inutile insistere, lui è irremovibile». Che il premier sia indebolito non c’è dubbio, ma a quanto pare non è imbolsito, se è vero ciò che ha raccontato il leader della Cisl ad un amico, dopo aver incontrato il Cavaliere. «Meno male che lo facevano giù di tono e privo di idee», ha commentato Bonanni al termine di un colloquio al quale ha partecipato anche il presidente di Confindustria, Marcegaglia: «Lui dice di avere i numeri alla Camera». 

Bonanni appartiene alla schiera di chi considera «una iattura» le elezioni anticipate, e in tal senso si è adoperato con gran riservatezza. In fondo nemmeno Berlusconi vuole le urne, «se c’è una soluzione sono disponibile, perché per me il voto è solo l’extrema ratio». Ma dell’opzione si è servito (e ancora si serve) come arma difensiva contro gli avversari. E se non ha ceduto alle pressioni per dimettersi è perché «bisognava tenere la posizione per far esplodere le contraddizioni nel Fli, e far saltare sul nascere il terzo polo». La crepa nel gruppo futurista è un indizio che avvalora le confidenze del premier: «Con i finiani il dialogo non si è mai interrotto. Mai». Passa allora di qui la mediazione di Letta? Di sicuro sulla legge elettorale il negoziato è in fase avanzata. È a Scajola che Berlusconi ha affidato il compito, è lui che ha preso in considerazione le proposte per riformare l’attuale sistema di voto: la soglia al 45 per cento per ottenere il premio di maggioranza alla Camera; l’introduzione del premio calcolato su base nazionale al Senato; il ritorno della preferenza. L’opzione non piace all’ex ministro come al Cavaliere, perché consegnerebbe le coalizioni nelle mani dei partitini, custodi del «voto di utilità marginale». Piuttosto viene preferito il ritorno al Mattarellum, con una nuova mappa dei collegi elettorali, così da consentire un più stretto rapporto tra elettori ed eletti. Scajola conferma che la trattativa è in atto: «Modificare il sistema di voto non è un tabù per il premier». 

Che intanto si è premunito, facendo simulare ogni tipo di riforma e traendo da quei report riservati buoni auspici. Chissà se la bozza di accordo curata da Letta tornerà utile prima o dopo il voto del 14, se non si arriverà cioè allo scontro in Aula tra Berlusconi e Fini. Difficile. E tuttavia quelle carte tornerebbero comunque utili dopo, perché il Cavaliere è consapevole che — anche se ottenesse la fiducia alla Camera — non potrebbe andare avanti con questo governo. I numeri sarebbero troppo risicati per sopravvivere nella gestione quotidiana del Parlamento. Ma il premier non vuole passare come chi ha accettato il gioco di Palazzo, bensì come chi — dopo aver vinto la sfida dei numeri — è costretto per ragioni di realpolitik a trovare un accordo per guidare il Paese nel bel mezzo della crisi economica: «Il governo di responsabilità nazionale lo faccio io». Oggi sarà una delle tante giornate decisive della crisi, i vertici del Pdl e del Fli si riuniranno per decidere cosa fare. Poi resterà solo la roulette dei numeri alla Camera. (red)

4. Governo, e il Terzo polo già rischia nella culla

Roma - “Bocchino è un combattente, dal suo leader ha ricevuto la consegna del silenzio. Quindi neppure sotto tortura ammetterebbe l’incontro dell’altro ieri col Cavaliere, quando nulla è stato deciso; eppure già il fatto stesso che abbiano parlamentato mette a nudo la debolezza di entrambi, ma particolarmente di Fini, l’estrema difficoltà di un passaggio che martedì prossimo lo spingerà per sempre fuori del centrodestra (se gli ex-camerati del Fli voteranno la sfiducia al governo insieme con gli ex-compagni del Pci) o per sempre con Berlusconi (se perderanno l’occasione di mandarlo a casa). Si affacciano in queste ore – si legge su La Stampa - formule equivoche tipo «appoggio esterno» del Fli al governo, che erano tipiche della Prima Repubblica, anzi della sua fase ultima e decadente: sono indice a loro volta del dramma finiano, testimoniano il tentativo faticoso di sottrarsi alla scelta inventando in extremis una terza via provvisoria... A leggere sui giornali dell’incontro «segreto», Casini non è rimasto contento. Chi parla con Rao, il più sveglio fra i suoi interpreti, percepisce un freddo distacco, «i conti si faranno il 14 in Parlamento, adesso è presto per tirare le somme», calma e sangue freddo. Se Fini confermerà l’intenzione di rompere con Berlusconi, il Terzo Polo rimarrà per i centristi un progetto da costruire insieme. Qualora viceversa i «futuristi» tornassero all’ovile con la coda tra le gambe, beh, mai più contare su di loro poiché un «tradimento» (quello del 2008, quando Casini fu espulso dal centrodestra con l’okay di Fini) può essere perdonato, ma due sarebbero troppi pure per un cattolico abituato a porgere l’altra guancia. A proposito: pur di dare una mano a Gianfranco, Pier ha disatteso le indicazioni ecclesiastiche, in special modo quelle del cardinale Ruini, pagando insomma un prezzo alla sua lealtà politica. Guarda combinazione, proprio oggi all’ora di pranzo il Cavaliere incontrerà il Segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, il quale gli presenterà dieci nuovi porporati di fresca nomina: un segno molto netto della benevolenza papale. 

Dunque, il Terzo polo rischia la morte prima ancora di nascere. Per Fini, equivarrebbe a perdere l’ultimo treno per la fuga da Berlusconia. Balzarci sopra, tuttavia, implica il rischio di cadere tra i binari. Cresce la sensazione che Silvio possa farcela comunque, per un pugno di voti alla Camera e molti di più in Senato. Oggi è annunciato l’«outing» di tre, quattro, forse cinque deputati di opposizione che annuncerebbero in conferenza stampa l’appoggio al governo. Secondo una voce insistente, Berlusconi potrebbe pescare un deputato addirittura nelle file del partito democratico. Nel qual caso la conta girerebbe a favore del premier. Rendendo generosa ma vana (come per i Seicento di Balaklava) la carica dei finiani. Già, perché un pugno di deputati futuristi, più l’intero gruppo o quasi dei senatori, avevano sottoscritto la mozione di sfiducia al governo sul presupposto che mai l’avrebbero votata in quanto Berlusconi si sarebbe dimesso prima del 14, aprendo la «fase nuova» chiesta da Fini. Sennonché il Cavaliere non molla di un’unghia, su tutto il resto transige tranne che su se stesso, a dimettersi non ci pensa nemmeno, specie ora che la compravendita genera profitti: e questo l’altro ieri comunicò a Bocchino.

L’ultima chance di crisi pilotata con reincarico (entro 72 ore, si sbilancia a immaginare il capogruppo Fli, usurpando secondo Napoli le prerogative del Quirinale) è svanita con l’intervista di Fini l’altra sera a «Ballarò»: «Visto?», pare abbia gridato Berlusconi, «appena io accettassi di dimettermi quello mi darebbe il colpo di grazia, altro che reincarico». Il risultato? Le «colombe» finiane non vogliono sacrificarsi inutilmente, se trattativa dev’esserci vogliono condurla loro. Ecco dunque Moffa alzare la testa, contraddire Fini, annunciare che il premier non deve per forza dimettersi. Plaude dalla sponda berlusconiana Augello, si compiace Gasparri, e a sera il meteorologo Bonaiuti dirama il suo bollettino: ‘Venti forti di bonaccia, ma la situazione permane altamente variabile’”. (red)

5. Governo, il Cavaliere recupera: spunta ipotesi pareggio

Roma - “Trecentosedici a trecentoundici, sbandiera ancora ottimista Bocchino. Ma potrebbe diventare 314 oppure addirittura 312. E l'area dell' astensione, chissà, rimpicciolirsi, magari aumentare miracolosamente quella del voto pro Berlusconi. I numeri del voto alla Camera restano aperti – si legge su La Stampa -. Moral suasion, promesse, inviti: l'ex Pd Calearo ha spiegato al Riformista che, al mercato del voto, i prezzi toccano quotazioni record, “dai 350mila al mezzo milione di euro”. A meno di una settimana dall'ora X, telefoni roventi e pallottolieri a portata di mano per capire cosa succederà il 14 dicembre. Sulla carta, si partiva pochi giorni fa a Montecitorio con 317 voti contro il premier su 630 deputati. Sfiducia sicura in un ramo del Parlamento. Novità però si affacciano nel mobile panorama della politica. In quel numero si conta ad esempio il liberaldemocratico Maurizio Grassano, ex leghista: nelle fila del Terzo Polo lo danno per certo con la sfiducia ma lui dribbla sibillino: «La mia mamma, a cui chiedo consiglio, mi ha detto di votare per quel che reputo la cosa migliore per l'Italia…». Cioè? «No comment». «Ad oggi la mia posizione resta quella di ieri, quel che succederà domani non so», spiega un altro deputato dato in bilico, il medico dell'Italia dei valori Domenico Scilipoti. Oggi terrà una conferenza stampa insieme a Massimo Calearo e Bruno Cesario, entrambi ex Api approdati al gruppo misto, che sembrano orientati a sostenere il governo. “Fino a quando sarò nell'Idv voterò in conformità con il mio gruppo. Farò quello che mi dice il partito. Se le cose dovessero cambiare farò delle scelte per l'interesse del Paese”, assicura Scilipoti. 

Denuncia pressioni del suo capogruppo, Massimo Donadi, «mi ha chiamato telefonicamente, dicendomi che c'è un cartello pronto a buttarmi addosso fango, fatto da Pd, da Repubblica e dall'Idv». Spuntano due cause costose ai suoi danni. Lo accusano di non aver onorato alcune prestazioni professionali edili per parecchie migliaia di euro e ne chiedono il pagamento, con tanto di decreto per il pignoramento di diversi beni. «C'è un processo in corso: un signore dice che gli devo dei soldi perché mi ha fatto dei lavori. Mi difenderò: non è vero! - urla - Qualcuno vuole buttare fango: guardi che non mi ha avvicinato né Berlusconi né uno dei suoi, nessuno mi vuole dare soldi: mascalzone chi lo dice!», ripete. Ci sono i sei Radicali che però sembrano ormai definitivamente recuperati alla causa della sfiducia. Si asterranno i due deputati della Svp, Brugger e Zeller: «Ci asterremo come nella quasi totalità delle fiducie da inizio legislatura». Stanno discutendo col governo della gestione del parco dello Stelvio, «ma non è assolutamente un do ut des», giura Brugger. 

Mancherà dall'Aula il finiano Giampiero Catone, «ad oggi la mia decisione è di non essere presente, ma aspetto chiarimenti col mio partito», ma anche sui sensi di colpa di altre colombe futuriste, sussurrano dal Pdl, si può ancora lavorare. Tutti tranne Catone hanno firmato la mozione di sfiducia, ma c'è chi l'ha fatto sperando bastasse a evitare di passare ai fatti. Resta in forse la presenza di due deputate in gravidanza, nel Pd e in Fli, e tra i democratici c'è una persona con problemi di salute che però, ha assicurato, riuscirà a non mancare. Si avvistano corteggiamenti nel Pd come nell'Udc, ma tutti ostentano sicurezza: «Sono tranquillissimo, tutti gli amici sono convinti della posizione dell'Udc», garantisce il centrista Mauro Libè. Nelle loro fila era dato per possibile preda Deodato Scanderebech, che già ha fatto un passaggio nel Pdl: oggi lo danno per certo alla sfiducia, l'altra sera ha anche organizzato una cena con il segretario Cesa, più che mai nel partito. E' dato per corteggiatissimo l'onorevole Razzi, di Idv, operaio di Lucerna che in occasione dell'altra fiducia denunciò che gli avevano proposto di pagargli il mutuo. Così, conta che ti riconta,un dubbio si insinua. Il rischio parità, non impossibile: nell'incastro tra assenti, astenuti e passaggi da una parte e dall'altra si potrebbe arrivare a un 312 a 312. Pari e patta, ma, almeno nei numeri, vincerebbe Berlusconi: per il regolamento della Camera, in quel caso, la mozione sarebbe respinta. (red)

6. Crisi, Quirinale e segnali oltre il muro contro muro

Roma - "Presidente Napolitano, per la crisi politica possiamo augurarci dai partiti una prova di responsabilità come quella offerta nel percorso condiviso che hanno seguito per approvare la legge di stabilità e il bilancio 2011? «Non credo ci sia alcun nesso tra la conclusione dell’iter della legge di stabilità e la crisi politica. Siamo riusciti a fare questa legge, e dico siamo perché era interesse comune del Paese chiudere questa fase... essenziale per dare un senso di forte impegno per la stabilità finanziaria dell’Italia in un quadro europeo così perturbato. Il seguito nessuno è in grado di prevederlo, ci vorrebbe una speciale sfera di cristallo. Adesso si apre un altro capitolo. Vedremo insieme come andrà a finire». Non si sbilancia in previsioni e può anzi sembrare scettico, il capo dello Stato, quando, prima di lasciare Milano, gli viene chiesto se «il metodo» che ha portato al varo della Finanziaria preluda a un’insperata schiarita sul versante della crisi di governo. Certo – scrive il Corriere della Sera -, quel via libera addirittura anticipato gli è parso un segnale confortante, dal punto di vista dell’impegno a non tradire l’interesse nazionale. Infatti se ne compiace. Quanto però a cogliervi gli indizi di una possibile ricomposizione politica nella maggioranza, in grado di non mettere in dubbio la sopravvivenza stessa della legislatura, questo evidentemente appare anche a lui molto più difficile. In queste ore convulse c’è chi dice che sia in corso anche un pressing del Quirinale affinché i duellanti Fini e Berlusconi (attraverso una trattativa riservata tra le colombe dei due schieramenti) evitino in extremis una resa dei conti distruttiva, che farebbe precipitare il Paese in una crisi al buio. Quel qualcuno dice anche che, sul negoziato di cui tanto si parla, peserebbe il suggerimento del presidente della Repubblica a mettere mano all’attuale legge elettorale. Con l’idea che proprio su quel fronte potrebbe forse essere costruito un armistizio, con una crisi-lampo. In realtà Napolitano non ha parlato con nessuno, in questo senso". 

"Oggi sarà presente al giuramento del nuovo giudice costituzionale, e lì incrocerà Berlusconi. Sarà la prima occasione d’incontro tra i due, dopo la cerimonia per i Cavalieri del lavoro di un paio di settimane fa. Ancora non si può azzardare se pure stavolta si scambieranno soltanto convenevoli, come avvenne allora, o se accadrà qualcosa di più. Dalle varie ipotesi di lavoro sulla legge elettorale, il capo dello Stato si tiene dunque lontano. Per quanti dubbi abbia sul cosiddetto «porcellum» — e ne ha, basta rileggersi alcuni suoi interventi dei mesi scorsi — non ne può discutere, anche se probabilmente gli sembra difficile che sia messa in cantiere una riforma ora, quando la fine naturale della legislatura cade nella primavera del 2013. Lo si fece nel 2005, in modo abbastanza inopinato, ma appunto poco prima della scadenza naturale di quella legislatura. In una fase nella quale le posizioni dei partiti appaiono bloccate, non c’è nessuna cosa che possa veder direttamente o indirettamente impegnato Napolitano. Pena l’interferenza. Così, lui si guarda bene dall’intervenire e tantomeno dal proporre soluzioni ai due diversi campi politici, suggerendo vie d’uscita. Nel suo impegno quotidiano si limita a segnalare (e lo ha fatto a partire dalla richiesta di dare la precedenza alla Finanziaria) l’estrema complessità della situazione. Spiegando che, indipendentemente dalla rottura politica nella maggioranza, bisogna tutti guardare a quello che accade e accadrà in Europa e in Italia". 

"Tenere cioè lo sguardo sui problemi del Paese, ormai tali da richiedere un clima che non sia di scontro quotidiano. Del resto, i rischi di un permanente muro contro muro mentre l’Italia (come l’Europa) è in bilico tra tensioni sui mercati finanziari e necessità di consolidamento e crescita, sono stati già abbondantemente illustrati. Con avvertimenti lanciati dal Governatore di Palazzo Koch, Mario Draghi, e da altri. Temi sui quali il presidente si confronterà sabato a Vienna con i colleghi austriaco, Heinz Fischer, e finlandese, Tarja Halonen, in vista della futura riunione degli otto capi di Stato europei. Temi che conta di presentare alle forze politiche, dopo aver visto che cosa accadrà il 14 dicembre, per verificare insieme quali conseguenze trarne. Come i partiti arriveranno a quell’appuntamento, dipenderà dalle loro scelte. E dal loro senso di responsabilità". (red)

7. Crisi, l’Idv Scilipoti: “Contro di me minacce e fango”

Roma -“Onorevole Domenico Scilipoti, quanto le hanno offerto? «Sono solo zozzerie, nessuno mi ha offerto nulla». E’ quanto si legge in un’intervista pubblicata sul Corriere della Sera. “Nel suo partito, l’Idv, gira voce che abbia dei debiti... «Bugie, menzogne da querela. Vogliono gettare fango su di me. Ho ricevuto minacce e intimidazioni, e perché poi? Dal centrodestra nessuno mi ha contattato. Ho subito un danno morale e chiederò i danni». Nessuna compravendita? «Le battute le facciamo tutti. C’è sempre qualcuno che ti avvicina e ti dice "perché non vieni con noi?"». A settembre il suo collega Razzi raccontò che se avesse dato una mano al governo gli avrebbero azzerato il mutuo. «Razzi non so, ma a Scilipoti nessuno si è permesso di dire "vieni con me", io sono un ginecologo e vivo del mio». Perché allora voterà la fiducia a Berlusconi? «Al capogruppo Massimo Donadi ho detto che avrei votato con il partito. E Massimo mi attacca, mi minaccia, parla di un "accordo col Pd per rovinarmi".

Intimidazioni pesantissime. È stato un avvertimento, mi vogliono far sparare un colpo». Non starà esagerando? «Io non vorrei lasciare l’Idv. Io ho abbandonato la professione di ginecologo per lavorare come un negro in Parlamento, e dico un negro nel senso nobile del termine. Lo sa lei chi è il parlamentare Scilipoti?». Prego, lo dica lei. «Comunicati stampa 520, incontri 140, interrogazioni parlamentari 140, proposte di legge 29... Altro che traditore e voltagabbana, sono tra i primi 60 deputati per produttività e mi ci sono ammalato. Tre giorni in ospedale per sovraccarico di lavoro parlamentare e Di Pietro non mi ha neppure telefonato». Così voterà la fiducia a Berlusconi. «Finché sono nell’Idv non vado contro la linea, dopodiché voterò secondo coscienza».
Intanto si è messo con Calearo e Cesario, che hanno voltato le spalle all’opposizione. «Che c’entra, non ho lasciato il gruppo. Erano mesi che segnalavo la mia sofferenza, l’Idv non ha mai spinto una mia proposta di legge sull’agopuntura per la quale mi sono battuto un anno intero. Eppure se Di Pietro mi chiama sarei anche disponibile per una ricucitura. Ma non mi chiama...». Insomma, il 14 come voterà? «Se vado nel gruppo misto non significa che devo per forza votare con Berlusconi. O mi astengo o voto la non-fiducia, il premier deve essere sostituito».

8. Romani: La crisi non è finita ma il Paese ha reagito bene

Roma - “Il momento è difficile, e se i numeri non saranno conseguenti, non esisterà altra strada che il voto”. Il ministro allo Sviluppo economico, Paolo Romani – si legge su La Stampa -, guarda con attenzione al prossimo 14 dicembre e ammette: «Se si andrà alle urne agli elettori sarà spiegato tutto con chiarezza». Cosa accadrà martedì prossimo? Ci saranno i numeri o Berlusconi dovrà lasciare come gli viene chiesto? «C’è una ragionevole fiducia che la cosiddetta area di responsabilità, come è stata definita rispetto al processo di stabilità cui tengono tutti, difficilmente possa essere minoritaria. Posso segnalare che martedì sera, alla prima alla Scala, facendo qualche chiacchiera con il presidente Giorgio Napolitano, anche lui mi è sembrato interessato affinché non si inneschi un processo di instabilità per il nostro Paese». Ci sarà un Berlusconi bis con l’allargamento della maggioranza come qualche trattativa autorizza a pensare? «Non si potrà prescindere dal passaggio alle Camere, e dai numeri che usciranno. Di certo non siamo alla compravendita del deputato. E anche le trattative non sono come le immaginano i giornali. Si discute nel novero di quanti hanno perplessità rispetto a processi di instabilità. Ma comunque, se i numeri non dovessero essere conseguenti non ci sono alternative al voto». La Fiat si è detta pronta a investire 20 miliardi di euro in Italia, ma chiede maggiore flessibilità nei contratti di lavoro. Il sindacato frena, le trattative sono al palo. Il governo come si muove? «Nei due incontri avuti con Sergio Marchionne ho constatato di persona non solo la volontà di Fiat e del suo amministratore delegato di investire 20 miliardi di euro nei sei stabilimenti italiani, ma l’impegno di passare da 650 mila ai 2 milioni e 100 mila di auto prodotte, quindi con un incremento di produzione e di produttività. Moltiplicare gli investimenti significa mantenere l’occupazione e soprattutto incrementarla. Ora è ovvio che il confronto con le organizzazioni sindacali è fondamentale per la funzione di rappresentanza che hanno i sindacati rispetto ai lavoratori. Faccio però fatica a comprendere alcune posizioni di chiusura a oltranza rispetto a qualsiasi tipo di innovazione del sistema del lavoro. 

Una posizione sempre di contrasto contro il cambiamento, senza una proposta che sia in grado di adeguare il sistema produttivo alle nuove regole del mercato alla fine rischia di essere lesiva degli interessi stessi dei lavoratori che si vuole tutelare». Proprio mentre lei era a Soci con Berlusconi, dalle rivelazioni di Wikileaks è emersa la preoccupazione da parte della Nato e degli Usa per i rapporti tra il premier italiano, Putin e Gazprom, anche in relazione al rischio di monopolio da parte della Russia nella distribuzione del gas in Europa. Perché questa dipendenza da Mosca? «A Soci gli incontri sono stati al massimo del livello. Mai di carattere personale e tesi a difesa degli interessi del Paese. Il ghe pensi mi; che cita Bersani è un ghe pensi mi, dove il rapporto personale conta e fa la differenza. Capisco che ci possa essere un’invidia, ma non si può leggere tutto in negativo. La nostra politica energetica non guarda solo alla Russia, gli Stati Uniti e la Nato possono stare tranquilli. I nostri approvvigionamenti sono anche algerini per la metanizzazione in Sardegna, come per l’energia elettrica ci rivolgiamo al Montenegro. E poi, l’accordo sul progetto South stream è stato siglato nel 2007 dal governo Prodi». Bankitalia sostiene che il 5 per cento delle famiglie italiane non riesce a pagare il mutuo. E non c’è categoria professionale che non protesti per i tagli della Finanziaria, come se ne esce? «Sicuramente non siamo ancora usciti dalla crisi come dimostra anche il nostro incremento del Pil. Ma l’Italia con la politica di stabilità di questi anni non è mai stata nel ciclone della speculazione. E, inoltre, non si può dire che non siano state messe in campo iniziative di sviluppo. Dai 770 milioni per l’innovazione ai 12 miliardi di euro del fondo di garanzia per l’accesso al credito. Ora partirà la semplificazione degli incentivi con tre sole categorie: i voucher-automatici; quelli con bando e i negoziali per i grandi processi di riconversione industriale. Non mi pare che sia poco, visti i tempi». (red)

9. Brambilla: Impensabile che un partitino detti condizioni

Roma - “Il governo 'avrà la fiducia'. Perché molti finiani, alla resa dei conti, non potranno tradire la fiducia dei cittadini che li hanno eletti nel Pdl e che «non vogliono lasciarsi defraudare da chi ha scelto di cambiare casacca". È ottimista Michela Vittoria Brambilla, ministro del Turismo e anima del movimentismo del centrodestra e dei Promotori della Libertà che dallo scorso 4 dicembre, in tutta Italia, stanno raccogliendo le adesioni dei cittadini anti-ribaltone. «Quella che arriva dai gazebo – sottolinea –è una voce da tantissimi decibel, che non potrà non essere da monito ai parlamentari eletti nel centrodestra chiamati il 14 a votare la fiducia». Ministro Brambilla – si legge in un’intervista pubblicata su Il Giornale -, ci sono ancora margini di trattativa col Fli? «Prima di tutto bisogna intendersi. Pensare che il Fli, un piccolo partito, possa dettare le condizioni a Pdl e Lega che, come dicono anche i sondaggi più recenti, hanno dalla loro parte la maggioranza degli elettori è a dir poco avventuroso. Il presidente Berlusconi e la Lega possono dettare le condizioni, non certo Fini». E quali potrebbero essere le condizioni? «L’unica condizione possibile, senza alternative, è che sia confermata la fiducia a questo governo. Fatto questo poi si potrà parlar anche d’altro, della necessità di rinforzare, con tutte le forze parlamentari che si dichiareranno disponibili, quel programma di riforme che eviti all’Italia una crisi come quella che sta colpen¬do tante realtà in Europa». I finiani non vogliono le elezioni anticipate. 

Negli ultimi giorni hanno ammorbidito le loro posizioni. «In queste ore l’unica vera novità è la crescita di imbarazzo dei finiani. Ed è logico. L’idea che il Fli si presenti affiancato a Pd e Idv nel tentativo di sfiduciare Berlusconi sta facendo venire i brividi a quei tanti parlamentari che non vogliono presentarsi agli elettori con una nuova casacca, che l’elettorato di centrodestra certo rifiuterebbe. Da qui i tentativi in extremis per uscire dal vicolo cieco in cui si sono cacciati ». E gli elettori del Pdl stanno facendo sentire la loro voce, nei gazebo dei Promotori della libertà. Come sta andando? «Benissimo, dai cittadini è arrivato un grandissimo riscontro. È una voce sola: no a un governo alternativo a quello guidato da Berlusconi e no al tradimento del voto popolare al centrode¬stra nel 2008. C’è poi un numero incredibile di cittadini che si sono fermati nei gazebo a chiedere lumi. Molti, stupiti, ci dicono: “Ma state facendo così bene, perché una mozione di sfiducia?”. I cittadini non comprendono i giochi di palazzo, oltretutto in un momento in cui c’è bisogno di stabilità». Il clou nei gazebo si raggiungerà sabato e domenica prossimi. «Sì, sono previste iniziative nelle piazze e nei teatri di tante città italiane e, soprattutto, una massiccia presenza di gazebo in ogni angolo del Paese. Il presidente Berlusconi preparerà un messaggio audio diretto agli italiani, che sarà diffuso in ognuno di questi punti di incontro con la gente. Una cosa del genere non è mai stata fatta, e credo sia il modo più efficace di comunicare per il nostro carattere di partito democratico, basato sul rapporto diretto tra il leader e il cittadino". 

Le iniziative di sabato si svolgeranno contempora¬neamente alla manifesta¬zione del Pd a Roma. L’opposizione si batte prima in piazza e poi martedì in Aula? «Si tratterà di vedere quale tipo di protesta salirà dalla loro piazza. Forse quella contro la leadership di un Partito democratico che, oltre a non avere saputo proporre un programma che potesse contribuire alla soluzione dei problemi del Paese, ha anche causato lo sfilacciamento dei suoi consensi. La nostra manifestazione, invece, ha l’obiettivo di porre fine alla campagna di mistificazione messa in atto da mesi e di dare la possibilità ai cittadini di difendere il proprio voto. E non sarà in una sola piazza: noi saremo in tutta Italia. È indispensabile che a questo redde rationem partecipino in prima persona gli elettori». Se la sente di fare un pronostico? Che quadro politico si ritroveranno gli italiani il 15 dicembre? «Noi avremo la fiducia e andremo avanti. Non ho preoccupazioni per il destino del governo". (red)

10. Governo, Silvio e il via libera della Chiesa

Roma - “Il giorno dell’Immacolata Berlusconi lo passa pallottoliere alla mano in quel di Palazzo Grazioli mentre per via del Plebiscito sfreccia la papamobile di Benedetto XVI che distribuisce benedizioni. Un caso, certo. A differenza dell’incontro che il Cavaliere avrà oggi con il segretario di Stato Bertone.L’occasione – si legge su Il Giornale - è un pranzo all’ambasciata italiana presso la Santa Sede in onore di dieci nuovi cardinali italiani, ma difficilmente i due non affronteranno il nodo della crisi politica. Non è un mistero, infatti, che la Santa Sede abbia manifestato una certa preoccupazione per i possibili sviluppi di un’eventuale sfiducia al governo. Per la crisi economica in atto che, fanno notare Oltretevere, imporrebbe stabilità politica ma anche per il delinearsi di un terzo polo centrista che non convince affatto le gerarchie vaticane. Sulle posizioni sostenute da Fini sui temi etici, infatti, le perplessità sono molte. Al punto che Casini è stato più volte ma per il momento senza successo- sensibilizzato sulla questione. Un argomento che Berlusconi e Bertone affronteranno di certo, visto che qualche giorno fa - nei suoi colloqui privati - il premier auspicava proprio un intervento in questo senso: non capisco come possa seguire Fini, spero che la Chiesa riesca a farlo ragionare. Una moral suasion che forse in queste ore potrebbe trovare il leader Udc più recettivo. Già, perché mentre il Cavaliere continua a guardare con un occhio ai numeri della Camera e con l’altro al lavoro degli ambasciatori, il fronte Fini-Casini fa registrare una decisa crepa. 

L’incontro tra Berlusconi e Bocchino - alla presenza di Letta e Alfano, la stessa «formazione» che martedì ha visto anche Pannella- ha infatti lasciato qualche strascico visto che il presidente della Camera ha pensato bene di «scordarsi» di avvertire il leader centrista. Del faccia a faccia, insomma, Casini ha avuto notizia dai giornali e la colazione pare gli sia andata di traverso. D’altra parte, la stessa reazione l’hanno avuta le cosiddette colombe del Fli - da Moffa a Viespoli passando per Ronchi - al punto che il fronte finiano sembra in seria difficoltà. Come era prevedibile- ragiona Berlusconi nelle sue conversazioni private sono divisi perché hanno posizioni tra lo¬ro inconciliabili. È anche per questo, dunque, che il Cavaliere guarda con più ottimismo al voto di fiducia della prossima settimana. La ruota di Montecitorio, infatti, farebbe al momento segnare quota 314. Tanti sarebbero i voti a favore del governo che oggi dovrebbe portare a casa il sostegno del’ex Api Calearo, dell’Idv Scilipoti e di Cesario. Anche se, insistono ai piani alti di via dell’Umiltà, ci saranno «altre sorprese» tra cui anche il sostegno di un deputato del Pd. Partita sul filo, dunque. Anche se la soglia per la fiducia potrebbe essere ben più bassa del fatidico 316, soprattutto nel caso in cui le assenze - nel Fli, ma anche l’Udc non sembra granitico-fossero molte. Per Berlusconi sarebbe una fiducia «tecnica» e non politica, ma non ha torto il sottosegretario Santanché quando dice che «i governi si ricordano perché prendono la fiducia o perché vengono sfiduciati e non certo per i numeri che portano a casa ». 

A quel punto, insomma, sarebbe il Cavaliere a poter dare le carte. Si vedrà. Di certo c’è che le diplomazie sono al lavoro per cercare di arrivare a una soluzione prima di lunedì. Con il premier che è disposto a prendere in considerazione tutte le soluzioni fuorché quella delle dimissioni. Non se ne parla nemmeno se mettono nero su bianco davanti a un notaio che dopo un minuto avrò il reincarico per il bis, diceva ieri al telefono a un parlamentare di lungo corso. Di Fini e Casini, infatti, Berlusconi continua a non fidarsi affatto e «se rimetto il mandato fa¬ranno di tutto per non farmi tornare a Pa¬lazzo Chigi». Diversa, invece, l’ipotesi di un aggiornamento del programma senza passare per il Colle. Magari con qualche nuovo innesto nell’esecutivo e aprendo un tavolo sulla legge elettorale. (red)

11. A Roma esplode la nuova parentopoli, 2mila assunti

Roma - “Non bastava la bufera esplosa sulla Parentopoli in Atac, la società del trasporto pubblico romano che dopo l´elezione di Gianni Alemanno in Campidoglio ha imbarcato più di 850 persone, tutte per chiamata diretta e legate da rapporti familiari o politici ad esponenti del centrodestra locale, dirigenti aziendali e sindacalisti. Ora – scrive il quotidiano La Repubblica -, per il sindaco della capitale si apre un nuovo fronte: il reclutamento di un migliaio di nuovi dipendenti (sui 7mila totali) in un´altra ex municipalizzata, l´Ama, che si occupa di raccogliere e smaltire i rifiuti della città. Dove, partire dal 2008, sono stati assunti, tra gli altri, il genero dell´ad Franco Panzironi, braccio operativo della Fondazione alemanniana Nuova Italia; la figlia del caposcorta del sindaco, Giorgio Marinelli, il quale aveva già provveduto a piazzare il primogenito in Atac; la compagna dell´ex capogruppo pdl in Campidoglio, ora traslocato a La Destra, Dario Rossin; oltre alla solita pletora di mogli, cognati e cugini di vari pidiellini di secondo piano, ma assai utili in campagna elettorale. La prova provata di come l´occupazione clientelare delle società controllate dal Comune sia ormai diventato un sistema. Ai confini del lecito. Tant´è che sia la Procura della Repubblica sia la Corte dei Conti hanno aperto un fascicolo per accertare eventuali responsabilità sotto il profilo penale e del danno erariale”. 

“Tutto parte da un´inchiesta di Repubblica che, da una decina di giorni, indaga sulla moltitudine di congiunti e sodali arruolati in Atac e in Ama nell´era del centrodestra. Nonostante le opposizioni abbiano subito chiesto la testa di Alemanno e dell´assessore ai Trasporti Sergio Marchi, finora l´unico a rimetterci è stato il caposcorta del primo cittadino che ieri si è dimesso dal suo incarico. Ad annunciarlo, lo stesso inquilino del Campidoglio: «Marinelli non è più il mio caposcorta, è ritornato in polizia», decisione assunta «in via precauzionale per evitare speculazioni sull´accaduto», ha spiegato Alemanno, negando tuttavia ogni suo coinvolgimento. «Non mi occupo di assunzioni, sull´Ama non mi risultano particolari scandali e poi non mi ricordavo neanche che quell´agente avesse una figlia», ha tagliato corto. E pazienza che l´azienda dei rifiuti abbia sostanzialmente confermato il numero dei dipendenti (954) arruolati a partire dal «9 agosto 2008, giorno di insediamento della nuova amministrazione», e ammesso di aver effettuato, «come prevede la normativa vigente», delle semplici selezioni affidate ad agenzie per l´impiego pubbliche e private. Per il sindaco sotto assedio ora è tempo di cambiare: «Bisognerebbe rendere obbligatoria la pratica dei concorsi anche per le municipalizzate, così come si fa al Comune, in modo da superare il problema delle chiamate dirette o dalle selezioni fatte da agenzie interinali», dice ora che dalle sue parti tutto il sistemabile è stato sistemato. Ma le opposizioni, che sul tema hanno già presentato interrogazioni in Parlamento e in Campidoglio, non intendono mollare.

«Dopo l´Atac, le assunzioni clientelari all´Ama», tuona il deputato ed ex assessore pd Jean Leonard Touadi. «Fino ad oggi Alemanno ha fatto finta di nulla: ora basta. Ha il dovere di rendere conto alla città di come lui e la sua amministrazione hanno gestito una materia tanto delicata». Durissimo il segretario regionale dell´Idv Vincenzo Maruccio: «Cosa deve ancora emergere perché Alemanno si rassegni le dimissioni?». E mentre il senatore dipietrista Stefano Pedica minaccia che «di qui a pochi giorni renderò noti gli elenchi delle assunzioni negli ultimi cinque anni alla Provincia, alla Regione, al Comune e in tutti gli enti controllati perché la Parentopoli, in un momento di crisi del lavoro, è uno schiaffo a tutti i cittadini onesti che fanno concorsi», il capogruppo pd in Campidoglio profetizza: «Stavolta non sarà facile per il sindaco convincere i romani che lui non c´entra nulla. Ora chieda scusa». (red)

12. Mutui-case, famiglie a rischio

Roma - “Single con figli, lavoratori temporanei, ma soprattutto persone nel frattempo rimaste disoccupate. I numeri dello studio risalgono ormai al 2007, a prima dell’ondata più forte della crisi finanziaria, di un forte calo dei tassi di interesse e della moratoria delle banche sui mutui. Il numero che emerge è forse proprio per questo preoccupante: il 4,9 per cento delle famiglie italiane che ha ottenuto credito per acquistare la casa, per una ragione o per l’altra si è trovata in difficoltà a pagare le rate. L’indagine - realizzata da Silvia Magri e Raffaella Pico della Banca d’Italia - dice che solo la Spagna, con un tasso di insolvenza del 5,5 per cento, si trova in condizioni peggiori delle nostre. Seguono a distanza Irlanda (3,5 per cento), Francia (3,3 per cento), Gran Bretagna (2,3 per cento), Finlandia (2,3 per cento) e Olanda (1,1 per cento). Quanto sono più forti i programmi pubblici per la casa, tanto più scende la percentuale degli insolventi. A rendere la situazione complessivamente meno grave è l’alta propensione delle famiglie italiane ad essere già proprietarie di case: il numero di quelle che ricorre al mutuo (il 13,5 per cento) resta mediamente più bassa che gli altri Paesi europei”. “La ricerca sottolinea la tendenza delle banche ad aumentare il costo medio delle rate al crescere delle probabilità di insolvenza: «Per i mutui concessi fra il 2000 e il 2007, il differenziale del tasso di interesse fra le classi di famiglie meno rischiose e più rischiose ammontava allo 0,43 per cento». In sostanza: ad un aumento del rischio dell’1 per cento corrispondeva una crescita del tasso dello 0,21 per cento. Il livello di insolvenza più alto si registra ovviamente fra i disoccupati (19 per cento) e lavoratori a tempo (part-time 8,5 per cento, precari genericamente intesi 7,9 per cento). Il dato più drammatico riguarda però i single con figli: la ricerca stima che nel 2007 uno su dieci non è riuscito a pagare le rate.

Il caso classico è quello dell’uomo diviso che da un giorno all’altro si trova a dover pagare, oltre al mutuo per la casa in cui restano moglie e figli, un assegno di mantenimento e un affitto per sé. In assenza dello Stato, per molti la salvezza è la rete di protezione delle rispettive famiglie: non è un caso se, suddivisi fra fasce di età, le insolvenze più alte si registrano fra i 45 e i 54 anni e fra gli over 65 (3,7 per cento) contro il 2,8 per cento degli under 35. La mancanza di una politica attiva sul tema della casa è dimostrato dal dato dei disoccupati insolventi: se da noi sono uno su cinque, in Francia sono uno su venti, il 5,4 per cento del totale”. “Secondo una ricerca di Adusbef e Federconsumatori, a partire dal 2008 ci sarebbe stata una vera e propria esplosione dei pignoramenti immobiliari: del 31,8 per cento nell’ultimo anno, addirittura del 69,35 per cento rispetto a due anni fa. Quest’anno la quota più alta di pignoramenti si registra a Milano (+1.592, 4.885 dal 2008), seguita da Torino (quasi mille pignoramenti in più dell’anno precedente per un totale di 2.626), Roma (728, in tutto 2.703), Monza, Verona e Bergamo. La prima città del Sud nella classifica è Lecce: 365 su un totale, dal 2008, di oltre 1.500. 

Le due associazioni contano in tutto 28mila pignoramenti nel 2010 contro i 21mila del 2009 e i 20mila del 2008. Il Codacons lamenta le condizioni poste dalla moratoria firmata lo scorso 21 giugno dal ministero del Tesoro e dall’associazione delle banche: «Sono troppo limitative: mutuo non superiore a 250mila euro, indicatore Isee inferiore a 30mila, aumento della rata mensile di almeno il 20 per cento». Inoltre «per i mutui a tasso fisso i fondi coprono la quota interessi sulla base dell’Irs al momento della sospensione dell’ammortamento e non di quello effettivamente applicato». Benché le famiglie italiane restino nel complesso solide, con un costo del denaro ancora ai minimi storici, il rischio alle porte per chi ha mutuo sulle spalle si chiama tasso variabile: lo ha detto, tre giorni fa, il governatore Mario Draghi”. (red)

13. Spot durante Cenerentola, scoppia la polemica su Vespa

Roma - “Correva verso il lieto fine il film Cenerentola. Mancava solo il bacio del “vissero a lungo felici e contenti” quando, improvvisamente, è comparso Bruno Vespa - si legge sul Corriere della Sera -. Un sorriso cordiale, ma sullo sfondo una scritta: “Yara e Sarah. Come difendere i nostri figli?”. Da cosa, lo specificava lui stesso presentando la puntata di martedì sera di Porta a Porta dedicata alle due adolescenti (una scomparsa e l’altra uccisa). “Chi mai — diceva Vespa — potrebbe immaginare che una bambina di tredici anni scompare in settecento metri di strada o che un’altra di quindici finisce in un garage, così sembra, almeno, e non ne esce?». Un’interruzione «nefasta», secondo l’Osservatorio sui diritti dei minori che protesta con forza contro quello spot. E chiede l’intervento del presidente della commissione di vigilanza, Sergio Zavoli. Vespa si difende. Parla di «ingiustificato allarme» e rivendica di aver tenuto conto di «essere ascoltato da un pubblico particolarmente sensibile». E anzi, proprio per questo, di aver «accuratamente evitato ogni riferimento forte alle vicende che hanno coinvolto Yara e Sarah» nello spot che si concludeva così: «Faremo una riflessione con gli ultimi aggiornamenti su questi drammatici casi di Bergamo e di Avetrana». Ma il presidente dell’Osservatorio, Antonio Marziale, attacca: «Non è ammissibile che una delle sempre più rare occasioni di intrattenimento dedicate ai bambini e alle famiglie debba essere funestata da uno spot inquietante»: «Un condensato di pochi secondi ad effetto in grado di generare apprensione tra i minorenni e gli adulti intenti a seguire il capolavoro disneyano" .

"Esistono leggi, per la verità alquanto ambigue — aggiunge Marziale —, che suggeriscono addirittura il divieto di messa in onda di spot durante i cartoni animati. Ma laddove non arriva la legge dovrebbe sopraggiungere il buonsenso, la cui latitanza costituisce un segnale di deriva etica che nuoce gravemente alla salute del servizio pubblico radiotelevisivo». D’accordo anche il presidente dell’associazione nazionale sociologi Pietro Zocconali che sottolinea: «Non si può continuare a chiedere il pagamento di una tassa senza corrispondere un servizio che destinerei ad altre emittenti più accorte alle esigenze morali e sociali dei fruitori». Respinge le critiche Vespa, che martedì, in una lettera inviata al Corriere della Sera, aveva lamentato la situazione di isolamento dei conduttori «moderati» condannati «dall’intelligencija ora allargata al "ceto medio riflessivo" nel lazzaretto degli appestati». Il tema scelto, spiega, è «purtroppo all’ordine del giorno di tutte le famiglie con figli preadolescenti e adolescenti che hanno visto abbassarsi in modo inatteso le soglie di sicurezza verso limiti sempre più difficilmente gestibili. Un tema squisitamente da servizio pubblico». Un lieto fine però c’è stato: gli ascolti. Oltre 7 milioni di telespettatori per Cenerentola con il 26,58 per cento di share. Oltre due milioni e mezzo per Vespa con il 20,39 per cento di share. (red)

14. Wikileaks, il web si mobilita: Liberate subito Assange

Roma - “La trappola si è attivata, i poteri oscuri sono entrati in azione. Dopo quello che abbiamo visto finora, possiamo concludere che fa parte di un piano più grande»: la dichiarazione ieri di Mark Stephens, uno degli avvocati di Julian Assange, è condivisa su Internet da molti suoi simpatizzanti. Perchè – si legge sul quotidiano La Stampa - se è vero che il fondatore di Wikileaks ha nemici potenti, ha anche molti amici. A partire dall’opinione pubblica in Rete: nei sondaggi i voti sono a favore della causa di Assange (su LaStampa.it supera l’80 per cento), mentre le manifestazioni di solidarietà emergono un po’ ovunque, da Facebook a Twitter ai blog ai commenti nei forum dei principali giornali online. C’è la ribellione degli internauti che, indignati per il blocco delle donazioni da parte del sistema di pagamenti online americano Paypal, hanno deciso di boicottarlo e disattivare l’abbonamento. Una protesta di portata tale da costringere Paypal a giustificarsi: «Lo abbiamo fatto perchè il Dipartimento di Stato ci aveva detto che quel che stavano facendo era illegale», confermando così le pressioni Usa contro l’organizzazione di Assange. L’islandese DataCell, che permette a Wikileaks di ricevere donazioni, ha denunciato la Visa per aver sospeso i suoi versamenti al sito. C’è però anche la rivolta degli hacker, quegli esperti informatici che fanno a gara in questi giorni a lanciare manifesti di sostegno e annunciare attacchi contro i siti di Stati, banche e società che hanno boicottato il network dedicato alla fuga di notizie. Alcuni si definiscono «cavalieri Jedi» e considerano Julian il loro «Maestro Yoda». Ma i più incattiviti hanno cominciato a «bucare» le pagine Web e a distribuire programmi «DoS» («denial of service»), cioè che rendono inaccessibile un sito per un eccesso fittizio di richieste: gli stessi utilizzati da chi ha bloccato Wikileaks. 

Così, le incursioni degli hacker filo-Assange si moltiplicano: LaStampa.it ha avuto nella notte la prova che lo stesso sito dell'Interpol è stato bucato dagli hacker, per dimostrare quanto poco sicuri siano i segreti nella società dell’informazione digitale. Tutti i siti mondiali della Mastercard ieri sono stati oggetto di servizio negato, dopo che la società di credito ha bloccato i trasferimenti di denaro a WikiLeaks. Nel mirino sono finiti anche il sito web della procura svedese e l’email del legale che rappresenta le due donne che hanno accusato il fondatore di Wikileaks di sesso consenziente ma non protetto. Sotto tiro anche il sito di Sarah Palin, la paladina conservatrice del Tea Party: gli hakeck hanno disabilitato le sue carte di credito e quel del marito Todd. Tra coloro che tifano per il fondatore di Wikileaks c’è gente che ha maneggiato quei segreti per decenni e ritiene che rivelarli sia più utile che tenerli in un cassetto: un gruppo di ex agenti della Cia e dell’Fbi ed ex ufficiali del Pentagono, tra cui quel Daniel Ellsberg, che nel 1971 fornì a New York Times eWashington Post i Pentagon Papers. «Ogni attacco fatto a Wikileaks e a Julian Assange è un attacco a me e alla decisione di rendere noti i Pentagon Papers» ha dichiarato. A firmare il suo appello su Accuracy.org anche l’ex ambasciatore britannico in Uzbekistan, Craig Murray, e Larry Wilkerson, ex capo di gabinetto di Colin Powell. Non mancano dichiarazioni di simpatia da parte di leader politici: il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha espresso soddisfazione per le indiscrezioni che rivelano quanto i paesi arabi temano il nucleare iraniano; per il leader libico Muammar Gheddafi «mette a nudo l’ipocrisia Usa»; mentre una fonte del Cremlino avrebbe commentato con ironia che Assange andrebbe «candidato al premio Nobel». 

L’Australia, il Paese natale di Assange, sotto la pressione dei suoi concittadini ha cominciato a fornirgli assistenza consolare e il ministro degli Esteri ha detto che la responsabilità della fuga di notizie è degli Usa. Intanto, Wikileaks ha ripreso a funzionare su una miriade di siti alternativi e le sue rivelazioni vengono pubblicate quotidianamente sui giornali di tutto il mondo, tanto che il figlio ventenne di Assange, Daniel, su Twitter fa notare che se suo padre fosse ritenuto colpevole per la diffusione dei documenti segreti, ogni singolo giornale che ha pubblicato i dispacci è «ugualmente colpevole». Il senatore Joe Lieberman ha chiesto l’estradizione di Assange negli Usa per spionaggio e la galera per il New York Times e gli altri media che hanno pubblicato i documenti del Cablegate. «Abbiamo fatto giornalismo responsabile, legale e importante per una società democratica» ha replicato il New York Times . La Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj) ha accusato gli Usa di «attaccare la libertà di espressione». Oggi Assange incontrerà i suoi legali: si è aggiunto Geoffrey Robertson, esperto in diritti civili e in estradizioni. Il timore? Che la Svezia lo consegni agli Usa. (red)

15. M.O., Obama si arrende: negoziati in crisi

Roma - “Congelamento congelato. Stremato dalle Wiki-falle, costretto a rattoppare i mille buchi d’una tela mediorientale che non sa più come tenere insieme, Obama alla fine alza bandiera bianca. Okay, avevamo scherzato. Israele può fare come vuole. La pace coi palestinesi – si legge sul Corriere della Sera - non passa più per quella che solo un mese fa Hillary Clinton definiva «una condizione necessaria». E quella necessità ora è un po’ meno necessaria: nessuno esigerà un congelamento di nuove case negli insediamenti, previsto dalla Road Map e messo nero su bianco da accordi sottoscritti e ratificati, nessuno chiederà al governo di Bibi Netanyahu una nuova moratoria, i tre mesi, i sei mesi, l’anno elemosinati a ogni vertice. Basta parlare di colonie: «Non è questo il modo migliore per raggiungere un accordo di pace» comunicano martedì sera due funzionari americani. La notizia arriva subito alla Knesset e a Ramallah, i coloni esultano, i palestinesi s’infuriano. È un flop, dopo due anni di navette diplomatiche di George Mitchell, dopo le due strette di mano Netanyahu-Abu Mazen strafotografate e ben enfatizzate, dopo una fila di promesse mai mantenute, dopo pubbliche figuracce. «È un cambio di tattica, non di strategia», cerca di metterci una pezza il portavoce della Clinton, Philip Crowley. “È il fallimento di tattiche e strategie dell’amministrazione americana”, chiosa Abdel Rabbo, portavoce Olp. Si ritorna al passato. Da dove aveva lasciato Bush, più o meno. La diplomazia Usa s’arrabatta a mettere in calendario nuovi negoziati indiretti, l’ennesimo incontro dell’israeliano Yitzhak Molcho con l’eterno negoziatore palestinese Saeb Erekat, la settimana prossima a Washington. Abu Mazen farà il solito giro alla Lega araba per concordare il daffarsi. Si vedranno pure il premier dell’Anp, Salam Fayyad, e il ministro della Difesa di Bibi, Ehud Barak. 

Per dirsi che, a questo punto non si sa. “L’obiettivo finale resta la fine del conflitto” dice Crowley. Parole vuote. “È indubbio che ci troviamo davanti a una crisi difficile» è il nulla che illustra il presidente Abu Mazen. «Il nostro impegno rimane quello di negoziare un accordo» echeggia a salve Netanyahu. «Rincresciute» la Ue e la Francia: «Le colonie restano illegali e un ostacolo alla pace» puntualizza il capo della diplomazia europea, Catherine Ashton. «Non capisco come gli americani pensino d’avere ancora un successo — è duro Rabbo —. Si sono allineati a tutto quel che chiedeva Israele. Invece di dichiararlo responsabile dello stallo, gli offrono il pretesto per sprecare altro tempo. Invece di criticarlo, se la prendono con Argentina e Brasile che hanno appena riconosciuto lo Stato palestinese nei confini del ’ 6 7 . A questo punto, ci rivolgeremo all’Onu». Netanyahu stravince. Si gode le rivelazioni centellinate da Wikileaks, la conferma che nel mondo la si pensa come Israele più di quanto s’ammetta: i sauditi che finanziano il terrore, gli arabi che detestano l’Iran, gli Hezbollah armati da Siria e Corea... C’è anche un cablo che lo descrive come uno che non mantiene mai le promesse? Da Gerusalemme ribaltano: «Anche gli americani sono giunti alla conclusione che un congelamento non risolve il problema — spiega Nir Hefez, segretario del governo —. È quel che abbiamo sempre detto: era solo il pretesto dei palestinesi per non negoziare». È probabile, scrive Yedioth Ahronot, che ora ricominci la diplomazia dei canali segreti. Proprio ieri, Israele ha allentato pure il blocco economico su Gaza. «Il punto non è congelare le colonie — aggiunge un consigliere di Bibi, Tzvi Hausser —, ma raggiungere un accordo globale. I palestinesi capiscano quel che anche gli Usa han capito, finalmente. Non si può isolare la questione delle frontiere d’un nuovo Stato dalle altre questioni chiave». Che resta soprattutto quella di Gerusalemme: capitale desiderata dai palestinesi; unita e indivisibile, secondo gli israeliani. (red)

16. I 70 di De Michelis, “Craxi sbagliò a non scegliere me”

Roma - “I 70 anni sono il momento dei bilanci. Avrei voluto festeggiare oltre confine anche l’altro compleanno di svolta della vita, i 50. Ero ministro degli Esteri. Prenotai un castello fuori Praga e invitai 200 persone». Chi pagava? – si legge in un’intervista pubblicata sul Corriere della Sera -. “Gli invitati. Ma i giornali mi attaccarono: "Sta per scoppiare la guerra del Golfo e De Michelis si festeggia". Craxi telefonò: "Fai pure la festa, ma prima ti dimetti". Rinunciai. E come ministro firmai il trattato di Maastricht». Chi c’era stavolta a festeggiarla? «Gli amici di sempre: un iraniano che vive in Germania, un tedesco che vive a Bangkok, un banchiere svizzero. E poi Altissimo e Cirino Pomicino». Ex socialisti? «Pochini. Ma presenti in spirito: Sacconi, Brunetta, Frattini, Cicchitto, Caldoro. Berlusconi ha scelto bene i suoi ministri, e li ha lasciati fare. Se fosse stato per lui, avrebbe speso e spanso. Per fortuna la politica economica l’ha fatta Tremonti». Fino a che punto è socialista anche Tremonti? “Sino alla fine. Ricordo riunioni con lui nella seconda metà del 1992, in cui discutevamo come trovare una via d’uscita. Oggi è l’italiano più credibile in Europa”. Governo Tremonti dopo il 14 dicembre? “Non adesso. "Saltare" Berlusconi richiede un costo troppo alto. Adesso bisogna cercare una soluzione con il consenso di Berlusconi. Anche perché i voti li ha ancora». Un Berlusconi bis? «Sì. L’ideale, per riformare le regole del gioco, il fisco, la giustizia, sarebbe una grande coalizione, come quella che ha rilanciato la Germania. Rimanere senza governo nelle prossime settimane sarebbe disastroso; perché sono quelle in cui si decide il futuro d’Europa».

Addirittura? «Il 2012 sarà un anno elettorale, dall’America alla Spagna, alla Francia. L’anno cruciale è il 2011. È finito un mondo, in cui un’élite viveva al di sopra delle proprie possibilità, sfruttando il resto della popolazione del pianeta. Possiamo uscirne con il compromesso, come sostiene Obama, che è un grande presidente. O con il conflitto». L’Italia sembra più orientata verso il conflitto. «Sarebbe la nostra fine. Resteremmo a fare la lotta nel fango, tutti ne usciremmo sconfitti. Dobbiamo voltare pagina; e il modo migliore per farlo sarebbe mandare Berlusconi al Quirinale. Mi pare giusto, dopo 21 anni e tre presidenze dell’altra banda». La banda sarebbe il centrosinistra? «Non esistono centrodestra e centrosinistra. Esistono due bande di potere. I cinque milioni di voti socialisti del ’92 sono finiti in gran parte a Berlusconi. Io stesso, come tanti uomini di sinistra, sono andato con Berlusconi, me malgrado. E tanti uomini di destra sono andati dall’altra parte». Allude a Di Pietro? «Di Pietro era nelle mani di Violante, sin dall’inizio. Fu scelto lui proprio perché non era di sinistra. E perché era controllabile, per le note vicende della Mercedes e dei prestiti». Lei una volta disse: «Potevamo chiudere Tangentopoli in tre mesi». «Certo. Avevamo Palazzo Chigi, i servizi segreti, il Guardasigilli, i carabinieri: Amato premier, Martelli alla Giustizia, Andò alla Difesa. L’errore fu non fare subito il decreto per chiudere Mani Pulite, il 4 luglio 1992, il giorno dopo il discorso alla Camera in cui Craxi chiamò tutti a corresponsabili. Bettino si illuse che fosse finita lì. Dopo l’estate, Di Pietro chiese di vederlo, e come segno di disponibilità scarcerò due socialisti milanesi, Zaffra e Dini. Poi morì Balzamo. Al funerale, Craxi mi prese sottobraccio e mi sussurrò: "Ti sembrerò cinico, ma credo proprio che il buon Dio ci abbia risolto il problema". Invece la scomparsa di Balzamo esponeva ancora di più Bettino, che ricevette subito il primo avviso di garanzia. Glielo dissi tre anni dopo, in un ristorante di Sidi Bou Said: "Se tu avessi mandato me a Palazzo Chigi, quel decreto l’avrei fatto"». Craxi disse a Scalfaro: «Amato o De Michelis o Martelli; e non in ordine alfabetico». «E noi socialisti facemmo naufragio. Tanti furono sommersi. Altri si salvarono nuotando nelle varie direzioni. Anche per questo, quando oggi sento parlare di triadi…». 

Letta, Tremonti, Alfano. «Berlusconi, però, non farà come Craxi». Non dirà anche lei che Tangentopoli fu un complotto? «I manovratori furono quelli del Pds, d’intesa con l’establishment, che sperava di usarli e ne venne usato. Ma certo anche noi commettemmo parecchi errori. Non capimmo che, caduto il Muro, gli italiani non erano più disposti a tollerare certe cose. E non capimmo quanto era diventata ricca l’Italia: nel ’92 l’Italia vera, non quella delle statistiche, era il Paese più ricco del mondo. Così gli italiani si illusero di poter fare a meno della politica». Voi politici potevate fare a meno di rubare. «Le rispondo come risposi a Lerner nel 1996: Tangentopoli fu fatta dai ladri contro gli onesti». E dove finivano i soldi delle tangenti? «Ai partiti. E a qualcuno che ne approfittò. Ma erano cifre del tutto compatibili con il sistema economico: diciamo quel 3% che è considerata dai direttori dei supermercati la soglia fisiologica del taccheggio. Oggi si fa cento volte di peggio». Lei ebbe due condanne. «Patteggiai a Venezia perché stavo per sposarmi, e non volevo finire in galera. L’altra condanna è per Enimont. Ma i procedimenti contro di me furono una trentina. Per non diventare matto, mi dissi che dovevo trovarmi qualcosa da fare. E passare dalle discoteche alle biblioteche». Biblioteche? «La British Library, la più bella al mondo. La biblioteca centrale di Pechino. Quella del congresso a Washington. La Très Grande Bibliothèque di Mitterrand. Mi sono messo a studiare la demografia storica». E cosa ne ha dedotto per il futuro? «Che siamo in un flesso della storia. In matematica, il flesso è un punto dai caratteri eccezionali. È iniziato il crollo demografico. Soprattutto in Europa. E in particolare in Italia».

Diventeremo l’Eurabia preconizzata dalla Fallaci? «È inevitabile. Troppo grande la differenza di potenziale con l’altra sponda del Mediterraneo. L’Italia può essere protagonista di una grande apertura verso Sud e verso Est, il Maghreb, il Medio Oriente, la Russia. E bisogna riconoscere che Berlusconi ha avuto le intuizioni giuste: Gheddafi, Erdogan, Putin. Magari per i fatti suoi; ma le ha avute. L’alternativa è il rattrappimento baltico della crescita». Questa l’ha detta Sacconi. Edmondo Berselli scrisse che gli ricordava il «centro di gravità permanente» di Battiato. «Sacconi l’ha presa da me. Il rattrappimento baltico è il rischio che la Germania si crei una piccola Europa a sua immagine e somiglianza: la Scandinavia, il Benelux, la Polonia. L’Italia diventerebbe irrilevante, per giunta lacerata al suo interno, tipo la Somalia o la Costa d’Avorio. Per questo il rapporto con l’Islam è fondamentale». Lo dica alla Lega. «A Strasburgo avevo vicino Borghezio che ogni tanto si alzava a urlare: "Lepantooo!". Ma l’argine ai leghisti sono Berlusconi e Tremonti. Dopo l’Egitto sono andato in Cina con Giulio, che ha lanciato l’idea del trialogo tra scuola del partito comunista cinese, Aspen Italia e Aspen America: compromesso, non conflitto. Bretton Woods si fece dopo la guerra mondiale. Noi dovremmo rifarla senza guerre. Ed essere stavolta dalla parte di chi scrive le nuove regole, non di chi le subisce». (red)

Toh, si accorgono delle famiglie in difficoltà con i mutui

Attenti, bambini: c’è Bruno Vespa dietro l'angolo