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Il canone della storia

L’unica buona notizia uscita da quella indegna operazione che è il digitale terrestre è stata il clamoroso aumento degli ascolti di RaiStoria, si parla del 200%, che ha superato in maniera netta History Channel. Con pieno merito peraltro, perché i programmi del canale Rai sono spesso delle vere chicche per gli amanti della storia e del costume, con livelli di approfondimento inimmaginabili per History, che non spesso sembra destinato a un pubblico che la storia deve scoprirla e non approfondirla. 

Un risultato cui non è stato dato il risalto che meritava, pochi spot e mai le trionfalistiche dichiarazioni di aver vinto la serata contro Fininvest, con programmi commerciali di bassa lega indegni di una tv pubblica. Forse dà fastidio che una programmazione di qualità, spesso elevata qualità, possa dare risultati eccellenti. Che la televisione possa essere fonte di cultura e non solo di inebetimento delle masse è qualcosa visto come un pericolo da chi la controlla e attraverso questa fonda parte del suo controllo su un paese sempre più allo sbando. Basti vedere la scempio dei TG: spazi enormi dedicati a gossip, futilità e marchette, mentre le notizie serie vengono trattate a volo d’uccello o bellamente ignorate. 

Guardando RaiStoria, invece, non si prova quella rabbia di aver pagato il canone che solitamente prende al fegato, quando nello zapping si inciampa in isole e sale da ballo, quasi si pensa che sia stato un buon investimento. Invece no, il vero buon investimento è stato quello dei babbi e dei nonni, perché gran parte dell’approfondimento storico di RaiStoria è fatto su documenti che sono reperti storici essi stessi, preziosissimi spesso, ma pur sempre prodotti quando la Rai svolgeva una reale funzione di servizio pubblico che, allora sì, giustificava il canone.

Quella dell’incremento di ascolti di RaiStoria è una vittoria del vero servizio pubblico che rischia, però, di essere vanificata se non sarà incoraggiata e sostenuta con investimenti produttivi degni un’azienda che ha grandi tradizioni. Non possiamo continuare ad accontentarci di programmi che il più delle volte sono solo il collage di analoghe produzione di altre tv magari già viste su Sky, come accade con Quark e i suoi figli o con Atlantide di La 7, canale che però ha ben altre capacità produttive e non gode di sovvenzionamenti pubblici come il canone. 

I dati di ascolto dimostrano che la qualità funziona, e allora cosa aspetta lai Rai a cavalcare questa tigre anziché lasciarsi imporre il gioco al ribasso della volgarità crescente delle televisioni commerciali, cui la Rai non dovrebbe essere concorrente ma alternativa? 

Ferdinando Menconi


Io sto con l’Iran

Prima Pagina 10 febbraio 2010