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Torna Sarah Palin. E pensa a Reagan

Si poteva pensare che sarebbe svanita nel nulla, dopo la sconfitta alle presidenziali del 2008. Un’apparizione fugace sul palcoscenico della politica nazionale, grazie alla bizzarra decisione di John McCain di farne il proprio vice nell’affannosa rincorsa all’accoppiata Obama-Biden, e poi di nuovo a casa sua, nel remotissimo Stato nord-occidentale dell’Alaska. Intanto, a portare a termine il mandato di governatore ottenuto nel 2006. Poi chissà. Ma pur sempre laggiù, in quel contesto così lontano da Washington, in quella specie di campionato minore che sono le elezioni locali. E non nella ricca e popolosa California, o nel piccolo ma glorioso Massachusetts. In territori che erano e restano periferici non soltanto sul piano geografico ma anche su quello economico e storico. Gli ultimi posti del Pil. Nessun evento di prim’ordine. Pochi, o pochissimi, “grandi elettori” da far pesare sulla bilancia delle supersfide per la Casa Bianca. 

Sarah Palin aveva fatto del suo meglio, dopo la chiamata a sorpresa al fianco di McCain. Sicura di sé fino all’incoscienza, si era gettata indifferentemente in ogni tipo di impresa. Discorsi pubblici, interviste, dibattiti. Tutto di slancio e senza starci troppo a pensare, da outsider che non ha niente da perdere. Non pretendeva di sapere tutto. Ma era convinta di avere delle buone ragioni da portare avanti. Dove non arrivava con la competenza cercava di supplire con l’entusiasmo, con l’empatia, col richiamo ai valori tipici dell’elettorato repubblicano. Prima di essere una candidata era una donna, una moglie, una madre. Una contro l’aborto. Una che si batteva per quello in cui credeva. Niente fisime liberal: era iscritta alla National Rifle Association e ne era orgogliosa. Le piaceva sparare e andare a caccia. Aveva sempre fatto sport. Alle superiori si era guadagnato il soprannome di “Barracuda”, per l’aggressività con cui giocava a basket.

Le potevano chiedere qualsiasi cosa su qualunque argomento e lei non si sarebbe tirata indietro. Ma il succo della sua candidatura era semplice. E si poteva racchiudere in una sola frase: «voglio qualcuno che rappresenti Joe Six-Pack». Joe Six-Pack, il cittadino qualsiasi. Quello che si compra le confezioni (di birra) da sei, e se le scola dopo il lavoro. Per dimenticarsi quanto è stata dura oggi. E quanto lo sarà domani.

La chiamata di McCain era stata ufficializzata il 29 agosto. Due mesi dopo, il 5 novembre, il sodalizio fu spazzato via dal trionfo di Obama. E Sarah Palin parve destinata a ritornare da dove era venuta. I riflettori erano tutti per il vincitore. L’euforia galvanizzava i democratici e annichiliva i repubblicani. Di Sarah, probabilmente, sarebbero rimasti solo i ricordi più superficiali e le ricadute meno lusinghiere: il suo look appariscente da ex reginetta di bellezza, le gravi lacune evidenziate su questo o quel tema, le imitazioni sarcastiche che non le avevano dato tregua; persino una pornostar che le assomigliava e che la replicava in una sorta di “instant movie” a luci rosse. E invece, sottotraccia, c’erano già le premesse del suo ritorno successivo. Da un lato la crisi economica, che avrebbe messo a durissima prova la popolarità di Obama. Dall’altro l’impasse del partito repubblicano, più che mai bisognoso di rigenerarsi agli occhi degli elettori e di trovare facce nuove su cui puntare.  

L’offensiva di Sarah Palin è maturata nell’ombra, ma è scattata in grande stile nel novembre scorso, con la pubblicazione della sua autobiografia, intitolata “Going Rogue” e schizzata subito in cima alle classifiche. Nel frattempo erano accadute due cose: la prima è lo sviluppo del “Tea Party Movement”, che dall’inizio del 2009 ha dato il via a una serie di iniziative contro l’intervento pubblico nelle vicende economiche, traendo il proprio nome dalle celebre protesta anti-britannica del “Boston Tea Party” che era esplosa nel 1773 con lo slogan “No Taxation Without Representation”; la seconda sono le dimissioni della stessa Palin dalla carica di governatore dell’Alaska, che l’hanno lasciata libera di dedicarsi a qualsiasi altra cosa. A cominciare, naturalmente, da un rilancio su scala nazionale della propria immagine politica. 

La quadratura del cerchio è sopraggiunta sabato scorso, nella giornata di chiusura della convention del “Tea Party Movement” che si è svolta a Nashville. Sarah Palin è stata l’ospite d’onore e la sua presenza ha assunto il chiaro significato di un’investitura. Come ha dichiarato lei stessa il giorno dopo, riconoscendo di non escludere affatto di candidarsi alle presidenziali del 2012, «Non chiudo la porta che forse potrebbe aprirsi per me in futuro». L’affinità, del resto, era preesistente ed era esplicita: se la ricetta del movimento è uno stringato “Meno tasse, meno Stato”, la Palin aveva ampliato il concetto sul suo sito “sarahpac.com”, scrivendo che “La nostra nazione è a un punto critico, ma la direzione da seguire è nitida. Ronald Reagan ci ha mostrato la strada. Ha assunto la sua carica durante una recessione anche peggiore di quella attuale, ma l’ha lasciata dopo aver vigilato sulla più grande fase di espansione economica in tutta la Storia americana. Le sue politiche hanno funzionato! Egli ha tracciato la rotta per noi”.

Un tipico paradosso made in USA: l’iperliberismo ha combinato sfracelli e gli iperliberisti alzano la cresta. Danno a Obama del socialista (sic) e sognano l’avvento di un nuovo Reagan, anche se magari in gonnella. Dopo il pistolero dei western, la cacciatrice dell’Alaska. Al cinema sarebbe solo un brutto copione. Nella realtà è una prospettiva inquietante.  

Federico Zamboni

Secondo i quotidiani del 11/02/2010

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